13 luglio 2012

Unica e grande Regione meridionale

L'annunciata soppressione delle province di Lecce, Brindisi e Taranto (per unificarle in una) ridà fiato a chi propone la creazione della Regione Salento, che dovrebbe abbracciare i territori delle suddette tre province, staccandosi da Bari e Foggia. Con il loro progetto vogliono ulteriormente frazionare l'Italia, passando dalle attuali venti a trenta Regioni. Aumenterebbero così burocrazie, quadri e organici, con grande e improduttivo dispendio di risorse, alla faccia della pluriproclamata revisione della spesa pubblica.
Così facendo, nei fatti il Sud, dividendo anziché unire, vuol continuare a contare sempre meno. Da centocinquantanni ad oggi il Nord ha ignorato e sfruttato le Regioni del Sud. Separati noi meridionali abbiamo poca o nessuna forza. Frazionarci ancora peggiora la situazione.
Per noi una buona e vincente proposta potrebbe essere la nascita di una sola e grande Regione meridionale, che dovrebbe accorpare le attuali Regioni del Mezzogiorno: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, più gran parte dell'odierno Lazio meridionale e il Cicolano (l'area orientale dell'attuale provincia di Rieti), per ricostituire il territorio del vecchio e storico Regno delle Due Sicilie. Riaccorpare l'intero territorio del Regno non è sogno nostalgico del bel tempo che fu. Ma è risposta all'abbandono di tutto il Sud, operato della nordica Italia unita. Una regione di circa 20milioni di abitanti (il 35% di tutta l'Italia) farebbe sentire il suo peso.
Pasquale Calvario, di recente scomparso, meridionalista che è stato consigliere regionale in Puglia nelle prime tre legislature e che ha contribuito in modo determinante alla formulazione dello statuto regionale, ha sostenuto che la Costituente repubblicana ha calato dall'alto l'attuale frammentazione regionale, che non aveva nessuna radice storica e sociale sul territorio. Le risorse dello stato e della comunità europea vennero automaticamente dissipate. Le popolazioni non si accorsero nemmeno dell'esistenza delle regioni, non ne ebbero alcun utile, anzi furono costrette a fuggire dalla loro avara terra emigrando. L'aver calato dall'alto sul Mezzogiorno uno spropositato numero di Regioni fa sospettare, scrive Calvario, che si sia voluto applicare il precetto del «divide et impera».
Per riparare il mal fatto si pone come problema preliminare ad ogni altro l'esigenza del riaccorpamento di tutte le Regioni del Sud.
E' scontato che tante saranno le resistenze alla nascita di questa unica macroregione. Scomparendo le attuali esistenti regioni, si perderebbero poteri, clientele, assessorati, consiglieri, apparati. La Sicilia perderebbe la sua "specialità". Ma tantissimi sarebbero i vantaggi di una gestione unitaria di tutto il Sud. A cominciare da una risposta più forte al contropotere criminale.
Una simile macroregione del Sud potrebbe ancora avere interesse a rimanere nell'Italia unita, perché cambierebbero i rapporti di forza. Il Sud non sarebbe più il fanalino di coda dell'economia italiana, ma potrebbe diventarne il propulsore. Si potrebbe così arrivare ad una vera unità. E questo non sarebbe da considerarsi una debolezza. Non dimenticando però che, non ottenendo risultati positivi, a fronte di mali estremi si potrebbe ricorrere ad estremi rimedi. In linea di principio quindi non si escludono scissione, indipendenza e autonomia.
Saremmo - scrive Pino Aprile nel suo “Terroni” - l'ultimo paese dell'Europa unita. Ma, da soli, avremmo la possibilità di trasformare i nostri ritardi in occasione di sviluppo. Non dovendo più “far media” con il reddito del Nord, diverremmo immediatamente il paese europeo ad avere maggiore diritto agli incentivi economici per lo sviluppo; con un impagabile vantaggio aggiuntivo: che i soldi dell'Europa per il Sud, resterebbero al Sud.
Rocco Biondi

8 luglio 2012

Il pensiero meridiano, di Franco Cassano

Ho intrapreso la lettura de "Il pensiero meridiano" di Franco Cassano nella speranza di trovare degli elementi di supporto alla costruzione di un Mezzogiorno d'Italia autonomo e indipendente dal nord. La speranza non è andata delusa. Consapevole che l'ambito nel quale si muove Cassano è precipuamente filosofico, ho cercato di applicare i suoi concetti ad un campo pratico di creazione di una base su cui poter convergere da parte dei tanti movimenti meridionali che sono nati e continuano a nascere nel Sud d'Italia.

Tante sono le idee e le proposte, talvolta contrapposte, che vengono avanzate da questi movimenti, in genere piccoli e isolati, quasi da disperare di poter raggiungere l'obiettivo comune di valorizzazione del Mezzogiorno. Le idee di Cassano potrebbero accomunare e portare su una strada unica o comunque su strade parallele.
Il libro originario fu pubblicato nel 1996 e conteneva dei saggi, elaborati nei due anni precedenti, aventi come tratto comune il tentativo di fondare un pensiero meridiano. Ad una nuova edizione del 2005 l'autore aggiungeva una prefazione nella quale venivano esplicitati ed evidenziati i fili conduttori dell'intera trama teorica del libro.
Il pensiero del Mezzogiorno, elaborato da Cassano, comprende quattro fondamentali caratteristiche fra di loro connesse: autonomia, lentezza, mediterraneo, misura. Sono le dimensioni sulle quali può essere costruita l'azione per l'auspicata valorizzazione del Sud.
La rivendicazione dell'autonomia è il passaggio fondamentale per restituire al sud l'antica dignità di soggetto. Bisogna interrompere la lunga sequenza in cui il Sud è stato pensato come oggetto da altri. Il sud ha in sé la sua completezza, non deve essere considerato come un non-ancora nord. Il sud - scrive Cassano - non costituisce uno stadio imperfetto e incompiuto dello sviluppo, ma un altro sguardo, che mira a custodire un'autonomia rispetto al mondo sviluppato. Non bisogna pensare il sud alla luce della modernità ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud. Bisogna fissare criteri di giudizio diversi da quelli oggi in vigore, bisogna pensare un'altra classe dirigente, un'altra valutazione della povertà e della ricchezza.
Il parametro della lentezza, con tempi e spazi propri, propone un modello culturale non fondato sulla produzione e sul consumo illimitati. La tutela di modelli culturali non-produttivistici sarà l'ancora di salvezza dell'umanità nel futuro. Noi meridionali dobbiamo essere i custodi e i propulsori di questa diversa concezione dell'economia. E non si tratta di ritornare al passato, ma di arricchire il futuro.
Il Mediterraneo è il mare contornato completamente da terre, che bagna le coste meridionali dell'Europa, quelle occidentali dell'Asia Minore e quelle settentrionali dell'Africa. Sua caratteristica rilevante è l'essere confine, interfaccia, mediazione fra i popoli. Esso rappresenta l'incrocio di terra e mare, l'una contro l'altro e insieme l'una con l'altro, risolvendo il conflitto del tenere insieme la propria fede e il rispetto di quella dell'altro. Al centro di questo mare si trova in posizione strategica l'Italia Meridionale, il vecchio Regno delle Due Sicilie. Questa ricchezza deve da noi meridionali essere sfruttata.
Altra caratteristica del pensiero meridiano è la misura, l'equilibrio che deve sottrarci alla mitologia del progresso. Bisogna privilegiare i fattori che spingono verso la coesistenza di diverse posizioni, rifuggendo da ogni tipo di fondamentalismo sia religioso che economico. Questo parametro di misura ed equilibrio dovrebbe regolare anche i comportamenti reciproci fra i vari movimenti ed associazioni meridionali, privilegiando ciò che unisce a ciò che separa.
Ai principi del pensiero meridiano, elaborati da Cassano, possono proficuamente ispirarsi le varie anime del meridionalismo moderno, quelle che approfondiscono l'aspetto storico, quelle che auspicano l'autonomia del Sud, quelle che puntano verso l'indipendentismo, quelle che seguono strade mediane tipo una macroregione del Sud che riaccorpasse tutto il territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie. 
Rocco Biondi 

Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 142, € 9,00

2 luglio 2012

Quello che non dissi a Bocca. Per una sola Regione meridionale nella Repubblica Italiana, di Pasquale Calvario


Nei giorni scorsi all'età di novantuno anni moriva l'avvocato Pasquale Calvario, liberal-radicale, consigliere regionale in Puglia nelle prime tre legislature. Meridionalista che auspicava la nascita di una sola e grande Regione meridionale, che dovrebbe accorpare le attuali sei Regioni del Mezzogiorno continentale: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria.
Confesso che, pur dopo un'attenta lettura, non ho capito il significato del titolo "Quel che non dissi a Bocca" e chi sia l'intervistatore cui risponde Calvario. Faccio anche notare che la scrittura di Calvario è alquanto complessa con conseguente difficoltà nella lettura, cosa questa che purtroppo rende poco appetibile il contenuto del libro.
Condivido la proposta per la costituzione di una macroregione del Sud, cui aggiungerei anche la Sicilia, gran parte dell'odierno Lazio meridionale e il Cicolano (l'area orientale dell'attuale provincia di Rieti), per ricostituire il territorio del vecchio Regno delle Due Sicilie.
Con la piemontesizzazione, avvenuta nel 1860, si impiantò uno stato che il Sud non sentiva come "suo"; la politica di potenza del vincitore, imposta allora, protrae i suoi effetti negativi fino a noi; è stata sepolta nell'oblio la storia di un'immensa e illustre realtà regionale, corrispondente ad un grande regno.
La successiva Costituente repubblicana calò dall'alto l'attuale frammentazione regionale, che non aveva nessuna radice storica e sociale sul territorio. I politici del Sud l'accettarono passivamente, nella solo speranza di assicurarsi un potere più o meno grande. A questo fine le masse popolari furono usate strumentalmente e senza scrupolo. La disinvolta frammentazione operata nel territorio, scrive Calvario, ha avuto un'incidenza solo punitiva sugli abitanti di esso. Alla segmentata popolazione era preclusa ogni possibilità di impegno operativo a favore dei nuovi enti.
Le risorse dello stato e della comunità europea, vale a dire di tutti noi, vennero automaticamente dissipate. Le popolazioni non si accorsero nemmeno dell'esistenza delle regioni, non ne ebbero alcun utile, furono costrette a fuggire dalla loro avara terra emigrando.
A risentirne primariamente della conquista piemontese fu la scuola del Sud, che non si preoccupò di far scoprire alle nuove generazioni le proprie radici per trarne la linfa che avrebbe alimentato il loro porsi nella storia. Nell'unica grande Regione meridionale, dice Calvario, la scuola dell'obbligo dovrà impegnarsi a riproporre la storia, non già nella falsificazione e nei silenzi che una agiografica versione unitaria ha imposto, oscurando e seppellendo la storia di Napoli.
L'aver calato dall'alto sul Mezzogiorno uno spropositato numero di Regioni fa sospettare che si sia voluto applicare il precetto del «divide et impera». E' infatti tanto innaturale quello che allora si compì, afferma Calvario, che non si può desistere dal domandarsi se, per caso, non si temette di risuscitare la ricostituzione del Regno di Napoli.
Fatto sta che, conclude Calvario, per riparare il mal fatto si pone come problema preliminare ad ogni altro l'esigenza del riaccorpamento di tutte le Regioni del Sud.
E tantissimi sarebbero i vantaggi. Oggi nel Sud continentale si contano ben sei regioni, che moltiplicano per sei volte i quadri e gli organici per competenze uniformi e che generano quindi grande e improduttivo dispendio. L'accorpamento eliminerebbe la megalomania che si esprime nell'alimentare ben sei baronie con conseguenti sei burocrazie senza reali ed indispensabili compiti operativi.
La grande e unica Regione meridionale dal Calvario è disegnata nell'ambito dell'unità della Repubblica italiana, non viene coltivato sinora il proposito di una scissione. «Tuttavia nessuno si inganni - scrive Calvario - nel tenere, per debolezza, l'aspirazione del Sud ad una vera unità, cioè a rinfrancarsi delle delusioni patite. Nessuno dimentichi che la storia ci mette di fronte all'alternativa che si esprime nel provvedersi di "estremi rimedi", a fronte di "mali estremi"». Non si escludono quindi la scissione e l'indipendenza.
Il libro, scritto venti anni fa, illustra anche le modalità operative attraverso le quali giungere all'attuazione della macroregione. Principi basilari ne sono la sovranità popolare e l'etica democratica.
Chiudo questa mia rapida sintesi sottoscrivendo un'affermazione che Calvario pone nella prima pagina del suo libro: «I partiti storici, nessuno escluso, non meritano che si riconfermi loro il voto».
Della necessità e dell'urgenza di una macroregione meridionale siamo ormai in tanti a parlarne. Forse sono maturi i tempi per passare all'azione. Le tante associazioni e i movimenti che operano nei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie potrebbero impegnarsi in tal senso. Per tutte ne cito una: la "Confederazione duosiciliana", della quale è coordinatore Michele Ladisa, che mi ha procurato il libro qui recensito.
Rocco Biondi 

Pasquale Calvario, Quello che non dissi a Bocca. Per una sola Regione meridionale nella Repubblica Italiana, Ladisa Editore, Bari 1993, pp. 132

16 giugno 2012

Giuseppe Tardio, di Antonio Caiazza


Antonio Caiazza con questo suo libro pubblicato nel 1986 tira fuori «dal fondo delle memorie sepolte e dalle ingiallite e polverose carte d'Archivio» una pagina dimenticata del nostro passato, come scrive nella sintetica e pregnante premessa. Con un paziente lavoro di mosaico elaborato principalmente dalle carte dell'Archivio di Stato e del Tribunale Civile e Correzionale di Salerno, viene documentata la lotta capeggiata dal capobrigante legittimista Giuseppe Maria Tardio contro i piemontesi che avevano ingannato il popolo meridionale non mantenendo la promessa della tanto bramata lottizzazione delle terre. Teatro delle imprese fu il Cilento e il resto della Provincia del Principato Citra, con capoluogo Salerno.
Giuseppe Maria Tardio nacque primogenito a Piaggine Soprane, nel cuore del Cilento, il 1° ottobre 1834 da una famiglia di modesti contadini. Caso raro in quell'epoca e per provenienti da famiglie come la sua, frequentò il Real Liceo di Salerno fino a conseguirvi il dottorato in giurisprudenza. Gli altri due suoi fratelli e la sorella restarono analfabeti.
Originariamente fu di sentimenti liberali. Regnando ancora i Borbone partecipò a manifestazioni a favore dei Savoia e per questo fu arrestato. Tornato in libertà nell'agosto 1860 avanzò domanda per essere nominato Ispettore di Polizia. Cambiato il Governo, per i piemontesi le persecuzioni subite sotto i Borbone furono atti di merito per far accogliere la sua domanda. Ma non se ne fece nulla. La sua origine plebea dava fastidio agli agrari borghesi, che ordirono una congiura e lo fecero arrestare. Dopo 15 giorni riuscì a fuggire. In questi pochi giorni di prigionia avvenne una profonda metamorfosi in Giuseppe Tardio. Vedendo i vecchi e nuovi borghesi e agrari schierarsi col nuovo Stato per conservare gli antichi privilegi di classe, fece la scelta di mettersi dalla parte dei legittimisti per il ritorno dei Borbone e di sostenere la spartizione delle terre ai braccianti, lottando contro i moderati parassiti e sfruttatori.
Il grande puzzle della ricostruzione della gesta di Tardio è frutto della lettura dell'enorme mole di fascicoli della lunga fase processuale che durò 15 anni. Come in ogni processo sono da prendere con molta cautela le dichiarazioni degli imputati. Scremati da queste restano però i fatti.
Tardio ordì e portò a compimento, dal 1861 al 1863, varie imprese nel territorio cilentano occupato dai piemontesi. A Roma, dopo aver ricevuto il consenso di Francesco II e aver trovato scarsi finanziamenti, arruola un gruppo di "volontari" per compiere una spedizione reazionaria nel Cilento.
All'alba del 18 settembre 1861, su di un battello, Tardio parte dal porto di Civitavecchia a capo di 32 uomini che conosceva appena; erano disponibili 27 fucili, alcune baionette, qualche mazzo di cartucce. Dopo 4 giorni di navigazione, nella notte tra il 21 e il 22 settembre, sbarcarono nei pressi di Agropoli, distante circa 40 chilometri da Salerno. L'intenzione di Tardio era quella di assaltare il suo paese natale, Piaggine Soprane, uccidere il Sindaco e il Capitano della Guardia Nazionale, saccheggiare le case dei liberali. Ma il piano fallì. Anche perché molti uomini, che in un primo momento la avevano seguito, lo abbandonarono non appena sbarcati. Tardio, che aveva con sé non più di una ventina di uomini, venne dato per spacciato e sconfitto. Ma questo fu un grosso errore. Il Piagginese aveva una resistenza immensa e risorse imprevedibili. Durante il lungo inverno prepara imprese che avranno grande successo.
Intanto i "liberali", tessendo trame e intrighi, approfittarono della confusione creata dallo sbarco di Tardio per saldare vecchi conti personali. Molti furono gli arresti.
Nel dicembre 1861 a Tardio si aggregò Pietro Rubano di Piaggine Sottane, che aveva operato in Basilicata con la banda Crocco, divenendone il braccio destro.
Dal 2 al 9 luglio 1862 Tardio invade i seguenti paesi e frazioni, abbattendo gli stemmi dei Savoia e i ritratti di Vittorio Emanuele e Garibaldi al grido di "Viva Francesco II": Massicelle, Futani, Abatemarco, Foria, Licusati, Camerota, Marina di Camerota, Lentiscosa, Celle, Alfano, Caselle. Gli assalti e le invasioni di questi centri abitati ebbero modalità comuni: gli abitanti accoglievano quasi in trionfo i briganti, gli amministratori comunali furono generalmente conniventi o comunque reagirono con estrema debolezza contro i briganti, le Guardie Nazionali scappavano prima dell'arrivo dei briganti, briganti e abitanti saccheggiavano e devastavano le case dei ricchi borghesi. La banda di Tardio raggiunse in alcuni momenti il numero di 200 componenti.
Intanto l'esercito piemontese con un immenso dispiegamento di forze stringe il cerchio intorno a Tardio. che è costretto a ripiegare. Nell'ottobre 1862 tuttavia la banda Tardio riesce ancora ad invadere con successo i Comuni di Sacco e Corleto.
Nel successivo inverno Tardio si eclissa. E' nuovamente attivo con la sua banda nel cilentano nel giugno 1863. Invade Campora, Stio, Gorga, Magliano Grande. Le imprese di Tardio finirono con la battaglia persa contro l'esercito piemontese in quest'ultimo abitato.
Tardio riuscì a fuggire ed esulò a Roma, dove rimase in libertà fino alla conquista nel settembre 1870 dello Stato Pontificio da parte dei piemontesi. Arrestato fu rinchiuso nelle carceri criminali di Roma. Fu poi trasferito nelle carceri di Salerno per il processo. Fu prima condannato a morte nel 1872 e poi nel 1876 la condanna fu permutata alla pena dei lavori forzati a vita. Venne trasferito nel carcere dell'isola di Favignana (Trapani), dove muore il 13 giugno 1892.
Caratteristica del libro è la presenza di una stragrande presenza di nomi, appartenenti a tutti i ceti, che hanno parteggiato per i briganti. La rivolta dei briganti e di chi l'appoggiava fu corale.
Il libro porta un'interessante prefazione di Franco Molfese.
Rocco Biondi

Antonio Caiazza, Giuseppe Tardio. Brigantaggio politico nel periodo postunitario in provincia di Salerno, Tempi Moderni Edizioni, Napoli 1986, pp. 356

5 giugno 2012

Navigazione a vista

Molti di noi meridionalisti navigano a vista. Urge l'individuazione di una stella polare. Non necessariamente un uomo. Anche un'idea, unica per tutti. O idee convergenti. Sarà mai possibile? Molti di noi lavorano per raggiungere questo obiettivo.

2 giugno 2012

La «lista civica» nazionale e i meridionalisti

Si parla con sempre maggiore insistenza di una lista civica nazionale per le prossime elezioni nazionali del 2013. Dovrebbero confluirvi e appoggiarla tutti gli scontenti dei partiti tradizionali. Apripista è stato Michele Emiliano, sindaco di Bari. Oltre a quello di Emiliano, altri nomi che circolano, come padri nobili di questa lista, sono quelli di Roberto Saviano, scrittore, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Pino Aprile, giornalista e scrittore. Non compare però nessuno dei tanti nomi dei meridionalisti che fanno movimento nella rete informatica. Una domanda sorge spontanea: questi ultimi che peso hanno nella realtà? Forse poco o nullo. A meno che non si voglia intendere che Pino Aprile li rappresenti tutti.
Sono stato testimone di una eventuale e possibile disponibilità dichiarata da Pino Aprile nell'incontro del sabato brigantesco, tenutosi a Villa Castelli il 25 febbraio 2012, tra Aprile ed Emiliano, appunto.
Rocco Biondi

24 maggio 2012

Il sangue del Sud, di Giordano Bruno Guerri


I briganti e i meridionali, scrive Guerri, non si sentivano «italiani». Lottavano per scacciare degli «stranieri» che sbandieravano una fratellanza forzata e che erano considerati usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze.
Il testo di Guerri, nella denuncia contro l'operato dei cosiddetti «padri della patria», va oltre l'intenzione dell'autore. Il sottotitolo del libro è "Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio", sottintendendo quindi che vi è una Storia ufficiale della quale si fanno degli aggiustamenti. Io invece credo che vi sia un'altra storia, diversa e indipendente da quella scritta dai vincitori, la storia della stragrande maggioranza del popolo meridionale che dal 1860 in poi si oppose agli invasori piemontesi. Il libro di Guerri si presta ad essere letto in quest'ottica.
La "guerra in-civile" di quegli anni non aveva nulla di cui i vincitori potessero vantarsi: si preferì quindi nascondere o addirittura distruggere i documenti, perché non fossero accessibili neppure agli storici. I briganti scontano, scrive Guerri, oltre alla sconfitta, anche il destino della "damnatio memoriae". A loro, non spetta l'onore delle armi.
Gli italiani erano indifferenti all'Italia, chiedevano soltanto un'esistenza più umana. Le aspirazioni dei poveri e quelle degli idealisti non avevano niente in comune. La gente chiedeva pane, mentre gli intellettuali volevano la Costituzione. Il popolo italiano non esisteva. C'erano solo individui - appartenenti a Stati diversi, con storie e lingue diverse - che avrebbero potuto anche essere uniti a patto che si partisse dai loro bisogni: cosa che non fu fatta.
Nei piani dello stesso Cavour non vi era l'Unità d'Italia; lui pensava ad una confederazione di tre regni sotto la presidenza onoraria del papa: uno settentrionale sotto i Savoia, uno meridionale sotto i Borbone, l'altro centrale «sotto il re che più conviene». Non era mai sceso più a sud di Firenze; non gli interessava affatto conoscere il Meridione, tanto era pieno di pregiudizi. Furono gli avvenimenti e interessi economici superiori a portare ad unificare il tutto sotto i Savoia piemontesi.
L'annessione del Regno delle Due Sicilie fu un bel boccone per i Savoia. Al di là delle falsità propagandistiche le Due Sicilie rappresentavano la parte più ricca della Penisola. Possedevano oltre i due terzi dell'oro di tutti gli altri Stati messi insieme. Per fare un esempio, mentre il Regno delle Due Sicilie possedeva 445,2 milioni di lire il Regno del Piemonte ne possedeva soltanto 27 milioni (6,06% rispetto alle Due Sicilie). Con i soldi del Sud furono appianati i debiti del Nord. Almeno nei trent'anni successivi all'Unità, l'Italia del Sud fu come una colonia del Piemonte.
Nel Regno delle Due Sicilie arrivarono in anticipo rispetto agli altri Stati italiani gas, telegrafo e ferrovia. Bastarono solo 270 giorni per ricostruire il Teatro San Carlo, dopo un incendio. Furono inaugurati il Museo Archeologico, l'Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale di Napoli. All'inizio dell'Ottocento nacquero l'Accademia delle Belle Arti, l'accademia Reale Militare, l'Istituto statale per i sordomuti, il convitto di chirurgia e medicina, il convitto di musica. Nei numerosi ospedali e ospizi prestavano servizio ben 9000 medici. Le industrie siderurgiche, meccaniche, cotoniere, della carta si erano sviluppate con ritmi altrove impensabili, impiegando fino a 1.600.000 addetti contro il milione del resto d'Italia. La flotta mercantile e quella militare erano ai primi posti a livello mondiale. Disoccupazione e emigrazione erano pressoché assenti.
Ma la base dell'economia meridionale, scrive Guerri, restava l'agricoltura. A reggere lo Stato erano i contadini; a goderne, altri. La redistribuzione della proprietà terriera non fu mai presa seriamente in considerazione dai Borbone. Nemmeno con l'arrivo dei «forestieri piemontesi» venne affrontata la questione agraria, che era l'unica via per favorire un processo moderno di economia. E questa mancanza sarà una delle principali cause del brigantaggio.
Impossibile fornire un identikit del contadino che diventa brigante e del brigante che si trasforma in generale. Ognuno ha una sua storia. Ma ciò che li accomuna e li incita alla battaglia sono valori come terra, giustizia, onore, tradizione, orgoglio, cacciata dello straniero. La componente dell'insorgenza e della ribellione sociale rappresenta la spinta maggiore. Ma i briganti erano anche «partigiani», lottavano per avere la possibilità di scegliere da chi essere comandati e come. E fra i Borbone e i Savoia sceglievano i Borbone.
I piemontesi per contrastare i briganti e i meridionali scelsero la via peggiore: la forza cieca che sfociò anche in episodi da sterminio di massa. Nel momento più aspro della guerra, tra il 1862 e il 1863, l'esercito di stanza al Sud nella lotta al brigantaggio contò fino a 120.000 uomini, quasi la metà dell'intero esercito unitario. Fu un'immane carneficina.
La Chiesa e i Borbone favorirono la lotta dei briganti. Ma l'appoggio maggiore venne dato dalla stragrande maggioranza della popolazione.
Guerri narra le imprese di alcuni fra i capi briganti più significativi: Pasquale Domenico Romano (Sergente Romano), Luigi Alonzi (Chiavone), Carmine Crocco (il Re dei Briganti), José Borges (legittimista spagnolo). Parla anche di diverse brigantesse.
Il colpo di grazia al brigantaggio venne dato dalla Legge Pica, che instaurò nel Sud la dittatura militare. Fu operativa dal 15 agosto 1863 al 31 dicembre 1865.
La miseria nel Sud aumentò. Per i vinti rimaneva la desolazione. L'unica alternativa divenne l'emigrazione.
L'Italia che nacque allora, conclude Guerri, dopo un secolo e mezzo, continua a portarsi dietro i malanni della sua infanzia.
Rocco Biondi

Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, Mondadori, Milano 2010, pp. 298, €. 20,00

8 aprile 2012

La banda Manzo, di Antonio Caiazza


Caiazza parlando dei monti che circondano Acerno, in provincia di Salerno, scrive: «In questi luoghi e in quelli circostanti riecheggiano ancora gli spari e le voci dei briganti, ancora spuntano come ombre il mantello, il cappello a cono e l'archibugio di Manzo, Tranchella, Giardullo; gli alberi, le rocce e le acque parlano di antichi fatti, i quali o hanno acquistato un alone di leggenda o hanno lasciato tracce impercettibili, che ormai sfuggono e si dissolvono nel naufragio del racconto e della memoria dei più vecchi».
Altro "naufragio" è quello che è avvenuto per i documenti degli Archivi, non solo ad opera dei topi e dell'umidità ma anche di chi ha voluto e vuole tuttora nascondere la verità sul brigantaggio politico e sociale.
Il libro, pubblicato nel 1984, prende le mosse e si impernia sulla "memoria" scritta di Isacco Friedli, uno svizzero che fu sequestrato, insieme a Federico Wenner, Giovan Giacomo Lichtensteiger e Rodolfo Gubler, dalla banda brigantesca di Gaetano Manzo il 13 ottobre 1865. Obiettivo principale del sequestro era Federico Wenner, figlio di Alberto Wenner titolare di un industria tessile, fra le più moderne d'Europa, dislocata nel salernitano. Gli altri tre erano dipendenti dei Wenner: Lichtensteiger un disegnatore, Gubler un commesso, Friedli un istitutore.
La "memoria" di Friedli ha destato in Caiazza una "curiosità" che lo ha spinto a consultare gli Atti della Prefettura e del Tribunale nell'Archivio di Stato di Salerno. Ne è venuto fuori un libro, che contiene fatti e notizie inedite sul sequestro Wenner e sulla banda Manzo, e che è stato pubblicato - dice Caiazza - "nella speranza di una sua utilità", salvando così un piccolo relitto del naufragio, dal quale risulta uno scorcio interessante e attuale del brigantaggio "non politicizzato". Narrando di fatti avvenuti nel 1865 l'aspetto riguardante la fedeltà al Papa e al Re Borbone contro "l'invasore" straniero è quasi del tutto inesistente. Il brigantaggio allora aveva invece molte implicazioni sociali, economiche e umane.
Le masse del Sud non hanno partecipato alla determinazione della cosiddetta unità d'Italia. Il Potere le escludeva e le sfruttava senza dare niente in cambio. Il Potere era il nemico che imponeva le tasse e il servizio di leva. Quando non se ne poteva più, ci si ribellava; e il coraggioso che si faceva brigante dandosi alla campagna era il simbolo del riscatto per i deboli, il vendicatore dei torti subiti, e perciò veniva ammirato e sostenuto. Ci si dava al brigantaggio o per sottrarsi all'obbligo della leva o perché stanchi di far la fame pur lavorando o per spirito di avventura attratti dalla vita libera dei boschi e dei monti.
Il capobanda Gaetano Manzo era nato in Acerno nel 1837. Divenne brigante perché perseguitato, in quanto renitente alla leva imposta dai piemontesi. Operò dapprima nella banda capitanata da Antonio Maratea detto Giardullo, finché nell'aprile del 1865 non costituì una sua banda, composta da una ventina di uomini.
Manzo sembra identificarsi perfettamente con il modello antropologico del "bandito gentiluomo", così come descritto da E.J. Hobsbawn. Inizia infatti la sua carriera di fuorilegge come vittima di un'ingiustizia per un'azione che l'Autorità e non la sua gente giudica criminosa; prende al ricco (inglesi e svizzeri, ma anche ricchi agrari e borghesi italiani) per dare al povero; si giustifica del primo reato di ricatto ed estorsione e del sequestro Moens come autodifesa o necessità; ritorna alla vita civile come un cittadino onorato, si arrende e si sottopone al processo; è ammirato e appoggiato dal popolo; muore a Flùmeri per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare contro di lui; è invisibile e invulnerabile; non è nemico delle Istituzioni, a cui si rivolge spesso dal carcere per ottenere comprensione e clemenza, ma soltanto dei signorotti locali.
La parte centrale del libro, per 89 pagine, è occupata dalla traduzione, fatta da Caiazza insieme a Ettore Locatelli, della lettera del signor Friedli, istitutore nella famiglia del signor Friedrich Albert Wenner, in Fratte di Salerno, al suo allievo tredicenne Robert Wenner, datata 20 febbraio 1866. La liberazione e la fine del sequestro erano avvenute il 10 febbraio 1866. Il titolo che viene dato a questo documento è "Quattro mesi tra i briganti (1865-1866)".
Prima di questa "memoria" nel libro sono presenti alcuni capitoli che narrano delle imprese di Manzo e degli altri componenti della sua banda. Un primo capitolo è dedicato alle attività del capobrigante Manzo prima del sequestro Wenner, dall'aprile 1863 all'ottobre 1865; si narra di molti sequestri ai quali ha partecipato Manzo, nella maggior parte dei casi componente della banda Giardullo, fino al sequestro effettuato dalla sua banda degli inglesi William Moens, agente di borsa, e Murray Aynsley, reverendo, il 15 maggio 1865.
Altro capitolo parla della resa di molti briganti alle forze di polizia piemontese. Lo stesso capobanda Gaetano Manzo si costituisce il 4 marzo 1866. Per l'occasione le cronache del tempo registrano un pranzo in casa Manzo, la distribuzione di 6.200 e più ducati ai poveri, lancio di carlini ai ragazzi per le strade e festeggiamenti da parte del Comune con distribuzione di pane ai poveri. Alcuni briganti però che avevano comunicato la decisione di volersi consegnare furono uccisi dai loro stessi compagni.
Il processo contro i componenti della banda Manzo, iniziato il 9 marzo 1866, si svolge prima presso il Tribunale di Salerno e si chiude presso la Corte di Assise di Napoli, che il 29 maggio 1870 emette la sentenza definitiva con tre condanne a morte, nove condanne ai lavori forzati a vita, tre condanne a 21 anni, una a 20, una a 18 e tre a 3 anni. Gaetano Manzo, condannato ai lavori forzati a vita, fu rinchiuso prima nelle carceri di Firenze, poi a Pescara ed infine a Chieti, da dove riuscì ad evadere il 6 novembre 1871 per tornare alla vita brigantesca. Fu ucciso a tradimento il 20 agosto 1873. Seguono nel libro dettagliate biografie degli altri briganti e manutengoli della banda Manzo.
Il libro si chiude con una raccolta di importanti documenti sul brigantaggio salernitano e con un appendice che elenca gli Atti processuali dei reati di brigantaggio e gli Atti del Gabinetto del Prefetto, entrambi presenti presso l'Archivio di Stato di Salerno.
Sul sequestro Wenner ad opera della banda Manzo scrisse un diario anche l'altro rapito Giovanni Lichtensteiger, ignorato da Caiazza forse perché pubblicato in italiano lo stesso 1984 in cui usciva il suo libro.
Rocco Biondi

Antonio Caiazza, La banda Manzo, tra i briganti campani e lucani nel periodo postunitario, Tempi Moderni Edizioni, Napoli 1984, pp. 280

6 marzo 2012

L'altra storia, di Rocco Biondi


EDITORIALE della rivista "Brigantaggio politico e sociale", n. 2, dicembre 2011

I briganti, i contadini, i braccianti e le loro famiglie non hanno voce nelle storie ufficiali. Eppure nel 1860 erano la stragrande maggioranza degli abitanti del Sud, invaso e massacrato dai Savoia piemontesi. I briganti e le classi che rappresentavano non sapevano però né leggere né scrivere; anche le loro dichiarazioni processuali venivano addomesticate dai loro persecutori più acculturati.
La storia che ci fanno conoscere e che viene insegnata nelle scuole, a cominciare dalle università, è quella scritta dai vincitori a giustificazione del loro operato. Vengono presentati solo i fatti che a loro convengono, spesso inventandoli. Vengono tenuti colpevolmente nascosti quelli che possono creare ombre su di loro. I briganti vengono presentati sotto una luce che possa giustificare il loro massacro.
La storia dei vinti, l'altra storia, quella vera, fa molta fatica a venir fuori. Ha aiutato, fino a quando ciò è stato possibile, la tradizione orale. I nostri antenati (vissuti più vicino a quei tempi) hanno raccontato i fatti che hanno avuto come protagonisti i nostri padri briganti, talvolta mitizzandoli. Ma pochi di quei racconti sono stati trascritti, e quando ciò è avvenuto spesso hanno subito la stessa sorte delle verbalizzazioni processuali, sono stati cioè trascritti in maniera favorevole ai vincitori.
La storia ufficiale presenta fatti ed avvenimenti, spesso inventati, che giustificano la pura invasione-annessione dei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Vengono taciute le vere motivazioni che hanno dettato quelle operazioni: incameramento da parte dei Savoia dei beni del Regno delle Due Sicilie e degli Enti ecclesiastici; ai banchieri francesi Rothscild veniva garantito così il saldo dei debiti fatti dal Regno piemontese per finanziare le sventurate guerre d'indipendenza; alle navi inglesi veniva assicurato il libero sbocco commerciale nel Mediterraneo, per proseguire con l'apertura del canale di Suez verso l'Oriente.
L'altra storia è la vita miserrima che contadini e braccianti, la stragrande maggioranza degli abitanti del Sud, furono costretti a vivere. La soppressione operata dai piemontesi degli usi civici, che sotto i Borbone consentivano ai contadini di sfruttare le terre demaniali, tolse loro una importante fonte di sopravvivenza.
L'altra storia è il congedo, effettuato dai piemontesi, dei soldati dell'esercito borbonico, costretti a tornare sbandati e senza soldi nei loro paesi accrescendo così le bocche da sfamare. Non migliore sorte subirono i garibaldini, utilizzati (come paravento) quando bisognava realizzare l'impresa, abbandonati poi ad obiettivo raggiunto.
L'altra storia è quella dei briganti, insorgenti e resistenti, che lottarono in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Carmine Crocco, Pasquale Romano, Luigi Alonzi, Giuseppe Tardìo, Nicola Summa, Cosimo Mazzeo e tantissimi altri non sarebbero riusciti a resistere tanto se non avessero avuto le popolazioni del Sud dalla loro parte. Furono sconfitti per le preponderanti forze militari messe in campo e per i metodi spietati e disumani usati dai piemontesi contro di loro. E i nomi di questi patrioti meridionali non compaiono nei libri di storia.
L'altra storia è far conoscere quanti meridionali sono stati uccisi dai soldati piemontesi nel decennio post unitario, prima, durante e dopo la legge Pica, o in combattimento o dai plotoni di esecuzione o a tradimento. C'è chi dice che furono centinaia di migliaia. Quanti furono gli ex ufficiali e soldati del disciolto esercito del Regno delle Due Sicilie deportati prigionieri nei campi di concentramento piemontesi di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese, di Alessandria e diversi altri. Si dice fossero stati diverse decine di migliaia. Quanti di questi prigionieri morirono di stenti e di freddo, specialmente nel lager di Fenestrelle, per poi essere sciolti nella calce viva e non lasciare di loro alcuna traccia. Forse diverse migliaia.
L'altra storia è sapere quanti paesi del Meridione furono incendiati e rasi al suolo per rappresaglia piemontese negli immediati anni postunitari. Se ne contano una cinquantina. Tra essi tristemente famosa resta la sorte toccata a Pontelandolfo e Casalduni.
L'altra storia è lo smantellamento operato dai piemontesi di floridi stabilimenti industriali, presenti nel Sud ai tempi del Regno borbonico, per bloccare scientemente lo sviluppo del Mezzogiorno. Per tutti vale ricordare la chiusura e il trasferimento al Nord delle acciaierie di Mongiana in Calabria e delle Officine ferroviarie di Pietrarsa nel napoletano.
L'altra storia è la grande emigrazione a cui furono costretti i meridionali per sopravvivere. Milioni di essi migrarono all'estero, ma anche nel nord Italia. Con le loro rimesse contribuirono a salvare l'economia italiana.
L'unità forzata imposta nel 1860, con l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie e l'annessione del Sud al Regno sabaudo piemontese, ha arrecato gravi danni al Meridione. Ancora oggi i Meridionali ne subiscono le conseguenze. Non vi è mai stata una vera unità d'Italia. E mai vi sarà se i governi italiani continueranno a ignorare e a non soddisfare i reali fabbisogni del Meridione. Non vi potrà essere unità se si continuerà a togliere al Sud per dare al Nord, se si continuerà a considerare i Meridionali come puri consumatori di prodotti del Nord, se non si investirà per creare fabbriche efficienti nel Sud e che non siano destinate a rimanere cattedrali nel deserto, se i giovani di talento del Sud continueranno ad essere costretti a lasciare la loro terra per cercare fortuna altrove.
Uno strumento utile per far pesare il Sud, per come merita, potrebbe essere un'unica macroregione comprendente tutti i territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Vi è qualcuno che pensa addirittura all'indipendenza.  

SOMMARIO 
EDITORIALE L'altra storia, di Rocco Biondi, 4 
I fuochi del Sud non diventano falò, di Lino Patruno, 6 
La vera storia secondo Nicola Zitara, di Pino Aprile, 8 
Il brigantaggio ai confini dello Stato Pontificio, di Giuseppe Pennacchia, 10 
Il Brigante Luigi Alonzi, detto Chiavone, di Michele Ferri, 12 
José Borges: legittimista spagnolo in difesa di Francesco II, di Fulvio D'Amore, 14 
Il governo borbonico in esilio. Maria Sofia e il brigantaggio legittimista - II, di Vito Nigro, 18 
Il Sergente Romano, di Mario Guagnano, 21 
Zimmermann: un tedesco alla corte dei briganti, di Erminio de Biase, 24 
Crocco: da brigante a mito, di Iuri Lombardi, 26 
Fra’ Diavolo, un personaggio mitico, di Alfredo Saccoccio, 28 
Garibaldi negriero, di Gaetano Marabello, 30 
I Savoia re d'Italia, di Dora Liguori, 32 
Reazioni e Brigantaggio, di Giuseppe Osvaldo Lucera, 34 
RECENSIONE Tommaso Pedio: Inchiesta Massari sul Brigantaggio, di Rocco Biondi, 36 
Biblioteca del Brigantaggio, 38

ABBONAMENTI
4 numeri € 18,00
8 numeri € 30,00 
Versamento su: Conto Corrente Postale n. 6431159 
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5 marzo 2012

Giù al Sud, perché i terroni salveranno l'Italia,di Pino Aprile


Sono arrivato alla fine del libro, ma non sono riuscito a trovare una risposta alla domanda che mi ero fatta leggendo il sottotitolo del libro: perché i terroni dovrebbero salvare l'Italia?
Non vedo un motivo plausibile che dovrebbe spingere i meridionali, che per 150 anni sono stati annientati dalla cultura e dall'economia nordista, ad avere un qualsiasi interesse ad impegnarsi in un qualche modo per risollevare le sorti dell'Italia cosiddetta unita. Questa convinzione mi proviene dall'attenta lettura fatta a suo tempo di "Terroni" ed ora di "Giù al Sud".
I due libri di Pino Aprile sono accomunati dal riuscito tentativo di indicare possibili strade di "guerriglia culturale" per far uscire i meridionali dalla minorità cui sono stati condannati dagli artefici della malefica unità.
La strada maestra è stata ed è la ricerca della "propria storia denigrata e taciuta". E questa fame di storia è avvertita come risorsa economica e personale. Si cercano i documenti, si scrive l'altra storia, quella della stragrande maggioranza degli abitanti del Sud che dopo il 1860 si sono opposti alla invasione piemontese. Si scoprono i nostri padri briganti, che hanno lottato e sono morti per la loro terra, le loro famiglie, la loro patria. Si dà vita a progetti artistici che hanno come protagonista il proprio passato, del quale non ci si vergogna più. Per andare avanti bisogna ripartire da quel che eravamo e da quel che sapevamo. I nostri antenati subirono e si auto-imposero la cancellazione forzosa della verità storica. Bisogna riscoprirla questa verità se vogliamo diventare quello che meritiamo di essere.
Nel Sud i guai arrivarono con l'Unità. Le tasse divennero feroci per «tenere in piedi la bilancia dei pagamenti del nuovo Stato e concorsero a finanziare l'espansione delle infrastrutture nel Nord». A danno del Sud, dove le infrastrutture esistenti vennero smantellate. Messina, perno commerciale dell'intera area dello Stretto, perse il privilegio di porto franco, con scomparsa di molte migliaia di posti di lavoro. La Calabria, che oggi appare vuota e arretrata, era partecipe di fermenti e traffici della parte più avanzata d'Europa. In Calabria si producevano bergamotto, seta, gelsomino, lavanda, agrumi, olio, liquirizia, zucchero di canna. Per favorire l'industria del Nord si provocò il crollo dell'agricoltura specializzata del Sud, chiudendo i suoi mercati che esportavano oltralpe.
Scrive Pino Aprile: «L'Italia non è solo elmi cornuti a Pontida, pernacchie padane e bunga bunga». L'Italia è anche la somma di tantissime singolarità positive esistenti nel Sud. E il suo libro è la narrazione, quasi resoconto, degli incontri avuti con queste realtà nei suoi viaggi durati tre anni dopo l'uscita di "Terroni".
Pino Aprile si chiede ancora: «Perché la classe dirigente del Sud non risolve il problema del Sud, visto che il Nord non ha interesse a farlo?». E risponde: perché la classe dirigente nazionale è quasi tutta settentrionale, perché il Parlamento è a trazione nordica, perché le banche sono tutte settentrionali o centrosettentrionali, perché l'editoria nazionale è quasi esclusivamente del Nord, perché la grande industria è tutta al Nord e solo il 7,5 per cento della piccola e media industria è meridionale. E allora che fare? «Finché resterà la condizione subordinata del Sud al Nord - scrive Pino Aprile -, la classe dirigente del Sud avrà ruoli generalmente subordinati. Quindi non "risolverà", perché dovrebbe distruggere la fonte da cui viene il suo potere delegato. Si può fare; ma si chiama rivoluzione o qualcosa che le somiglia. E può essere un grande, pacifico momento di acquisizione di consapevolezza, maturità. Succede, volendo». E non ci si può limitare alla denuncia, bisogna lasciarsi coinvolgere direttamente e personalmente, per governare questi fenomeni.
Negli Stati Uniti d'America i persecutori hanno saputo pacificarsi con le loro vittime indiane, riconoscendo il loro sacrificio ed onorandole. In Italia questo non è ancora avvenuto, gli invasori piemontesi non hanno ancora riconosciuto le motivazioni della rivolta contadina e dei briganti. Noi meridionali dobbiamo pretendere questo riconoscimento. Noi meridionali l'unità l'abbiamo subita, non vi è stata un'adesione consapevole. Nei fatti essa unità è consistita nel progressivo ampliamento del Piemonte, con l'applicazione forzata delle sue leggi, strutture, tasse e burocrazia. Il Sud, ridotto a colonia, doveva smettere di produrre merci, per consumare quelle del Nord: da concorrente, a cliente.
Non è vero che la mafia esiste solo al Sud. Milano è la principale base operativa per 'ndrangheta e mafia siciliana, dove si trasforma il potere criminale in potere economico, finanziario, politico.
Stiamo per uscire dalla minorità, dopo un sonno di un secolo e mezzo, il Sud sembra aprire gli occhi.
Lo sconfitto smette di vergognarsi di aver perso e recupera il rispetto per la propria storia.
L'interesse primario dei meridionali non deve essere quello di salvare l'Italia, ma quello di valorizzare se stessi. Solo indirettamente e conseguentemente, forse, potrà avvenire il salvataggio dell'Italia intera.
Rocco Biondi

Pino Aprile, Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l'Italia, Edizioni Piemme, Milano 2011, pp. 476, € 19,50

21 febbraio 2012

Sud: giustizia e crescita, Convegno

Sabato 25 febbraio 2012 - Ore 10,00 / 13,00
 
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)

Fondazione dell'Avvocatura di Brindisi
Ordine degli Avvocati di Brindisi
Associazione "Settimana dei Briganti - l'altra storia" di Villa Castelli

ORGANIZZANO

il Convegno sul tema
«Sud: giustizia e crescita»

PROGRAMMA

Introduce: Avv. Vito Nigro
Coordina: Prof. Rocco Biondi

Saluti
Avv. Francesco Nigro
Sindaco di Villa Castelli
Avv. Carlo Panzuti
Presidente Fondazione dell'Avvocatura di Brindisi

Relazioni

Dott. MICHELE EMILIANO
Sindaco di Bari
"La Macroregione del Mezzogiorno: ipotesi o utopia?"

Dott. PINO APRILE
Giornalista e Scrittore
Presentazione del libro
"Giù al Sud, perché i terroni salveranno l'Italia"

Avv. MARCELLO FALCONE
Presidente Camera Penale di Brindisi
"Il processo alla criminalità organizzata"

Dibattito
sul tema
"Lotta alla criminalità organizzata per la salvaguardia e la crescita del Sud"
con PINO APRILE, MICHELE EMILIANO, MARCELLO FALCONE
Introduce e coordina Avv. AUGUSTO CONTE

15 febbraio 2012

Il generale dei briganti, fiction


Come c'era da aspettarsi il film televisivo "Il generale dei briganti", andato in onda su Raiuno il 12 e 13 febbraio 2012, ha tradito le aspettative dei meridionali che vanno in cerca della loro storia, delle loro origini e delle motivazioni del loro essere attuale. E forse non poteva essere diversamente, tenuto conto di chi ha fatto il film e delle finalità che si prefiggeva. A fare il film non sono stati meridionali e la vera finalità è stata quella di fare spettacolo a buon mercato.
A dire il vero miei amici reali che non sono addentro alla vera storia del brigantaggio, ma vorrebbero conoscerla, l'impressione che hanno tratta dal film è stata positiva. Il brigantaggio non viene maltrattato. Anzi gli vien data una connotazione positiva e mitica. Crocco è un eroe positivo che lotta per le sue idee e per l'onore della sua famiglia.
Altri amici, ancora più digiuni della vera storia del brigantaggio, hanno veramente creduto che Crocco e i briganti abbiano lottato per l'unità d'Italia. Ovviamente niente di più lontano dal vero.
Ed allora che risposta si può dare alla domanda: il film è stato utile o dannoso alla causa meridionale? Io rispondo che il film è stato senza infamia e senza lode. Anzi in qualche modo è stato utile ad avvicinare il grande pubblico alle nostre idee, alla visione che noi meridionali abbiamo su quello che avvenne 150 anni fa, quando i "piemontesi" senza dichiarazione di guerra invasero uno Stato libero e sovrano: il Regno delle Due Sicilie.
La vera storia del brigantaggio dobbiamo ricostruirla noi, non dobbiamo aspettarci che siano altri a farlo per noi. Non hanno interesse e non hanno i mezzi per farlo. Né è tanto utile contrastarli nelle loro affermazioni strumentali e provocatorie. La storia dei contadini del Sud dopo il 1860, la storia dei comportamenti inumani dell'esercito invasore piemontese contro i nostri padri meridionali, la storia delle distruzione delle nostre industrie per farci diventare semplici consumatori di prodotti nordisti, la storia dei ladrocini perpetrati contro i nostri beni per arricchire le esangui casse savoiarde, la storia dell'espropriazione di tutti i beni ecclesiastici che fino al 1860 erano in qualche modo un serbatoio per la sopravvivenza dei poveri del Sud, la storia dei giovani meridionali che si ribellarono al divenire carne da macello nelle guerre piemontesi, deve essere elaborata ed imposta da noi negli ambienti storici e culturali.
Non lasciamoci quindi spaventare da fiction televisive, tipo "Il generale dei briganti". Gli autori, talvolta addirittura in buona fede, si sono lasciati strumentalizzare da chi consapevolmente impone una sua visione di parte funzionale alla copertura delle sue malefatte. E' ovvio che tocca a noi smascherarli, ma più ancora tocca a noi raccontare la nostra storia e la nostra verità. E siamo in tanti a fare questa operazione verità e cresciamo sempre più. E questo comincia a far paura.
Loro sono stati costretti ad inventarsi storie per tentare di trascinare Crocco dalla loro parte. Noi continuiamo ad impegnarci, anche ricorrendo a documentazioni d'archivio, per far venir fuori chi è stato veramente Carmine Crocco nella difesa della sua terra e dei lavoratori di essa. E non solo di Crocco noi parliamo, ma di Pasquale Romano, Luigi Alonzi, Giuseppe Tardìo, Giuseppe Nicola Summa, Cosimo Mazzeo, Gaetano Manzo, Giuseppe Schiavone e tantissimi altri che riuscirono a riunire attorno a loro migliaia e migliaia di briganti che tennero in scacco per molti anni l'intero esercito piemontese. E ciò non sarebbe stato possibile se la popolazione del Sud non fosse stata dalla parte dei briganti.

26 gennaio 2012

Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, di Fernando Riccardi

Sabato 28 gennaio 2012 - Ore 18.00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere
di Fernando Riccardi

PROGRAMMA
Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

Presentazione
Roberto Della Rocca

Giornalista, direttore de “il Giornale del Sud”. Laurea in Scienze Politiche presso la Luiss di Roma. Socio fondatore dell'“Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie”. Relatore in diversi convegni sul meridionalismo.

Relazione

FERNANDO RICCARDI
Giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile de “Il Corriere del Sud Lazio”, il settimanale delle province di Frosinone e di Latina. Cura le pagine culturali de “L'Inchiesta” quotidiano dell'alta Terra di Lavoro e della Ciociaria. E' autore di diverse pubblicazioni di carattere storico e, in particolar modo, di studi e saggi sul brigantaggio nell'Italia meridionale. Su tale fenomeno tiene conferenze, convegni e seminari di studi in tutta Italia.


Questo libro, frutto di lunghe e approfondite ricerche negli archivi dell'Italia meridionale, vuole ricostruire per sommi capi la vera storia del brigantaggio postunitario, “una storia ancora tutta da scrivere”. Attraverso alcuni flash, rapidi ma incisivi, viene messo a nudo in tutti i suoi variegati aspetti un fenomeno controverso ma drammaticamente reale che troppi, ancora oggi, osservano con la lente distorta del pregiudizio. Un fenomeno che “fa parte della nostra storia e gli uomini che per esso morirono e soffrirono concorsero pur essi in qualche modo a determinare le ulteriori vicende del nostro paese”.

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it 


Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, di Fernando Riccardi


Fernando Riccardi nell'introduzione al suo libro scrive che ha soltanto gettato un minuscolo seme nel terreno della vera storia del brigantaggio. Noi riteniamo che abbia fatto qualcosa di più, specialmente quando individua e descrive le cause che hanno dato vita a quel fenomeno; solo mettendo assieme tutte quelle cause e concatenandole organicamente può essere spiegata la genesi del brigantaggio postunitario, nessuna di esse presa isolatamente ha svolto un ruolo decisivo.
Dai piemontesi fu abolito il concordato firmato nel 1818 tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie e furono emanati una serie di decreti che abolivano pressoché totalmente la proprietà ecclesiastica, che fino ad allora aveva costituito una vitale risorsa per i tanti che vivevano in situazioni di precarietà e di indigenza. Era scontato che questo avrebbe alimentato il fuoco della rivolta, ma al governo sabaudo importava solamente incamerare l'ingente patrimonio ecclesiastico per rimpinguare le sue esangui casse.
Il carico fiscale si abbatté come una mannaia sulle popolazioni dell'ex regno napoletano. Prima dell'avvento dei piemontesi le tasse in vigore erano soltanto cinque, che pesavano principalmente sui possidenti. Tutto ad un tratto vennero introdotte una caterva di tasse, che andarono ad incidere soprattutto sulle classi più umili. Lo scopo era ben preciso: tutelare la ricca borghesia liberale che aveva abbracciato la causa unitaria e stritolare chi già si dibatteva in enormi difficoltà. E poi venne anche la tassa sul macinato. Le proteste dei "cafoni" furono sedate con le fucilate.
L'obbligatorietà del servizio militare nell'esercito borbonico in pratica era solo nominale, lo svolgevano i volontari che erano tantissimi. Con i piemontesi la leva divenne obbligatoria. La stragrande maggioranza dei giovani meridionali disertò. Non volevano lasciare la loro terra per andare a morire lontano e non volevano privare le loro povere famiglie di braccia lavoro (il servizio durava sei anni). I piemontesi arrestavano i renitenti e fucilavano chi si opponeva. Chi si salvò scappò in montagna ad ingrandire l'esercito dei briganti.
L'eterna promessa di dare le terre a chi le lavorava (almeno quelle demaniali) spinse molti giovani meridionali ad arruolarsi con Garibaldi. Ma anche questa volta rimasero fregati. Le terre demaniali furono messe in vendita, ma vennero tutte accaparrate dai ricchi "galantuomini", che avevano i soldi per comprarle. Ai poveri "bracciali" non restava che fame, miseria e disperazione. E divennero briganti, lottando per se stessi e per la terra.
Conseguenza del passaggio delle terre demaniali ai ricchi fu l'abolizione degli usi civici. Fino ad allora i poveri meridionali avevano potuto frequentare liberamente le terre del demanio pubblico, raccogliendo legna, olive, funghi, erbe, bacche, ghiande e altro, per sfamare se stessi e i loro animali. Ora tutto ciò fu impedito. E per non morire di inedia furono costretti ad imbracciare il fucile e rifugiarsi nelle montagne e nei boschi. Da briganti si beveva, si mangiava e non si moriva di fame.
Ed infine la popolazione meridionale nutriva un profondo attaccamento alla monarchia borbonica, che si era sempre schierata in difesa e al fianco del popolo. Quando gli ultimi due giovani regnanti furono cacciati dal loro Regno con le armi, senza alcuna dichiarazione di guerra, il popolo si schierò dalla loro parte. I briganti andarono all'assalto dei soldati piemontesi e morivano gridando "viva re Francesco" e "abbasso Garibaldi e il re Savoia".
Tra i briganti troviamo contadini, braccianti, coloni, massari, pastori, mulattieri, carbonai, guardiani, ma anche artigiani, commercianti, possidenti, aristocratici, funzionari, ed ancora preti, frati, canonici, abati, vescovi, ed anche garibaldini.
«Tutto questo variegato cosmo di umanità - scrive Riccardi - contribuì a tenere desta per dieci lunghi anni, e anche di più come dimostrano alcuni recenti studi, la rivolta brigantesca».
Fu una lotta di popolo, di cui la storiografia ufficiale non parla.
Il libro poi tratta di uomini e fatti più significativi del Brigantaggio: il lucano Carmine Crocco, il brigante più famoso del decennio postunitario, che con la sua banda a cavallo, che in alcuni momenti raggiunse le 1.500 unità, riportò una serie di clamorose vittorie contro le truppe sabaude; il pugliese Pasquale Romano, il più importante fra i briganti politici, ex sergente dell'esercito borbonico divenne mito e simbolo della lotta senza quartiere allo straniero invasore; i legittimisti stranieri: rampolli di nobili famiglie, militari di ogni ordine e grado, avventurieri in cerca di emozioni forti, artisti, scrittori, poeti, romanzieri e letterati, che vennero in aiuto del re borbone Francesco II e della regina Maria Sofia, fra essi vengono ricordati lo spagnolo generale José Borges, il belga marchese Alfred de Trazegnies, il tedesco nobile Edwin Kalkreuth; le brigantesse, a volte più risolute e determinate dei loro compagni, fra esse Maria Oliverio (Ciccilla), Maria Capitanio, Michelina De Cesare; la deportazione di un ingente numero di prigionieri napoletani nei lager del Nord (Fenestrelle il più tristemente famoso), dove venivano lasciati morire e sciolti nella calce viva per non lasciarne traccia; la commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio, mandata nel Sud con il compito assegnato di convincere il parlamento a promulgare una legge che attribuisse ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti (legge Pica); la persecuzione spietata da parte piemontese contro le gerarchie e le istituzioni ecclesiastiche: moltissimi vescovi meridionali vennero allontanati dalle loro diocesi, molti seminari diocesani vennero chiusi, oltre 2.300 conventi e monasteri furono chiusi e quasi 30 mila religiosi messi in mezzo alla strada; i fotografi dei briganti, che accompagnarono l'esercito piemontese durante tutta la campagna del Sud, utilizzati per fini propagandistici affinché descrivessero il fenomeno brigantesco non per quello che realmente era ma per ciò che il governo piemontese voleva che apparisse.
Peculiarità del libro di Fernando Riccardi è l'aver collegato episodi storici del brigantaggio, avvenuti 150 anni fa, alla rievocazione che di quegli episodi vien fatta ai giorni nostri. L'avventura di Carmine Crocco viene rappresentata ogni anno per l'intero periodo estivo nel parco della Grancìa, a Brindisi di Montagna in provincia di Potenza, con un eccezionale cinespettacolo dal titolo "La storia bandita". L'arresto e la fucilazione di José Borges vengono commemorati da una decina d'anni l'8 dicembre a Sante Marie in provincia dell'Aquila. Il 6 gennaio di ogni anno viene celebrata, in una cerimonia rievocativa, l'uccisione del sergente Romano nel bosco di Vallata a Gioia del Colle in provincia di Bari. Allo stesso sergente brigante Pasquale Romano è stata intitolata una strada a Villa Castelli in provincia di Brindisi.
Rocco Biondi

Fernando Riccardi, Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, Arte Stampa Editore, Roccasecca (Fr) 2011, pp. 222, € 20,00

8 gennaio 2012

La mobilitazione legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il Brigantaggio meridionale postunitario, di Aldo Albònico

Libro rimasto a tutt'oggi fondamentale per conoscere e capire l'intervento legittimista spagnolo in favore del Re Borbone e contro il Regno d'Italia dei Savoia. Viene illustrata l'ampiezza di quell'impegno attraverso l'esame di una copiosa documentazione inedita dispersa negli archivi spagnoli, italiani e vaticani. Il periodo interessato va dal 1860 al 1866.
Per legittimismo qui si intende la lotta armata contro i Savoia piemontesi nel tentativo di riportare sul trono del Regno delle Due Sicilie lo spodestato re borbone Francesco II, al quale si continuava a riconoscere il legittimo diritto di ritornare sul trono. Attori principali furono degli ufficiali carlisti che avevano combattuto la guerra di successione a fianco di Don Carlos Isidro, perdendola; regina di Spagna era divenuta invece Isabella II.
Il governo spagnolo, guidato dal generale Leopoldo O'Donnel, nella questione italiana si attenne nei fatti ad una comoda neutralità, come del resto l'Austria e la Russia, e tuttavia una qualche compromissione della Spagna si diresse più in favore di Pio IX che di Francesco II, anche se tale sostegno fu solo di carattere diplomatico.
Il diplomatico spagnolo Salvador Bermúdez de Castro si schierò apertamente dalla parte del Re Borbone in esilio a Roma. Fin dal 1853 era ministro di Spagna presso la Corte napoletana, amico personale di Francesco II lo seguì prima a Gaeta e poi a Roma; cooperò attivamente a favorire la reazione armata. Caldeggiò in tutti i modi l'impresa di Borges.
Il generale José Borges nel 1861 aveva 48 anni, aveva partecipato in Spagna al primo conflitto carlista insieme al padre, nel secondo (1847-49) era stato generale di brigata e comandante in capo dei carlisti di Tarragona, nel 1860 aveva appoggiato il tentativo insurrezionale del conte di Montemolín (Carlos VI secondo la successione legittimista). Dopo la sconfitta si rifugiò in Francia, dove per vivere fece modesti lavori, tra cui il rilegatore di libri. Ma non rinunciò mai alla sua vocazione militare. Offrì senza riuscirci i suoi servigi all'esercito pontificio. Aderì entusiasticamente alla causa borbonica. Tentò senza successo di entrare nelle fortezze assediate di Gaeta e Messina.
La grande avventura di Borges inizia con lo sbarco, al calar della notte del 13 settembre 1861, su una spiaggia vicino a Brancaleone in Calabria. Erano in 20, di cui 18 spagnoli e due napoletani. Erano partiti da Malta la notte dell'11 settembre. Si uniscono per alcuni giorni con la banda del brigante Mittica, composta di circa 120 uomini. Ingaggiano alcuni conflitti a fuoco con i piemontesi. Il 19 ottobre Borges si incontra nel bosco di Lagopesole in Basilicata con il capo brigante Carmine Crocco. Combattono insieme ed ottengono molti successi. Riescono a mettere insieme forse 3.000 uomini. Ma fra i due la visione di come condurre l'offensiva è totalmente diversa ed inconciliabile. Il comando non venne mai davvero affidato a Borges, che deluso rinuncia e prende la strada per Roma, seguito dagli spagnoli e da alcuni insorti locali. Ma prima di varcare il confine dello Stato pontificio vengono arrestati e fucilati a Tagliacozzo l'8 dicembre 1861. Erano 17, di cui 8 napoletani e 9 spagnoli. Fra questi ultimi vi era José Borges. Addosso gli furono trovate varie carte, tra le quali un taccuino-diario scritto in francese. Finiva così, con un totale fallimento, la prima spedizione di spagnoli al servizio dei Borbone napoletani.
Mentre si svolgeva l'offensiva di Borges, le autorità borboniche a Roma non avevano cessato di approntare altre iniziative. Il catalano Rafael Tristany, anch'egli come Borges carlista e generale di brigata, giunse a Roma per porsi al servizio di Francesco II nel novembre 1861. Aveva 47 anni. Dopo il fallimento di due precedenti tentativi, Tristany nel marzo 1862 intraprende una nuova campagna contro il Regno sabaudo sui monti al confine tra lo Stato pontificio e l'Abruzzo. Vi rimase per più di un anno. Le forze armate del Papa, che presidiavano quel confine, non opposero mai un serio impedimento alla guerriglia. La stessa accondiscendenza veniva data dai soldati francesi fin quando furono comandati dal filolegittimista generale Charles de Goyon. Obiettivo di Tristany era quello di riunire i legittimisti spagnoli, francesi e tedeschi insieme ai briganti di Luigi Alonzi, detto Chiavone, che operava presso Sora e comandava una banda di circa 200 uomini. Ma anche in questo caso non furono buoni i rapporti tra lo straniero Tristany e l'indigeno Chiavone. Questa volta però ad avere il sopravvento fu lo spagnolo, che fece arrestare e fucilare il capo brigante (anche se alcune versioni non danno per morto Chiavone). Successivamente Tristany fu arrestato dai francesi e allontanato definitivamente dall'Italia. In un suo diario Tristany ha sostenuto che il fallimento della lotta armata borbonica fu determinato dalla mancanza di denari e di quadri e dai contraddittori ordini dei Comitati borbonici. I giudizi che vengono dati su Tristany sono per lo più ostili, fino all'accusa di grande venalità che lo avrebbe fatto passare addirittura con i piemontesi. Albònico però lo difende e ne da un giudizio complessivamente positivo.
Altro personaggio spagnolo che entra nelle vicende della lotta borbonica è il luogotenente di Tristany, il carlista spagnolo Juan Serracanta, falegname ebanista, che come tanti altri, sia italiani che stranieri, hanno sfruttato le operazioni della Corte borbonica per fare soldi. Serracanta effettua uno spudorato doppio gioco e in cambio di denaro promette di far cadere i suoi uomini, spagnoli e napoletani, nelle braccia dei piemontesi. Questi ultimi in questo affare spendono parecchi soldi, ma con scarsissimi risultati.
Altri spagnoli di un certo rilievo che hanno appoggiato la lotta legittimista sono stati il colonnello Silvestre Bordanova, prima carlista e poi appartenente alle forze armate regolari spagnole, e Agustín Capdevila, compagno d'armi di Borges. Ambedue avevano partecipato alla difesa di Gaeta. Successivamente Bordanova si ritirò in Spagna, mentre Capdevila fu fucilato dai piemontesi a Lagopesole, in Basilicata, nel gennaio 1862.
In totale il numero degli spagnoli impegnati nel tentativo di organizzare l'opposizione armata al Regno d'Italia piemontese non superò il centinaio.
Albònico chiude il suo libro tirando delle conclusioni, che sostanzialmente condivido. Grande è stata la pochezza morale, ma anche militare e politica, dei protagonisti della vicenda, sia borbonici che piemontesi; non si riesce a individuare quale delle due parti sia ricorsa a metodi peggiori, chi abbia commesso più malefatte. La fine del brigantaggio politico è da fissare non alla fine del 1861 con la morte di Borges, come molti fanno, ma alla fine del 1863 con la firma della convenzione franco-piemontese e la scomparsa dalla scena di Tristany, Bosco e Serracanta. I briganti inoltre combattevano una loro guerra autoctona, parallela a quella in favore di Francesco II. Molto grande fu la profusione di denaro pubblico da parte del Ministero dell'Interno piemontese per pagare agenti provocatori, che talvolta sfruttarono anche i cosiddetti briganti. Viene rivalutata la figura di Francesco II, che non è assolutamente spregevole e insignificante come interessatamente lo dipinge la pubblicistica liberale filopiemontese.
Ancora da approfondire rimane il coinvolgimento spagnolo extragovernativo a favore dei Borbone, quale quello della regina Isabella II, dei vescovi e dei maggiorenti del carlismo.

Aldo Albònico, La mobilitazione contro il Regno d'Italia: la Spagna e il Brigantaggio meridionale postunitario, Giuffrè Editore, Milano 1979, pp. 402