21 luglio 2011
Il Brigantaggio nel Salento, di Carlo Coppola
Libro pubblicato nel 2004, molto snello come numero di pagine ma corposo nei contenuti. Oltre a presentare gli avvenimenti accaduti nell'Italia Meridionale nel periodo 1860-1865, viene portata alla luce la violenza esercitata sulla coscienza del popolo meridionale dalla storiografia ufficiale. Nella scuola italiana, dalle università alle elementari, i fatti sono stati distorti nell'interesse della cultura delle classi dominanti. Il popolo meridionale è stato privato della vera memoria storica, nascondendo e distruggendo quanto ritenuto inopportuno, con la conseguenza che esso «ancora oggi paga lo scotto economico e politico di un'unità nazionale che esiste solo sulla carta, imposta con l'inganno e la violenza e mantenuta con l'astuzia», scrive nella sua premessa Carlo Coppola. I “pennivendoli” Croce, Gentile, De Amicis, Carducci, Verga, D'Annunzio, Fucini e un'intera schiera di loro epigoni hanno imposto una storia del Meridione che non è quella vera.
Il Brigantaggio, dice Coppola, anche con i suoi errori e le sue storture, fu l'ultimo tentativo del popolo meridionale di rimanere libero. Ricordare, anzi, imparare a conoscere il brigantaggio per quello che fu veramente, potrebbe essere un primo passo verso una coscienza di se stessi che è preludio all'emancipazione politica, sociale ed economica.
Il Brigantaggio, che fu resistenza contro gli invasori piemontesi, ha interessato tutto il Meridione d'Italia e quindi anche il Salento. Briganti salentini furono Pasquale Romano di Gioia del Colle ricordato come il “Sergente Romano”, Cosimo Mazzeo di San Marzano soprannominato “Pizzichicchio”, Rosario Parata “Lo Sturno” di Parabita, Quintino Venneri “Melchiorre” di Alliste.
Non è vero che il Regno delle Due Sicilie, prima del 1861, fosse una terra arretrata, dedita solamente all'agricoltura estensiva, priva di qualsiasi forma di industria e sottoposta ad un regime politico repressivo e retrogrado.
In campo economico i Borbone avevano stimolato la nascita di industrie per emancipare il regno dalle importazioni estere, riuscendo ad attirare capitali ed investitori stranieri e dando lavoro a parecchie persone. Gli stabilimenti siderurgici di Mongiana e di Ferdinandea, in Calabria, contavano circa 4000 operai. Negli stabilimenti metalmeccanici di Pietrarsa, vicino Napoli, erano impiegati più di 4000 operai. I motori economici dello Stato erano la Campania industriale, la Puglia agricola e commerciale, la Calabria con i suoi giacimenti di ferro e le industrie metallurgiche.
Dall'Annuario Statistico Italiano dell'anno 1862 risulta che la moneta circolante nel Regno di Napoli nel 1860, calcolata in lire-oro, era superiore a quella di tutti gli altri Stati messi insieme: 443.200.000 a Napoli, 226.000.000 nei restanti Stati. La bilancia commerciale era positiva nel Regno di Napoli (+ 41 milioni circa), nel Lombardo-Veneto (+ 42 milioni circa), Umbria e Marche (+ 11 milioni circa), era invece altamente negativa nel Pimonte (- 85 milioni circa).
Il Regno duosiciliano era dotato di un fisco agile e leggero – appena 5 tipi di tasse e imposte, contro le 37 imposte dai piemontesi già nei primi anni dell'unità – permettendo un tenore di vita medio non alto ma dignitoso.
Il Salento, che costituiva la Provincia di Terra d'Otranto, si estendeva dal Capo di Leuca fino al Golfo di Taranto con parte dell'odierna Basilicata, comprendeva un territorio di circa 6.500 chilometri quadrati suddivisi in 130 comuni e 70 borgate con una popolazione di circa mezzo milione di abitanti.
Nel Salento diffusissime erano le banche, esistevano ben 145 istituti di credito tra banche agricole, monti di pegno e monti frumentari. Con l'arrivo dei piemontesi fu tutto smantellato e rapinato.
Come in tutto il Regno, anche nel Salento, pur se con minore intensità essendo la proprietà fondiaria molto più frammentata rispetto al resto del meridione, esisteva l'eterno dissidio tra i feudatari proprietari terrieri e i contadini che lavoravano le terre. La dinastia Borbone, in questa lotta, era schierata con il popolo contro i cosiddetti “galantuomini”. Attraverso una mirata legislazione venivano difesi i diritti di chi nei fatti possedeva e lavorava la terra. L'avventura garibaldina e la conseguente unità d'Italia rompe questo delicato equilibrio. Il popolo meridionale, privato dell'alleato Borbone, rimase alla mercé degli eterni nemici “galantuomini”. Tutte le promesse garibaldine sulle quotizzazione delle terre non vengono mantenute. I contadini vengono ridotti alla fame. Non resta che la rivolta.
Dopo il plebiscito-truffa le masse contadine in tutto il Meridione ed anche nel Salento si mettono in subbuglio. A cominciare dagli ultimi mesi del 1860 scoppiano tumulti contro i piemontesi, con sorti alterne, a Tuglie, a Sava, a Surbo, a Matino, a Parabita, a Sternatia, a Poggiardo, a Marittima, a Oria, a Taviano, ed in tantissimi altri centri. Il governo di Torino avrebbe potuto cercare la pacificazione, attraverso una vigorosa riforma agraria e un approccio moderato. Risponde invece con i fucili, spostando nel Meridione la maggior parte dell'esercito “italiano”, e con la leva obbligatoria.
E' l'innesco del grande brigantaggio.
La maggior parte dei giovani meridionali arruolabili si da alla macchia e si unisce agli sbandati del disciolto esercito borbonico. Nascono tante bande, capitanate da uomini valorosi. Il problema del rifornimento di armi viene risolto assaltando le caserme della guardia nazionale.
Gli scontri a fuoco tra bande di briganti e truppe piemontesi sono tantissimi.
Il 4 agosto 1861 la banda guidata da Rosario Parata detto lo “Sturno”, sottoufficiale del disciolto esercito borbonico, nativo di Parabita, invade il Comune di Supersano, e nei giorni successivi quelli di Scorrano e Nociglie. Negli stessi giorni Donato Rizzo, detto “sergente”, assalta con i suoi la caserma della guardia nazionale di Carpignano.
Dopo i primi successi le bande si ingrossano sempre di più ed altre se ne formano. La banda di Quintino Venneri detto “Melchiorre”, nativo di Alliste, scorrazza nella valle di Taviano-Matino. La banda di Salvatore Coi opererà nella zona del Capo di Leuca. Cosimo Mazzeo di San Marzano, detto “Pizzichicchio”, acquisterà grandissima fama per essere riuscito per un lungo periodo a tenere in scacco e a battere ripetutamente le truppe regolari. La personalità più di spicco fra i briganti-ribelli fu Pasquale Romano, detto “Il Sergente Romano”, militare di carriera borbonico nativo di Gioia del Colle. Il Romano nel luglio 1862 riesce ad ottenere ad Alberobello una vittoria schiacciante contro i soldati regolari piemontesi.
Nell'agosto 1862 tutti i principali capibanda di Terra d'Otranto si riunirono nel bosco della Pianella, vicino a Taranto, per concordare una strategia comune. Pasquale Romano viene nominato capo supremo, riuscendo ad avere a disposizione circa 700 uomini a piedi e 300 a cavallo.
La rivolta diventa guerra civile, il Salento e l'intero Meridione sono in fiamme.
Il governo sabaudo cerca di nascondere e minimizzare l'entità della rivolta, tentando di far credere che i briganti sono dei delinquenti comuni. Ma non tutti abboccano. Un deputato in una seduta parlamentare a Torino afferma: «E' possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa ad un esercito regolare di 120.000 uomini?». Si risponde con la Commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio e la Legge Pica, attraverso la quale si autorizzò l'esercito a stroncare ogni forma di ribellione attraverso delle misure repressive, scrive Carlo Coppola, che niente avevano da invidiare a quelle che saranno poi attuate dai due virtuosi del genocidio del XX° secolo: Hitler e Stalin. Inizia per il Salento e per il Meridione tutto una delle pagine più buie della propria storia.
La spietata repressione che si abbatté su tutto il Meridione ebbe ragione della ribellione. La Pica, scrive Coppola, non fu una legge, fu un'infamia.
Il Salento in appena 5 anni, scrive ancora Coppola, arretra economicamente di 50 anni. Unica soluzione rimase l'emigrazione. «I Salentini cercheranno fortuna prima nei paesi dell'America Latina, poi negli Stati Uniti e alla fine nei paesi più ricchi del Continente Europeo: Germania, Francia, Svizzera, Belgio, contribuendo ponderosamente, con le proprie rimesse, alla costruzione del sistema industriale del nord Italia e divenendo quella coloniale riserva di manodopera a basso costo a servizio dello sviluppo e del benessere dei nostri connazionali padani e di qualche “galantuomo” locale».
Forse ci conviene ridiventare briganti.
Rocco Biondi
Carlo Coppola, Il Brigantaggio in Terra d'Otranto, Ribellione popolare e repressione militare dal 1860 al 1865, Associazione Culturale Area, Circolo di Matino “Raffaele Gentile”, Matino (LE) 2004, pp. 88
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28 giugno 2011
Rivista "Brigantaggio politico e sociale" - Editoriale
Brigantaggio politico e sociale
di Rocco Biondi
Sono passati 150 anni da quando i Savoia piemontesi invasero ed annessero il Regno delle Due Sicilie, che allora comprendeva le attuali regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, oltre a gran parte dell'odierno Lazio meridionale (distretti di Sora e Gaeta) e al Cicolano (distretto di Cittaducale), l'area orientale dell'attuale provincia di Rieti.
Sono in atto le celebrazioni del centocinquantenario della cosiddetta unità d'Italia, in tono minore e con diverse contestazioni, anche se il presidente Giorgio Napolitano, con impegno degno di miglior causa, si sforza di ripetere le trite false storie risorgimentali.
Molteplici sono gli studi, sia di accademici che di irregolari, che documentatamente danno vita ad una controstoria del risorgimento. Nuova luce viene gettata su fatti ed avvenimenti che finora erano stati letti colpevolmente solo dalla parte e nell'interesse dei vincitori piemontesi invasori. Anzi talvolta, in cattiva fede, tali pseudo fatti erano stati inventati per mera propaganda adulatoria.
Si scopre che i cosiddetti padri della patria sono stati mossi da finalità poco nobili. Interessi economici inconfessati hanno dettato comportamenti che hanno calpestato i più elementari principi del vivere civile. Il Sud fu invaso senza alcuna dichiarazione di guerra. Le popolazioni meridionali sono state calpestate e spogliate della loro dignità umana. Fucilazioni spietate di chi resisteva, massacri di civili inermi, interi paesi incendiati e rasi al suolo, deportazioni di massa di oppositori, donne violentate. In questo modo fu fatta l'unità d'Italia.
Non vi è quindi nulla da celebrare. Noi meridionali continuiamo a ricordare e a commemorare. La presa di coscienza di quello che di tragico ed orrendo ci fu fatto continua ad allargarsi sempre più. Associazioni, movimenti, convegni, eventi si moltiplicano a macchia d'olio. Stampa e televisioni nazionali non riescono più a ignorare tutto quello che viene organizzato e detto quasi ovunque, dalle grandi città ai più piccoli Comuni.
I partiti politici tradizionali sono rimasti spiazzati. Cresce lo scontento contro di loro. Comincia a sentirsi il bisogno di nuove aggregazioni, che superino le tradizionali divisioni tra destra e sinistra e lascino il posto ad un nuovo sentire: la comune appartenenza al Sud. E' ancora un movimento indistinto e frastagliato, che ha bisogno di tempo per amalgamarsi e produrre una spinta quanto più unitaria possibile verso una nuova forma-partito, intesa nella più nobile accezione. Anche se alcuni, pur con le nuove idee, continuano ancora a militare nei partiti esistenti.
Non sappiamo, né prevediamo quale sarà lo sbocco di questo movimento. Vogliamo però che questo movimento vada avanti e cresca sempre più, nell'interesse nostro e dei nostri figli, per non vederci più costretti ad abbandonare la nostra terra per cercare altrove migliori, o quantomeno normali condizioni di vita; vogliamo che queste condizioni vengano create qui e subito. E questo compito non possiamo delegarlo a nessuno, dobbiamo esserne noi stessi gli artefici.
Ognuno deve fare la sua parte. L'obiettivo che noi ci proponiamo con questa nuova rivista è principalmente di carattere culturale. Per capire verso dove si deve andare per migliorare le proprie condizioni di vita, bisogna conoscere da dove si proviene. Sapere chi erano i nostri padri, scoprire per cosa hanno lottato, conoscere i risultati positivi che hanno conseguiti, riflettere sulle loro sconfitte, ma anche studiare le cause e le concomitanze che hanno portato a quelle sconfitte, è necessario e fondamentale sia per prendere coscienza dei valori positivi che devono guidarci, sia per conoscere gli ostacoli e da chi sono stati frapposti per chiederne il dovuto conto, ma anche per non ripetere gli errori da loro commessi.
Il brigantaggio politico e sociale è stato un fenomeno di massa, che nel decennio 1860/1870 ha coinvolto la stragrande maggioranza degli abitanti dei territori appartenuti all'ex Regno delle Due Sicilie. I briganti di quell'epoca, uomini e donne che per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono stati insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Le preponderanti forze militari messe in campo contro di loro li condannarono alla sconfitta. Ma furono sconfitti perché i “piemontesi” usarono contro di loro metodi spietati ed inumani.
Le modalità di quella sconfitta spiegano l'attuale condizione poco felice del Sud. Noi dobbiamo partire da dove i nostri padri briganti furono costretti a lasciare.
Né lasciamoci ingannare dall'imbroglio del federalismo proposto dalla Lega Nord. Con quel federalismo fiscale chi sta bene (il nord) starà meglio, chi sta male (il sud) starà ancora peggio. Il federalismo poteva essere fatto nel 1860, non oggi.
Questa rivista si propone di raccogliere e diffondere contributi di studiosi, di qualsiasi estrazione e formazione, accomunati comunque dall'interesse positivo e dall'amore per il Sud. Saranno proposti principalmente studi storici sul brigantaggio politico e sociale, considerato come la radice ed il cuore dell'essere meridionali. Come pure verranno pubblicate proposte miranti alla crescita e valorizzazione del Mezzogiorno. Cercheremo di non privilegiare nessuna proposta, ma se lo faremo motiveremo e spiegheremo la nostra scelta.
La rivista, pur mirando al rispetto di criteri scientifici, avrà forma divulgativa; si rivolge infatti sia a chi è già addentro a questi studi e a queste idee, sia ai neofiti che vogliono cominciare ad avvicinarsi a questo mondo. Ma la rivista vuole essere anche uno strumento di propaganda per il meridionalismo.
L'interesse per i fatti di brigantaggio, e per il significato che il brigantaggio ha assunto nel tempo e che continua tutt'oggi ad avere, è molto grande. Testimonianza ne è il numero ed il livello altamente qualificato degli autori che hanno accettato di scrivere in questo primo numero. Ma anche dei tantissimi altri che siamo sicuri scriveranno nei prossimi numeri.
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11 giugno 2011
Il generale dei briganti. Risposta alle critiche
Le proteste alle preliminari informazioni sul film tv “Il generale dei briganti”, su Carmine Crocco, hanno sortito il desiderato effetto. Per ora di attenzione all'esistenza di tanti meridionali, i moderni briganti, non più disposti a subire passivamente falsità sugli avvenimenti accaduti nel Sud d'Italia negli anni immediatamente successivi alla cosiddetta unità d'Italia. In prospettiva speriamo che si cominci a tenere conto delle nostre ragioni di allora e di adesso.
Ovviamente anche io concordo sul fatto che non si possa criticare un film senza prima vederlo, e come potrebbe essere diversamente, ma la mia protesta, e dei tanti altri che l'hanno fatta propria, è nata come reazione al come il film veniva presentato, nella sua fase iniziale di lavorazione. Quello che veniva detto nel comunicato stampa di lancio dell'inizio delle riprese in Puglia, ripreso da tanti giornali, non poteva essere assolutamente accettato. E' vero che avrei potuto privatamente mettermi in contatto con la Ellemme Group e con l'Apulia Film Commission per chiedere chiarimenti. Ma l'esperienza personale mi insegna che avrei avuto scarsissimo o nessun ascolto.
Le proteste in internet invece hanno ottenuto che un responsabile della casa produttrice, Giorgio Ferrero, si mettesse telefonicamente in contatto con me per dire che il contenuto di quel comunicato stampa non era partito da loro e che comunque sarebbe intervenuto per capire e chiarire. Parimenti il responsabile dell'ufficio stampa dell'Apulia Film Commission, Nicola Morisco, che in un primo tempo aveva tentato con email di scaricare la responsabilità del comunicato sulla produzione, telefonicamente aveva ammesso che vi era stata un po' di superficialità nell'attingere in internet informazioni su Crocco e che avrebbe provveduto ad emettere un nuovo comunicato stampa di precisazione e chiarimento. Cosa che poi è stata fatta; il nuovo comunicato infatti è reperibile sul sito di Apulia.
La Ellemme Group ha poi inviato per email, a me ed ad altri, una lunga nota di chiarimento, che pubblico di seguito integralmente. Non ci resta che aspettare l'uscita in autunno del film sulla Rai, per poter valutare e dire la nostra con più cognizioni di causa. Ora però voglio esternare un'altra perplessità sui contenuti del film su Crocco. Ferrero telefonicamente mi diceva che consulente storico per il film è stato il professore universitario, di Roma Tre, Carlo Felice Casula. Da forse superficiali informazioni esperite in internet risulterebbe che detto professore sia uno storico risorgimentalista dalla parte dei Savoia. Speriamo di aver visto male.
Rocco Biondi
Un grande cantautore meridionale, Rino Gaetano scrisse nella sua canzone forse più riuscita, il verso “Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo”. Tutta la troupe del film “Il Generale dei briganti” ha ripensato a quelle pungenti parole, leggendo le feroci accuse del signor Rocco Biondi riguardo al lavoro di cui abbiamo da poco iniziato le riprese. Il signor Biondi, certamente per amore riguardo la storia del meridione e delle lotte portate avanti dai briganti, si scaglia contro il nostro progetto, accusandoci di superficialità e ignoranza storica. Ma il signor Biondi non solo non ha potuto vedere il film (dovrà aspettare l’autunno, abbiamo appena iniziato a girare!!) ma non ha nemmeno letto la sceneggiatura. Se lo avesse fatto avrebbe saputo che “Il generale dei Briganti” è frutto di oltre due anni di lavoro molto intensi: ricerca storica, documentazione storiografica iconografica e persino merceologica, perché non solo le vicende narrate, ma anche costumi, ambientazioni, acconciature, arredamenti ed ogni piccolo particolare rispecchi le vicende narrate. Se chi si scaglia contro di noi avesse letto il copione scritto con profonda cura da Paolo Poeti e Giovanna Koch, saprebbe che raccontiamo le vicende di cui Crocco fu protagonista, senza mai falsificare la storia, pur confezionando un prodotto artistico e non un semplice documentario. Raccontiamo dunque la delusione dei briganti per come andarono le cose dopo l’iniziale patto stipulato con Garibaldi, come avremmo potuto fare altrimenti? Se chi ci attacca avesse contezza del film che stiamo girando, saprebbe che sull’immagine di una nave che porta lontano il valoroso Carmine Crocco, si racconta della sua angusta fine nel carcere di Portoferraio, nonché di come l’iniziale condanna a morte venne furbescamente tramutata in ergastolo, così da rendere meno pericolosa l’immagine eroica e simbolica di Crocco fra la sua gente. Vorremmo rassicurare gli studiosi del brigantaggio, che il nostro lavoro rispetta profondamente la storia del meridione italiano, e tenta di raccontarne una parte (peraltro controversa e lunga) proprio nel 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, per offrirla in prima serata al pubblico di Rai Uno. Sarebbe bastato -prima di strepitare e condannare il lavoro meticoloso e complesso di un gruppo produttivo ed artistico italiano- chiamarci per chiedere lumi sulle inesattezze lette in un comunicato stampa: avremmo rassicurato il signor Biondi e tutti coloro i quali si sono inalberati, e fortemente preoccupati senza averne ragione certa. Naturalmente dispiace anche a noi che per un disguido (forse una sinossi trovata su altre fonti) sia comparso sul sito dell’Apulia film Commission (il cui eccellente lavoro non smetteremo mai di lodare) un comunicato stampa che non raccontava con precisione il nostro film, ma ci dispiace anche (e ci lascia perplessi) che oggi sia più facile avvitarsi in polemiche violente anche quando esse non hanno nessun fondamento nella realtà. Amiamo il meridione, caro signor Biondi, e abbiamo intenzione di far tutto fuorché offenderlo!
Vorremmo a tal proposito sottolineare come la Ellemme group abbia deciso ancora una volta di realizzare le riprese INTEGRALMENTE nel sud Italia, dando così lavoro a tantissimi italiani (meridionali in particolare), a differenza di altre produzioni che per risparmiare girano in Argentina, in Portogallo o nei paesi dell’Est vicende che narrano storie del nostro paese, paradossalmente “ricostruito” altrove. Lavorare in Italia con lavoratori italiani è una scelta precisa -e costosa- di cui andiamo orgogliosi. A tal proposito è d’obbligo per noi ringraziare pubblicamente l’Apulia film Commission per il contributo prezioso con cui supporta le produzioni che scelgono il territorio e la manodopera locale. Siamo convinti che se la Puglia è diventata un set così appetibile per chi fa cinema o televisione è anche grazie al fondamentale aiuto di chi ha saputo valorizzarne le potenzialità, come ha fatto e fa l’Apulia film Commission, che ci aveva già dato una grande mano nel 2010, quando producemmo “Mia madre” (altro film interamente girato in Italia), enorme successo di pubblico e critica.
Riassumere una vita ricca come quella di Carmine Crocco e in due sole puntate è molto difficile, ed è possibile che il nostro lavoro potrà scontentare qualcuno, che non vi piacciano gli attori scelti, o le scelte di regia. Ma vi preghiamo di vederlo -in autunno, quando verrà trasmesso da Rai Uno- prima di applaudirci o fischiarci. Siamo certi che anche Rino Gaetano approverebbe questa richiesta! Intanto promettiamo di pubblicare entro domani un comunicato stampa che riassuma REALMENTE il nostro film, sperando di avere incoraggiamenti, critiche, consigli e quant’altro sul nostro lavoro.
La troupe di “Il generale dei briganti”;
La ELLEMME group
Vanessa Ferrero
Ovviamente anche io concordo sul fatto che non si possa criticare un film senza prima vederlo, e come potrebbe essere diversamente, ma la mia protesta, e dei tanti altri che l'hanno fatta propria, è nata come reazione al come il film veniva presentato, nella sua fase iniziale di lavorazione. Quello che veniva detto nel comunicato stampa di lancio dell'inizio delle riprese in Puglia, ripreso da tanti giornali, non poteva essere assolutamente accettato. E' vero che avrei potuto privatamente mettermi in contatto con la Ellemme Group e con l'Apulia Film Commission per chiedere chiarimenti. Ma l'esperienza personale mi insegna che avrei avuto scarsissimo o nessun ascolto.
Le proteste in internet invece hanno ottenuto che un responsabile della casa produttrice, Giorgio Ferrero, si mettesse telefonicamente in contatto con me per dire che il contenuto di quel comunicato stampa non era partito da loro e che comunque sarebbe intervenuto per capire e chiarire. Parimenti il responsabile dell'ufficio stampa dell'Apulia Film Commission, Nicola Morisco, che in un primo tempo aveva tentato con email di scaricare la responsabilità del comunicato sulla produzione, telefonicamente aveva ammesso che vi era stata un po' di superficialità nell'attingere in internet informazioni su Crocco e che avrebbe provveduto ad emettere un nuovo comunicato stampa di precisazione e chiarimento. Cosa che poi è stata fatta; il nuovo comunicato infatti è reperibile sul sito di Apulia.
La Ellemme Group ha poi inviato per email, a me ed ad altri, una lunga nota di chiarimento, che pubblico di seguito integralmente. Non ci resta che aspettare l'uscita in autunno del film sulla Rai, per poter valutare e dire la nostra con più cognizioni di causa. Ora però voglio esternare un'altra perplessità sui contenuti del film su Crocco. Ferrero telefonicamente mi diceva che consulente storico per il film è stato il professore universitario, di Roma Tre, Carlo Felice Casula. Da forse superficiali informazioni esperite in internet risulterebbe che detto professore sia uno storico risorgimentalista dalla parte dei Savoia. Speriamo di aver visto male.
Rocco Biondi
Un grande cantautore meridionale, Rino Gaetano scrisse nella sua canzone forse più riuscita, il verso “Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo”. Tutta la troupe del film “Il Generale dei briganti” ha ripensato a quelle pungenti parole, leggendo le feroci accuse del signor Rocco Biondi riguardo al lavoro di cui abbiamo da poco iniziato le riprese. Il signor Biondi, certamente per amore riguardo la storia del meridione e delle lotte portate avanti dai briganti, si scaglia contro il nostro progetto, accusandoci di superficialità e ignoranza storica. Ma il signor Biondi non solo non ha potuto vedere il film (dovrà aspettare l’autunno, abbiamo appena iniziato a girare!!) ma non ha nemmeno letto la sceneggiatura. Se lo avesse fatto avrebbe saputo che “Il generale dei Briganti” è frutto di oltre due anni di lavoro molto intensi: ricerca storica, documentazione storiografica iconografica e persino merceologica, perché non solo le vicende narrate, ma anche costumi, ambientazioni, acconciature, arredamenti ed ogni piccolo particolare rispecchi le vicende narrate. Se chi si scaglia contro di noi avesse letto il copione scritto con profonda cura da Paolo Poeti e Giovanna Koch, saprebbe che raccontiamo le vicende di cui Crocco fu protagonista, senza mai falsificare la storia, pur confezionando un prodotto artistico e non un semplice documentario. Raccontiamo dunque la delusione dei briganti per come andarono le cose dopo l’iniziale patto stipulato con Garibaldi, come avremmo potuto fare altrimenti? Se chi ci attacca avesse contezza del film che stiamo girando, saprebbe che sull’immagine di una nave che porta lontano il valoroso Carmine Crocco, si racconta della sua angusta fine nel carcere di Portoferraio, nonché di come l’iniziale condanna a morte venne furbescamente tramutata in ergastolo, così da rendere meno pericolosa l’immagine eroica e simbolica di Crocco fra la sua gente. Vorremmo rassicurare gli studiosi del brigantaggio, che il nostro lavoro rispetta profondamente la storia del meridione italiano, e tenta di raccontarne una parte (peraltro controversa e lunga) proprio nel 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, per offrirla in prima serata al pubblico di Rai Uno. Sarebbe bastato -prima di strepitare e condannare il lavoro meticoloso e complesso di un gruppo produttivo ed artistico italiano- chiamarci per chiedere lumi sulle inesattezze lette in un comunicato stampa: avremmo rassicurato il signor Biondi e tutti coloro i quali si sono inalberati, e fortemente preoccupati senza averne ragione certa. Naturalmente dispiace anche a noi che per un disguido (forse una sinossi trovata su altre fonti) sia comparso sul sito dell’Apulia film Commission (il cui eccellente lavoro non smetteremo mai di lodare) un comunicato stampa che non raccontava con precisione il nostro film, ma ci dispiace anche (e ci lascia perplessi) che oggi sia più facile avvitarsi in polemiche violente anche quando esse non hanno nessun fondamento nella realtà. Amiamo il meridione, caro signor Biondi, e abbiamo intenzione di far tutto fuorché offenderlo!
Vorremmo a tal proposito sottolineare come la Ellemme group abbia deciso ancora una volta di realizzare le riprese INTEGRALMENTE nel sud Italia, dando così lavoro a tantissimi italiani (meridionali in particolare), a differenza di altre produzioni che per risparmiare girano in Argentina, in Portogallo o nei paesi dell’Est vicende che narrano storie del nostro paese, paradossalmente “ricostruito” altrove. Lavorare in Italia con lavoratori italiani è una scelta precisa -e costosa- di cui andiamo orgogliosi. A tal proposito è d’obbligo per noi ringraziare pubblicamente l’Apulia film Commission per il contributo prezioso con cui supporta le produzioni che scelgono il territorio e la manodopera locale. Siamo convinti che se la Puglia è diventata un set così appetibile per chi fa cinema o televisione è anche grazie al fondamentale aiuto di chi ha saputo valorizzarne le potenzialità, come ha fatto e fa l’Apulia film Commission, che ci aveva già dato una grande mano nel 2010, quando producemmo “Mia madre” (altro film interamente girato in Italia), enorme successo di pubblico e critica.
Riassumere una vita ricca come quella di Carmine Crocco e in due sole puntate è molto difficile, ed è possibile che il nostro lavoro potrà scontentare qualcuno, che non vi piacciano gli attori scelti, o le scelte di regia. Ma vi preghiamo di vederlo -in autunno, quando verrà trasmesso da Rai Uno- prima di applaudirci o fischiarci. Siamo certi che anche Rino Gaetano approverebbe questa richiesta! Intanto promettiamo di pubblicare entro domani un comunicato stampa che riassuma REALMENTE il nostro film, sperando di avere incoraggiamenti, critiche, consigli e quant’altro sul nostro lavoro.
La troupe di “Il generale dei briganti”;
La ELLEMME group
Vanessa Ferrero
5 giugno 2011
Il generale dei briganti. Film televisivo da boicottare
Non c'è bisogno di aspettare di vedere, alla ripresa autunnale, su Rai Uno le due puntate della miniserie “Il generale dei briganti”, per capire che si tratta della solita storia inventata per inneggiare ai cosiddetti padri della patria, in occasione dei 150 anni della falsa unità d'Italia. Basta leggere i lanci giornalistici sull'inizio delle riprese a Vieste (Foggia) dal 6 giugno 2011.
Viene detto che Carmine Crocco, storico capo dei briganti lucani, contribuì in maniera determinante all’Unità d’Italia, schierandosi a fianco di Garibaldi. Niente di più falso e di antistorico. E' vero che si schierò per un breve periodo con Garibaldi, ma divenne brigante (insorgente, partigiano) proprio perché furono disattese tutte le promesse di Garibaldi. Crocco quindi fu un capobrigante che per diversi anni lottò al fianco dei comitati borbonici, nel tentativo di riportare i Borbone sul trono di Napoli. Nei fatti mise a disposizione degli antiunitari le sue grandi e riconosciute capacità di condottiero, sfruttando il profondo malessere sociale del popolo meridionale.
Altra madornale svista, riportata su diversi giornali, è l'affermazione che Crocco sia stato catturato e poi fucilato a Tagliacozzo. Ciò dimostra assoluta superficialità e ignoranza storica. A Tagliacozzo venne fucilato, l'8 dicembre 1861, il generale legittimista spagnolo José Borges, che aveva combattuto per un certo periodo con Crocco. Carmine Crocco invece morì nel carcere di Portoferraio (Livorno) il 18 giugno 1905, all'età di 75 anni.
A dirigere il film televisivo su Crocco sarà il settantenne Paolo Poeti, che ha al suo attivo solo opere di second'ordine. Protagonista nei panni di Carmine Crocco sarà Daniele Liotti, attore che finora non ha fornito grandi interpretazioni.
L'originale televisivo “Il generale dei briganti” non promette quindi nulla di buono. Anzi, viste le premesse, merita di essere boicottato.
21 maggio 2011
Sabati Briganteschi: Brigantaggio nell'alto Salento
Sabato 28 maggio 2011, ore 19,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio
SALUTI
- Francesco Nigro, Sindaco di Villa Castelli (BR)
- Giuseppe Borsci, Sindaco di San Marzano di San Giuseppe (TA)
- Luigi Caroli, Sindaco di Ceglie Messapica (BR)
MARIO GUAGNANO
Storico
relaziona su
"Brigantaggio antiunitario nella Provincia di Taranto"
Con la proclamazione dell'Unità d'Italia nel marzo del 1861 l'Italia nominalmente sembrava fatta. Ma di fatto numerosissimi erano i problemi che lo Stato sabaudo doveva ancora affrontare: Roma era in mano allo Stato pontificio ed il Veneto sotto il controllo austriaco. Nel Mezzogiorno ci fu l'esplosione del brigantaggio. Il brigantaggio fu protesta armata contro gli eccessi di uno Stato repressivo, fu rivendicazione delle quotizzazioni demaniali, fu reazione all'oppressione fiscale dello Stato, fu vendetta contro le sopraffazioni e i tradimenti dei borghesi e dei galantuomini, fu guerra di religione. I Savoia a legittime richieste risposero con fucilazioni di massa. Il brigantaggio fu un fenomeno di una gravità tale da mettere in dubbio gli esiti del nuovo stato unitario. Fu sconfitto solo perché furono usati contro di esso metodi criminali. Il massimo esponente del brigantaggio nel territorio tarantino fu Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio, di San Marzano.
MICHELE CIRACI'
Storico
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"Brigantaggio a Ceglie Messapica: Francesco Monaco e Rosa Martinelli"
MICHELE CIRACI'
Storico
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"Brigantaggio a Ceglie Messapica: Francesco Monaco e Rosa Martinelli"
Negli anni immediatamente successivi alla proclamazione dell'unità, tutto il Sud d'Italia prese parte alla Resistenza antiunitaria del brigantaggio meridionale. Il fenomeno generale ebbe manifestazioni variegate in tutte le realtà locali. Le trattazioni specifiche e particolareggiate aiutano a dipanare e lumeggiare i multiformi aspetti della vastità e complessità della materia. La tragica storia d'amore tra il brigante Francesco Monaco di Ceglie Messapica e Menica Rosa Martinelli, anche se collaterale, è anch'essa emblematica di quella realtà.
EVENTO
"La leggenda di Pizzichicchio"
EVENTO
"La leggenda di Pizzichicchio"
Presentazione dello spettacolo "La leggenda di Pizzichicchio", regia di Roberta Fiordiponti. Interventi di "Inchiostro Simpatico", gruppo teatrale della Pro Loco di San Marzano (TA), e delle Associazioni "Terre Nostre" e "Yicuvra" di Mottola (TA).
17 maggio 2011
La debacle di Berlusconi
Berlusconi non incanta più. La sua politica dell'inganno e della menzogna non frutta più. La demonizzazione degli avversari irrita anziché attirare consensi. I quotidiani attacchi alla giustizia smascherano la paura di essere giudicato per le sue malefatte. Il suo patetico dongiovannismo infastidisce, soprattutto le donne. Se non stessimo in Italia, quasi certamente avrebbe già fatto la fine del potente direttore del Fondo Monetario Internazionale Strauss-Kahn; starebbe in galera.
I risultati elettorali delle elezioni amministrative del 15-16 maggio 2011 rappresentano il viale del tramonto di Berlusconi e del berlusconismo. Aveva detto che se a Milano non prendeva il numero dei voti delle precedenti elezioni comunali, ciò sarebbe stato una sua sconfitta personale. Ne ha preso metà dei voti di allora. Ne prenda atto e si ritiri a vita privata. Ma tutti i cittadini democratici italiani non abbassino la guardia; bisogna stare molto attenti ai colpi di coda dell'animale ferito.
27 aprile 2011
24 aprile 2011
Convegno "Il Meridione, problema o risorsa?"
Sabato 30 aprile 2011 - Ore 17,00 / 20,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio
ORDINE DEGLI AVVOCATI
DI BRINDISI
Associazione
“Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (BR)
O R G A N I Z Z A N O
Convegno sul tema
Il Meridione, problema o risorsa?
Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu, nel suo aspetto di massa, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l'ingiustizia, l'oppressione e lo sfruttamento. Franco Molfese
Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di “briganti”. Antonio Gramsci
Introduce Avv. Vito Nigro
Coordina Prof. Rocco Biondi
Saluti
Avv. Francesco Nigro - Sindaco di Villa Castelli
Avv. Carlo Panzuti - Presidente Ordine degli Avvocati di Brindisi
Prof. Rocco Biondi - Presidente Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Relatori
MARIO SPAGNOLETTI
Professore di Storia Contemporanea presso l'Università di Bari
Commissioni d'inchiesta sul brigantaggio: Mosca e Massari. La legge Pica
Il Risorgimento italiano continua a perdere quell'alone aprioristicamente positivo che per molto tempo gli è stato riservato. Storici e studiosi, basandosi su una mole immensa di documenti per molti anni nascosti o trascurati, danno una valutazione più critica sui fatti che hanno portato all'unità d'Italia. Si prende atto che quell'unità più che anelito di popolo è stato il frutto delle mire espansionistiche dei Savoia piemontesi, avallate da plurimi interessi dei grandi Stati che all'epoca governavano l'Europa. Viene fuori prepotentemente il movimento popolare che nel Meridione si oppose a quell'annessione: il brigantaggio politico e sociale. Per sconfiggerlo fu usata una immane forza militare, che utilizzò strumenti impropri ad una società civile. La legge Pica fu uno di quegli strumenti, che condannava (molto spesso a morte per fucilazione) non solo i Briganti ma anche donne, bambini e lo svariato mondo che appoggiava quegli insorgenti, senza un processo.
DORA LIGUORI
Storica, Segretario Generale UNAMS (Unione Nazionale Arte Musica Spettacolo)
Unità d'Italia fra menzogne, fantasie e verità nascoste
Dal 1860 ad oggi, una spessa coltre è stata fatta volutamente calare per coprire le azioni, tutt’altro che limpide, che comportarono la sofferta unificazione nazionale. A propugnare questa unione furono movimenti fortemente idealistici, figli dell’illuminismo che, abilmente strumentalizzati, finirono col fare gli interessi di forti poteri internazionali, miranti a impadronirsi del Regno delle due Sicilie, ricco e strategicamente rilevante nel Mediterraneo, possessore anche del preziosissimo zolfo siciliano. A fare il “gioco sporco” per tutti, fu chiamato il regno del Piemonte il quale, per problemi di sopravvivenza finanziaria, da tempo mirava a conquistare il Sud della penisola. L’impresa, poi, assunse i contorni, non già della bella unione sognata dai liberali, ma di una feroce oppressione di un popolo contro un altro. I Meridionali si opposero all'invasione piemontese. I briganti furono il braccio armata di questa ribellione. E fu la guerra civile. Dopo decenni di falsi storici, riproporre la verità è un atto di giustizia, nonché il vero modo per celebrare, appunto, l’Unità italiana.
LINO PATRUNO
Giornalista, già direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”
Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali
C'è un “Fuoco del Sud” che arde sotterraneo e che potrebbe irrompere proprio mentre si celebrano i 150 anni dell'Unità d'Italia. Un “fuoco” tanto sofferto quanto ignorato. Si alimenta di centinaia di movimenti, associazioni, comitati, gruppi, intellettuali che un secolo e mezzo dopo chiedono ancòra rispetto per il sacrificio imposto al Sud nella nascita della nazione, che si battono per liberare il Sud dalla sudditanza subìta sull'altare del patriottismo e della retorica. Sono i “nuovi briganti” della comunicazione e dell'indignazione di cui il Sud ha bisogno. E che grazie anche alle moderne armi di Internet raccolgono e diffondono sia un ritrovato orgoglio meridionale, sia la rabbia per la storia taciuta dalle reticenze degli archivi e delle accademie. Con la denuncia delle clamorose responsabilità dei governi nel disegno preordinato e sistematico di un Sud da mantenere arretrato.
Presentazione
Rivista trimestrale storico culturale “Brigantaggio politico e sociale”
L'obiettivo che noi ci proponiamo con questa nuova rivista è principalmente di carattere culturale. Per capire verso dove si deve andare per migliorare le proprie condizioni di vita, bisogna conoscere da dove si proviene. Sapere chi erano i nostri padri, scoprire per cosa hanno lottato, conoscere i risultati positivi che hanno conseguiti, riflettere sulle loro sconfitte, ma anche studiare le cause e le concomitanze che hanno portato a quelle sconfitte, è necessario e fondamentale sia per prendere coscienza dei valori positivi che devono guidarci, sia per conoscere gli ostacoli e da chi sono stati frapposti per chiederne il dovuto conto, ma anche per non ripetere gli errori da loro commessi. I briganti di quell'epoca, uomini e donne che per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono stati insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Noi dobbiamo partire da dove i nostri padri briganti furono costretti a lasciare. (Rocco Biondi)
Per la partecipazione Avvocati e Praticanti abilitati devono far pervenire la domanda di partecipazione presso la Segreteria dell'Ordine ovvero prenotarsi tramite la propria area riservata “Riconosco” entro e non oltre 4 giorni prima dell'incontro.
L'accesso e l'uscita dalla sala avviene con l'utilizzo del tesserino magnetico.
Verranno attribuiti 3 crediti formativi.
Ingresso libero anche per il pubblico normale.
Il Presidente
Ordine degli Avvocati
Avv. Carlo Panzuti
Il Presidente
Settimana dei Briganti - l'altra storia
Prof. Rocco Biondi
17 aprile 2011
Fuoco del Sud, di Lino Patruno
I “fuochisti” che vorrebbero portare il Sud alla riscossa continuano ad aumentare in numero quasi esponenziale. Testimonianza ne sono libri, giornali, convegni, ma soprattutto siti internet che si fanno portavoce di movimenti e associazioni che fanno del meridionalismo il loro campo di ricerca e di azione. Lino Patruno nel suo libro ha selezionato alcuni autori significativi, che fanno parte di questa “ribollente galassia”, e li ha seguiti lungo vari percorsi di storia, di protesta, di proposta. Sono i “nuovi briganti” del Sud, non più armati di fucili ma di megafoni digitali che diffondono la conoscenza, stimolano le coscienze, suscitano la reazione.
Ecco alcuni nomi di “nuovi briganti”, scelti fra i tanti citati da Patruno: Pino Aprile, Gigi Di Fiore, Dora Liguori, Gennaro De Crescenzo, Vincenzo Gulì, Fara Misuraca, Alfonso Grasso, Nicola Zitara, Franco Tassone, Michele Ladisa, Francesco Romano, Domenico Iannantuoni, Enzo Riccio, Antonio Ciano, Beppe De Santis, Massimo Tartaglia, Girolamo Foti, Renato Rinaldi, Andrea Santopietro, Salvatore Musumeci, Giuseppe Scianò, Silvio Vitale, Edoardo Vitale, Pippo Callipo, Alessandro Romano, don Paolo Capobianco, Nando Dicè, Pietro Golia, Paolo Guaglione.
Lungo la strada verso la conoscenza della verità la prima grande muraglia che si cerca di abbattere è quella delle bugie risorgimentali. Viene lanciata e motivata una serie di “non è vero” contro le affermazioni degli storici ufficiali, asserviti ai vincitori piemontesi. Non è vero che il Regno d'Italia, proclamato dal Parlamento di Torino il 17 marzo 1861, non potesse avere connotazioni diverse; persino Cavour e Napoleone III pensavano a tre Regni confederati: quello dell'Alta Italia, quello dell'Italia Centrale, quello delle Due Sicilie. Non è vero che l'annessione del Regno delle Due Sicilie fu decisa col plebiscito; il Regno fu conquistato con le armi, senza neanche una dichiarazione di guerra. Non è vero che i garibaldini, sbarcati in Mille in Sicilia, divennero in breve tempo 53 mila per l'apporto entusiastico della popolazione; la massoneria siciliana mise a disposizione l'apparato mafioso, tantissimi soldati sabaudi misteriosamente “congedati” indossarono la “camicia rossa”, alcuni meridionali si unirono a Garibaldi per la promessa poi non mantenuta di assegnazione delle terre. Non è vero che i soldati borbonici rinunciarono a combattere; fu loro scientificamente impedito di combattere dagli ufficiali borbonici comprati e passati con i piemontesi. Non è vero che Garibaldi fosse quell'eroe senza macchia e senza paura del quale la retorica risorgimentale ha sempre parlato; fu invece un impostore e vile servo della monarchia sabauda. Non è vero che il Sud ebbe una rappresentanza adeguata nel nuovo Parlamento nazionale, eletto il 27 gennaio 1861; per prima cosa a votare fu solo meno del 2 per cento della popolazione italiana ed i pochi eletti meridionali erano rappresentanti dei proprietari terrieri e dei notabili locali, che avevano appoggiato l'annessione per difendere i loro privilegi, contro il popolo e i contadini meridionali. Non è vero che il brigantaggio postunitario sia stato un semplice fenomeno delinquenziale; non si spiegherebbe perché i piemontesi impiegarono contro di esso 120 mila uomini; fu invece una rivolta sociale del popolo nel tentativo di farsi riconoscere i propri diritti ed anche una vera guerra civile contro l'occupazione piemontese; i briganti ebbero dalla loro parte la popolazione, che li aiutava in ogni modo, altrimenti non si spiega perché i piemontesi impiegarono dieci anni per sconfiggerli. Non è vero che le atrocità furono commesse solo dai briganti, anzi le loro erano solo una difesa contro le atrocità ben più gravi compiute dall'esercito piemontese; ecco come Patruno sintetizza le atrocità perpetrate in quegli anni dai piemontesi contro i meridionali: «Cadaveri evirati o fatti a pezzi, teste mozzate e infilate in cassettine per mostrarle in giro o infilate su pali per lezione a tutti, impiccagioni con i corpi lasciati a penzolare per giorni, crocifissioni, donne stuprate e sbudellate, donne legate nude a disposizione della truppa e lasciate morire nella vergogna e nel dolore, briganti inchiodati alle porte o agli alberi, torture, paesi e masserie bruciati con i loro occupanti, famiglie separate per sempre e deportate, decine di migliaia di profughi in fuga, intere greggi sterminate, raccolti incendiati, saccheggi, depredazioni»; senza distinzione tra vecchi e bambini, uomini e donne, preti e suore; per i piemontesi erano tutti briganti.
Poi quando nel 1870 il brigantaggio fu sconfitto cominciò la grande emigrazione di massa dal Sud: «o briganti o emigranti».
Il Sud nel 1860, al momento dell'Unità, economicamente non stava male; vantava un molto evoluto sistema finanziario; i titoli delle Due Sicilie erano trattati nelle principali piazze finanziarie d'Europa. Il Regno delle Due Sicilie, con 9 milioni di abitanti, possedeva i due terzi di tutto l'oro del resto d'Italia, che contava 22 milioni di abitanti; cioè 443 milioni di lire-oro sui 664 milioni di tutta l'Italia unita. Se si tiene conto delle lire-oro trafugate al Banco di Napoli, delle ricchezze personali sottratte al re Francesco II e degli interessi da allora ad oggi, è stato calcolato che la rapina fatta dai piemontesi a danno dei meridionali ammonta a 500 miliardi di euro; se poi si aggiungono le razzie dell'esercito piemontese rientranti nella criminalità comune si arriva a 1500 miliardi di euro.
Dopo di allora fu fatta vivere ai meridionali del Sud un'atroce Via Crucis, costringendoli a percorrere le quattordici stazioni di cristiana memoria: dalla flagellazione alla sepoltura. Le tasse dalle cinque esistenti nel Regno delle Due Sicilie divennero 37 (trentasette): il Sud pagava più del Nord, i ricchi vivevano sulle spalle dei poveri, il Nord sulle spalle del Sud. Fu adottata la tariffa doganale piemontese, che diede un colpo mortale all'industria meridionale, favorendo l'industria del Nord e la concorrenza estera. Con l'accettazione acritica dell'ideologia liberale le opere di bonifica del territorio vennero affidate a privati del Nord che programmarono tenendo presente il contesto padano: pianure e grandi fiumi. Nel 1887 il governo Crispi impose la tariffa protezionistica, utile all'industria ormai concentrata al Nord e mortale per l'agricoltura del Sud. Iniziò l'esodo biblico della Grande Emigrazione meridionale: si calcola che oltre venti milioni di meridionali abbiano abbandonato l'Italia; le loro rimesse arricchirono soprattutto il Nord, che piazzò i suoi prodotti al Sud dove veniva crescendo la capacità di consumo. Poi le politiche speciali per il Sud furono sterili inganni: rattoppi per non cambiare nulla. Le Grandi Guerre del '15-18 e del '39-45 furono fatte per favorire le industrie belliche del Nord; i meridionali ebbero solo morti; al Nord andarono anche i milioni di dollari degli Alleati per i danni di guerra al Sud. Con il fascismo il Sud fu abbandonato a se stesso: niente interventi statali, niente opere pubbliche, niente sostegno all'industria e alle banche; i miserabili meridionali se ne vadano in Etiopia ed in Abissinia. Nel dopoguerra nascono nel Sud le famose «cattedrali nel deserto», Italsider di Taranto in testa; scende l'occupazione al Sud che in quegli impianti ne impiegava poca, sale al Nord nelle industrie manifatturiere che alimentano gli impianti. Nel Sud l'intervento straordinario sostituisce quello ordinario. L'ultima stazione della Via Crucis meridionale è il federalismo fiscale imposto dalla Lega Nord: chi sta bene (il nord) starà meglio, chi sta male (il sud) starà ancora peggio.
Ma una volta conosciuti i fatti e presa coscienza della subalternità alla quale ci hanno costretti, noi meridionali cosa dobbiamo fare? Lino Patruno e i movimenti meridionali alcune proposte le fanno. Il primo passo è la formazione di meridionali finalmente consapevoli, fieri, radicati, arrabbiati e dotati di grande senso di appartenenza verso il loro territorio. Il Sud deve costituirsi in maxiregione autonoma o in Stato indipendente con gli stessi confini del Regno delle Due Sicilie, deve tornare unito per sommare le enormi risorse del territorio (petrolio, energie alternative, agricoltura, turismo) gestendole in modo proprio e con la propria soggettività. Bisogna costruire alleanze con chiunque abbia a cuore il riscatto del Sud e sia alternativo alla “casta risorgimentale” di destra, centro o sinistra. Bisogna partecipare al superamento del berlusconismo.
Il Sud ha bisogno di “nuovi briganti”.
Il racconto della ribollente galassia dei Movimenti meridionali - conclude Lino Patruno - annuncia una insurrezione non soltanto delle coscienze.
Rocco Biondi
Lino Patruno, Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2011, pp. 206, € 14,00
3 aprile 2011
Il brigantaggio postunitario, di Raffaele Nigro
Nel libro viene raccontata la storia del brigantaggio postunitario, esaminando la letteratura sul tema. Vengono presentati gli scritti, contemporanei agli avvenimenti e successivi, inquadrandoli e classificandoli di volta in volta fra quelli a favore dei rivoltosi meridionali e quelli a favore degli invasori piemontesi.L'anno di partenza è il 1860. «Un anno di azioni, militari e politiche, straordinarie. A raccontarlo, anche in poche parole, sembra un romanzo», scrive Raffaele Nigro.
Garibaldi sbarca in Sicilia e, senza una vera opposizione militare, risale le regioni meridionali fino Napoli. Francesco II, ultimo re borbone, si rifugia a Gaeta, da dove dopo una strenua resistenza ripara a Roma. Nelle campagne dell'Abruzzo, del Molise, della Basilicata, della Campania e della Puglia si scatena, contro i piemontesi, una violenta reazione armata, da parte di contadini, artigiani, pastori, renitenti alla leva, soldati sbandati, idealisti stranieri; una guerriglia che terrà impegnato l'esercito piemontese per diversi anni e porterà alla promulgazione di leggi speciali.
Capi di questa rivolta furono, tra gli altri, il lucano Carmine Crocco di Rionero, il pugliese Pasquale Romano di Gioia del Colle, Luigi Alonzi nato a Sora ai confini con l'Abruzzo, il legittimista spagnolo Josè Borges, il campano Gaetano Manzo di Acerno.
A fare luce su molti avvenimenti di quegli anni fu l'Autobiografia, scritta dal capobrigante Carmine Crocco, detenuto nel carcere di Portoferraio, e revisionata dal capitano medico Eugenio Massa, pubblicata nel 1903. Nel 1862 il ginevrino Marc Monnier aveva pubblicato a Parigi il Giornale di Borjes, poi tradotto in italiano; era un diario nel quale il generale catalano Borges annota la sua triste avventura dallo sbarco in Calabria sul finire del settembre 1861 ad alcuni giorni prima di essere fucilato a Tagliacozzo l'8 dicembre dello stesso anno; nel diario si rende anche conto del tentativo fallito di trovare un'intesa con Carmine Crocco. Nel 1868 l'ufficiale tedesco Ludwig Richard Zimmermann pubblicava a Berlino un libro di Memorie della sua vita tra i briganti nel biennio 1861-62 fra i monti abruzzesi, dove operava il capo brigante Chiavone (Luigi Alonzi) fucilato il 28 giugno 1862; il libro di recente è stato tradotto dal tedesco in italiano da Erminio De Biase. Utile per conoscere come vivevano i briganti è il diario di William Moens, un agente di borsa inglese, che nel maggio del 1865 venne sequestrato fra i monti dell'Irpinia dalla banda di Gaetano Manzo; rimasto prigioniero per tre mesi, venne liberato dietro pagamento di un forte riscatto; il diario venne pubblicato nel 1866 a Londra e tradotto successivamente in italiano col titolo di Briganti italiani e viaggiatori inglesi.
Raffaele Nigro dà poi conto di diversi scritti filopiemontesi. A cominciare dal libro che il giornalista ginevrino Marc Monnier pubblica nel 1862 prima a Parigi e poi Firenze: Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane dai tempi di fra Diavolo sino ai nostri giorni; era un libro utile alla causa liberale e al progetto unitario di Cavour. Basilide Del Zio, medico di Melfi ed esponente della media borghesia, pubblica nel 1905 Melfi - le agitazioni del Melfese - Il brigantaggio. Documenti e note; nel libro Del Zio segue le vicende dei briganti casale per casale in una ricostruzione minuta e con l'intento di mostrare la partecipazione dei lucani alla difesa dell'unità d'Italia contro il legittimismo di una parte dei contadini e di una piccola schiera di borghesi. Il maggiore Carlo Melegari, che partecipò con i piemontesi all'eccidio di Casalduni e Pontelandolfo, trentasei anni dopo quegli avvenimenti pubblica in forma anonima i Cenni sul brigantaggio. Ricordi di un antico bersagliere; ovviamente negativo è il giudizio che dà della resistenza dei briganti. Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, ufficiale dell'esercito piemontese, nel 1864 dà alle stampe Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863 studio storico-politico-statistico-morale-militare; il libro ha un dettagliato dizionario biografico dei capibanda che operano nel centro Italia e prova a spiegare come francesi e papalini siano i veri manutengoli di queste bande; per Jorioz i briganti sono solo delinquenti pronti alla razzia.
Dall'altra parte vi sono scrittori che danno del fenomeno del brigantaggio una lettura diversa, attribuendogli un significato sociale e politico. Il capitano borbonico Tommaso Cava De Gueva nel 1865 pubblica Analisi politica del brigantaggio attuale nell'Italia meridionale; viene esaltato l'operato dei legittimisti, che hanno provato a far insorgere il Regno di Napoli dopo la disfatta. Pasquale Villari, un liberale moderato, nelle sue Lettere meridionali pubblicate nel 1878, sostiene che il brigantaggio è la conseguenza di una questione agraria e sociale, che travaglia quasi tutte le province meridionali; la condizione di vita dei contadini meridionali è tale che essi non hanno alternativa, la fame o il brigantaggio. Enrico Pani Rossi, funzionario settentrionale trasferito a Potenza per lavoro, nel suo volume La Basilicata ritiene che il brigantaggio sia una risposta sociale al disinteresse della politica e una reazione alla miseria. Francesco Saverio Nitti, lucano di Melfi e presidente del consiglio prima del fascismo, nel suo saggio Eroi e briganti del 1899 scrive: «Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie». Giustino Fortunato, parlamentare lucano nato a Rionero nel 1848, ripeteva che il brigantaggio era stato la reazione di una gente stanca di subire quotidiani soprusi. Gaetano Salvemini, pugliese di Molfetta, storico e antifascista, era convinto che la depressione del sud fosse funzionale al decollo economico avviato da Giolitti nelle aree settentrionali; intervenne sul tema del brigantaggio con un'analisi della vita del brigante Michele Di Gè.
La questione meridionale e il brigantaggio furono affrontati, negli anni del fascismo e immediatamente dopo, in parecchi romanzi. Non più letteratura popolare, ma letteratura funzionale alla lotta politica contro il fascismo, che si era schierato con la borghesia e con gli agrari contro i lavoratori della terra. Corrado Alvaro pubblica nel 1930 Gente in Aspromonte; non c'è nulla di leggendario e di esaltante nella vita del brigante, perché al fondo di questa scelta c'è la vita del pastore e del bracciante; ad Alvaro preme raccontare le ragioni che spingono un giovane al banditismo, non ciò che avviene quando un individuo ha superato l'argine della legalità; se non esiste una Giustizia nella società ognuno se la inventi con le sue mani. Nel 1933 Ignazio Silone pubblica in lingua tedesca Fontamara, che uscirà in Italia in italiano solo nel 1953; è la storia della vita del brigante Berardo Viola, che reagisce al proprio destino di immobilismo lottando, a favore del ritorno dei Borboni, fra le montagne dell'appennino abruzzese; arrestato morirà in carcere nel 1906. Nel 1942 Riccardo Bacchelli pubblica il racconto lungo Il brigante di Tacca del Lupo; in esso si riassume l'epopea brigantesca del Sud e la difficoltà di unificazione nazionale. Francesco Jovine pubblica nel 1942 il romanzo Signora Ava; si spiegano le ragioni dei fenomeni rivoluzionari e briganteschi mutuando la visione gramsciana della storia; i contadini combattono contro gli aristocratici e i borghesi per il possesso della terra; il romanzo è un affresco della provincia molisana nel periodo 1859-1862, sulle orme delle gesta di Pietro Veleno, contadino fattosi brigante suo malgrado. Ancora nel 1942 Carlo Alianello pubblica L'alfiere, epopea epica nella quale il brigantaggio veniva presentato come questione sociale e politica: quella dei briganti era stata una resistenza vera e propria contro l'invasione dell'esercito piemontese; nel 1952 Alianello ritorna sul tema del brigantaggio con Soldati del re; poi nel 1963 Alianello vince il premio Campiello con il romanzo L'eredità della priora, in esso si parla di briganti che comunque non diventeranno mai protagonisti, le loro azioni si svolgono sullo sfondo; Alianello ha l'opportunità di dichiarare la propria posizione antiunitaria e antinordista: i grandi ideali dell'Unità d'Italia sono naufragati con la guerra fatta dai piemontesi contro il Meridione.
Nel secondo dopoguerra molte pubblicazioni affrontano il tema del brigantaggio. Nel 1959 lo storico inglese Denis Mack Smith, nella sua Storia d'Italia, inserisce il paragrafo Controrivoluzione e brigantaggio (1860-65); nel 1959 Michele Topa pubblica vari articoli sul brigantaggio, poi raccolti nel 1993 in volume sotto il titolo I Briganti di sua Maestà; nel 1964 Franco Molfese pubblica Storia del Brigantaggio dopo l'Unità; Tommaso Pedio nel suo monumetale Dizionario dei patrioti lucani. Artefici e oppositori (1700-1870) inserisce moltissimi briganti; nel 1969 Aldo De Jaco pubblica Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d'Italia; nel 1974 Maria Rosa Cutrufelli pubblica L'unità d'Italia - guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud; nel 1980 esce di Roberto Martucci Emergenza e tutela dell'ordine pubblico nell'Italia liberale; nel 1999 inizia la pubblicazione in tre volumi della Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli archivi di Stato.
Il libro, pubblicato da Adda in bella veste grafica, è in parte una risistemazione aggiornata del materiale sul brigantaggio postunitario presente nell'opera magna sulla letteratura del brigantaggio pubblicata da Nigro nel 2006 presso Rizzoli con il titolo Giustiziateli sul campo. Sono state aggiunte le cronache delle visite fatte ai luoghi borbonici e banditeschi. Questa nuova edizione si arricchisce con un vasto apparato iconografico che raccoglie foto, incisioni, pitture, pagine di giornali, copertine di libri, fotogrammi di film sul brigantaggio.
Facendo la cronaca della manifestazione che si svolge ogni anno nel bosco di Gioia del Colle, presso il monumento al Sergente Romano, Raffaele Nigro afferma, dimostrando la sua simpatia per Garibaldi: «Mi infastidisce ascoltare da Nisticò che il vero bandito sia stato Garibaldi»; ma io e tantissimi altri la pensiamo come Ulderico Nisticò.
Fra le aggiunte, rispetto al libro del 2006, mi piace notare la citazione dell'attività dell'associazione “Settimana dei Briganti” di Villa Castelli, della quale mi onoro essere presidente.
Rocco Biondi
Raffaele Nigro, Il brigantaggio postunitario. Dalle cronache al mito, Mario Adda Editore, Bari 2010, pp. 200, € 20,00
14 marzo 2011
Orfani di patria - Spettacolo 150 anni
Associazione
“Settimana dei Briganti - l'altra storia”
VILLA CASTELLI (BR)
in collaborazione con
Associazione “Euclidea” - Villa Castelli
presenta
Giovedì 17 marzo 2011
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Ostillio
Ingresso ore 18,30 - Inizio ore 19,00
Attori
Angelo Bommino - voce narrante
Franco Nacca - emigrante
Mimmo Fornaro - emigrante
Musicisti
Dante Roberto - pianoforte
Gianni Locorotondo - tenore
Angelo Pignatelli - bandoneòn
Mino La Penna - pianoforte
I testi sono estratti da “Terroni” di Pino Aprile
e da “Viaggio verso la luna...solo andata. Rodolfo Valentino, un Mito” di Rina La Gioia
I Meridionali, prima dell'arrivo dei Savoia, avevano una loro patria; dopo non sono riusciti ad acquisirne un'altra. Il 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II si proclama re d'Italia, i Meridionali diventano orfani di Patria.
In quell'anno il Sud venne annesso con la forza al Regno sabaudo. Ci vollero ancora altri dieci anni prima che lo Stato Pontificio venisse annesso nel nuovo Stato.
Impropriamente quindi si fa risalire a quella data l'unità d'Italia. L'Italia non è stata mai veramente unita e non lo è tuttora.
«Sono centocinquant'anni - scrive Pino Aprile - che l'Italia è un paese unito a mano armata, sull'idea della minorità del Meridione e dei meridionali. Le regole nuove sono quelle del vincitore ed è lui che le governa; le vecchie scompaiono e, anche se resistono, sono quelle del vinto. Il Sud vide lacerare il suo tessuto sociale dalle stragi dell'Unità, poi dai milioni di emigrati a cavallo del Novecento; poi dai milioni di emigrati “interni” e “clandestini” durante il fascismo; poi da quelli del “miracolo economico”; oggi dai giovani laureati in fuga. Un baratro è stato scavato nel nostro paese; non è mai stato riempito».
Lo spettacolo verrà introdotto da esibizioni degli allievi/musicisti del C.A.M. di Villa Castelli
“Settimana dei Briganti - l'altra storia”
VILLA CASTELLI (BR)
in collaborazione con
Associazione “Euclidea” - Villa Castelli
presenta
Giovedì 17 marzo 2011
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Ostillio
Ingresso ore 18,30 - Inizio ore 19,00
Orfani di Patria
17 marzo 1861
Spettacolo teatrale/musicale ideato da Dante RobertoAttori
Angelo Bommino - voce narrante
Franco Nacca - emigrante
Mimmo Fornaro - emigrante
Musicisti
Dante Roberto - pianoforte
Gianni Locorotondo - tenore
Angelo Pignatelli - bandoneòn
Mino La Penna - pianoforte
I testi sono estratti da “Terroni” di Pino Aprile
e da “Viaggio verso la luna...solo andata. Rodolfo Valentino, un Mito” di Rina La Gioia
I Meridionali, prima dell'arrivo dei Savoia, avevano una loro patria; dopo non sono riusciti ad acquisirne un'altra. Il 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II si proclama re d'Italia, i Meridionali diventano orfani di Patria.
In quell'anno il Sud venne annesso con la forza al Regno sabaudo. Ci vollero ancora altri dieci anni prima che lo Stato Pontificio venisse annesso nel nuovo Stato.
Impropriamente quindi si fa risalire a quella data l'unità d'Italia. L'Italia non è stata mai veramente unita e non lo è tuttora.
«Sono centocinquant'anni - scrive Pino Aprile - che l'Italia è un paese unito a mano armata, sull'idea della minorità del Meridione e dei meridionali. Le regole nuove sono quelle del vincitore ed è lui che le governa; le vecchie scompaiono e, anche se resistono, sono quelle del vinto. Il Sud vide lacerare il suo tessuto sociale dalle stragi dell'Unità, poi dai milioni di emigrati a cavallo del Novecento; poi dai milioni di emigrati “interni” e “clandestini” durante il fascismo; poi da quelli del “miracolo economico”; oggi dai giovani laureati in fuga. Un baratro è stato scavato nel nostro paese; non è mai stato riempito».
Lo spettacolo verrà introdotto da esibizioni degli allievi/musicisti del C.A.M. di Villa Castelli
25 febbraio 2011
Uniti per forza, di Federico Pirro
Come recita il sottotitolo del frontespizio, il libro di Federico Pirro è un saggio antologico, ampiamente commentato, di brani di scrittori importanti che hanno parlato dei fatti che portarono alla cosiddetta unità d'Italia. Sono presenti oltre ad autori a noi contemporanei anche autori contemporanei ai fatti che si svolsero 150 anni fa. Se ne deduce che non tutti gli autori sono stati organici al potere e tromboni della storia scritta dalla parte dei vincitori e per osannarli. Anche se chi ha tentato di presentare e spiegare le ragioni dei vinti non ha avuto gli spazi, accademici e divulgativi, degli altri. Anzi sono stati boicottati o ignorati. Ora qualcosa sta cambiando e il libro di Pirro ne è testimonianza. Sono tanti i volumi di questo tipo, freschi di stampa, che stanno occupando significativi spazi negli scaffali delle librerie. Per tutti cito solo alcuni autori “popolari” che danno, anche se con gradi diversi, voce ai vinti del cosiddetto risorgimento: Pino Aprile, Giordano Bruno Guerri, Antonio Caprarica, Gigi Di Fiore, Eugenio Bennato, Lino Patruno; ma sono tanti altri i libri, pubblicati da case editrici di ogni grandezza, che parlano dei “briganti” postunitari del Sud. I “briganti” di quell'epoca, lo ripeto ancora una volta, per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono infatti insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Scrive Pirro: «Può dunque dirsi, fuori da ogni faziosità, che il termine “brigante”, per l’evoluzione che hanno avuto gli avvenimenti, si distanzia sempre più da “bandito” per avvicinarsi sempre più a “partigiano”».
Federico Pirro ritiene che l’unità d’Italia era ineluttabile. «Infatti, – scrive – se, nonostante gli errori, l’elitarietà dei sostenitori, le brutalità, se, nonostante tutto questo, la penisola è diventata una, abbiamo la riprova evidente del fatto che, prima o poi, si sarebbe giunti a questo risultato». Anch’io, fino a non molto tempo fa, ero convinto che l’unità d’Italia andava fatta, ma non con le modalità con cui praticamente fu fatta. Ora comincio a dubitare di questa ineluttabiltà. Comunque però è assolutamente necessario far venir fuori l’altra storia, quella della stragrande maggioranza degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, a cui l'unità fu imposta con la forza, con le armi. Come dice Eugenio Scalfari, citato da Pirro, il Risorgimento fu opera di una minoranza e questa è la sua debolezza. Le masse cattoliche, contadine, operaie, furono assenti ed escluse dalle istituzioni.
Luigi Pirandello scrive che la sua Sicilia venne trattata come terra di conquista: «Poveri isolani, trattati come barbari che bisogna incivilire!».
Ma tutto il Regno delle Due Sicilie venne criminalizzato per fornire l’alibi per una guerra di conquista. Tale Regno non era il paese di Bengodi, scrive Pirro, ma non era affatto peggiore degli altri, anzi, per molti versi forse era anche migliore. La decadenza del Meriodione iniziò con la calata dei piemontesi e la loro guerra di conquista.
La prima ferrovia italiana fu realizzata nel Sud nel 1839 (la Napoli-Portici, che non era assolutamente, come la propaganda savoiarda la definì, un “balocco reale”) e prevedeva nel progetto di Ferdinando II due grandi dorsali. La prima doveva collegare Brindisi a Napoli, quindi spingersi fino a Pescara, Ancona e Bologna e, passando per Venezia, unirsi alle reti danubiane e renane. La seconda dorsale, partendo dalla Calabria e dalla Basilicata, si sarebbe collegata con Roma, Firenze, Genova e Torino. Questo piano ferroviario poggiava sulle miniere calabresi di Mongiana, che producevano acciaio, e sulla crescita tecnologica del complesso metalmeccanico della napoletana Pietrarsa.
Durante il Regno borbonico fu costruito sul Garigliano il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell'Europa continentale (1832), fu realizzata a Napoli la prima illuminazione a gas d'Italia (1839), fu installato sul Vesuvio il primo osservatorio vulcanico del mondo (1841), fu varato il primo battello a vapore con propulsione a elica che abbia solcato il Mediterraneo (1847).
Al momento dell'unificazione il patrimonio del Regno delle Due Sicilie era di 443 milioni di ducati oro, che all'epoca corrispondeva al 60% del patrimonio di tutti gli Stati e Staterelli preunitari messi insieme.
Ma nella nazione che allora contava di più nel mondo, l'Inghilterra, fu deciso, per propri interessi economici, che il trono del Regno delle Due Sicilie doveva essere annientato. L'operazione - scrive Lorenzo Del Boca nel suo “Maledetti Savoia” - fu lungamente meditata e scientificamente pianificata in segreto. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti d'America e in Canada vennero raccolti tre milioni di franchi francesi, equivalenti a 29 miliardi di lire. Con quella ingente somma venne finanziata l'operazione Garibaldi (cosiddetta spedizione dei Mille) e furono comprati quasi tutti gli ufficiali dell'esercito borbonico.
L'annessione piemontese, scrive Pirro, ha avuto caratteri che non divergono molto dai genocidi seguiti, nei millenni, a ogni conquista. Il Sud lo si può ben raffigurare come una sorta di riserva indiana, simile a quei campi di concentramento che videro la graduale eliminazione fisica dei Pellerossa. Al minimo tentativo di ribellione, si organizzavano deportazioni verso le fortezze del Nord (i lager dei Savoia a Fenestrelle, dove furono fatti morire migliaia di prigionieri della guerra del Sud e disertori napoletani che non vollero passare nelle file dell'esercito nemico); chi non si fidava del “nuovo”, diveniva un brigante da giustiziare senza processo. Era prevista la fucilazione immediata se un contadino veniva sorpreso con una porzione di pane superiore a quella che, a parere dei boia piemontesi, doveva essere sufficiente per un giorno, perché quel di più nella bisaccia era la prova che si foraggiavano i soldati borbonici datisi alla macchia.
Antonio Gramsci così bollò con vigore la ferocia piemontese: «Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti».
I briganti più noti, sintetizza Pirro, sono stati il pugliese Pasquale Romano e il lucano Carmine Crocco, che con i loro uomini hanno dato per diversi anni filo da torcere all'esercito piemontese. Ai briganti meridionali si affiancarono generali e ufficiali stranieri; il più famoso fra questi fu lo spagnolo José Borges.
Pontelandolfo, Casalduni e tanti altri paesi furono rasi al suolo e bruciati perché osarono ribellarsi ai “liberatori”.
Più si leggono i dati relativi alla nascita dello Stato italiano – scrive ancora Pirro – e più ci si convince che la “questione meridionale” è nata appunto con le ruberie dei piemontesi a danno delle genti meridionali.
E i meridionali per fuggire dalla miseria e dalle condizioni da rapina imposte dal nuovo Stato furono costretti ad emigrare. Solamente nel decennio dal 1906 al 1915 lasciarono l'Italia sei milioni di poveri meridionali. Era questo il risultato di decenni di abbandono e sfruttamento delle aree politicamente più deboli. Ridotte allo stremo dalla rapacità piemontese, che s'impossessò finanche dei binari per trasferirli al Nord. E l'esodo biblico dei meridionali è continuato anche negli anni successivi.
Nel 1899 Gaetano Salvemini scriveva che la spedizione garibaldina fu un atto di conquista vera e propria; il Napoletano e la Sicilia, quando entrarono a far parte dell'Italia una, non avevano debiti; i meridionali furono obbligati a pagare gli interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell'Unità. L'Unità d'Italia – scriveva ancora Salvemini – è stata per il Mezzogiorno un vero disastro e aveva ragione l'ultimo re dei Borboni, quando, fuggendo da Napoli a Gaeta, diceva ai suoi antichi sudditi: «Io perdo il regno, ma a voi i Piemontesi lasceranno solo gli occhi per piangere».
Nel libro di Federico Pirro vengono affrontati tanti altri argomenti, fra i quali Cesare Lombroso, i Fasci Siciliani dei Lavoratori, il Federalismo fiscale, la Cassa per il Mezzogiorno, la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la Resistenza nel Meridione d'Italia.
Chiudo questa recensione con la considerazione con cui Federico Pirro chiude la cronologia ragionata degli eventi avvenuti in Italia dal 1800 al 1861, posta alla fine del libro: «Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele assume per sé e per i suoi discendenti il titolo di re d'Italia, ma rimane II e non I, come sarebbe stato giuridicamente e politicamente corretto essendo nata una nuova realtà. Questo particolare conferma che si trattò di una conquista e non di un'unificazione. Tutte le ingiustizie seguite agli eventi elencati, ancora vive a 150 anni di distanza, sono state l'inevitabile effetto di questi primi atti».
Rocco Biondi
Federico Pirro, Uniti per forza, 1861-2011, Saggio antologico, Progedit, Bari 2010, pp. 182, € 20,00
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19 febbraio 2011
Federico Pirro ai Sabati Briganteschi
Sabato 26 febbraio 2011 - Ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio
Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”,
FEDERICO PIRRO
Caporedattore della sede Rai di Bari
presenta il suo libro edito da Progedit
Uniti per forza
Si fa sempre più certezza la sensazione che quel 1861 non fu il suggello di un processo che avesse svolto appieno e bene la delicata fase propedeutica, ma che tutto sia stato affrettato e sospinto dall'imprevedibilità; che si sia, come usa dirsi, navigato a vista. Insomma, una conquista da realizzare e consolidare con ogni mezzo, imbarbarita dallo sconcertante pregiudizio che il Sud fosse un altro continente, abitato da popolazioni cui era più opportuno, se non indispensabile, impartire una sorta di «rieducazione», fosse pure con massacri e perenni leggi di guerra, paragonabili nelle forme, e forse anche nelle finalità preordinate, al genocidio dei Pellerossa. Gli eventi, per giunta, coincisero anche sul piano temporale.
Analizzando, sia pure per sommi capi, la politica posta in atto dai Borboni, e in particolare da Ferdinando II, si coglie che, per quei tempi, nei quali l'assolutismo era carattere essenziale del governare, gli aspetti positivi emergono evidenti. Si comprende, inoltre, che troppo a lungo tali aspetti positivi sono stati tenuti sotto silenzio, col fine chiaro di dare alla conquista del Sud i caratteri della necessità storica di liberare quelle genti dall'arretratezza e dal dispotismo.
C'è ancora da domandarsi se le pesanti critiche rivolte al Sud, spesso anche irridenti, altro non fossero, e sono ancora, che propaganda, come sempre a sostegno dei vincitori e a danno dei vinti. (Federico Pirro)
Federico Pirro è stato caposervizio alla “Gazzetta del Mezzogiorno”; dalla fondazione e per molti anni, corrispondente da Bari della “Repubblica”; caporedattore della sede Rai di Bari. Gli è stato assegnato nel 1997 il premio Saint-Vincent di giornalismo per una serie di servizi televisivi sull'immigrazione albanese. Impegnato a lungo nel sindacato di categoria, ha ricoperto l'incarico di vice presidente nazionale della Federazione della Stampa.
Presentazione del periodico
BRIGANTAGGIO - politico e sociale
A tutti i presenti sarà offerta una copia in omaggio
28 gennaio 2011
Alla riscossa terroni, di Lino Patruno
«“Terroni” è un titolo onorifico, perché è un onore serbare in sé le virtù della terra», scrive Lino Patruno. I «terroni» di Puglia hanno trasformato una terra di pietre in un giardino. I «terroni» hanno conservato o riscoperto il valore dell'agricoltura, con la difesa dei prodotti di qualità contro «la globalizzazione del tutto uguale e del tutto imitato».
Il libro raccoglie alcuni degli articoli di fondo pubblicati sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” dal 2000 al 2008, raggruppandoli intorno a quattro temi: la dis-unità d'Italia, la sagra degli autogol del Sud, i giovani e il lavoro, il federalismo.
Lino Patruno è stato direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” dal 1995 al 2008. Tredici anni durante i quali ha potuto guardare la Puglia ed il Sud da una finestra privilegiata, ma nello stesso tempo ha saputo dare voce alle aspettative del Meridione d'Italia, non disdegnando di pungolare pugliesi e meridionali a liberarsi dalla succube rassegnazione e dai vizi che bloccano lo sviluppo, invitandoli a reagire e a mettere in campo le tante potenzialità che possiedono. Niente pregiudizio né autoflagellazione. Alla riscossa, terroni!
Il libro raccoglie alcuni degli articoli di fondo pubblicati sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” dal 2000 al 2008, raggruppandoli intorno a quattro temi: la dis-unità d'Italia, la sagra degli autogol del Sud, i giovani e il lavoro, il federalismo.
Lino Patruno è stato direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” dal 1995 al 2008. Tredici anni durante i quali ha potuto guardare la Puglia ed il Sud da una finestra privilegiata, ma nello stesso tempo ha saputo dare voce alle aspettative del Meridione d'Italia, non disdegnando di pungolare pugliesi e meridionali a liberarsi dalla succube rassegnazione e dai vizi che bloccano lo sviluppo, invitandoli a reagire e a mettere in campo le tante potenzialità che possiedono. Niente pregiudizio né autoflagellazione. Alla riscossa, terroni!
Patruno ha una scrittura facilmente comprensibile e accattivante. Il suo è un parlare franco e diretto, che arriva subito al cuore dei problemi senza inutili circonvoluzioni. Come ogni buon giornalista dovrebbe fare. E Patruno è un grande giornalista. I tantissimi premi ricevuti lo testimoniano.
Il Sud continua ad essere Sud perché nessuno si «incazza nero» con se stesso e con gli altri. Gli interventi straordinari degli anni passati per il Mezzogiorno sono convenuti a tutti. Ma a rimanerne più fregato è stato sempre il Mezzogiorno. I soldi arrivavano al Sud per consentirgli di acquistare i prodotti del Nord. Così si è creato al Sud un popolo più consumatore che produttore. Nei fatti la Cassa per il Mezzogiorno fu soprattutto la Cassa per il Settentrione.
Dal 1861 in poi, non c'è stata decisione presa dai vari governi che non sia servita principalmente agli interessi del Nord e non a quelli del Sud. L'industria meridionale è stata abbandonata e lasciata crollare. Anche l'agricoltura meridionale è stata distrutta. Sono state distrutte le banche, tutte le grandi banche sono scomparse dal Sud.
Gli industriali settentrionali, sfruttando i contributi, scendevano nel meridione ad aprire fabbriche, chiudendo poi dopo aver incassato i soldi. Al Sud non rimanevano né fabbriche né soldi. Quelle che sopravvivono hanno le sedi legali al Nord, dove vengono pagate le tasse. Ancora soldi del Sud trafugati da quelli del Nord.
In tempi più recenti gli incentivi europei per le aree depresse meridionali vengono dirottati al Nord. Parlamentari e ministri meridionali non si accorgono di questo imbroglio, o comunque non lo denunciano; sono meridionali soltanto per l'anagrafe.
La Puglia è in vendita. Una società di Brescia ha comprato 22 ettari di terreno a Maruggio, dove produrrà vini pregiati: Primitivo del Salento e Rosso di Puglia. Una grossa società immobiliare americana ha acquistato tre grandi edifici a Bari. Stranieri di ogni parte del mondo calano in Puglia per comprarsi masserie, trulli, appezzamenti di terreni. Big della finanza, dell'industria, dello spettacolo, della medicina si recintano, qui in Puglia, pezzetti di paradiso.
Le più prelibate terre pugliesi del vino sono ormai in mani venete. Il latte di Gioia del Colle è diventato emiliano. I pomodori del Tavoliere campani. Siamo inondati da prezzemolo cinese. Con etichette olandesi, vengono vendute a noi stessi le nostre insalate. I profitti, che prima rimanevano da noi, ora se li portano via. Le tasse, che prima venivano pagate qui, ora vengono pagate altrove. E noi meridionali diventiamo sempre più poveri.
E continuiamo sempre ad avere pazienza. Sarebbe ora di cominciare ad incazzarci un po', dice Patruno. Con noi stessi che non riusciamo a trattenere i nostri soldi qui. Con gli altri che ce li portano via.
La Puglia deve imparare a sfruttare la sua migliore risorsa: il turismo, che è natura, cultura, trasporti, edilizia, gastronomia, agricoltura, allevamento, divertimento, feste popolari, musica, mondanità, moda, commercio, ospitalità, mistero.
Ma ci stanno rubando anche l'anima della Puglia, scrive Patruno. Spiantano clandestinamente secolari alberi di ulivo per trapiantarli in lussuose ville del Nord. Smontano pietra su pietra i nostri muretti a secco per ricostruirli su da loro. Ed a questo proposito ecco, a mo' d'esempio, un poetico brano della scrittura di Patruno: «Questa tenera Puglia capace di senso in una vita senza più senso, questa Puglia di pastelli all'ombra dell'alluvione di luce, questa Puglia indorata di vite e fertile di zolle come un grembo di donna, questa la Puglia che pezzo pezzo ci portano via. Qui spunta il sortilegio delle masserie ricche come regge e arcigne come fortezze, qui acquietano gli ocra delle case contadine, qui riposano dimore padronali che hanno visto e fatto la storia. Ed è qui che si svolge la grande mattanza di mensole e altari, di pozzi e capitelli, scalinate e ringhiere, portali ed edicole, mangiatoie e abbeveratoi, tetti e caminetti, comignoli e tegole, fontanine e pinnacoli, maschere e macine, trappeti e norie, campanili e grondaie, statue e ceramiche, infissi e araldiche. Qui la Puglia viene svuotata della sua cultura».
I giovani devono inventarsi nuovi lavori e rimanere qui. La «meglio gioventù» non deve più abbandonare la sua terra. Senza più figli che tramandano i padri – scrive Patruno – muore un mondo, un piccolo grande mondo antico.
Ultima trappola per il Sud è il federalismo che Bossi ci vuole imporre. Le spese non diminuiranno, come si vuol far credere, anzi aumenteranno, perché verranno creati nuovi enti inutili e doppioni degli esistenti. E per mantenerli aumenteranno le tasse.
La Puglia non ha bisogno di federalismo fiscale, ha bisogno che gli utili di quanto viene prodotto sul suo territorio rimanga in Puglia. L'Ilva di Taranto è il più grande impianto siderurgico d'Europa, Bari e Brindisi ospitano due fra i più grandi gruppi farmaceutici mondiali: Serono Merck e Sanofi Aventis, a Bari vi è il più grande distretto industriale italiano per componenti di motori per auto, con gli impianti Bosch, Firestone, Getrag, Magneti Marelli, Graziano Trasmissioni, Skf, Brindisi ha la più grande centrale termoelettrica dell'Enel, Taranto ha la più grande fabbrica d'Italia di pale per l'eolico, Foggia ha un grande stabilimento per la manutenzione di materiale rotabile, a Foggia vi sono gli allevamenti Amadori, a Lecce il tabacchificio della British American Tabacco, ancora a Foggia l'Istituto Poligrafico e la Zecca dello Stato. Se tutte le tasse che vengono pagate per questi impianti rimanessero in Puglia, non saremmo più Sud.
La battaglia affinché queste tasse restino qui dovrebbe vederci tutti uniti. Si può essere di destra o di sinistra, - scrive Patruno - ma il Sud è anzitutto Sud, un'unica regione con interessi unici.
Alla riscossa, terroni!
Rocco Biondi
Lino Patruno, Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia, Manni editore, San Cesario di Lecce 2008, pp. 176, € 15,00
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