19 febbraio 2008

Ricordi briganteschi, di Giuseppe Olivieri

Giuseppe Olivieri scrisse questa “storia che pare romanzo” nel 1897, trentatre anni dopo il suo sequestro ad opera di Luigi Cerino, capo di una delle sottobande che facevano riferimento al capobrigante «capitano» Antonino Maratea, detto Giardullo.
Anche questo libro, come quelli scritti da altri che furono sequestrati nello stesso periodo e nella stessa zona, è una testimonianza storico-antropologica sul brigantaggio post-unitario nel sud d’Italia.
La storia inizia verso le quattro pomeridiane dell’11 gennaio 1864, sulla strada carrozzabile che taglia il bosco, nei pressi di Montecorvino Pugliano, paese natio dell’allora ventiquattrenne Giuseppe Olivieri, studente universitario in Napoli. Insieme all’Olivieri fu sequestrato il medico Luigi Calabritto, che poi subì ad opera dei briganti il taglio dell’orecchio destro ed uno sfregio sul volto, come opera di persuasione nei confronti dei parenti per il pagamento del riscatto.
Il sequestro dell’Olivieri durò trentasette giorni. Fu rilasciato all’alba del 17 febbraio 1864 sulla strada per Pontecagnano.
Era stato tenuto nascosto, per la maggior parte del tempo, in una grotta sopra Campagna, dall’entrata della quale si scorgeva una striscia di mare fra Agropoli e Castellabate. Il paese era molto vicino. «Fuoco non se ne poteva accendere, né una boccata d’aria pigliarla all’aperto, poiché giungeva fin là il suono indistinto delle voci cittadine».
Olivieri ebbe modo di conoscere parecchi briganti; ma tre di essi gli fecero più impressione. Gaetano Manzo, «poco più in là dalla ventina, giovane dalle mosse sgherre, l’occhio cervino, biondo ne’ capelli, lunghetto nel naso un po’ schiacciato, piuttosto alto della persona signorilmente vestita, né di volgare aspetto».
Antonino Maratea di Campagna, il Giardullo, «pur fresco negli anni, un omiciattolo dagli occhi felini, barbettina biondiccia, e le dita inanellate e luccicanti a guisa di donna da contado, e cert’aria da me l’imbuschero [non mi curo] e da capitan da strapazzo».
Antonio di Nardo, di Montella, «un diavolone color carbone, dal guardo scuro e bieco, e il cappello sulle ventitré e tre quarti».
Ma così come accade in Friedli, Lichtensteiger e Moens, tre sequestrati degli stessi anni e negli stessi luoghi che avevano scritto pure loro la cronaca della loro prigionia, anche Olivieri riserva uno sguardo speciale a Manzo, anche perché «della masnada soltanto il Manzo, incespicando, sapeva un po’ stentatamente leggicchiare», anzi aveva chiesto all’Olivieri «il favore di scrivergli le bozze di due o tre lettere per la sua Carolina», la fidanzata.
Data anche la stagione, molto duri furono i giorni del sequestro. «Era vita da cani, non da cristiani. …A volte penuriava il pane e l’acqua. …Le nostre gambe erano intorpidite e gonfie dal freddo, dallo scarso nutrimento, dall’ozio forzato. …Poi cominciò a nevicare, a fiocchi larghi e serrati: e mi sentivo tutto infreddolire e tremar la persona. …Ero scalzo: il mantello era l’unico riparo dal freddo». Anche se «io tra la neve, il vento, e i disagi e tormenti non avevo sofferto né una febbre, né preso un raffreddore».
L’Olivieri non dice quale fu la somma pagata per il suo riscatto, accenna solo vagamente «ai quattrini, che mi spillarono quell’Arpie di esecrata memoria».
Giuseppe Olivieri (1839-1919) divenne poi prete, «prete liberale», insegnò presso la Scuola Tecnica di Salerno, fu in contatto con noti linguisti e letterati del tempo, quali Pietro Fanfani, Vito Fornari, Prospero Viani, Francesco Zambrini.
Sebastiano Martelli, che ha curato questa edizione dei Ricordi Briganteschi per Avagliano Editore, nella introduzione mette in rilievo il particolare tipo di scrittura dell’Olivieri, che veleggia «nei territori di un’accentuata letterarietà, dichiarata e perseguita in diverse forme». Il racconto del sequestro è proposto in una lingua di originale impasto iperletterario.
Un’ultima annotazione. L’Olivieri non nutre nessunissima stima per i briganti. Non può esistere «l’alta ragion politica e sociale» del brigantaggio. «Che ragione e politica andate voi strologando in una mano di butteri, di beceri, di caprai, di carbonai, di gente insomma cui fa notte innanzi sera?». Nell’Olivieri non vi è traccia di quella che Carlo Levi definì la «cupa, disperata, nera epopea» del mondo contadino.
Rocco Biondi

Giuseppe Olivieri, Ricordi briganteschi – Storia che pare romanzo, a cura di Sebastiano Martelli, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1994, pp. 118, € 7,23

17 febbraio 2008

Rosso come il cielo, film di Cristiano Bortone

Quinto film del Cineforum Grottaglie 2008

Questo film, come tutti i film non commerciali, ha dovuto faticare prima di poter essere proiettato nelle normali sale cinematografiche. E’ uscito all’inizio del 2007, tre anni dopo la fine della sua produzione.
Si narra del passaggio dei bambini portatori di handicap dai ghetti degli istituti speciali, in Italia aboliti nel 1975, alle scuole normali.
Film di poesia, che tenta di trasferire sullo schermo la raffinata capacità uditiva dei ciechi. Riuscendoci. Protagonisti principali del film sono i rumori e i suoni della natura.
Il bambino protagonista, diventato cieco all’età di otto anni in seguito ad un incidente, sviluppa le sue innate capacità uditive, coinvolgendo in questa scoperta gli altri bambini del collegio.
Lo spettacolo di fine anno scolastico, al quale i genitori assistono con gli occhi bendati, testimonia la grande capacità creativa dei bambini ciechi, che riescono a dare libero sfogo alla loro fantasia ed ai loro sogni.
Film che dovrebbe essere visto nelle scuole. Ha qualcosa da insegnare sia agli alunni che ai professori.

Trama
(da http://www.superando.it/content/view/1565/112/)
È l’estate del 1970. Un bambino di nome Mirco, interpretato da Luca Capriotti, gioca con gli amici sulle colline toscane, si fa portare al cinema dal padre e si incuriosisce, per gioco, di un fucile appeso.
Luca Capriotti L’incidente che lo rende cieco accade proprio a causa di quest'arma, dalla quale parte accidentalmente un colpo.
Dopo le cure, Mirco non potrà più tornare in classe con i propri compagni e dalla Toscana dovrà spostarsi fino in Liguria, dove verrà ammesso alla rigida educazione di un istituto speciale per non vedenti.
Il film di Bortone racconta questa esperienza, dal punto di vista del bambino, con il regista che si sofferma sulla descrizione del collegio, presentando un direttore non vedente (interpretato da Norman Mozzato), castigato e repressivo, che crede che una persona cieca non sia come gli altri e per questo sia costretta a ritagliarsi un percorso di vita ai margini, diventando al massimo tessitore o centralinista.
«Il problema non è più quello che a Mirco piace fare, ma quello che può fare», spiega il direttore agli sconcertati genitori del bambino. «La libertà è un lusso che noi ciechi non possiamo permetterci», afferma in un altro passaggio del film.
L’Istituto Chiassone, religioso, trasmette meccanicamente i valori cattolici attraverso versetti mandati a memoria. I bambini imparano il braille e un mestiere, ma sono invitati a non esprimere i propri sentimenti e a non contattare la propria creatività.
Rosso come il cielo racconta la disabilità sottolineandone le potenzialità. Qui il vero cieco è il sistema educativo mortificante che «toglie ai bambini i loro sogni», come dice don Giulio, che nel finale proclama a gran voce che «la fantasia e il diritto alla normalità» sono cose cui nessuno dovrebbe rinunciare.
Il film di Bortone si ispira alle vicende realmente accadute a Mirco Mencacci, di cui racconta alcuni passaggi fondamentali dell'infanzia e in particolare di quando, nel 1970, all'età di otto anni, Mirco ebbe un incidente che lo privò della vista e lo costrinse alla frequentazione di una scuola speciale per ciechi, dove scoprì la passione e il talento per la musica e la realizzazione di suoni.
Mencacci è ora uno dei maggiori montatori del suono del cinema italiano contemporaneo; ha lavorato con Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti, La finestra di fronte), Marco Tullio Giordana (La meglio gioventù) ed è stato supervisore del montaggio sonoro del recente e fortunato "caso" italiano La notte prima degli esami di Fausto Brizzi.
Nato a Pontedera (in provincia di Pisa) nel 1961, oltre a lavorare per il cinema, è musicista e produttore musicale, promotore della Fondazione In Suono, della Rete Interculturale delle Colline Pisane e del Museo Dinamico del Suono.
(a cura di Barbara Pianca)

regia: Cristiano Bortone
cast: Paolo Sassanelli, Luca Capriotti, Marco Cocci, Simone Colombari, Rosanna Gentile, Francesca Maturanza
sceneggiatura: Cristiano Bortone, Monica Zapelli, Paolo Sassanelli
fotografia: Vladan Radovic
montaggio: Carla Simoncelli
scenografia: Davide Bassan
costumi: Monica Simeone
musica: Ezio Bosso
produttore: Cristiano Bortone, Daniele Mazzocca
produzione: Orisa Produzioni, con il contributo del MiBAC
distributore: LADY FILM - EUROPEAN ACADEMY
vendite estere: ADRIANA CHIESA ENTERPRISES
paese: Italia
anno: 2005
durata: 95'
formato: 35mm – colore
aspect ratio: 1:1.85
sonoro: Dolby SR
uscito in sala: 09/03/2007

Premi e festival:
- PALM SPRINGS INTERNATIONAL FILM FESTIVAL 2008: In Concorso
- DAVID DI DONATELLO 2007: David Giovani
- DURBAN INTERNATIONAL FILM FESTIVAL 2007: Premio del Pubblico come Miglior Film
- FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO DI TOKYO 2007
- INTERNATIONAL FILM FESTIVAL OF INDIA 2007
- MITTELCINEMAFEST - FESTIVAL CENTRO-EUROPEO DEL CINEMA ITALIANO 2007
- RAINDANCE FILM FESTIVAL 2007: Cineworld
- TAIPEI FILM FESTIVAL 2007: Panorama / World Vision: Next Generation
- TALLINN BLACK NIGHTS FILM FESTIVAL 2007: Just Film Children's Films
- CAPE TOWN WORLD CINEMA FESTIVAL 2006: Contra Maquina
- CINEMA - FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA 2006: Alice nella Città: Fuori Concorso
- SÃO PAULO INTERNATIONAL FILM FESTIVAL 2006: Premio del Pubblico come Migliore
Film Straniero
- SIVIGLIA FILM FESTIVAL 2006: Focus Italy
- Cinekid Festival, Amsterdam 2006: Menzione Speciale della Giuria
- Ale Kino Film Festival 2007: Premio della Giuria Internazionale, Premio della Giuria Giovani
- Flanders Youth Film Festival 2007: Miglior Film, Premio del Pubblico
- Film Frame Intl Film Festival 2007: Premio del Pubblico e Premio della Giuria Giovane come
Miglior Film
- 5th Kinderfilmfest Hamburg 2007: Miglior Film per Bambini
- Schlingel Children Film Festival 2007: Miglior Film, Premio del Pubblico Giovane, Miglior
Attore.

Sito Web: http://www.rossocomeilcielo.it/

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16 febbraio 2008

Berlusconi fai schifo

Da lungo tempo ormai non scrivevo più di politica italiana in questo mio diario. Ma di quello che ha detto ieri Berlusconi contro Enzo Biagi nella trasmissione TV7 voglio che resti traccia. Voglio che resti traccia della mia indignazione.
Altre due volte, in questo blog, avevo apostrofato Berlusconi con un bel: «Fai schifo»; se volete potete andare a rileggervi i post Berlusconi: cafone arricchito e Arroganza e strafottenza di Berlusconi.
Sentite cosa ha detto ieri Berlusconi: «Mi sono battuto perchè Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato. Io non ho detto "cacciate Biagi e Santoro", ma mi sono sempre scagliato contro l’uso improprio della tv».
Sentite ora cosa hanno risposto Bice e Paola, le figlie di Enzo Biagi: «Siamo letteralmente indignate. Quello che ha detto Berlusconi è una ignominia, una falsità contraddetta da carte che possono documentare tutto. La moralità di nostro padre non si può discutere, è documentata. E' stato un partigiano che ha avuto la schiena dritta dal '45, e non solo con il signor Berlusconi, e per questo ha pagato. Berlusconi deve farla finita, deve stare zitto e non strumentalizzare un morto che non può rispondere per la sua campagna elettorale. Berlusconi deve smetterla di dire falsità. Piuttosto dovrebbe istruirsi un po' e leggere per esempio Le mie prigioni così da capire che ad attaccare un morto si fa un danno soprattutto a se stessi».
Io non aggiungo nulla a commento, se non un altro sonoro: «Berlusconi, fai schifo».

10 febbraio 2008

Il mio migliore amico, film di Patrice Leconte

Quarto film del Cineforum Grottaglie 2008

Commedia agrodolce. Se non si hanno amici al nostro funerale non ci sarà nessuno. Ed allora forse conviene cercare di farselo qualche amico. Non pensiamo solo a noi stessi, non ci lasciamo sopraffare dagli impegni lavoratori e professionali quasi sempre aridi, interessiamoci un po’ degli altri. Diamo qualcosa agli altri disinteressatamente, ne avremo certamente qualcosa in cambio inaspettatamente. Ecco una frase del film: "L'amicizia vera non ha prezzo. Se i regali alimentano l'amicizia, in nessun caso possono comprarla. L'amore si vende, qualche volta, l'amicizia mai".

Trama
François (Daniel Auteuil) è un antiquario di successo. Durante una cena per il suo compleanno, la sua socia gli fa notare... che non ha un amico! Un'agenda piena di incontri, appuntamenti e relazioni non basta a dimostrare di avere degli amici.La sfida è lanciata: François avrà dieci giorni per presentare il suo migliore amico!Nel taxi di Bruno (Dany Boon): inizia a setacciare Parigi alla ricerca di ex compagni di scuola, conoscenti, possibili amici, senza rendersi conto che, forse, proprio quel conducente di taxi potrebbe risolvere il suo problema...

Recensione
"Un amico... niente di più comune..." o forse no!Troppo spesso la semplice conoscenza viene scambiata per amicizia, i contatti di lavoro confusi con i rapporti personali. Ma chi possiamo ritenere un vero amico e chi un semplice conoscente?Per tutti ci sarebbe un solo modo certo per scoprirlo, partecipare al proprio funerale.Quante persone verseranno stille sincere, quale amico riempirà un anfora di lacrime per la terribile perdita?Proprio con un funerale si apre "Il mio migliore amico"; una scena perfetta per struttura, ritmo e dialoghi, nella quale con pochi tratti si delinea in maniera completa la personalità del protagonista, François. Un antiquario di successo che antepone il suo lavoro a tutto e tutti.Inconsapevolmente è solo, la sua condizione gli è ignota, fino alla sera in cui, durante una cena, la sua socia glielo fa notare: "Al tuo funerale non ci sarà nessuno". Per François questa rivelazione è come un fulmine a ciel sereno: "Ma se non sono libero per pranzo prima di tre settimane!".Da qui parte la scommessa, motore del film, trovare il miglior amico entro dieci giorni.E' esilarante, il modo in cui François stila una lista di possibili amici, le sue ingenue richieste per capire come possa nascere un'amicizia, l'apprendistato per diventare simpatico al prossimo. Tutta la prima parte è realmente comica, senza mai essere superficiale, i dialoghi sono brillanti e definiscono perfettamente le diverse personalità dei due protagonisti.Sì perché come in tutti i film di Leconte i protagonisti sono una coppia, a fare da contraltare a François c'è Bruno, dolce e ingenuo tassista che accompagna ed educa l'antiquario nella sua strampalata ricerca di amici. E' fin troppo scontato che i due diventeranno realmente amici ma a questo punto si arriva in modo mai banale, analizzando in modo divertente un problema reale e grave.La costruzione di quest'amicizia si basa su una sceneggiatura di ferro, dove il regista si rende quasi invisibile per dare tutto il risalto possibile ai due protagonisti e alla loro evoluzione.Daniel Auteuil è un perfetto François, in lui non c'è un gesto o uno sguardo fuori posto, anche Dany Boon è molto bravo nella parte di Bruno.
Elisa Giulidori in http://filmup.leonardo.it/ilmiomiglioreamico.htm

Crediti
Regia: Patrice Leconte
Titolo originale: Mon meilleur ami
Fotografia: Jean-Marie Dreujou
Montaggio: Joëlle Hache
Anno: 2006
Nazione: Francia
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 95'
Data uscita in Italia: 06 dicembre 2006
Genere: commedia

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3 febbraio 2008

Una notte al museo, film di Shawn Levy

Terzo film del Cineforum Grottaglie 2008

Una favola moderna dove si narra d’un padre che in un museo fa rivivere, di notte, animali e uomini di tutte le epoche per conquistarsi la stima del figlio. I genitori devono faticare per suscitare l’interesse dei figli; gli adulti dei giovani.
Grandi effetti spettacolari: il più divertente fra tutti lo scheletro del dinosauro che corre ed insegue il neo guardiano notturno.
Recitazione da parte degli attori, volutamente, un po’ sopra le righe.
Dopo Ben Stiller quella che a me è più piaciuta è stata Carla Gugino, l’avvenente guida nel museo.Un film da vedere per distrarsi un po’ dalla triste e piatta vita quotidiana.

Trama
Larry Daley è disoccupato e divorziato e rischia di perdere la custodia congiunta del figlio se non troverà un lavoro. Accetta quindi di fare il guardiano notturno al New York Museum of Natural History. Quello che non sa, ma che ben presto scoprirà, è che nel museo di notte animali e statue si animano creando un grande caos. Campione d’incasso come film natalizio negli States giunge da noi con quel tanto di ritardo che può rischiare di togliergli quegli spettatori a cui per Natale sono stati offerti draghi inadeguati e animazioni non entusiasmanti. Ci riferiamo a quel pubblico familiare che non si è ancora piegato all’ineluttabilità del cinema di Parenti e affini e cerca un’occasione di svago valida per grandi e piccoli. E’ quella che offre il film di Shawn Levy il quale non lesina effetti speciali, li inserisce in una vicenda ormai un po’ abusata che vede un padre (un Ben Stiller ipercinetico) bisognoso di ricostruire la propria immagine positiva ad uso di un figlio, ma poi sa come divertire. Perché si prendono prestiti un po’ ovunque in Una notte al museo (da “I viaggi di Gulliver” a Jumanji) ma lo si fa con gusto e ironia. Non è necessario conoscere la storia americana per apprezzare la bonomia del presidente Roosevelt (Teddy, non Franklin D.) interpretato da un Robin Williams sotto controllo o per intenerirsi dinanzi alla graziosa guida indiana Sacajawea. Anche perché ci pensano i due minuscoli rivali/amici, il cowboy Jedediah e l’imperatore romano Ottavio a mescolare epoche e stili di vita mentre Attila e i suoi si scatenano e gli uomini preistorici si aggirano per i corridoi. Ma soprattutto non perdetevi la divertente rilettura del T-Rex (qui solo scheletro) di spielberghiana memoria. Da sola vale il prezzo del biglietto. Per gli appassionati di cinema c’è poi il piacere di ritrovare vecchie glorie come Dick Van Dyke, Mickey Rooney e Bill Cobbs. Come? Sono ancora vivi?! si chiederà più d’uno. Certo e anche ‘cattivi’ al punto giusto.
Da http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=44569

Regia: Shawn Levy
Sceneggiatura: Thomas Lennon, Ben Garant
Paese: USA
Anno: 2006
Durata: 108'
Titolo originale: Night at the Museum

Interpreti e personaggi
Ben Stiller: Larry Daley
Carla Gugino: Rebecca
Dick Van Dyke: Cecil Fredericks
Mickey Rooney: Gus
Bill Cobbs: Reginald
Robin Williams: Teddy Roosevelt
Jake Cherry: Nick Daley
Ricky Gervais: Dottor McPhee
Rami Malek: Faraone Ahkmenrah
Pierfrancesco Favino: Cristoforo Colombo
Patrick Gallagher: Attila l'Unno
Owen Wilson: Jededia
Steve Coogan: Ottavio
Erica Daley: Kim Raver
Paul Rudd: Don

Fotografia: Guillermo Navarro
Montaggio: Don Zimmerman
Effetti speciali: Jim Rygiel Atkinson, Bruce Woloshyn , Dan Deleeuw, Kevin Baillie
Musiche: Alan Silvestri
Scenografia: Claude Paré
Costumi: Renée April

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27 gennaio 2008

Briganti italiani e viaggiatori inglesi, di William Moens

L’inglese William John Charles Moens, agente di Borsa a Londra, inizia il suo viaggio nel sud d’Italia il 12 gennaio 1865, partendo da Palermo che aveva raggiunta dopo una rapida traversata in piroscafo da Marsiglia. Aveva 31 anni. L’accompagna la moglie Anne Warlters, figlia di un proprietario terriero, che aveva sposata cinque mesi prima.
Moens per documentare i luoghi che vede, anziché tavolozza e pennelli, usa la macchina fotografica.
Il capobrigante Gaetano Manzo, che rapì Moens, era di quattro anni e mezzo più giovane di lui, essendo nato il 1° dicembre 1837. Avrebbe fatto il “formaggiaro” per tutta la vita, se non fosse stato vittima – come scrive la curatrice del libro Madeline Merlini – di un sopruso da parte del sindaco di Acerno al momento dell’estrazione a sorte per la leva del gennaio 1861.
Nel libro si alternano estratti dal diario di Annie Moens e dal diario di William Moens. La narrazione dei fatti è vista sia con l’occhio del rapito che con quello di chi deve pagare il riscatto.
La stesura del “Diario” si basa solo in minima parte su note prese al momento del verificarsi dei fatti, è più consistentemente una rielaborazione successiva. Moens, durante i mesi del sequestro, scriveva i suoi appunti su un’agendina Letts’s che aveva in tasca quando era stato catturato. Manzo prima di rilasciare Moens aveva strappato le pagine dell’agendina per timore che gli appunti potessero essere utilizzati contro la sua banda. Ma Moens era stato preveggente: «Invece qualche giorno prima avevo strappato le pagine dell’agendina Letts’s su cui avevo veramente preso appunti e le avevo nascoste nella fodera del gilè. Poi annotai ancora qualche pagina in modo che Manzo la potesse strappare, cosa che fece appena gli consegnai l’agendina. Gli appunti salvati sono stati invece utilissimi nella stesura di queste pagine: grazie ad essi ho potuto stabilire la data esatta dei nostri spostamenti e molti altri dettagli che altrimenti mi sarebbero sfuggiti».
Il libro di Moens fu pubblicato in Inghilterra, suscitando un certo interesse, nel 1866, l’anno dopo del sequestro. In Italia invece si è dovuto aspettare, per vedere la traduzione curata da Madeline Merlini, il 1977.
I briganti vengono quasi invocati fin dalle prime pagine del libro. A Palermo «nessuno osa avventurarsi oltre le porte della città per paura dei briganti, e, di conseguenza, la loro passeggiata è limitata alle due miglia che occorrono per percorrere la città e la Marina». «Sovente sentiamo parlare dei briganti, e ci dicono che i contadini sono tutti armati e che la campagna palermitana è in uno stato di fermento». «Come si può immaginare io temevo di imbattermi in qualche brigante, e il mio cuore ebbe un sussulto quando vidi alcuni uomini armati avanzare verso di noi. Ma, si trattava di innocui cacciatori». «Non so perché i turisti e gli ospiti degli alberghi si sentono al sicuro. Qualche volta penso che gli albergatori paghino una tangente ai briganti». «Ci dissero che sarebbe stata una follia cercare di arrivare a Palermo via terra. Per farlo avremmo dovuto avere una grossa scorta di militari ma, anche in questo caso, molto probabilmente i briganti ci avrebbero assalito e forse sequestrato». Sono questi solo alcuni passi dove, nelle prime pagine del libro, si parla frequentemente e ossessivamente di briganti.
E finalmente a pagina 66 i briganti arrivano veramente. «Ero stanchissima ed essendomi addormentata, fui improvvisamente svegliata dal grido della signora Aynsley: “Ecco veramente i briganti!”», scrive Anne Warlters.
E’ il 15 maggio 1865. Siamo in Campania sulla strada che porta a Battipaglia, verso sera. Insieme a William Moens viene rapito anche il compagno di viaggio Murray Aynsley, che verrà liberato qualche giorno dopo. Nella stessa giornata, apprendiamo da una nota, dalla banda Manzo vengono anche sequestrati Buonaventura Luzzi, Alfonso e Aniello Cuomo, Antonio di Muro, Pasquale Cerrone di Acerno e Giuseppe Farina di Sanseverino. Una bella retata.
Comincia per Moens un continuo peregrinare per i monti campani presso Salerno, che durerà centodue giorni.
Non furono giorni facili, né per i sequestrati né per i briganti. Fame, sete, malattie, sporcizia, pidocchi, piogge, freddo, caldo erano loro compagni. Scrive Moens: « Avevo molta fame perché ero al digiuno dal giorno prima. Continuavo a chiedere del pane, ma dicevano che la presenza di pattuglie impediva loro di andare a procurarsene. … Piovve tutta la notte e c’era un vento così tagliente che ci svegliammo, se possibile, ancora più infreddoliti e intirizziti del solito. … Sono esposto alle inclemenze del tempo: muoio di fame, di freddo e di angoscia. … Portavo gli stessi abiti da quasi un mese e non mi era mai stato concesso di lavarmi. … Prima non avevo nemmeno visto un pidocchio, e rimasi inorridito quando constatai di esserne coperto. … Ho avuto spaventosi attacchi di diarrea perché mangio poco e male. … Rimanemmo in quel posto fino al 16 luglio. Faceva molto caldo e io avevo sempre sete. … Non assaggiai altro cibo per tre giorni. … Dovevo curarmi le piaghe con molta attenzione, perché lo stato di sporcizia in cui mi trovavo, visto che i miei custodi non mi permettevano di lavarmi, presto facevano peggiorare ogni ferita. … Di giorno in giorno diventavo sempre più debole, fino a quando non riuscii più a parlare ma solo a sussurrare invocando la morte».
Il brigantaggio – scrive Moens – non potrebbe sussistere, senza l’omertà dei contadini, che si lasciano tentare dai prezzi alti che i briganti sono disposti a pagare per avere cibo. «Prima di fornire qualunque oggetto ai banditi, i contadini si fanno pagare in anticipo e salatamene. I quattro quinti del denaro estorto con i rapimenti finiscono in tasca ai contadini, e il resto viene speso per acquisti in città. Non c’è da meravigliarsi che i contadini favoriscano il brigantaggio e appoggino la causa di Francesco II». Si attua così – scrive la Merlini – una forma di rudimentale redistribuzione della ricchezza.
Solo gli uomini che partecipano al rapimento hanno diritto ad una parte del bottino. Tolte le spese generali, la restante parte viene divisa in parti uguali fra tutti.
Diverso e contrapposto è il comportamento tenuto nella gestione dei sequestri fra le autorità civili e quelle militari. «Mentre le autorità civili sapevano tutto quello che i miei amici stavano facendo e assicuravano la loro collaborazione, consentendo al Signor Visconti di inoltrare il denaro, le autorità militari erano decise a impedire che il riscatto giungesse ai briganti».
Nel libro viene anche documentato il reciproco interesse che nasce fra Moens e i suoi rapitori, ed in primis con il capo Manzo; una specie di “Sindrome di Stoccolma”. Addirittura, in seguito ai meravigliosi racconti del rapito sulla California e l’Australia, dove si trovava oro scavando la terra, i briganti propongono a “don Guglielmo” Moens di averlo come capo in una improbabile spedizione in quelle terre. I briganti non sono visti come delinquenti, ma come uomini e donne degni di interesse, di simpatia e persino di rispetto. Scrive la Merlini: «La natura puramente “criminale” del brigantaggio meridionale è smentita dal Moens si può dire ad ogni pagina».
Quando il capobrigante Manzo chiese al rapito Moens, prima di rilasciarlo, su cosa avrebbe detto al Prefetto a proposito della banda, Moens rispose che avrebbe detto «che Manzo e la sua banda di trenta uomini avevano sfidato un esercito di diecimila soldati e che lui aveva dimostrato di essere il più bravo».
Per il rilascio di Moens, avvenuto la notte del 25 agosto 1865 sulla strada fra Acerno e Giffoni, fu pagato complessivamente, in diverse rate, un riscatto di 30.000 ducati, pari a 5.100 sterline di allora. Una somma considerevole, ma piccola cosa rispetto al patrimonio di Moens.
Rocco Biondi

William Moens, Briganti italiani e viaggiatori inglesi, a cura di Madeline Merlini, TEA, Milano 1997, pp. 254

20 gennaio 2008

Tutte le donne della mia vita, film di Simona Izzo

Secondo film del Cineforum Grottaglie 2008

Film domenicale, con qualche tetta e tentativo finale di pensierino laico moralista. Chi non lo vede non si perde assolutamente niente.
Trama e recensione
Un misterioso individuo si trova all'interno di una camera iperbarica, tra la vita e la morte, a causa di un embolo.
Con toni inquietanti apre la nuova fatica di Simona Izzo, la quale torna dietro la macchina da presa, quattro anni dopo "Io no" (2003), per raccontare il viaggio nei ricordi di Davide, cui concede anima e corpo Luca Zingaretti ("Vite strozzate"), raffinato cuoco e grande seduttore, intento a ripercorrere alcuni momenti fondamentali della sua vita attraverso le figure femminili più importanti.
Si comincia con la sofisticata gourmet Isabella, interpretata da Rosalinda Celentano ("Palermo-Milano solo andato"), per la quale ha abbandonato sia la cucina che la compagna Barbara, con il volto di Barbara Mautino ("Non ho sonno"), proprietaria del locale in cui lavora.
E' poi la volta della biologa Stefania, con le fattezze di Michela Cescon ("Primo amore"), cui seguono la splendida giornalista-cuoca Monica, dalla quale avrà anche un figlio, e Laura, rispettivamente interpretate da Vanessa Incontrada ("Quale amore") e Jane Alexander ("Prendimi l'anima").
E' immediatamente evidente, quindi, quel certo parallelismo che lo script, concepito dalla stessa Izzo in collaborazione con l'inseparabile Graziano Diana ("Canone inverso") e Alexandra La Capria ("Gas"), tenta di sviluppare tra donne e cibo; tanto che le prime, generosamente nude in scena, finiscono per apparire in qualità di appetitose pietanze che vengono progressivamente gustate da Davide, il quale non sembra essere troppo lontano da una versione matura dell'Alfie protagonista dell'omonimo film.
Peccato, però, che questo ennesimo spaccato ironico-sentimentale, volto in maniera decisamente banale a ribadire che il vero segreto per poter apprezzare le cose risiede nella capacità di tornare ai sapori primordiali, risulti del tutto indigesto, riuscendo raramente nell'impresa di strappare qualche risata e lasciando emergere il notevole spreco di contorno, comprendente, tra gli altri, l'ottimo Francesco Benigno ("Mery per sempre"), la veterana Lisa Gastoni ("Grazie zia") ed il piccolo esordiente su grande schermo Guido Ripanti, già apprezzato nella fiction televisiva "Raccontami".
Tra noia e ripetitività, infatti, mentre si tenta perfino la carta del lirismo ad ogni costo, ricaviamo soltanto l'ulteriore conferma delle discutibili doti dell'autrice, incapace di fondere la tragedia con la leggerezza.
Ed il tutto viene condito con la colonna sonora di Ennio Morricone, fin troppo simile a quella composta per "C'era una volta in America" (1984), tanto che, nel corso della visione, l'unico vero brivido sulla pelle riusciamo a provarlo nel momento in cui ci viene fatta ascoltare l'intramontabile "Se telefonando" di Mina, non a caso tra i brani storici del curriculum del maestro.
Cast Luca Zingaretti, Vanessa Incontrada, Michela Cescon, Lisa Gastoni, Rosalinda Celentano, Ricky Tognazzi, Elena Bouryka, Francesco Benigno, Claudio Bigagli, Eros Galbiati
Regia Simona Izzo
Sceneggiatura Graziano Diana, Simona Izzo
Durata 01:44:00
Data di uscita Venerdì 13 Aprile 2007
Genere Commedia
Distribuito da EAGLE PICTURES

13 gennaio 2008

Il velo dipinto, film di John Curran

Primo film del Cineforum Grottaglie 2008

Film dei buoni sentimenti. Ci si può incontrare per caso. Si può imparare a conoscersi. Un bel film coinvolgente. Con la tentazione di ritenerlo un bel polpettone. L’amore ai tempi del colera. Molto bravi gli attori Naomi Watts e Edward Norton. A me è piaciuta tanto l’interpretazione di Toby Jones, l’ispettore Waddington. Splendide immagini della Cina degli anni Venti. Musica accattivante. Tratto dall’omonimo romanzo di Somerset Maugham del 1925. Nel 1934 ne era stata tratta un’altra famosa trasposizione filmica, con Greta Garbo nel ruolo della protagonista. Se ne consiglia comunque la visione.
Trascrivo un botta e risposta tra i due protagonisti: «In genere non parlo quando non ho niente da dire». «Se tutti noi parlassimo solo quando abbiamo qualcosa da dire, l'umanità perderebbe molto presto l'uso della parola».
Trama
Inghilterra, 1925. Kitty è una giovane donna dell'alta società inglese che viene messa sotto pressione dalla madre perché trovi un marito. La scelta cade sul dottor Walter Fane, un serio batteriologo dal futuro promettente ma dalle origini tutt'altro che nobili. Subito dopo le nozze, la coppia si trasferisce a Shanghai e Kitty, troppo spesso sola e annoiata, ben presto trova conforto nell'amicizia con Charlie Townsend, il viceconsole inglese di cui poi s'innamora, ricambiata. Venuto a conoscenza del tradimento della moglie, Fane decide di trasferirsi a Wei-tan-fu, una remota località all'interno del territorio cinese funestata da un'epidemia di colera. L'estremo isolamento aiuterà Kitty e Walter a riavvicinarsi l'un l'altro superando rancori e difficoltà.
Regia: John Curran
Cast: Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Diana Rigg, Toby Jones, Alan David, Li Feng, Anthony Wong chau-sang, Xia Yu, Juliet Howland
Sceneggiatura: Ron Nyswaner
Durata: 01:40:00
Data di uscita: Venerdì 23 Febbraio 2007
Premi: Golden Globe 2007 per la miglior colonna sonora.

Cineforum Grottaglie 2008 - Programma

CINECIRCOLO “MONTICELLO”
Padri Gesuiti – Via K. Marx, 1 – Grottaglie (TA)

CINEFORUM 2008
"Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi". (Agostino d'Ippona, Confessioni, X, 8, 15)

PROGRAMMA
13 Gennaio - Il velo dipinto - J. Curran
20 Gennaio - Tutte le donne della mia vita - S. Izzo
3 Febbraio - Una notte al museo - S. Levy
10 Febbraio - Il mio miglior amico - P. Leconte
17 Febbraio - Rosso come il cielo - C. Bortone
24 Febbraio - Salvador - 26 anni contro - M. Huerga
2 Marzo – La masseria delle allodole - V. e P. Taviani
9 Marzo - Centochiodi - E. Olmi
16 Marzo - L'aria salata - A. Angelini
30 Marzo - La giusta distanza - C. Mazzacurati
6 Aprile - Giardini d'autunno - O. losseliani
13 Aprile - Lezioni di volo - F. Archibugi

Il programma può subire variazioni per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori.

QUOTE SOCIALI: Giovani (16-25 anni) € 23,00 - Adulti € 28,00
Unica proiezione: ore 18:30 - Teatro “Monticello” dei Padri Gesuiti
Via K. Marx, 1 - Grottaglie

PRESENTAZIONE
Cineforum o semplice rassegna cinematografica?
Se vogliamo essere onesti è una rassegna cinematografica che di tanto in tanto, quando il soggetto del film tocca nervi scoperti e interessi personali; o scopre il vaso di Pandora, si qualifica nel dibattito.
E' tuttavia raro che un film provochi reazioni così viscerali; cosicché, terminata la proiezione, il pubblico si alza ed esce dalla sala, spesso senza leggere i titoli di coda.
E' quello il momento in cui i responsabili del Cineforum avvertono un profondo senso di frustrazione, se non di fallimento. Si tratta però di una percezione errata, perché gli spettatori, anche se abbandonano la sala evitando il dibattito, portano con sé sentimenti, riflessioni, emozioni che la visione del film ha suscitato e che faranno parte, in ogni caso, del bagaglio culturale di ciascuno; fermenti che, pur sedimentati nel tempo, affioreranno in occasione di discussioni, confronti, dibattiti, anche scelte di vita.
Né va trascurata la possibilità che la visione di un film possa essere stimolo per i giovani a cimentarsi nell'arte della cinematografia e portare alla scoperta di nuovi talenti.
La programmazione di quest'anno svolgerà un unico grande tema: la cura dell'uomo per l'uomo e per il creato.
Un tema che Sant'Agostino, mirabilmente, chiarisce così nelle sue “Confessioni”: «Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi».
I film scelti per la stagione 2008, tranne qualcuno che è di puro svago, pongono l’uomo al centro, con gli errori, i sentimenti, i bisogni, i mutamenti legati alla sua esistenza: un percorso che è un modo per prenderci cura della nostra umanità.
Questi i sottotemi: solitudine e amicizia (“Il mio migliore attico”), redenzione e crescita nell'esperienza del dolore (“Il velo dipinto” e “Lezioni di volo”), la denuncia civile (“Salvador - 26 anni contro” e “Masseria delle allodole”), l'handicap, il talento e la lotta per la vita (“Rosso come il cielo”), il rapporto tra cultura e umanità (“Centochiodi”), la presenza del male nella società e il rapporto tra il giornalista e la notizia (“La giusta distanza”), il contrasto tra potere e gusto delta vita (“Giardini d'autunno”), uno sguardo alla realtà estrema del carcere (“L’ aria salata”).
I Responsabili

9 gennaio 2008

Raffaele Del Pozzo - Fotografo dei Briganti, di Ugo Di Pace

Nella seconda metà dell’ottocento, l’egemonia della rappresentazione realistica, un tempo prerogativa della pittura e del disegno, passa alla nuova invenzione della fotografia, che da consumo di élite si trasforma in mezzo di comunicazione di massa.
Il brigantaggio diede vita ad un vero e proprio genere fotografico, che si sviluppò nel meridione d’Italia.
Il brigantaggio sotto il regime borbonico aveva assunto il ruolo di una forza molto spesso funzionale allo Stato. Da qui nasceva una rappresentazione visiva enfatica e pittoresca; circolava nelle popolazioni un’iconografia fantastica che presentava il brigante come il giustiziere che taglieggiava i ricchi per beneficiare i poveri.
Quando, con l’Unità d’Italia e l’annessione del Sud, Cialdini, La Marmora e il generale Pallavicini capirono che il brigantaggio poteva mettere in discussione persino il processo di unificazione si affrettarono a dare del brigante un’immagine negativa. E i fotografi dell’epoca furono utilizzati per questa esigenza del potere.
Raffaele Del Pozzo fu uno di questi fotografi organici al potere. Nacque nel 1828 a Gauro, una frazione di Montecorvino Rovella, che oltre ad essere patria di briganti è anche al centro di un crocevia dove operarono le più note bande brigantesche della zona. Conosceva quindi molto bene quei luoghi, allora isolati e poco accessibili, teatro di scontri fra l’esercito piemontese e i briganti. Si presume quindi che venisse chiamato dalle forze dell’ordine anche per questa sua specifica competenza.
I briganti venivano fotografati quando ormai erano stati catturati o uccisi. Si voleva così infrangere il mito, tanto diffuso allora, che i briganti fossero imprendibili.
Del Pozzo nel carcere di Campagna fotografa il capobrigante Ciardullo e alcuni della sua banda, a Salerno riprende il vice capobanda Spinelli alla vigilia della fucilazione, a Acerno fotografa il celebre brigante Manzo, allora ancora in libertà, a Postiglione documenta l’arresto di alcuni componenti della banda Scarapecchia.
Sul retro di queste fotografie, ora conservate in musei o collezioni private, vi è il timbro dello studio fotografico di Raffaele Del Pozzo.
Nell’archivio privato di Giovanni Wenner, Ugo Di Pace ha trovato il carteggio relativo al sequestro, ad opera del brigante Gaetano Manzo, di cui era stato vittima nel 1865 l’antenato Federico Wenner. Fra quei documenti vi sono anche tre negativi – legati al sequestro – realizzati da Raffaele Del Pozzo. La prima fotografia, ripresa ad Acerno da del Pozzo sicuramente su richiesta dell’industriale svizzero, raffigura i sequestrati al momento del rilascio; la seconda foto, di un mese dopo, rappresenta il brigante Manzo e quattro della sua banda alla vigilia della loro costituzione; la terza è una foto della maestosa villa dei Wenner a Pellezzano in provincia di Salerno.
Ugo Di Pace, a proposito del rapporto tra brigantaggio e fotografia, scrive: «In pochi altri paesi occidentali si verificò nell'800 una rivolta sociale come quella del Mezzogiorno; in pochi altri paesi, in quegli anni, i fotografi furono impegnati a rappresentare visi­vamente una classe sociale emarginata e cacciata fuori dalla storia. Vista in tale luce, la produzione fotografica dei briganti acquista un pregio di rarità e per una tragica e sfortunata contingenza storica possiamo dire di essere l'unico paese a conservare, sep­pure in maniera approssimativa, immagini di valore davvero notevole. E in questa cornice va collocata l'opera di Raffaele Del Pozzo, un autore che ha saputo dare alle popolazioni salernitane una rappresentazione visiva dei loro antenati, che se non fossero stati briganti, ironia della sorte, non avrebbero avuto neppure il premio di essere fotografati».
A corredo del saggio di Ugo Di Pace è riprodotto un repertorio di 36 fotografie scattate da Raffele Del Pozzo. Fra di esse vi sono le foto dei seguenti briganti, vivi o morti: cadaveri di Gaetano Tancredi detto Tranchella e altri due della sua banda, Antonio Maratea detto Ciardullo e parte della sua banda, Vincenzo Spinelli, Vito Del Giorno, Lorenzo Guerriero, Giustino Cuozzo, Gaetano Manzo e atri della sua banda, Sabato Ferullo, Francesco Nicastro, Nunziante D’Agostino, Chiara Di Nardo, Banda Scarapecchia, i cadaveri di quattro briganti della banda Ciardullo, Donato De Martino, Salvatore Vivolo, Crescenzo Pantalena, Raffaele Luongo, Antonio Bottone, Pietro De Giorgio, Giovanni Marcantuono, Giuseppe Alfinito. La maggioranza di queste foto furono scattate in carcere dopo l’arresto, altre sono foto private successivamente diventate segnaletiche.
Rocco Biondi

Ugo Di Pace, Raffaele Del pozzo - Fotografo dei Briganti, saggio allegato al libro di Johann Jakob Lichtensteiger: Quattro mesi fra i briganti (1865/66), Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1984, pp. 107-176

8 gennaio 2008

Quattro mesi fra i briganti (1865/66), di Johann Jakob Lichtensteiger

Il sequestro di Lichtensteiger ad opera della banda di Gaetano Manzo si protrasse dal 13 ottobre 1865 al 10 febbraio 1866.
Teatro dell’operazione furono i Monti Picentini, uno dei massicci più estesi ed imponenti dell’Appennino meridionale, che si estendono in Campania a sud di Avellino tra l’Irpinia, il Salernitano e la Basilicata. Da quei monti nascono i fiumi Sele, Ofanto, Calore, Sabato, Irno, Picentino e Tusciano.
I Picentini, per le caratteristiche ambientali, sono sempre stati un’area di antiche e notevoli tradizioni brigantesche. Gli abitanti di quelle zone erano pastori, boscaioli, cacciatori, carbonai, che conoscevano le più riposte pieghe delle montagne e dei boschi. Quel terreno non si prestava a grosse bande, ma a piccoli e medi raggruppamenti, che raramente superavano i 20 componenti. Capi di quelle bande furono Francesco Cianci di Montella, Antonio Maratea Ciardullo di Campagna, Andrea Ferrigno di Acerno, Luigi Cerino di Montecorvino, Antonio Di Nardo di Montella, Gregorio Ricci di Battipaglia.
Ma il capo brigante che emerse su tutti fu Gaetano Manzo, caciaio di Acerno. La sua prima grossa impresa la compì il 15 maggio 1865 col clamoroso sequestro, presso Battipaglia, dei turisti inglesi Moens e Murray-Aynsley.
Successivo sequestro ad opera di Manzo fu appunto quello di Federico Wenner figlio dell’industriale Alberto Wenner, di Isacco Friedli istitutore della famiglia Wenner, di Giovan Giacomo Lichtensteiger disegnatore della ditta Wenner, di Rodolfo Gubler commesso della stessa ditta. Erano tutti di origine svizzera.
La società Wenner & C., fondata a Salerno nel 1835, era uno dei più moderni opifici tessili europei.
Io ho letto il libro di Lichtensteiger, quasi a dispetto di Sebastiano Martelli che nella introduzione propone una lettura più complessa, solo in chiave storiografica e documentaria, in quanto esso «fornisce una messe di dati, di informazioni sui movimenti delle bande, sugli sganciamenti dalle forze dell’ordine, sulle località dello scenario brigantesco, sulla rete di contatti, sui rapporti con i centri abitati, sulla struttura ed organizzazione della banda, sulla vita nei boschi, sulla tecnica delle trattative per il riscatto, sui codici di comportamento».
L’agguato lo tesero in nove. «Non temete, non vi sarà torto un capello; non si tratta di sangue ma di soldi», dissero. Il corteo si mise in marcia; era una specie di fila indiana; davanti alcuni briganti, al centro un brigante dietro ogni prigioniero, in coda il resto della banda.
Ci si accampava all’aperto, incuranti della pioggia che in quella stagione cadeva spesso e copiosa. «La pioggia scorreva giù a mo’ di diluvio universale, ed un forte vento ce la sferzava contro. La nostra sventura divenne per noi due volte più dura, poiché capitava proprio nella cattiva stagione delle piogge», scrive Lichtensteiger. Al calar della notte veniva acceso un grande fuoco per riscaldarsi ed asciugarsi; «nebbia e pioggia proteggevano dal rischio di essere scoperti».
Il vitto era buono. Dai briganti le provviste venivano pagate ai contadini «anticipatamente, al doppio del loro valore». Scrive ancora Lichtensteiger: «Eravamo tutti diventati palesemente più grassocci; la vita da marmotte, con pane e formaggio a sufficienza, spesso maccaroni e di quando in quando perfino carne, ci aveva fatto bene al fisico».
Per tutto il periodo del sequestro si fu quasi sempre in cammino, «su e giù per montagne, valli e campi, per prati e burroni, sempre il più possibile lontano da luoghi abitati». I fiumi i sequestrati li attraversavano sulle spalle dei rapitori.
Ma questo è ancora brigantaggio socio-politico? Nelle origini certamente sì. Anche per Manzo la causa scatenante dell’approdo brigantesco fu la renitenza alla leva. Resiste ancora l’adesione filoborbonica, l’avversione alla nuova monarchia ed al nuovo Stato unitario. Conta ancora molto il ruolo della Chiesa nella scelta del brigantaggio.
E anche dei soldi pagati per il riscatto pochi ne rimanevano ai briganti. Il brigante Manzo, dopo che è stata pagata l’ultima rimessa del riscatto, dice a Fritz Wenner: «Non maledite il denaro che il vostro signor papà ha dovuto pagare per voi! Ne è rimasto abbastanza poco nelle nostre mani».
Nel diario scritto da Isacco Friedli , altro sequestrato insieme a Wenner, leggiamo: «Così si comincia a capire che via prendono i soldi, come possa essere possibile che i briganti trovino tanti complici e dove si trovi effettivamente il nocciolo del male in queste province meridionali, se nei villaggi oppure nelle foreste». Molta gente che vive tranquillamente nel paese si arricchisce alle spalle dei briganti che si nascondono nei boschi.
Ugo Di Pace, che ha corredato il testo di Lichtensteiger con un apparato di note e con un appendice di documenti rari, nella seconda parte del libro ha scritto un interessantissimo saggio su Raffaele Del Pozzo, fotografo dei Briganti. Ma di questo scriverò in un prossimo post.
Rocco Biondi

Johann Jakob Lichtensteiger, Quattro mesi fra i briganti (1865/66), a cura di Ugo Di Pace, traduzione di Brigida Corrado e Antonella Chiellini, con un saggio su Raffaele Del Pozzo, fotografo dei Briganti, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1984, pp. 186

2 gennaio 2008

Briganti. Fotografia e malavita nella Sicilia dell’Ottocento, di Paolo Morello

Per chi vuole cominciare a interessarsi di fotografia sul brigantaggio questo libro di Paolo Morello è un interessante viatico. Come utile è anche per un approfondimento.
Catalogo della mostra Briganti. Fotografia e malavita nella Sicilia dell’Ottocento, che ebbe luogo a Palermo presso il Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè dal 15 aprile al 31 maggio 1999, può essere diviso in tre parti, tutte importanti. La prima, l’introduzione, affronta ampiamente l’intersecazione tra storia della fotografia e storia del brigantaggio nel primo decennio postunitario, dal 1860 al 1870.
Entrato Vittorio Emanuele a Napoli il 7 novembre 1860, i piemontesi si trovarono ad affrontare una situazione confusa di reazione e vicinanza da parte della popolazione ai cacciati Borbone. Dopo lo scioglimento dell’esercito regolare borbonico, migliaia di ex-soldati, ben addestrati alla vita militare, cominciarono a vagare per le campagne, andando poi ad ingrossare le file dei briganti.
Molti fotografi cominciarono ad interessarsi dei briganti. Inizialmente erano semplicemente ritratti privati, le famose cartes de visite, in formato ridotto, circa 6 x 9 centimetri. Su un’unica lastra di negativo, grazie ad un’apposita macchina a quattro obiettivi, si riuscivano a produrre fino ad otto fotografie, anche in pose diverse. Il costo era estremamente basso e quindi a tutti accessibile.
In quegli anni la stessa fotografia poteva assolvere scopi diversi: di ritratto privato, di fotografia segnaletica, di oggetto di collezionismo. Solo intorno al 1870, la fotografia entrò stabilmente tra gli strumenti della polizia.
Fra le cartes de visite sono oggi conservate, nell’Archivio del Museo del Risorgimento di Roma, due scatti che effigiano una bella brigantessa in costume (talvolta identificata con Michelina Di Cesare, ma senza fondamento). Armata di schioppo, pistola e pugnale, la brigantessa si appoggia ad una roccia di cartapesta. Queste fotografie, quasi certamente, non raffigurano una brigantessa reale, ma una modella, messa in posa dal fotografo nel suo atelier.
Altre volte venivano simulati, mettendo in posa briganti veri arrestati, conflitti a fuoco nei cortili delle galere. Un fotografo, ad assedio finito nel febbraio 1861, ricostruì i resti della fortezza di Gaeta, disseminandola di falsi cadaveri.
Ma la tragica novità di quegli anni fu che vennero fotografati i veri cadaveri dei briganti ammazzati, talvolta denudati e decapitati. Quelle fotografie ordinate dai piemontesi, venivano diffuse alla stampa nazionale ed internazionale per fini propagandistici; si volevano esaltare i successi delle forze dell’ordine sui briganti descritti e rappresentati come bestie efferate. Non so che effetto facessero allora quelle foto sul pubblico, a me oggi suscitano profonda indignazione per l’inumanità dei piemontesi vincitori. Così si faceva l’unità d’Italia.
Tutte quelle fotografie, dalle pseudobrigantesse in posa ai morti ammazzati, venivano vendute a Napoli nella bottega di Alberto Detken, libraio-editore in Largo Palazzo, o nella bottega d’arte di Migliorato in Via Toledo , o ancora nel vicino atelier di Alphonse Bernoud.
Paolo Morello nel suo libro elenca molti fotografi, anche stranieri, allora operanti nel sud d’Italia e che hanno fotografato briganti: Mersanne, Giuseppe Incorpora, E. Appert, M. Brocato di Cefalù, Raffaele Del Pozzo, Alphonse Bernoud, Emanuele Russi, Ferdinando Caparelli, Giuseppe Chiariotti, Eugenio Sevaistre, Gioachino Altobelli, Raffaele Servillo, Enrico Seffer.
La seconda parte del libro-catalogo di Morello tratta più specificamente della raccolta di fotografie sul brigantaggio presente nel Museo Pitrè di Palermo. Sono 129 fotografie, delle quali dieci riprendono cadaveri, le altre sono ritratti; oltre ottanta in formato carte de visite, databili, per la maggior parte, agli anni ottanta dell’Ottocento. Solo di quattro gruppi di foto si conosce l’autore.
I briganti di quest’ultima collezione hanno poco in comune con quelli del periodo postunitario. Scrive Morello: «In Sicilia, negli anni di cui stiamo trattando, il brigantaggio non aveva mai avuto quel valore politico, che lo aveva animato nel periodo susseguente alla fuga dei Borbone a Roma (febbraio 1861). Era piuttosto una ordinaria attività delinquenziale, fondata sull’abigeato, sul ricatto, sul sequestro, sulle grassazioni».
Nella terza parte del catalogo troviamo un ricchissimo apparato iconografico: 10 riproduzioni (quasi tutte di incisoni di primo ottocento), 83 foto di briganti e brigantesse, vivi e morti.
Abbiamo, tra le altre, foto dei briganti Schiavone, La Bella, Schirò, Pilone, Borjes, Tristany, Spinelli, Caruso, Tamburini, Ninco-Nanco, Tranchella, Palmieri, Barile, Tinna, Voloninno, della brigantessa Marianna Pettulli, del trio Filomena Pennacchio, Giuseppa Vitale e Giovanna Tito.
Rocco Biondi

Paolo Morello, Briganti. Fotografia e malavita nella Sicilia dell’Ottocento, Sellerio editore Palermo, 1999, pp. 162, € 21,00

31 dicembre 2007

La Regina del Sud Maria Sofia, di Arrigo Petacco

Il duca in Baviera Massimiliano di Wittelsbach, che si trovava in vacanza a Montecarlo, quando nel 1858 la moglie Ludovica gli comunicò che aveva combinato il matrimonio della figlia Maria Sofia con il principe ereditario di Napoli Francesco di Borbone, scrisse in un telegramma alla figlia: «Te lo consiglio. E’ un imbecille». Maria Sofia, che allora aveva diciassette anni, credette che fosse uno dei soliti scherzi di suo padre.
Massimiliano, simpaticamente conosciuto in tutta la Baviera come il «buon duca Max», era bello, prestante, geniale, artistoide, esuberante e, naturalmente, un po’ matto, come tutti i Wittelsbach. Gran bevitore, gran giocatore, grande amatore aveva fondato a Monaco un circolo di mattacchioni detto della Tavola Rotanda. Scriveva poesie, opere teatrali e pubblicava articoli sui giornali con lo pseudonimo di Phantasius. Nessuno ha mai fatto la conta dei figli illegittimi disseminati in giro, ma furono certamente tanti.. Ma da buon marito ingravidava pure la legittima moglie Ludovica. Nell’arco di dicotto anni la rese madre otto volte.
Fra questi figli legittimi vi furono Elisabetta, detta «Sissi», la futura imperatrice d’Austria e Maria Sofia appunto, detta «Spatz», passerotto, nata il 4 ottobre 1841.
Max si curava poco dell’educazione scolastica dei figli, era invece molto esigente nella loro educazione fisica. E così «Sissi» divenne imbattibile a cavallo, e «Spatz» nel nuoto, nella scherma e nel tiro con la carabina. Maria Sofia amava i cani feroci ed allevava nidiate di canarini e di pappagalli; imparò anche a fumare quei sigari lunghi e sottili che fecero tanto scandalo nella bigotta corte di Napoli. Come scandalo suscitò «lo zompo», il tuffo, che ogni mattina d’estate la regina Maria Sofia faceva nelle allora limpidissime acque del porto militare.
Il matrimonio per procura di Francesco con Maria Sofia fu celebrato la sera dell’8 gennaio 1859 nella cappella del palazzo reale di Monaco. Lo sposo Francesco, che era assente, fu rappresentato dal principe Leopoldo, fratello di re Massimiliano. Gli sposi si incontrarono poi per la prima volta a Bari il 3 febbraio 1859. Maria Sofia rimase delusa dello sposo, a Francesco invece Maria Sofia apparve bellissima.
Scrive Arrigo Petacco di Francesco: «Le sue letture preferire erano le Vite dei Santi. Il suo svago, la raccolta di immagini sacre. A ventitré anni era ancora vergine e non gli era mai stato attribuito neppure un innocente flirt».
Le cose di sesso fra Maria Sofia e Francesco non andarono per niente bene. Pare che per consumare, avere il primo rapporto sessuale, dovettero aspettare il 1869, quand’erano ormai in esilio a Roma. Francesco finalmente si era convinto a farsi operare per liberarsi dalla fastidiosa fimosi al prepuzio che gli impediva l’erezione. La notte di Natale di quell’anno Maria Sofia diede alla luce una bambina, bella ma gracilina, alla quale fu dato il nome Cristina, che morì tre mesi dopo.
Maria Sofia però come frutto di un’appassionata relazione con il comandante degli zuavi pontifici, il conte belga Armand de Lawayss, aveva partorito il 24 novembre 1862 due gemelle, che le furono subito tolte ed affidate ad altri.
«Gli amanti attribuiti a Maria Sofia – scrive Petacco – raggiungeranno un numero così spropositato da diffondere persino il dubbio che la regina fosse ninfomane. In realtà forse era un tantino frigida. Ma essere corteggiata la divertiva».
Francesco II succedette sul trono del Regno delle due Sicilie al padre Ferdinando II, che era morto il 22 maggio 1859. Maria Sofia interpretò il ruolo di regina fuori da ogni etichetta.
In una famosa intervista che Maria Sofia, nella sua residenza di Monaco, rilasciò nell’ottobre 1924, all’età di 83 anni, all’inviato speciale del Corriere della Sera Giovanni Ansaldo, disse di Francesco II: «No, il mio re non fu imbecille… Come dicono». Francesco II, anche se timido, pauroso, sfuggente e impenetrabile, non era un imbecille come la storiografia risorgimentale ha sempre cercato di dipingerlo. Il vero problema del regno di Napoli non era il re, ma gli uomini che lo circondavano. I cortigiani e i generali erano quasi tutti ignoranti, incapaci, corrotti, cinici e pronti a tradire. Per salvare il trono le uniche iniziative serie tentò di prenderle Maria Sofia, ma non fu ascoltata.
«L’estate napoletana del 1860 fu l’estate della viltà, del trasformismo, del tradimento, degli inganni e del doppio e triplo gioco», scrive Arrigo Petacco. Il 6 settembre 1860 Francesco II e Maria Sofia, con quello che restava della corte, lasciarono Napoli per non ritornarvi più. Si rifugiarono a Gaeta. Qui Maria Sofia, durante i mesi di assedio da parte dei piemontesi, con il suo comportamento si guadagnò sul campo l’appellativo di «eroina di Gaeta». «Spericolata, amante del rischio – scrive Petacco – e, non dimentichiamolo, pervasa da quella vena di eroica follia che animava tutti i Wittelsbach, la giovane sovrana si muoveva fra soldati e cannoni come un pesce nell’acqua».
Ma il 13 febbraio 1861 anche Gaeta dovette capitolare. Francesco e Maria Sofia s’imbarcarono per Roma. Il regno di Napoli non esisteva più.
Gli anni che seguirono furono tutti vissuti da Maria Sofia nel vano tentativo di ritornare sul trono di Napoli prima, e di vendicarsi dei Savoia poi. «Tutti i nemici dei Savoia sono miei amici», diceva.
A Roma incontrò legittimisti e briganti. Chiavone, Crocco, Ninco Nanco, Fuoco, Guerra, Giordano furono tutti da lei ricevuti e per tutti aveva un sorriso ammirato e un amuleto portafortuna.
Poi Maria Sofia fu vicina agli anarchici. C’è chi sostiene che ebbe una qualche parte nel regicidio di Umberto I.
La regina Maria Sofia morì a Monaco il 18 gennaio 1925; avrebbe compiuto 84 anni il 4 ottobre. Ora è sepolta a Napoli nel Pantheon dei Borbone, la Basilica di Santa Chiara.
Rocco Biondi

Arrigo Petacco, La Regina del Sud – Amori e guerre segrete di Maria Sofia di Borbone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, pp. 282

25 dicembre 2007

La Bibbia, la Cina e il Parmigiano Reggiano

Fra i mille miei sogni, che nei secoli futuri certamente realizzerò, vi è anche quello di collezionare Bibbie. La notizia pubblicata su la Repubblica di ieri ha suscitato quindi in me un grande interesse.
La Bibbia, la Cina ed il Parmigiano Reggiano sono tre cose che tra loro non ci azzeccano per niente. Ma la Repubblica di ieri 24 dicembre 2007 le ha unite felicemente insieme.
Il corrispondente da Pechino Federico Rampini ha scritto un lungo articolo su una nuova tipografia che è in costruzione vicino a Nanchino e che verrà inaugurata nel maggio 2008. Sarà uno stabilimento di 85.000 metri quadrati. «La tipografia – ha scritto un giornale di Hong Kong – è più larga della basilica di San Pietro». Specialità della tipografia è che stamperà Bibbie da esportare in tutto il mondo. Alla potenza economica della Cina atea non poteva sfuggire questo importante e fruttuoso settore economico.
La casa editrice Amity Printing, proprietaria della tipografia, ha già stampato, dalla sua nascita nel 1986, più di 50 milioni di Bibbie in 90 lingue straniere. Il nuovo impianto cinese sfornerà un milione di Bibbie nuove ogni mese, il 25% di tutta la produzione mondiale. In tempi non lontani la Bibbia in Cina era un libro proibito; la scoperta di una Bibbia in una casa poteva portare all’arresto e alla deportazione dell’intera famiglia. Ma il business è il business, l”Amity Press” può dormire sonni tranquilli; la sua fabbrica modello, con 600 dipendenti e le casse piene dei profitti provenienti dalle esportazioni, sarà trattata con il massimo rispetto dal regime di Pechino.
E nel mondo del business il Parmigiano Reggiano casca proprio come il formaggio sui maccheroni. Sulle 56 pagine de la Repubblica di ieri ben 37 (trentasette) contengono la pubblicità del Parmigiano Reggiano, con grande sfoggio di fantasia da parte dei pubblicitari. Sospetto che qualcosa non quadri. Ma forse sbaglio.

20 dicembre 2007

Memorie di un ex Capo-Brigante, di Ludwig Richard Zimmermann

Confesso che anch’io, come Erminio De Biase, quando lessi nella bibliografia de I Briganti di Sua Maestà di Michele Topa che il libro di Zimmermann del 1868 non era mai stato tradotto in italiano, ebbi un impulso ad attivarmi per farlo tradurre. Nello stesso tempo mi posi la domanda del perché finora non fosse stato ancora tradotto. Finita ora la lettura della traduzione curata da Erminio De Biase mi sono data la risposta che forse la mancata traduzione era dovuta al fatto che il libro non rende un buon servigio al brigantaggio meridionale postunitario.
Leitmotiv di tutte le Erinnerungen [Memorie] – come scrive anche De Biase nella nota introduttiva – è l’avversione del tedesco Zimmermann per Luigi Alonzi “Chiavone”, uno fra i più grandi “generali” dei Briganti. Si potrebbe quasi dire che il libro è stato scritto per parlare male di Chiavone. Viene descritto come vigliacco, vanaglorioso, incapace al comando. Ma così non è. Chiavone – scrive De Biase – non può essere un vigliacco come Zimmermann si ostina a definirlo per tutta la durata del racconto. «Luigi Alonzi doveva essere, per sua natura, sgusciante come un’anguilla e quella che Zimmermann insistentemente definisce vigliaccheria era, molto più probabilmente, un istintivo adattamento alle varie pretese del tedesco, un farlo “fesso e contento”, insomma».
La ruggine che c’è tra Chiavone e Zimmermann è frutto della incomprensione e competizione che c’erano in quegli anni fra i nativi guerriglieri “regolari” e i mercenari stranieri, entrambi combattenti contro i Savoia piemontesi e per il ritorno dei Borbone nell’ex Regno delle Due Sicilie. E Zimmermann era un mercenario. Quello che avveniva tra Zimmermann e Chiavone tra le montagne di Sora nel Lazio, succedeva anche tra Crocco e Borges in Basilicata. E furono proprio gli stranieri Tristany e Zimmermann, entrambi sospettati di essere doppiogiochisti e spie, a decretare la condanna a morte di Chiavone.
Ma se questo è Zimmermann perché leggere il suo libro? Perché – come dice De Biase – si ha l’opportunità di osservare i Briganti , oltre che nelle azioni di guerriglia, anche nel loro “quotidiano”: li vediamo marcire per giorni sotto la pioggia, correre per ore ed ore su piste accidentate, sfamarsi quando, come e dove possono e dissetarsi con neve sciolta.
Nella prefazione del libro Zimmermann dice di descrivere quello che lui stesso ha vissuto o quello che ha appreso da persone degne di fede, ma dice anche di condannare la sua scelta di allora di combattere insieme ai Briganti.
Suscita qualche dubbio la simpatia che Zimmermann nutre per Garibaldi. Nello stesso tempo però nutre grande stima e simpatia per i Briganti in genere. Scrive nella premessa alle Memorie: «Chi vuol trovare un punto luminoso nella torbida e sporca storia della fine del Regno di Napoli, deve volgere lo sguardo nelle foreste, sui monti della Maiella, della Meta, del Gargano e degli Abruzzi; là troverà ovunque tracce di sangue di fedeli e tenaci combattenti che abbandonarono i loro cari ed i loro paesi con l’arma in mano e la certezza nel cuore di vivere liberamente sotto il libero cielo di Dio, o di morire». E’ un po’ la retorica dei viaggiatori stranieri sulle orme dei Briganti e la giustificazione della sua scelta di diventare Brigante.
Una notazione interessante dello Zimmermann riguarda il ruolo che svolgevano i giornali dell’epoca. I Briganti – dice – non avevano giornali a loro disposizioni; con le loro brave “scoppette” riuscirono, per anni, a tener lontano le decine di migliaia di soldati del re piemontese, ma non i suoi scribacchini, che divulgavano in tutta l’Europa l’idea che i Briganti fossero dei banditi criminali. «Contrastare le innumerevoli bugie e le calunnie di quei pennivendoli è uno degli scopi primari di questo libro», scrive Zimmermann. Ma anche lui in tutto il libro non ha scherzato nel diffondere bugie e calunnie.
Tutto il libro è di piacevole lettura ed accattivante. Si apre con l’arrivo dello Zimmermann a Roma la sera del 29 agosto 1861, si prosegue con l’incontro con Chiavone sul Monte Favone che sovrasta Sora, con la descrizione del modo di vivere e di vestire dei Briganti, della biografia di Chiavone ovviamente negativa, del combattimento nel Bosco di San Silvestro del 10 settembre 1861, di battaglie contro i soldati francesi e piemontesi.
Un capitolo interessante è quello dove si descrive l’organizzazione della truppa di Chiavone, composta dallo Stato Maggiore e da otto compagnie. Lo Stato Maggiore era formato dal Comandante in capo Luigi Alonzi Chiavone, dal colonnello de Rivière, dal tenente colonnello di Kalkreuth, dal maggiore Zimmermann, dal capitano aiutante-maggiore Mattei, dagli alfieri Lecart e Danglais, dal chirurgo Agostino Serio, da ventuno guide. Le Compagnie erano composte da circa cinquanta uomini ciascuna, tutte capitanate da un comandante; in esse militavamo parigini, belgi, siciliani, tedeschi, napoletani, abruzzesi, molisani. «L’intera truppa contava, quindi, venti ufficiali, un medico, cinquantanove sottufficiali e caporali, sette trombettieri e trecentoquarantatre soldati, per un totale di quattrocentotrenta uomini».
Il 5 novembre 1861 viene preso Castelluccio. L'11 novembre 1861 Zimmermann rientra a Roma, dove sverna. A Roma passavano l’inverno molti capibriganti. Viene descritta la fine del generale Borges.
Il 6 aprile 1862 Zimmermann riparte da Roma per la seconda campagna fra i monti di Trisulti e di Roveto, Monte d’Ortica, Monte Favone, Monte Castello. Avviene il ricongiungimento con Tristany. Vengono descritti i sette giorni di fuoco dal 23 al 29 maggio 1862. Il 28 giugno 1862 Tristany e Zimmermann fecero fucilare Chiavone. «La mia missione in quei luoghi era, dunque, finita», scrive Zimmermann nell’ultima pagina del suo libro. E ritorna a Roma, per poi sbarcare a Venezia.
Rocco Biondi

Ludwig Richard Zimmermann, Memorie di un ex Capo-Brigante, traduzione note e commento di Erminio De Biase, Arte Tipografica Editrice, Napoli 2007, pp. 296, € 22,00

16 dicembre 2007

Brigantesse dell’Italia postunitaria - Convegno

Mercoledì 12 dicembre 2007, insieme agli amici Valentino Romano e Vito Nigro, ho partecipato al Convegno di studi sul tema “Brigantesse dell’Italia postunitaria”, che si è tenuto a Napoli nell’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino.
Il Convegno era organizzato dal Laboratorio Antropologico del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Salerno, diretto dal prof. Domenico Scafoglio.
Si sono susseguiti gli interventi di Amalia Signorelli, Rocco Brienza, Francesco Tassone, Nicoletta D’Arbitrio, Valentino Romano, Maria Rosaria Pelizzari, Simona De Luna, Annalisa Di Nuzzo, Anna Maria Fusilli, Vincenzo Padiglione.
Il tema delle brigantesse, presenti nelle bande che si opponevano a mano armata all’invasione dell’Italia meridionale da parte dei piemontesi negli anni successivi al 1860, ha suscitato un certo interesse fra gli studiosi del brigantaggio meridionale. Studi fondamentali sono stati pubblicati da Francamaria Trapani e da Maurizio Restivo; entrambi però limitati ad un piccolo numero di brigantesse. Ma è stato Valentino Romano che ha dato un sostanziale contributo fornendo notizie, tratte dagli archivi e dai verbali dei processi, su oltre mille brigantesse e fiancheggiatrici.
Gli interventi al convegno di Napoli hanno approfondito la ricerca sulle motivazioni che spinsero molte donne ad abbandonare una vita normale per darsi alla vita faticosa e pericolosa della macchia. Si è parlato dei rapporti intercorrenti fra briganti e brigantesse, delle leggi contro il brigantaggio con particolare riferimento allo specifico trattamento riservato nelle sentenze alle donne briganti, del ruolo svolto dalle donne meridionali nella rivolta contadina contro la conquista del sud da parte dei Savoia, dello specifico modo d’essere e vivere quotidiano delle brigantesse.
Il laboratorio antropologico dell’Università di Salerno ha pubblicato, a cura di Domenico Scafoglio e Simona De Luna, il risultato delle ricerche sulle brigantesse dell’Italia postunitaria in un volume dal titolo Le donne col fucile.
I lavori del convegno napoletano sono durati l’intera giornata. Nel pomeriggio è stato proiettato il film di Pasquale Squitieri Li chiamarono briganti.
Collateralmente al convegno è stata allestita una mostra dal titolo Per forza o per amore, che erano le due motivazioni ricorrenti che le brigantesse portavano a loro discolpa durante i processi.
Il cantastorie Otello Prefazio si è esibito nel recital A mia tutti mi chiamanu briganti.

Per forza o per amore

28 novembre 2007

Fiera dei 100 Comuni

Si è svolta a Villa Castelli (Brindisi), dal 22 al 25 novembre 2007, l’imponente “Fiera dei 100 Comuni”. 1500 metri quadrati coperti da gazebo di metri 4x4 in alluminio e teli in pvc e da stand in legno di metri 3x3 all’interno di tensostruttura.
50 gazebo e 50 stand che hanno accolto espositori provenienti da tutto il sud Italia. Erano in mostra ed in vendita prodotti enogastronomici, prodotti dell’artigianato, prodotti commerciali, prodotti culturali. Parecchi erano anche gli espositori di Villa Castelli, fra di essi l’Alta Moda Sposa di Vasta Pasquale, EdiliziAlò di Mimmo Alò, Antichi Sapori di Ciro Schiena.
Obiettivo della Fiera dei Cento Comuni era la valorizzazione del territorio regionale pugliese e delle sue eccellenze.
Anche l’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”, con sede in Villa Castelli, ha allestito un suo stand dove erano esposti locandine e manifesti, alcuni anche molto rari, di film sul brigantaggio, oltre a libri sullo stesso tema. In questo stand erano anche ospitati quadri sul brigantaggio dei pittori Enza Schiavoni, Anna Guitti, Igli Arapi.
Nei quattro giorni di fiera gli spettatori sono stati allietati e coinvolti con spettacoli musicali, balli e teatro di strada.
Quasi tutti gli espositori hanno conseguito un notevoli volume di affari. Per tutti certamente la presenza in fiera è stata un’importante vetrina propagandistica.
Numerosissimi sono stati i visitatori, molti provenienti da altri Comuni.
Organizzatrice della fiera è stata l’Agenzia italo-rumena “Lost Eventi”, con il patrocinio del Comune di Villa Castelli. Il progetto era supportato dal Ministero dello Sviluppo economico, dalla Regione Puglia, dalle Province di Brindisi, Bari, Foggia, Taranto, Lecce.
Villa Castelli ha vissuto un momento altamente coinvolgente ed importante.
Nei prossimi mesi la fiera si sposterà in tanti altri comuni pugliesi.

20 novembre 2007

Nude per Prodi, Avanti popolo per Berlusconi

Prodi se la ride come un gatto sornione. Berlusconi aveva promesso sfracelli con la finanziaria in Senato ed invece è andato a sfracellarsi lui.
Veltroni sfotte Berlusconi. Una volta era il centrosinistra a inseguire il Berlusca nelle sue trovate, ora il mondo si è capovolto. «Noi facciamo i gazebo, e li fa pure lui. Noi facciamo un nuovo partito e lo fa pure lui. Noi raccogliamo le firme facendo pagare un euro e lo fa pure lui».
Franceschini prende per il culo: «Berlusconi moltiplica i numeri a dismisura. Si fermi però quando arriva a 55 milioni…». Alle ore 17 – dice Bondi – avevano votato 7.027.734 firmatari. Li aveva contati uno per uno. Qualcuno ha scritto: «Sette milioni di persone marciavano verso i gazebo e nessuno se n’è accorto. Questa sì che è organizzazione».
Bossi, Fini e Casini frenano. Il partito del popolo se lo faccia lui, noi ci teniamo i nostri partiti.
Per Berlusconi: Bossi, Fini e Casini sono dei parrucconi di giacobina memoria.
Sono tanti i segnali che annunciano che il mondo sta cambiando. Mentre Berlusconi per portarsi delle ragazze in barca le deve pagare profumatamente, per Prodi addirittura si spogliano gratuitamente. Si chiama “Sexpolitik 2008 - Senza veli per Prodi” la nuova edizione del tradizionale sexy-calendario delle ragazze reggiane. 13 splendide ragazze, rigorosamente con la "testa quadra" ben piantata sul collo nonostante la giovane età - dicono gli autori del calendario - si sono spogliate a fin di bene, per una giusta causa, allo scopo nobilissimo di sostenere anima e corpo il loro celebre compaesano, cioè per solidarizzare, senza se e senza ma, con il governo in carica, continuamente minacciato da eventualità di spallate e da ipotesi di caduta. Ci mettono non solo la faccia, ma anche culi e tette, per scongiurare le elezioni anticipate o il pasticcio istituzionale di un governicchio di tecnici. Un lunario "erotically correct", che mira a convincere l'opinione pubblica sulla bontà della variopinta squadra di centrosinistra. Una strenna filo-governativa, quindi, realizzata per sostenere l'illustre concittadino Romano, un reggiano purosangue, proprio come le protagoniste di questa sexy-pubblicazione, molte delle quali, addirittura, sono nate o abitano a Scandiano, il paese natale del leader dell'Ulivo. Un calendario apertamente schierato con il centrosinistra, ovvero "il primo calendario di lotta e di governo", come recita uno strillo grafico in copertina.
Berlusconi dovrà accontentarsi di intonare: “Avanti popolo, alla riscossa”, sulle note del famoso inno comunista.
La politica italiana sta diventando un grande carrozzone di clown, di saltimbanchi e buffoni.

12 novembre 2007

Briganteide di Nicola Misasi

Nicola Misasi (nato a Cosenza il 1850 e morto a Roma il 1923) non ha in simpatia il bandito d’Aspromonte Giuseppe Musolino, che negli anni intorno al 1906 (anno di pubblicazione di Briganteide) faceva tanto parlare di sé le cronache dei giornali. Musolino – scrive Misasi nella premessa al libro - «non è punto un brigante, perché non basta l’uccidere, non basta l’esser feroce, non basta il vendicarsi dei propri nemici per meritare un tale titolo di nobiltà nel regno del delitto». L’omicida di Reggio non è un Carlo Moor, un Ernani, un Ettore di Serralta, anime assetate di libertà e di giustizia che sorgevano per difendere i deboli contro i forti, gli oppressi contro gli oppressori.
E poi Reggio non fu mai terra di briganti, perché con il suo sole caldo e limpido, il suo mare spumoso e ridente, i suoi colli ed i suoi piani verdi di ulivi e di aranci, può essere la terra di «Mignon morbide e bianche sognanti baci e carezze fra i rosai» e non la terra dei Robin Hood armati di carabine e di pugnale, aspettanti al varco il passeggero.
Regno e terra dei briganti era la Sila cosentina, «far la storia della Sila è far la storia del brigantaggio». La Sila si estende da Acri a Taverna per circa cento chilometri, con picchi che giungono all’altezza di 1800 metri sul livello del mare, con gole profonde, con altipiani acquitrinosi. Per le pendici della Sila sono disseminati gli innumerevoli paeselli in cui d’inverno tornano i contadini scacciati dalla neve e dal freddo dei monti; «e da quei paeselli balzavano nelle macchie gli oppressi, i reietti, coloro che a una lunga vita di stenti, di umiliazione e di servitù, preferivano un breve giorno di tripudio». “Meglio un anno toro che cento anni bue”, diceva un detto dei montanari silani; «e in tal detto ci era tutta la Sila, ci era tutto il brigantaggio dei tempi di Roma fino ai nostri tempi».
Bene ha fatto quindi l’editore – scrive Misasi - «ad invitarmi a scrivere non già di Musolino, ma a proposito di lui e del chiasso che si è fatto intorno a lui, una breve storia del brigantaggio calabrese». Impresa non facile per il Misasi sintetizzare quanto già aveva scritto in una cinquantina di romanzi e circa duecento racconti. E nella premessa il Misasi stesso invita a chi vuol saperne di più a leggere i suoi Racconti Calabresi, In Magna Sila, Senza dimani, Assedio di Amantea, Cronache del Brigantaggio.
Raffaele Nigro, nel suo Giustiziateli sul campo, citando Antonio Verre, scrive che Misasi è stato «fecondo romanziere di un’idea sola». L’idea del brigantaggio, espressione di una ancestralità ferina ma eroica che faceva dell’antico calabrese un titano.
Al brigante «temuto dagli uomini, amato dalle femmine, protet­to dai signori, servito dai poveri, pasciuto di carni succolenti, di vi­no generoso, vestito di velluto coi bottoni di oro o di argento, ar­mato di fucili damaschinati e di pugnali con l'elsa di avorio; sen­tendosi nelle solitudini immense e nei boschi profondi, dei quali conosceva ogni sentiero, ogni antro, ogni recesso, libero come lo sparviero e gagliardo come il toro; assaporando la voluttà di sen­tirsi lupo, lui che per tanti anni era stato agnello, che importava se domani, sorpreso a mezzo di un banchetto, di un ballo o fra le braccia di una femmina una palla di fucile lo farà rotolare cadave­re in fondo ad un burrone; o se, dopo aver lottato come un cin­ghiale inferocito, e aver ferito ed ucciso, lo trarranno in un carce­re per esser poi condotto al patibolo in mezzo ad una folla di spet­tatori, tra i quali riconoscerà l'amico con cui banchettò, la bella femmina che gli diede baci e carezze, che importava?». Per un an­no o per pochi mesi avrebbe goduto tutte le gioie della vita, si sarebbe pasciuto di cibi delicati, avrebbe dormito avvolto nell'ampio e ricco mantello presso un buon fuoco scoppiettante in una vasta caver­na, avrebbe amato e sarebbe stato amato dalle più belle contadine.
Al Misasi interessa poco la cornice storica nella quale si muovono i briganti, per lui «il brigantaggio calabrese fu una lotta secolare tra il debole ed il forte che è poi la storia dell’umanità». Non sono gli avvenimenti storici che creano le condizioni del brigantaggio, «era il bosco che pro­duceva il brigante, che lo attirava, che gli parlava di libertà, d'indi­pendenza, che ne temprava il cuore alle passioni violenti; era la Si­la che lo seduceva come una femmina bella e perversa, con le sue segrete bellezze, con le sue acri voluttà. Da Spartaco a Marco Be­rardi, da Tallarico a Seinardi, quanti di cotesti audaci ivi regnaro­no, quante pagine vi scrissero della fosca leggenda!».
Il gladiatore Spartaco, che nel 73 a.C. capeggiò una grande rivolta contro Roma, si rifugiò nei monti della Sila per rifarsi di una sconfitta e uscirne «più baldo e più risoluto a viver libero ed a morir libero».
Marco Berardi, proclamatosi “il Re dei boschi”, tenne in scacco sui monti della Sila per molti anni le truppe di Filippo II, re di Napoli e Sicilia dal 1556 al 1598. Per non farsi prendere vivo, si lasciò morire con la sua donna chiuso in una grotta.
Ma l’ammirazione maggiore del Misasi va al brigante Giosafatte Tallarico, «brigante calabrese, non superato dai masnadieri che lo precedettero e lo seguirono». In lui la forza era accoppiata all’astuzia, il coraggio alla prudenza, la ferocia alla bontà, la rozzezza ad una certa cultura. Era stato prete, poi aveva studiato da farmacista, ma nel 1820 uccise il seduttore di sua sorella e si diede alla macchia. Per ventisette anni, dal 1820 al 1847, regnò da re assoluto sulla Sila. Di lui – dice il Misasi – si ricordano solo le buone azioni, gli atti di generosità, di carità, di cavalleria. Trattò la sua resa alle forze governative per mezzo di un avvocato casentino. Fu deportato ad Ischia, ove gli assegnarono una casetta in riva al mare. Morì quasi novantenne, riverito ed amato.
Di questi ed altri briganti Misasi parla con entusiasmo nella sua Briganteide, che non è certamente l’opera sua più riuscita, ma è l’ultima testimonianza della sua ammirazione e stima per gli eroi briganti.
Ma ora [nel 1906] il brigantaggio è finito. L’emigrazione, portando in lontane contrade lo spirito di avventura e di vagabondaggio del calabrese, ha ucciso il brigante.
L’editore Laruffa ristampando quest’opera del Misasi continua la sua meritoria operazione culturale di riproposizione e diffusione di importanti e significativi scritti sul brigantaggio politico e sociale.
Se un piccolo appunto si vuol muovere all’editore è che sarebbe stato più utile e funzionale stampare i due volumi insieme [unico volume], premettendo una introduzione bio-bibliografica sul Misasi.
Rocco Biondi

Nicola Misasi, Briganteide, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2007, Vol. I (pp. 126, € 10,00), Vol. II (pp.104, € 10,00).

9 novembre 2007

Nuevotango

Villa Castelli, in provincia di Brindisi, ha una grande tradizione nel campo musicale. Giuseppe e Giovanni Neglia, padre e figlio, furono affermati maestri di banda e compositori che operarono a Villa Castelli nei primi anni del 1900. Bernardino Ciracì è un maestro d’orchestra tuttora operante. I Cantori di Villa Castelli si sono esibiti nella “Notte della Taranta” a Melpignano. Villa Castelli vanta il primato fra i suonatori di organetto in tutta la Puglia. La Banda di Villa Castelli ha raggiunto in anni passati un grande livello artistico.
Ai giorni nostri opera a Villa Castelli il Centro Accademico Multifunzionale, diretto dai maestri Mino La Penna e Angelo Pignatelli, dove si tengono corsi di Pianoforte, Tastiera elettronica, Fisarmonica, Batteria, Chitarra elettrica, Organetto, Basso elettrico, Canto Leggero, Violino, Strumenti a fiato, Tamburi a cornice. Sono tantissimi gli allievi frequentanti.
Opera a Villa Castelli e fa tournèe in tutta Italia la Fisorchestra Pignatelli nella quale si esibiscono contemporaneamente 23 fisarmoniche elettroniche capaci di riprodurre i suoni di un'orchestra sinfonica.
Ma il fiore all’occhiello della scena musicale villacastellana è il gruppo Nuevotango, un quartetto composto da fisarmonica e bandoneon (Angelo Pignatelli), pianoforte (Mino La Penna), vibrafono (Cosimo Leone), contrabbasso (Francesco Salonna). Nuevotango nacque nel 2005 per riproporre soprattutto musiche di Astor Piazzola, il più grande interprete di tango. Ha raggiunto un alto livello artistico, dalle magiche sonorità.
Ieri sera Nuevotango si è esibito nel “Cinema Teatro Italia” di Francavilla Fontana (Brindisi), gremito in ogni ordine di posti, in occasione dell’apertura dell’anno sociale dell’Associazione culturale “l’Ulivo”, presieduta dal prof. Cosimo d’Amone. Lunghi e calorosi applausi a scena aperta. Ospiti applauditissimi della serata sono stati i campioni ballerini di tango Veronica e Denis Pennella.
Informazioni su Nuevotango possono essere trovate nel sito http://www.altrosuono.it/.