Le liste sono state presentate. Io in Puglia
non sono rappresentato da nessuno. I partiti tradizionali sono tutti
venduti al nord. Quelli del Grande Sud sono ladri della dignità. Non è
votabile un comico genovese antimeridionale. Ho letto i punti
programmatici della Rivoluzione Civile di Ingroia, non ve ne è uno che
parli del Sud. Il 24 e 25 febbraio, anche se farà freddo, dovrò andare
al mare. In attesa di tempi migliori per il Sud.
23 gennaio 2013
20 gennaio 2013
Fulvio D'Amore sulla mia recensione di "Michelina Di Cesare"
In risposta alla mia breve
recensione del libro di Fulvio D'Amore: Michelina
Di Cesare guerrigliera per amore, pubblicata
nel mio blog il 23 settembre 2012, l'autore in data 03/01/2013 mi ha
mandato la seguente email.
Egregio Signor Rocco Biondi
Evidentemente lei non ha
letto con attenzione il mio libro su Michelina Di Cesare o forse,
essendo un "giornalista" e non certo uno storico, non
capisce il senso della ricerca che non è e non deve essere un
cabaret fenomenologico che si presta magnificamente a qualsiasi uso
politico.
Politicità della storia non
equivale, non deve equivalere allo schieramento della ricerca al
servizio di qualcosa che sia diverso dalla ricerca stessa, cioè
della verità (di qualche frammento di verità, meglio). Fare storia
significa pur sempre in primo luogo interrogarsi sugli interni
meccanismi del
lavoro storico, sulla
pratica concreta e sui suoi scopi.
I miei 59 libri scritti fino
ad ora (dall'Età Moderna a quella Contemporanea) non sono stati mai
improntati per fini commerciali. Facendo parte della Deputazione
Abruzzese di Storia Patria (L'Aquila) molti dei miei saggi, prima di
essere approvati e pubblicati, sono stati sempre vagliati da severi
Comitati Scientifici.
Oltretutto, lei dovrebbe
dimostrare che le fotografie pubblicate nel libro non sono quelle di
Michelina Di Cesare (come lei afferma).
Per questo le dico che le
solite chiacchiere da bar lasciano il tempo che trovano.
La consiglio di frequentare
gli archivi, invece di sparare a zero su chi da oltre venti anni
studia la storia del Meridione con fatica e rigore storico.
Tra l'altro, prima di
esprimere giudizi semplicistici dal suo Blog, occorre confrontarsi
con le note del mio libro e verificarle.
Tenga ben presente, che
nessuno storico può accontentarsi di verità imposte da partiti, o
magari da conventicole di varia natura e portata, né di giudizi dati
da "giornalisti".
Cordiali saluti
Fulvio D'Amore
Avezzano (AQ)
Formulo qualche risposta e
considerazione sul contenuto dell'email, sorvolando comunque sulle
"chiacchiere da bar" in essa contenute.
1) Quando un autore
pubblica un libro, lo affida alla valutazione del lettore che può
essere positiva, negativa, indifferente. La mia comunque è frutto di
una molto attenta lettura, anche delle note.
2) Lei niente ha detto del
mio appunto più significativo: "Delle 343
pagine del libro solo una ventina parlano della brigantessa Michelina
Di Cesare".
3) Per quanto riguarda la
pseudo foto di Michelina Di Cesare riporto quello che ha scritto
Paolo Morello (che ha insegnato storia della fotografia in varie
università e ha
diretto l'Istituto Superiore per la Storia della Fotografia), nel
suo libro Briganti
del 1999 a pag. 50:
«Un
incanto analogo promana da due cartes
de visite, oggi
all'archivio del Museo del Risorgimento di Roma, che effigiano una
bella brigantessa in costume (qualche volta identificata con
Michelina Di Cesare, ma senza fondamento...). Queste fotografie non
raffigurano una brigantessa reale, assai probabilmente, bensì una
modella, messa in posa dal fotografo nel suo atelier».
E aggiungo che il volto della modella nulla ha a che fare con quella
di Michelina Di Cesare morta, uccisa e fotografata dai piemontesi.
4)
Meraviglia che nella bibliografia del suo libro non abbia citato
Brigantesse
di Valentino Romano del 2007, quindi antecedente al suo e della
stessa casa editrice Controcorrente.
Cordiali
saluti
Rocco Biondi
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10 dicembre 2012
Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!, di Antonio G. D'Errico
Il libro è la
trascrizione di una lunga intervista al cantautore Mimmo Cavallo.
Brevi domande, lunghe risposte. Merito dell'autore D'Errico è stato
quello di pungolare opportunamente Cavallo per farne uscire fuori la
grande ricchezza dell'uomo e dell'artista.
Si inizia dall'adolescenza
quando, non essendoci ancora la tv, nelle fredde sere invernali, le
famiglie contadine del Sud si riunivano intorno al fuoco e i grandi
raccontavano storie meravigliose tramandate oralmente da generazioni.
Le scintille che scoppiettavano erano le anime dei morti che si
palesavano. Nelle menti dei bambini realtà, mito e fantasia si
sovrapponevano.
Il primo rapporto del
piccolo Mimmo con la musica era intriso di magia, di riti e credenze
popolari. Ha visto ballare vecchie con una coperta in testa, seguite
da suonatori sciamannati della taranta.
In me - dice Cavallo - futuro e passato sono sempre stati insieme. Il
primo strumento musicale che entrò in famiglia fu una chitarra,
acquistata da suo fratello. Mimmo emigrò a Torino dove suo padre
aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat. Suo fratello mise su un
gruppo musicale, nel quale successivamente entrò anche lui.
In quel tempo, oltre a
scrivere canzoni e a svolgere lavori saltuari, leggeva molta
letteratura di impegno. Pasolini fu un suo riferimento, ma anche
Marcuse, Sartre, Moravia, Pavese.
Dalla prima moglie da
giovanissimo (ventun anni) ebbe una figlia. Con un'altra donna ha poi
avuto altri due figli. Queste donne e questi figli hanno avuto ed
hanno una grande importanza nella sua vita umana ed artistica.
Mimmo Cavallo ha finora
pubblicato sei album musicali: Siamo
meridionali con la CGD nel 1980, Uh,
mammà! ancora con la CGD nel 1981, Stancami,
stancami musica con la Fonit Cetra nel 1982,
Non voglio essere uno spirito
con la DDD nel 1989, L'incantautore
sempre con la DDD nel 1992, Quando saremo
fratelli uniti con la Edel nel 2011; nel 2006
la Warner aveva pubblicato una raccolta con Le
più belle canzoni di Mimmo Cavallo.
Cavallo è uno spirito
libero, che non accetta nessun tipo di imposizione. Rifiuta di
partecipare al Festival di Sanremo e a Quelli
della notte di Renzo Arbore, che
nella sua classifica lo aveva messo al primo posto.
Rifiuti che nei fatti lo terranno ai margini del mercato della
discografia nazionale. Resta lontano dai riflettori, anche se i
concerti dal vivo non mancano, dal Nord al Sud d'Italia.
Cavallo si rimprovera di
non essere un buon imprenditore di se stesso. Dice: «Uno
può avere grandi doti - vocali, di immagine, contenuti - ma se
reagisce male agli eventi può essere davvero problematico resistere
dentro un mondo così pieno di gente pronta a lasciarti passare in
secondo piano».
Eppure i suoi primi album
Siamo Meridionali e
Uh, mammà avevano
avuto grande successo. Ma verso la metà degli anni ottanta il
'meridionalismo d'autore' perde interesse.
Scrive pezzi per Fiorella
Mannoia (Caffè nero bollente),
Mia Martini (Buio),
Zucchero (Vedo nero),
Gianni Morandi (E mi manchi),
Al Bano (Gloria Gloria),
Ornella Vanoni (Il telefono),
Loredana Berté (Io ballo sola).
Dopo lunghi anni di
silenzio come cantante, incontra Pino Aprile. Ne nasce un ricco e
fruttuoso sodalizio, che porterà prima alla trasposizione teatrale
del best seller Terroni
e poi alla pubblicazione dell'album Quando
saremo fratelli uniti.
La filosofia che sta alla base di quest'ultimo album viene così
esplicitata da Mimmo Cavallo nell'intervista: «L'Unità
d'Italia, in realtà, è una vera e propria occupazione, in cui il
Sud diventa colonia del Nord. La ricchezza del Nord sarà frutto di
razzie compiute ai danni della colonia del Sud. Le strade ferrate, le
ferrovie, i commerci, le banche, e tutto quello che verrà fatto al
Nord sarà fatto coi soldi del Sud...».
Fra i pezzi, tutti molto belli, io prediligo Siamo
briganti.
Mi
piace chiudere questa recensione con le parole con cui Pino Aprile
chiude la presentazione: «Credo
che Mimmo Cavallo abbia ricevuto meno di quel che ha dato».
Rocco Biondi
Antonio
G. D'Errico, Mimmo Cavallo. Da Siamo
meridionali a Caffè
nero bollente, dall'incontro con Enzo
Biagi a Zucchero,
Presentazione di Pino Aprile, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2012,
pp. 122, € 12,00
7 dicembre 2012
Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!, di Antonio G. D'Errico
Associazione
“Settimana
dei Briganti - l'altra storia”
Villa
Castelli (Brindisi)
in
collaborazione con
l'Associazione Euclidea
di Villa Castelli
organizza
I
SABATI BRIGANTESCHI
Sabato
29 dicembre 2012
Ore
18,00 - Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Municipio
Presentazione
del volume
Mimmo
Cavallo. Siamo meridionali!
di Antonio
G. D'Errico
PROGRAMMA
Introduce: Vito
Nigro
Coordina: Rocco
Biondi
Sarà
presente il cantautore
MIMMO
CAVALLO
che
canterà suoi pezzi famosi
Nato a Lizzano (Taranto)
nel 1951. Vive tra Roma, Milano e la Puglia. Negli anni ottanta
raggiunge i vertici della hit parade
con la canzone Siamo meridionali.
Ha scritto pezzi per Fiorella Mannoia, Mia Martini, Zucchero, Gianni
Morandi, Al Bano. Amico di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo
mette al primo posto dei cantanti di interesse collettivo. Di recente
ha collaborato con Pino Aprile nella trasposizione teatrale del best
seller Terroni,
pubblicandone poi i brani nel suo nuovo album Quando
saremo fratelli uniti.
Presentazione
di
Leo
Tenneriello
Nato a
Taranto nel 1964, laureato in Scienze Politiche, attualmente lavora
in banca. Cantautore, ha pubblicato due album. Collabora con Mimmo
Cavallo.
In
videoconferenza l'autore
Antonio
G. D'Errico
Non l'avevo capita bene Uh mammà,
di Mimmo Cavallo, quando la ascoltai. Siamo
meridionali era più immediata, comprensibile
a tutti. Mimmo cantava una storia da "Soldato blu"; una
brutta storia di vinti e vincitori, di vinti calpestati, di
combattenti per la libertà che stavano dall'altra parte. Ci
incontrammo, entrambi tarantini, appassionati di Sud e primitivo
(inteso come vino...). Si mise a comporre e tirò fuori quella
splendida raccolta che è Quando saremo
fratelli uniti. (Dalla presentazione di Pino
Aprile)
Evento
Gli attori Valentino Ligorio e
Roberta Mele leggeranno dei brani dal libro.
Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it
30 novembre 2012
Uomini e donne del Sud, di Paolo Brogi
Se non ci fossero le prime
trenta pagine al libro non mancherebbe nulla. In esse sono ripetuti i
soliti e triti luoghi comuni sull'arretratezza del Sud al momento
della nascita della cosiddetta unità d'Italia e sull'incapacità dei
meridionali di oggi a voler cambiare. Pagine inutili. Bisognerebbe
invitare l'autore ad eliminarle (salvando comunque alcune parti
positive) da un'auspicabile seconda edizione.
Tutto il resto del libro
in realtà è un'accattivante presentazione di tante eccellenze del
Sud e di tante esperienze di uomini e donne meridionali, che
testimoniano della positività dell'attuale meridionalità e fanno
ben sperare in un futuro certamente migliore.
Il libro tratteggia in
brevi capitoli tante realtà esistenti nel Meridione che cominciano a
perdere l'alone della straordinarietà per diventare ordinarie e
comuni. Ne sintetizzo e presento solo alcune, invitando alla lettura
del libro per conoscerle tutte. Sono ritratti di vite straordinarie e
dell'orgoglio meridionale, come recita il sottotitolo.
A Gravina di Puglia, in
provincia di Bari, Antonio Cucco Fiore, un giovane che ha lasciato il
lavoro presso l'Agenzia Kennedy Associates nella City di Londra, ha
lanciato dal suo paese in tutto il mondo il «Pallone»,
un formaggio semiduro a pasta cruda prodotto con
latte bovino. Questo formaggio è anche citato dall'Enciclopedia
agraria del Regno di Napoli, edizione 1859.
In Calabria diverse donne
sindaco sono state messe sotto scorta dopo aver subito vari attentati
per la loro lotta contro la 'ndrangheta e il malaffare: Maria Carmela
Lanzetta, farmacista, sindaco di Monasterace (Reggio Calabria) di
3.500 abitanti; Elisabetta Tripodi, avvocato, sindaco di Rosarno
(Reggio Calabria) di 15.000 abitanti; Carolina Girasole, sindaco di
Isola Capo Rizzuto (Crotone) di 16.000 abitanti; Anna Maria
Cardamone, dirigente di un ufficio economico della regione, sindaco
di Decollatura (Catanzaro) di 3.300 abitanti.
I prodotti consumati nel
Sud provengono per la maggior parte dal nord e dall'estero. I soldi
meridionali vanno ad arricchire il nord. L'architetto catanese Erasmo
Vecchio lancia i supermercati CompraSud, dove vengono venduti solo
prodotti provenienti dal Sud. Così i soldi dei meridionali rimangono
nel Meridione e lo arricchiscono.
Mimmo Lucano, secondo il
World Major Prize, nel 2010 è stato il terzo miglior sindaco del
mondo. Suo merito è stato l'aver saputo accogliere nella sua Riace
(Reggio Calabria) gli immigrati venuti dal mare: curdi, afgani,
eritrei, somali, nigeriani, palestinesi. Loro hanno ridato vita ad un
paese spopolato dall'emigrazione. Sono stati riaperti esercizi
commerciali, scuole, bar. Molti altri comuni calabresi hanno seguito
questo esempio. Gli immigrati non sono più visti come un problema ma
come una soluzione.
Il cantautore napoletano
Eugenio Bennato, ambasciatore della musica del Sud, accarezza l'idea
di fare nel Mediterraneo quello che fu fatto con altri musicisti
negli anni settanta nell'isola di Wight, far cantare su un grande
palco fianco a fianco musicisti e cantautori italiani, marocchini,
tunisini, arabi, greci, spagnoli, ecc. Un grande Festival del Sud,
che ancora non c'è ma che andrebbe fatto.
Franco Cassano, professore
dell'Università di Bari, sostiene che il Sud deve riassumere la sua
dignità di pensiero e smettere di essere pensato da altri. E' questa
la sintesi del suo ormai famoso libro Il
pensiero meridiano. E in quest'ottica
caldeggia la nascita di un giornale nazionale scritto dal Sud, per
far conoscere e mettere in rete le tante eccellenze che qui vi sono.
In questa stessa direzione
si muove Pino Aprile, l'autore di Terroni,
che sta lavorando alla creazione del primo quotidiano nazionale del
Sud. Il Sud ha bisogno di raccontarsi, senza che venga censurato.
Bisogna rintuzzare le affermazioni dei signori del nord, Lega in
testa. Per fare politica meridionalista occorre fare un giornale.
Antonio Ciano, autore del
libro I Savoia e il massacro del Sud,
ha fondato l'autonomista Partito del Sud a Gaeta, dove era finito il
Regno delle Due Sicilie. Da assessore a Gaeta ha avviato una
battaglia sul riscatto dei beni demaniali, sull'acqua pubblica, sul
porto.
Nel libro di Brogi un
capitolo è dedicato anche al sottoscritto (Rocco Biondi) e all'idea
di un'unica Macroregione meridionale, che dovrebbe abbracciare
l'intero territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie e comprendere
quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia, parte
del Lazio meridionale ed orientale. Sarebbe una risposta
all'abbandono del Sud, voluto dalla nordica Italia unita.
Pagine sono anche dedicate
ai sindaci Leoluca Orlando, Luigi De Magistris, Michele Emiliano, e a
Nichi Vendola.
Il libro si chiude con un
capitolo dedicato alla Notte della Taranta di Melpignano (Lecce).
Rocco Biondi
Paolo Brogi, Uomini
e donne del Sud. Ritratti di vite straordinarie e dell'orgoglio
meridionale, Imprimatur editore, Reggio Emilia 2012, pp. 220, €
16,00
14 novembre 2012
Smantelliamo Radio Padania dal territorio di Villa Castelli
del Comune di Villa Castelli
Avv. Francesco Nigro
Villa Castelli,
13.11.2012
Abbiamo appreso
con sommo stupore che Radio Padania Libera ha installato nel
territorio di Villa Castelli (Brindisi) un'antenna per la diffusione
del suo segnale radio.
Riteniamo che
questo costituisca una gravissima offesa ad una comunità cittadina
nella quale, ormai da molti anni, vengono organizzati convegni,
dibattiti e iniziative varie in difesa della nostra storia e della
nostra terra.
L'associazione
"Settimana dei Briganti - l'altra storia", infatti, ha
organizzato, a partire dal 2006, prima tre settimane di studi sul
Brigantaggio meridionale e poi, fino ad oggi, i "Sabati
Briganteschi". Sono stati coinvolti, con la loro presenza fisica
a Villa Castelli, i massimi studiosi del fenomeno, in modo
particolare del brigantaggio postunitario: professori universitari,
storici, giornalisti.
Il brigantaggio
politico e sociale è stato un fenomeno di massa, che nel decennio
1860/1870 ha coinvolto la stragrande maggioranza degli abitanti dei
territori appartenuti all'ex Regno delle Due Sicilie. I briganti di
quell'epoca, uomini e donne che per noi assumono solo ed
esclusivamente una connotazione positiva, sono stati insorgenti e
partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro
famiglie, della loro dignità.
Tutto ciò
confligge con ciò che la Lega Nord fa e dice contro di noi
meridionali.
Non possiamo
accettare quindi ciò che consideriamo nei fatti una provocazione.
L'antenna deve
essere immediatamente smantellata dal nostro territorio.
Noi lotteremo
con tutte le nostre forze affinché questo avvenga quanto prima.
Prof. Rocco
Biondi
Presidente
Associazione
"Settimana
dei Briganti - l'altra storia"
2 novembre 2012
L'Italia si cerca e non si trova, di Enzo Di Brango
La ricorrenza, caduta nel
2011, dei 150 anni della cosiddetta e pseudo unità d'Italia ha
portato con sé una rifioritura dei tanti movimenti meridionali
esistenti e diversi libri che hanno riflettuto e fatto riflettere su
quanto siamo stati costretti a subire, dall'annessione piemontese
delle Due Sicilie fino ad oggi.
Il libro di Di Brango,
offrendo una lucida e puntuale analisi del processo unitario e della
formazione dell'attuale Stato italiano, dimostra come le
contraddizioni di oggi abbiano la loro origine in quell'imperfetto
processo che, «tra
omissioni, censure, prevaricazioni e sopraffazioni ci restituisce, al
presente, più italie
divise e, spesso, le une contro le altre armate».
Il 17 marzo 1861, giorno
in cui fu proclamato il regno d'Italia, venne ufficialmente sancita
l'annessione del Meridione al regno di Sardegna, portando a
compimento da parte dei Savoia una interessata conquista coloniale. I
beni dell'ex Regno delle Due Sicilie salvarono l'economia piemontese.
Di Brango aggiunge che
tutto quello che è avvenuto nella storia politica italiana, dal 1861
ad oggi, è stato condizionato dal modo perverso di raccontarlo sui
libri e sui media, diversamente da quello che realmente è stato.
Occorre rimettere a posto i cocci della nostra storia, per portare
alla luce il nostro vero retroterra culturale e identitario.
A questo fine nel libro
vengono affrontati, nell'ottica meridionalista, i temi caldi del
Risorgimento, della repressione del Brigantaggio postunitario, del
federalismo, della democrazia.
Gli eventi risorgimentali
se da un lato determinarono dal punto di vista geografico
l'unificazione del paese, dall'altro lasciarono immutate anzi
accrebbero differenze e contraddizioni esistenti. Gramsci, Salvemini,
Zitara hanno scritto in tal senso. Anche l'antiborbonico Ferdinando
Petruccelli della Gattina, giornalista e deputato, nel 1861 scriveva:
«Non
si dirà certo che il nostro sia un parlamento democratico! Vi è di
tutto eccetto il popolo».
La guerra civile, tra i
piemontesi invasori e i briganti meridionali che difendevano la loro
terra, che si protrasse per oltre un decennio, nella storiografia
ufficiale viene descritta come semplice repressione di un fenomeno
delinquenziale. Si vuol far credere che il brigantaggio politico e
sociale sia stato opera di pochi delinquenti e non fenomeno di massa
che coinvolse la stragrande maggioranza degli abitanti nel territorio
dell'ex Regno delle Due Sicilie. Le bande armate, che tennero in
scacco per dieci anni oltre la metà dell'esercito piemontese,
registravano la partecipazione "trasversale" di borghesi,
contadini e soldati.
Il federalismo propugnato,
negli anni che la cosiddetta unità si stava formando, da Carlo
Cattaneo, e più ancora da Giuseppe Ferrari, era tutt'altra cosa
rispetto a quello voluto dagli attuali leghisti; quest'ultimi
vogliono un federalismo per disaggregazione (ex uno plures), quelli
volevano un federalismo per aggregazione (ex pluribus unum). Gli
Stati italiani preunitari avrebbero conservato la loro autonomia ed
indipendenza. Il federalismo avrebbe potuto e dovuto farsi 151 anni
fa e non oggi.
Una vera democrazia,
governo del popolo, non è mai esistita, tanto meno fu al centro
degli eventi quando si approdò all'unità in Italia. Il processo
unitario fu di fatto - scrive Di Brango - un processo élitario
che ha ben poco a che fare sia con la democrazia che con la libertà,
a meno che non si vogliano spacciare per elementi caratterizzanti
dell'una i posticci plebisciti e dell'altra l'affrancamento da una
monarchia alla quale ne subentrò, senza soluzione di continuità,
un'altra. In certo qual modo, invece, democrazia esercitata dal basso
fu la guerra civile combattuta dai contadini con il brigantaggio.
Nelle conclusioni Enzo Di
Brango mette in rilievo l'importanza che i movimenti hanno assunto
nella battaglia per la verità storica e nel riposizionamento
equilibrato del Meridione in chiave economica, politica e sociale.
Fare e promuovere cultura è il primo impegno dei movimenti, ma
subito dopo bisogna sviluppare strutture organizzative per attività
economiche, politiche e sociali.
Nella prefazione del libro
Francesco Tassone pone come orizzonte, per ritrovare il nostro
cammino di Meridionali, la fuoruscita dalla dipendenza da uno Stato
che si è rivelato per noi un fossato buio e cieco, per non
continuare a disperdere la nostra energia e la nostra identità, a
cominciare dalla nostra radice contadina.
Nella postfazione
Valentino Romano ci invita a fare del meridionalismo una scelta di
vita e di impegno civile, pur dicendo pane al pane, pretendendo
quello che ci spetta, senza acrimonia ma con lucida e pacata
consapevolezza.
Rocco Biondi
Enzo Di Brango,
L'Italia si cerca e non si trova. Unità
Federalismo Democrazia di fronte alla colonizzazione del Sud. Cronaca
di 150 anni, Qualecultura Edizioni, Vibo
Valentia 2012, pp. 136, € 12,00
24 ottobre 2012
Ricomincio da Sud, di Lino Patruno
Dopo aver letto il libro
di Lino Patruno sorge spontanea una domanda: ma noi del Sud che ci
stiamo a fare ancora nell'Italia unita? Se è vero che i piemontesi
entrarono in casa nostra con la violenza, rapinarono le nostre
ricchezze, rovinarono la vita a chi ci abitava, costrinsero i nostri
figli ad emigrare, perché li sopportiamo ancora? Come ci si libera
dal virus iniettato in 150 anni di unità d'Italia, virus di colpe -
scrive Patruno - tanto attribuite da essere state fatte proprie dalle
vittime fino al punto di vergognarsene, se non ricorrendo ad un
potente antivirus che potrebbe essere l'indipendenza?
Abbiamo mezzi e capacità per poter fare e stare da soli. Il libro ne elenca tantissimi: abbiamo grandi stabilimenti di chimica di base a Brindisi e in Sicilia, abbiamo impianti per l'estrazione di petrolio e gas, raffinerie di petrolio, industrie della gomma dei cavi della plastica del vetro della ceramica di fertilizzanti di detersivi, abbiamo l'avanzatissima industria aeronautica e aerospaziale, avionica, energie rinnovabili e alternative, domotica, produciamo materiale ferroviario, abbiamo a Catania un polo informatico di livello mondiale come l'Etna Valley, produciamo carta cemento prefabbricati, abbiamo un'avanzata industria cantieristica e navalmeccanica, la nostra buona tavola con la dieta mediterranea è stata iscritta dall'Unesco nel patrimonio dell'umanità, ormai sono conosciute in tutto il mondo le paste Divella De Cecco Amato Riscossa Granoro Gragnano, il caffè Saicaf di Bari e il Mauro di Calabria, il liquore Strega di Benevento, l'Amaro Lucano di Matera, siamo molto competitivi nel campo dell'abbigliamento (Versace dalla Calabria e gli abiti da sposa di Giovanna Sbiroli di Putignano), produciamo belle scarpe e bei mobili, abbiamo affermate case editrici.
Lino Patruno elenca ben 71 eccellenze che il Sud esprime come "sorprese che non ti aspettavi". Ne riporto alcune: la MerMec di Monopli (Bari) è l'unica azienda al mondo in grado di progettare, sviluppare e produrre veicoli e sistemi di altissima tecnologia per misurare, monitorare e ispezionare le infrastrutture ferroviarie, metropolitane e tranviarie; a Reggio Calabria vengono costruiti i moderni locomotori Etr 500 (primo treno ad alta velocità a cassa non oscillante d'Italia); la «Notte della Taranta» di Melpignano (Lecce) è il principale marchio italiano di spettacolo pubblico, con radici etniche e antropologiche; sono esportati nel mondo i pomodori, i legumi, i succhi di frutta «La Doria» dell'azienda di Angri (Salerno); l'azienda napoletana Olympus-Frp è fra le prime in Italia a utilizzare la fibra di carbonio nell'edilizia; si trova a Catania la «3Sun», la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici; si trova a Caivano (Napoli) il più grande stabilimento d'Europa per la produzione dei gelati Algida; è a Oppido (Potenza) la più grande cineteca privata italiana, organizzata da Gaetano Martino: 24mila film fra corti e lungometraggi, 50mila foto di scena, 10mila «pizze», 120 macchine da presa, 400 macchine da proiezione, 150mila manifesti e locandine, 160mila volumi e riviste sul cinema; associazione Movimento Turismo del Vino di Puglia, che accomuna ben 75 produttori di vino; la Amarelli di Rossano Calabro (Cosenza) è leader mondiale nella produzione di liquirizia; le tre migliori qualità di pane d'Italia si producono al Sud: Altamura (Bari), Valle del Dittaino (Enna in Sicilia), Matera; Francis Ford Coppola, regista del "Padrino", ha trasformato un edificio storico di Bernalda (Matera) in un albergo di lussso.
Più avanti nel libro Patruno elenca ben 29 saccheggi operati a danno del Sud, rendendolo così sempre meno competitivo. Fra essi: soppressione di treni da Sud a Nord, la quasi totalità delle banche del Sud è stata acquisita da banche del Nord, i fondi Fas destinati alle aree svantaggiate del Sud sono stati rapinati per opere del Nord, per il petrolio che viene estratto in Basilicata vengono pagate alla Regione le royalties più basse del mondo: solo il 7 per cento, nella spesa pubblica al Sud meno ferrovie meno strade meno linee elettriche meno gasdotti, la maggior parte delle imprese settentrionali che producono al Sud pagano le tasse al Nord dove hanno la sede legale, gli automobilisti del Sud pur essendo più disciplinati di quelli del Nord continuano a pagare un'assicurazione più cara.
Per riequilibrare questi furti a danno del Sud si propone di acquistare solo prodotti meridionali. Cominciano a nascere i supermercati «CompraSud». L'associazione «Nato Brigante» ha lanciato la suggestiva campagna pubblicitaria di andare controvento e fuori dal gregge, invitando ad acquistare solo prodotti dall'etichetta meridionale.
Il libro si chiude con l'affermazione che è anche nel sottotitolo: «Il Sud è il futuro d'Italia, il Sud conviene all'Italia, il Sud è la Terra Promessa di un Paese che senza Sud non sarebbe nella Topo Ten dei dieci più ricchi del mondo». Ma viene riportata anche la prospettiva di Marco Esposito che afferma: «O si cambia strada o converrà al Sud per primo pensare a una separazione concorsuale. Separazione significa riappropriarsi delle proprie responsabilità, significa gestire direttamente i fondi europei, significa anche eliminare gli alibi delle colpe dei governi a trazione nordista».
E una strada possibile potrebbe anche essere la costituzione di una grande macroregione meridionale.
Rocco Biondi
Lino Patruno, Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2012, pp. 252, € 14,00
Abbiamo mezzi e capacità per poter fare e stare da soli. Il libro ne elenca tantissimi: abbiamo grandi stabilimenti di chimica di base a Brindisi e in Sicilia, abbiamo impianti per l'estrazione di petrolio e gas, raffinerie di petrolio, industrie della gomma dei cavi della plastica del vetro della ceramica di fertilizzanti di detersivi, abbiamo l'avanzatissima industria aeronautica e aerospaziale, avionica, energie rinnovabili e alternative, domotica, produciamo materiale ferroviario, abbiamo a Catania un polo informatico di livello mondiale come l'Etna Valley, produciamo carta cemento prefabbricati, abbiamo un'avanzata industria cantieristica e navalmeccanica, la nostra buona tavola con la dieta mediterranea è stata iscritta dall'Unesco nel patrimonio dell'umanità, ormai sono conosciute in tutto il mondo le paste Divella De Cecco Amato Riscossa Granoro Gragnano, il caffè Saicaf di Bari e il Mauro di Calabria, il liquore Strega di Benevento, l'Amaro Lucano di Matera, siamo molto competitivi nel campo dell'abbigliamento (Versace dalla Calabria e gli abiti da sposa di Giovanna Sbiroli di Putignano), produciamo belle scarpe e bei mobili, abbiamo affermate case editrici.
Lino Patruno elenca ben 71 eccellenze che il Sud esprime come "sorprese che non ti aspettavi". Ne riporto alcune: la MerMec di Monopli (Bari) è l'unica azienda al mondo in grado di progettare, sviluppare e produrre veicoli e sistemi di altissima tecnologia per misurare, monitorare e ispezionare le infrastrutture ferroviarie, metropolitane e tranviarie; a Reggio Calabria vengono costruiti i moderni locomotori Etr 500 (primo treno ad alta velocità a cassa non oscillante d'Italia); la «Notte della Taranta» di Melpignano (Lecce) è il principale marchio italiano di spettacolo pubblico, con radici etniche e antropologiche; sono esportati nel mondo i pomodori, i legumi, i succhi di frutta «La Doria» dell'azienda di Angri (Salerno); l'azienda napoletana Olympus-Frp è fra le prime in Italia a utilizzare la fibra di carbonio nell'edilizia; si trova a Catania la «3Sun», la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici; si trova a Caivano (Napoli) il più grande stabilimento d'Europa per la produzione dei gelati Algida; è a Oppido (Potenza) la più grande cineteca privata italiana, organizzata da Gaetano Martino: 24mila film fra corti e lungometraggi, 50mila foto di scena, 10mila «pizze», 120 macchine da presa, 400 macchine da proiezione, 150mila manifesti e locandine, 160mila volumi e riviste sul cinema; associazione Movimento Turismo del Vino di Puglia, che accomuna ben 75 produttori di vino; la Amarelli di Rossano Calabro (Cosenza) è leader mondiale nella produzione di liquirizia; le tre migliori qualità di pane d'Italia si producono al Sud: Altamura (Bari), Valle del Dittaino (Enna in Sicilia), Matera; Francis Ford Coppola, regista del "Padrino", ha trasformato un edificio storico di Bernalda (Matera) in un albergo di lussso.
Più avanti nel libro Patruno elenca ben 29 saccheggi operati a danno del Sud, rendendolo così sempre meno competitivo. Fra essi: soppressione di treni da Sud a Nord, la quasi totalità delle banche del Sud è stata acquisita da banche del Nord, i fondi Fas destinati alle aree svantaggiate del Sud sono stati rapinati per opere del Nord, per il petrolio che viene estratto in Basilicata vengono pagate alla Regione le royalties più basse del mondo: solo il 7 per cento, nella spesa pubblica al Sud meno ferrovie meno strade meno linee elettriche meno gasdotti, la maggior parte delle imprese settentrionali che producono al Sud pagano le tasse al Nord dove hanno la sede legale, gli automobilisti del Sud pur essendo più disciplinati di quelli del Nord continuano a pagare un'assicurazione più cara.
Per riequilibrare questi furti a danno del Sud si propone di acquistare solo prodotti meridionali. Cominciano a nascere i supermercati «CompraSud». L'associazione «Nato Brigante» ha lanciato la suggestiva campagna pubblicitaria di andare controvento e fuori dal gregge, invitando ad acquistare solo prodotti dall'etichetta meridionale.
Il libro si chiude con l'affermazione che è anche nel sottotitolo: «Il Sud è il futuro d'Italia, il Sud conviene all'Italia, il Sud è la Terra Promessa di un Paese che senza Sud non sarebbe nella Topo Ten dei dieci più ricchi del mondo». Ma viene riportata anche la prospettiva di Marco Esposito che afferma: «O si cambia strada o converrà al Sud per primo pensare a una separazione concorsuale. Separazione significa riappropriarsi delle proprie responsabilità, significa gestire direttamente i fondi europei, significa anche eliminare gli alibi delle colpe dei governi a trazione nordista».
E una strada possibile potrebbe anche essere la costituzione di una grande macroregione meridionale.
Rocco Biondi
Lino Patruno, Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2012, pp. 252, € 14,00
10 ottobre 2012
Né con te né senza di te
Non avevo visto in
televisione le due puntate della miniserie. Ma dopo che la mia
edicolante e il piastrellista, che mi ha effettuato dei lavori, me ne
hanno parlato con entusiasmo è nata la curiosità. In internet sul
sito della Rai mi sono sorbito le tre ore e dieci minuti del replay
dello sceneggiato.
E' la solita solfa
risorgimentale. Siamo nello stato pontificio del 1848 quando nacquero
i moti che portarono ai cinque mesi della mazziniana repubblica
romana. Goffredo Mameli compone e accompagna al piano il canto
dell'inno Fratelli d'Italia. Siamo ai conati della libertà e della
repubblica.
La mia edicolante e il mio
piastrellista, sapendo del mio interesse per il brigantaggio politico
e sociale, mi avevano riferito della presenza nel filmato dei
briganti, che in realtà ritengo siano i veri e unici personaggi
positivi della vicenda. Come era già avvenuto e come avverrà poi si
tenterà di manipolarli e utilizzarli per interessi di parte, ma i
briganti vivono di una loro luce propria.
Nello sceneggiato, come
purtroppo anche nella scuola, si continua con la mistificazione del
desiderio popolare dell'unità d'Italia, che a noi meridionali ha
arrecato solo danni. Ma noi non siamo stati capaci di vendere questa
nostra verità, mentre gli invasori del nord l'hanno fatto e
continuano a farlo con grande capacità e successo. Ci impongono e
noi passivamente abbiamo accettato la loro verità. Ma le cose
cominciano a cambiare, libri e movimenti mettono sempre più in luce
gli aspetti positivi della nostra storia e del nostro essere. Bisogna
continuare su questa strada, allargandola sempre più.
30 settembre 2012
Macroregioni: a noi interessa quella del Sud
Prima
di Formigoni l'avevamo detto tante volte noi. In Italia 20 regioni
sono troppe, basterebbe e sarebbe meglio che fossero solo 3: Sud,
Centro, Nord. E non per le ragioni avanzate da Formigoni. Noi
partiamo dal Sud e pensiamo a valorizzare il Sud. Quelli del Nord
dicono che noi del Sud siamo la loro palla al piede. Bene, accettiamo
la sfida. Vogliamo vedere a chi venderebbero i loro prodotti, se noi
del Sud consumassimo solo prodotti del Sud. Per 151 anni ci hanno
considerato loro colonia. Sarebbe ora di dire basta. Loro si
consumino i loro prodotti, noi ci consumiamo i nostri.
Le
nostre potenzialità sono alte. Il progresso delle esportazioni
all'estero è molto più rapido da noi che da loro. Lo confermano i
dati Istat degli ultimi due anni.
A
noi, che siamo stati ignorati e insultati per 151 anni, dovrebbe
interessare poco di salvare l'Italia, anche se facendo crescere il
Sud contribuiremmo automaticamente a far crescere l 'Italia tutta.
Daremmo una bella lezione ai leghisti, che fondano il loro successo
sugli insulti a noi meridionali.
Della
macroregione del Sud dovrebbe far parte l'intero territorio dello
storico ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo,
Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, parte
dell'odierno Lazio meridionale ed orientale. 20milioni
di abitanti farebbero sentire il loro peso.
La
nascita di un'unica grande Regione meridionale servirebbe a riparare
i danni che tutto il Sud ha subito dal 1860 ad oggi. Durante i 151
anni dell'Unità al Sud è stato tolto quello che aveva anziché
essere dato il dovuto. Le casse delle Banche meridionali sono state
svuotate, con l'emigrazione sono state tolte braccia e intelligenze.
Con
le macroregioni verrebbero abbattuti i costi della politica e
svecchiato l'attuale sistema istituzionale e amministrativo.
Scomparendo le attuali regioni, si perderebbero poteri, clientele,
assessorati, consiglieri. Calerebbero le spese improduttive degli
apparati statali.
Oggi
nel Sud si contano ben sette regioni, che moltiplicano per sette i
quadri e gli organici per competenze uniformi, senza reali ed
indispensabili compiti operativi.
Una
grande “Regione delle due Sicilie” sarebbe la regione sud-europea
capace di diventare la cerniera tra la vecchia Europa e i nuovi mondi
e mercati emergenti.
Nell'unica
grande Regione meridionale la scuola dell'obbligo potrebbe
liberamente impegnarsi a far scoprire alle nuove generazioni le
proprie radici, riproponendo la propria storia, eliminando le
falsificazioni e i silenzi che una agiografica versione unitaria ha
imposto.
La
grande e unica Regione meridionale è disegnata nell'ambito
dell'unità della Repubblica italiana. «Tuttavia nessuno si inganni
- scriveva il meridionalista Pasquale Calvario - nel tenere, per
debolezza, l'aspirazione del Sud ad una vera unità, cioè a
rinfrancarsi delle delusioni patite. Nessuno dimentichi che la storia
ci mette di fronte all'alternativa che si esprime nel provvedersi di
"estremi rimedi", a fronte di "mali estremi"».
Potrebbero far capolino la secessione e l'indipendenza.
26 settembre 2012
La fine dei Vinti, di Fiore Marro
Il romanzo tratta del processo che si tenne davanti alla Corte d'Assise di Santamaria Capuavetere (Caserta), dal 24 febbraio al 13 marzo 1864, contro i fratelli Cipriano e Giona La Gala, Domenico Papa e Giovanni D'Avanzo. I reati che vengono loro addebitati si riferiscono a fatti avvenuti nel 1861.
Il 1861 è un anno in cui in tutto il Mezzogiorno d'Italia è in atto una grande ribellione contro l'invasione operata dai Savoia piemontesi nel Regno delle Due Sicilie. Molteplici erano le bande brigantesche in azione: in Basilicata quella di Carmine Crocco, nelle Puglie quella di Pasquale Domenico Romano, in Terra di Lavoro quella di Luigi Alonzi. Franco Molfese nella sua fondamentale "Storia del brigantaggio dopo l'Unità" individua ben 388 bande.
In questo grande sommovimento nell'ex Regno delle Due Sicilie rientrano le azioni dei fratelli Cipriano e Giona La Gala, nati a Nola, il primo nel 1834, il secondo due anni dopo. Nel 1855 i due fratelli erano stati condannati a 20 anni di carcere per un furto, durante il quale vi fu un morto. Nel 1860 i due fratelli La Gala fuggirono dal carcere di Castellamare e si diedero alla macchia diventando briganti. Cipriano formò una sua banda, che contò fino a 300 uomini.
Nel gennaio 1862 raggiunsero Roma, dove incontrarono il re in esilio Francesco II Borbone, che voleva mandarli a Marsiglia e a Barcellona per reclutare gente per una guerra di riconquista dell'ex Regno delle Due Sicilie. Si imbarcarono a questo fine sulla nave francese Aunis. Ma nel porto di Genova furono arrestati dai piemontesi. Ne nacque un incidente diplomatico, che si concluse con la restituzione dei La Gala ai francesi in un primo tempo e con l'estradizione poi dalla Francia all'Italia. Portati a Napoli per il processo, vennero condannati a morte. Condanna poi tramutata all'ergastolo.
La forma che assume il romanzo è quella diaristica, con anche una raccolta di corrispondenze giornalistiche per il giornale "L'Osservatore Romano". Autore del diario e delle corrispondenze è Paolino Amato, avvocato napoletano e corrispondente appunto dell'Osservatore Romano. Sono raccolti il racconto di nove giornate del diario e nove corrispondenze da Napoli.
La prima data del Diario di Paolino Amato è quella del 20 febbraio 1864. Vengono raccontati i preparativi della partenza da Roma. Cosa che poi prosegue nei tre giorni successivi fino all'arrivo a Napoli. Per capire lo spirito del romanzo leggiamone un brano: "Conoscere la versione del popolo m'intriga e confido possa essermi di aiuto per comprendere cos'è veramente accaduto a questa gente, cos'è che hanno reso "briganti" campagnoli tranquilli e pacifici, armato la mano di canonici e zappaterra, fatto di don Giovanni D'Avanzo un fuorilegge».
La prima corrispondenza da Napoli di Paolino Amato (che è la personificazione di Fiore Marro, l'autore del romanzo), per rendere conto del processo contro i quattro briganti dell'Aunis, è del 24 febbraio 1864. Viene interrogato il brigante Giovanni D'Avanzo. Viene fuori che i giudici hanno già deciso a priori la colpevolezza degli imputati.
Nel processo si narra anche di un presunto episodio di cannibalismo. Noi siamo certi che si tratta di una falsa accusa inventata dai piemontesi per screditare al massimo i briganti.
Il giornalista Amato sta dalla parte dei vinti ed è sicuro che prima o poi sarà fatta giustizia, si saprà la verità. «Ingiustizia è fatta», con queste parole inizia l'ultima corrispondenza.
Al titolo del romanzo a me piace dare un significato positivo. E' finito il tempo in cui i briganti e i meridionali debbono essere considerati dei vinti. I vinti non sono più vinti, stanno per diventare vincitori.
Rocco Biondi
Fiore Marro, La fine dei Vinti. Giovanni D'Avanzo: da gendarme a brigante, Società Editrice L'Aperia, Caserta 2011, pp. 64, € 10,00.
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23 settembre 2012
Michelina Di Cesare, di Fulvio D'Amore
Delle 343 pagine del libro
solo una ventina parlano della brigantessa Michelina Di Cesare. Il
libro quindi non dà quello che il titolo promette. Sospetto quindi
che si sia voluto usare un nome di richiamo per fini commerciali. In
pratica si parla diffusamente del brigantaggio postunitario nel
casertano e dintorni, con particolare riguardo alle bande di
Francesco Guerra, Domenico Fuoco, Giacomo Ciccone, Alessandro Pace.
L'autore apre
l'introduzione al libro con l'affermazione che Michelina Di Cesare è
«una
delle più celebri brigantesse meridionali che la storia postunitaria
ricordi, soprattutto, per la sua nota fotografia divulgata ampiamente
in molti libri e riviste».
Per prima cosa ritengo che l'importanza della Di Cesare derivi dal
suo operato e non dalla fotografia. E poi è ormai quasi certo che la
fotografia, riportata anche nella copertina del libro, non sia di
Michelina Di Cesare, bensì di una modella messa in posa dal
fotografo nel suo atelier. Della stessa modella esiste un'altra foto
(anche questa impropriamente attribuita alla Di Cesare) che la
rappresenta armata di schioppo, pistola e pugnale, seduta su una
roccia di cartapesta.
Michelina Di Cesare nacque
il 28 ottobre 1841 a Caspoli, frazione di Mignano Monte Lungo,
distretto di Sora, provincia di Terra di Lavoro, attualmente in
Campania. Sposò il suo compaesano Rocco Zenga, che morì nel 1862.
Successivamente, datasi alla macchia, entrò nella banda di Francesco
Guerra divenendo la sua donna. Capeggiò diverse azioni brigantesche.
Fu uccisa in combattimento (o fucilata subito dopo) il 30 agosto
1868. Il suo cadavere, denudato, venne fotografato.
Il libro di Fulvio
D'Amore, che porta il titolo "Michelina Di Cesare guerrigliera
per amore. Le gesta eroiche della brigantessa tra Campania, Lazio,
Abruzzo e Molise (1862-1868)", è stato pubblicato da
Controcorrente edizioni di Napoli nel luglio del 2012 e porta come
prezzo di copertina € 20,00.
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10 settembre 2012
L'assalto alla diligenza, di Gerardo Mazziotti
E' un libro pamphlet
pubblicato nel luglio 2005, datato quindi ma che conserva nei temi
trattati una sua forte attualità. Mazziotti, calabrese trapiantato a Napoli, sferra uno spietato
attacco ai professionisti della politica, usata per sistemarsi per la
vita.
In Italia abbiamo una
elefantiaca, inutile e costosissima struttura
politico-amministrativa: al Governo nazionale un centinaio fra
ministri, sottosegretari e vice ministri; 630 deputati, 315 senatori,
5 senatori a vita; 20 regioni, con relativi governatori, 215
Assessori e 1036 consiglieri; 103 province con presidenti, assessori
e consiglieri; 8101 Comuni con Sindaci, assessori, consiglieri; 106
consigli circoscrizionali; 365 comunità montane, con presidenti e
giunta.
Abbiamo molti Comuni sotto
i 100 abitanti, per esempio: La Magdeleine, in Val d'Aosta, con 93
abitanti; Moncenisio, in Piemonte, con 43 abitanti; Monterone, in
Lombardia, con 33 abitanti; Rondanina, in Liguria, con 95 abitanti;
Carapello Calvisio, in Abruzzo, con 95 abitanti; Baradili, in
Sardegna, con 95 abitanti. In questi Comuni spesso gli abitanti
adulti, non sono sufficienti a coprire i posti di amministratori e
consiglieri. Tantissimi sono i Comuni di poco superiori ai 100
abitanti.
Sono convinto, scrive
Mazziotti, che cominciare a mandare a casa gran parte dello
sterminato esercito dei professionisti della politica sia un passo
del tutto necessario sulla strada dello sviluppo e della crescita del
paese. Risparmieremmo centinaia di milioni di euro l'anno,
attualmente tolti dalle tasche di noi contribuenti.
Sproporzionatissimi sono
gli "stipendi" degli amministratori pubblici. Il Presidente
della Repubblica percepisce uno stipendio di circa 19.000 euro al
mese. Di poco inferiore è lo stipendio del Presidente del Consiglio.
I Ministri percepiscono circa 16.000 euro mensili. I Senatori circa
16.000 euro al mese. I Deputati circa 15.000 euro al mese. Stipendi di
poco inferiori hanno presidenti, vice presidenti e assessori delle
Regioni. Gli stipendi dei Sindaci dipendono dal numero degli
abitanti, con uno stipendio medio di circa 6.000 euro.
Scandalo maggiore sono le
pensioni d'oro degli amministratori pubblici. Noi poveri mortali
siamo dei semplici ultra pezzenti rispetto a loro.
Ma adesso basta con le
cifre, anche per non correre il rischio di essere apostrofati dai
politici di professione con la sparata piena d'ira con la quale
l'allora sindaco di Milano Marco Formentini concluse l'intervista con
il giornalista Gian Antonio Stella: «Adesso
basta, lei mi ha rotto i coglioni».
Al fine di evitare lo
spreco di denaro pubblico e dare al sistema Italia quella efficienza,
rapidità, completezza dei servizi cui tutti i cittadini hanno
diritto, Mazziotti propone la soppressione delle 103 province, delle
365 comunità montane, dei 104 consigli circoscrizionali, e un
diverso criterio di accorpamento e gestione delle 20 Regioni e degli
8101 Comuni. Propone anche la riduzione da 950 a non più di 300
parlamentari: 200 deputati e 100 senatori, la sostituzione dei
trattamenti economici e pensionistici con gettoni di presenza e con
una liquidazione rapportata al numero delle partecipazioni ai lavori
parlamentari, introduzione della regola senza eccezioni secondo la
quale si può essere eletti deputati e senatori al massimo due volte,
introduzione della norma sulle incompatibilità, riduzione delle
"pensioni d'oro" di almeno il 50%, eliminazione della
boscaglia dei privilegi (vitalizi, auto, scorte, uffici, ecc. a tutti
gli ex).
Per quanto riguarda gli
enti locali, sostiene ancora Mazziotti, se il decreto Bassanini
venisse applicato integralmente, gli amministratori politici
diverrebbero mere figure di rappresentanza, costose e inutili, delle
quali si potrebbe fare a meno. Non ha alcuna importanza, scrive
ancora Mazziotti, che il sindaco sia eletto dal popolo o che sia
nominato dall'alto, l'importante è che sappia bene amministrare, sia
capace di inverare le aspirazioni dei cittadini e di risolvere i loro
problemi esistenziali.
Ultima proposta del
Mazziotti è quella di ridurre le attuali 20 regioni a 3 o 4
macroregioni (io opterei per 3). A me ovviamente interessa la
macroregione meridionale, che dovrebbe abbracciare l'intero territorio dello storico ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, più parte dell'odierno Lazio meridionale ed orientale. Si tratta di regioni, dice Mazziotti, che vantano quanto di meglio il paese vanta in materia di bellezze naturali (Capri, Ischia, Procida, le Tremiti, le Eolie e Lampedusa, i Campi flegrei, la costiera sorrentina patrimonio dell'umanità, la Sila, il Vesuvio, l'Etna e Taormina) e di beni e istituzioni culturali (i palazzi reali di Caserta, di Napoli e di Palermo, i giacimenti archeologici di Pompei, Ercolano, Paestum e di Sybari, la valle dei Templi di Agrigento e le Latomie di Siracusa, le università federiciane e i centri di ricerca). Operando le attuali istituzioni separatamente se non addirittura in concorrenza tra di loro, non
riescono a trasformare queste "ricchezze" in occasioni di crescita, di sviluppo e di progresso. Unite tutte le regioni meridionali in un'unica macroregione si risparmierebbero alcune centinaia di milioni di euro l'anno. Si dovrebbero pagare solo un governatore, 10 assessori, 60 consiglieri.
Il Mazziotti, pur facendo un calcolo al ribasso, indica lo "spreco di denaro pubblico" per pagare la "spesa inutile" dei
professionisti della politica in oltre cinquemila miliardi di euro
l'anno.
E'
ovvio che non possono essere gli stessi parlamentari o gli eletti nei
vari consigli a decretare la propria riduzione o, addirittura, la
loro estinzione. Bisogna allora creare dal basso le condizioni perché
ciò avvenga.
Rocco
Biondi
Gerardo
Mazziotti, L'assalto
alla diligenza, ovvero Come evitare la rapina di (almeno) diecimila
miliardi di lire l'anno,
Edizioni DenaroLibri, Napoli 2005, pp. 256, € 8,00
2 settembre 2012
I briganti: proletari senza rivoluzione
Renzo
Del Carria, nel suo libro del 1966 "Proletari senza
rivoluzione", indica una possibile traccia da seguire nello
studio del brigantaggio postunitario (1860-70), che è molto vicina
all'approccio da me seguito nella lettura dei fatti avvenuti in
quegli anni nel Meridione, nei territori dell'ex Regno delle Due
Sicilie.
Dico
subito che ho spogliato il libro dall'ideologia marxista sottesa,
acquisendo solo il contributo di indirizzo e metodo nella ricerca
storiografica. Per completezza d'informazione aggiungo che Del Carria
divenne poi dirigente della Lega Nord di Bossi.
Scrive:
«Per
indagare il perché la rivoluzione sia stata sconfitta in Italia
occorre esaminare criticamente la storia contemporanea italiana "a
rovescio" partendo nell'indagine dal punto
di vista organico delle classi subalterne.
Occorre cioè esaminare quegli avvenimenti con gli occhi degli
operai, dei contadini e dei loro alleati: occorre esaminare come da
loro furono vissuti, come da loro furono visti, e quale fu lo spirito
e la volontà di lotta che li animò».
Questo
vale anche per il brigantaggio postunitario. Le lotte dei briganti
avvenivano senza alcuna ideologia, erano volontà di lotta contro lo
Stato nemico, prendendo spesso a prestito ideologie reazionarie (i
borbonici e il clero). Le rivolte dei briganti erano "spontanee",
non erano dirette da gruppi politici organizzati, non seppero
esprimere dirigenti organici, pur avendo in loro forza e volontà
rivoluzionaria.
I
briganti per narrare le loro lotte avrebbero avuto bisogno di una
storiografia organicamente "loro", "a rovescio"
rispetto a quella scritta dagli storici borghesi e anche dagli
storici revisionisti. Occorreva - scrive Del Carria - romperla con la
storiografia della classe dominante. Ma così non fu, sia perché i
briganti erano quasi tutti analfabeti, sia perché nessun
intellettuale ritenne che quei fatti meritassero di essere scritti e
tramandati. Se i briganti e i loro discendenti avessero fatto un
tentativo di scrivere la loro storia, raccontare i loro fatti,
narrare gli avvenimenti da loro vissuti, così come da loro furono
visti durante gli episodi delle loro lotte rivoluzionarie, se tale
storia fosse stata scritta, sarebbe stata enormemente diversa da
tutte quelle sinora esistenti.
Tentativi di scrivere una simile storia ne sono stati fatti, ma quasi
sempre inserendola nella più generale storia "borghese".
L'altra storia, autonoma e indipendente, è ancora da scrivere.
In
concomitanza con la campagna di Garibaldi in Sicilia, anche nel
meridione continentale si era levata la guerra contadina. Nel primo
anno con la caratteristica di larghe insurrezioni di masse contadine
e nel triennio successivo di una vera e propria guerra contadina per
bande. Si trattò di una generale rivolta agraria che richiese per la
repressione circa 250.000 uomini, tra esercito piemontese,
carabinieri e guardie nazionali. Tale lotta scosse dalle fondamenta
tutto l'apparato burocratico-poliziesco della Stato unitario appena
nato e impegnò l'intero Stato Maggiore Sabaudo. Le parole d'ordine
della rivolta furono «W il Papa», «W il Borbone», «W il popolo
basso».
La
storiografia ufficiale ha volutamente sottovalutato queste rivolte,
attribuendole ad uno stato di arretratezza di masse incolte,
definendole violazioni criminali, sopravvalutando l'elemento della
cospirazione borbonica (che comunque fu certamente notevole). Il
primo storico che invece ha visto queste lotte come una grossa guerra
contadina, con caratteristiche proprie, è stato Franco Molfese. La
fame e la miseria dei contadini, aumentate con l'abolizione degli usi
civici (diritti spettanti alla collettività sui terreni demaniali e
non solo), divenivano insopportabili, facevano prendere coscienza
dell'ingiustizia e portavano all'aperta rivolta.
I
briganti sono il braccio armato del popolo. Nel 1860 la borghesia che
deteneva il potere era solo l'1,92% dell'intera popolazione. Oltre
l'80% della popolazione era rappresentata da contadini quasi tutti
analfabeti. La restante parte era costituita da piccoli artigiani e
piccola borghesia. Solo i galantuomini-borghesi erano alleati dei
piemontesi. Tutti gli altri guardavano con sospetto i nuovi arrivati
piemontesi. Ciò spiega perché i briganti riuscirono a resistere per
quasi un decennio.
Le
rivolte agrarie e brigantesche meridionali nacquero, si svilupparono
e vissero indipendentemente dai Comitati borbonici. I contadini del
sud lottarono da soli per circa un decennio, prendendo a prestito dal
Borbone il suo bianco vessillo e dalle sue casse i resti dell'oro
elargito ai legittimisti. Essi combatterono - scrive il Del Carria -
in maniera propria la propria guerra per le proprie rivendicazioni
nelle proprie boscaglie contro i propri padroni ed i suoi alleati
"piemontesi".
La
rivolta dei briganti era carica di una grande esplosione
rivoluzionaria, ma con l'unica prospettiva di abbattere la situazione
sociale esistente senza purtroppo riuscire a progettare qualcosa di
nuovo; così nei fatti la loro battaglia era già perduta sin
dall'inizio.
Rocco Biondi
Rocco Biondi
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25 agosto 2012
Il brigante che si fece generale. Auto e controbiografia di Carmine Crocco
Carmine Crocco è il
brigante più significativo ed enigmatico del periodo postunitario.
Operò dal 1861 al 1864 in Basilicata e dintorni, a capo di una banda
composta da migliaia di briganti, tenendo in scacco l'esercito
piemontese. Morì di vecchiaia in carcere all'età di 75 anni.
Il libro, edito da Capone
di Cavallino (Lecce), pubblica insieme l'autobiografia di Carmine
Crocco, dettata in carcere al capitano Eugenio Massa, e la
controbiografia di Crocco, scritta dal medico Basilide Del Zio.
Caratteristica che accomuna i due libri è la pubblicazione avvenuta
nello stesso anno (1903) presso la stessa tipografia di Melfi (G.
Grieco).
Questa operazione
editoriale non è nuova, ma quello che la rende interessante è
l'introduzione scritta da Valentino Romano, che fa il punto sugli
studi ad oggi sulla figura dell'importante brigante di Rionero in
Vulture. In essa vengono date risposte a dubbi sulla controversa
figura di Crocco.
Il primo dubbio che viene
risolto è quello dell'autenticità del manoscritto attribuito a
Crocco. Benedetto Croce e Basilide del Zio si schierano per
l'autenticità, avvalorata in qualche modo anche dall'esistenza di un
secondo memoriale, pubblicato in parte in un suo libro dal
lombrosiano Francesco Cascella. Notevoli sono comunque le differenze,
specialmente linguistiche. Riteniamo che la versione-Cascella sia più
vicina alle capacità letterarie di Crocco. La versione-Massa invece
ha subito massicci interventi del curatore, non solo linguistici ma
anche di contenuto, per avvicinare per quanto più possibile il
pensiero di Crocco alle posizione dei piemontesi.
Altro problema che viene
affrontato è la "stranezza della commutazione della condanna a
morte di Crocco nel carcere a vita". Molto probabilmente è
frutto dell'ambigua presenza francese "in molte zone d'ombra del
brigantaggio". I francesi accarezzavano il progetto di rimettere
sul trono delle Due Sicilie un Murat. E molti "galantuomini"
lucani, che in qualche modo appoggiarono Crocco, erano di dichiarate
simpatie murattiane. Altro motivo del cambio di condanna è
certamente il silenzio di Crocco sui nomi dei tanti fiancheggiatori,
più o meno importanti, che lo hanno appoggiato. Il silenzio in
cambio della vita.
Parte interessante
dell'autobiografia è quella in cui Crocco descrive il suo rapporto
problematico con Josè Borges. Il generale carlista spagnolo aveva
come obiettivo quello di riportare sul trono lo spodestato re
borbonico, tramite sistemi di guerra classici; mentre Crocco
combatteva una sua guerra personale contro i piemontesi in difesa
della sua terra e nell'interesse dei più deboli contro lo strapotere
dei padroni, adottando la tecnica della guerriglia nella quale era
insuperabile. Quando Borges lo abbandonò, per tentare di entrare
nello Stato pontificio, andando però incontro alla morte, Crocco non
se ne addolorò. «La
sua partenza - scrive Crocco - non ci commuove, anzi l'abbiamo voluta
stanchi del suo comando».
La lettura dei due testi,
qui messi a confronto, è molto utile per capire la personalità di
Crocco e cosa lui sia stato capace di fare per la sua terra.
Utilizzando i necessari filtri. Valentino Romano, a chiusura della
sua introduzione, lascia a noi lettori la possibilità di valutare la
vicenda umana di Crocco, dicendo anche di possedere una sua visione
del valore di Crocco (che comunque si riserva di esporre in altra
sede). Noi esprimiamo un giudizio fortemente positivo, facendo nostro
il giudizio che il curatore del libro però esprime quando scrive che
Crocco fu un «personaggio capace di ridare una speranza, anche illusoria, alle rivendicazioni del mondo contadino meridionale». E aggiungiamo che quella fiammella di speranza rimane accesa ancora oggi, e non solo per il mondo contadino.
Rocco Biondi
Carmine Crocco - Basilide Del Zio, Il brigante che si fece generale, Auto e controbiografia di Carmine Crocco, a cura di Valentino Romano, Capone Editore, Cavallino (Lecce) 2011, pp. 144, € 13,00
Rocco Biondi
Carmine Crocco - Basilide Del Zio, Il brigante che si fece generale, Auto e controbiografia di Carmine Crocco, a cura di Valentino Romano, Capone Editore, Cavallino (Lecce) 2011, pp. 144, € 13,00
4 agosto 2012
Ascoltate, signore e signori, saggio di Raffaele Nigro
Raffaele Nigro, ultimo
cantastorie contemporaneo (come viene definito da Valentino Romano
nella prefazione), con questo suo libro ci introduce e immerge nel
mondo dei cantastorie, che colmavano l'assenza di spettacoli nei
piccoli centri, nei borghi sperduti, nei cortili delle masserie. Nel
tempo la televisione li ha soppiantati e fatti sparire.
Arrivavano durante le
feste popolari e dei santi patroni, si fermavano nei piazzali,
davanti ai santuari, nei luoghi destinati alle fiere e ai mercati,
issavano il telone con le raffigurazioni della storia, mettevano mano
a uno strumento musicale (liuto, ribeca, chitarrone, ghironda) o si
affidavano alla melodiosità della solo loro voce, e raccontavano le
loro storie. Alla fine il cantastorie passava con la mano o col
berretto teso, ad accogliere qualche obolo, e cercava di vendere un
libretto o un foglietto a stampa dei suoi versi.
I temi trattati erano
vari, generalmente si ispiravano alla cronaca o all'agiografia, e
andavano dai canti religioso-narrativi ai componimenti
epico-cavallereschi, alle novelle d'amore tragico e infelice, alla
mitologia, alle composizioni satiriche e burlesche.
Nigro in questo libro ha
raccolte e commentate cinque ballate che sono imperniate sulla vita
di briganti meridionali.
Si comincia con la ballata
su "Don Ciro Annicchiarico", raccontata da Leonardo
Arcadio. Questo autore, nato nel 1771, era un bracciante che d'estate
si trasformava in girovago cantastorie. L'Annicchiarico, nato a
Grottaglie in provincia di Taranto nel 1775, era un prete che si
innamorò di una donna detta "la Curciola", della quale si
era invaghito anche un altro prete grottagliese, don Giuseppe
Motolese, appartenente ad una famiglia facoltosa. Il Motolese rimane
ucciso nella notte della Madonna del Carmine del 16 luglio 1803;
dell'omicidio viene accusato Don Ciro, che arrestato riesce a fuggire
divenendo brigante. La sua carriera brigantesca finisce l'8 febbraio
1818 con la fucilazione nella piazza di Francavilla Fontana. Il testo
della ballata, pubblicata da Pietro Palumbo, «è
sistemato in 204 quartine di endecasillabi molto deteriorati, a
metratura e rima incerte, a volte alternata, spesso assonanzata o per
nulla rispettata».
La seconda ballata è la
"Istoria della vita, uccisioni ed imprese di Antonio di Santo",
che ha come autore Nicola Bruno, vissuto tra la fine del '700 e gli
inizi dell'800. Il di Santo è un brigante di Solopaga, in provincia
di Benevento, che visse a cavallo tra '600 e '700 e partecipò nel
1701 alla congiura antispagnola. Quando la congiura fu scoperta, il
di Santo riusci a sfuggire al carcere dandosi alla macchia e
riparando nelle grotte del massiccio del Taburno. Il cantastorie
descrive il brigante come un carattere facinoroso, attaccabrighe e
puntiglioso. Arrestato, riesce a fuggire dal carcere, scavalcando un
alto muro, e dà il via a una serie di vendette personali. La ballata
è composta da 67 ottave in endecasillabi. Il brigante comunque non
muore.
La terza ballata narra
della "Bellissima istoria delle prodezze ed imprese di Angelo
del Duca". Ricordiamo che con questo brigante inizia la storia
dell'ormai classico romanzo di Raffaele Nigro "I fuochi del
Basento". Del Duca era nato a San Gregorio Magno in provincia di
Salerno nel 1734. Benedetto Croce sostiene che Angiolillo avrebbe
condotto una vita da pastore almeno fino ai cinquant'anni, quando per
una violenza subita da un suo nipote spara una fucilata contro un
guardiano ammazzandogli il cavallo. Angiolillo è costretto a fuggire
e darsi alla macchia. Operò tra Salerno, Avellino e la Basilicata.
Non si citano nella sua vita episodi violenti o di grassazioni se non
ai danni dei ricchi feudatari e degli alti prelati. Toglieva ai
ricchi per dare ai poveri. Nella rapsodia di Angelo del Duca si
arriva persino a parlare di miracolosità delle sue gesta. Fu
impiccato a Salerno il 26 aprile 1784. Il poemetto si compone di 42
ottave.
Il quarto cantare è la
"Istoria della vita e morte di Pietro Mancino, capo di banditi",
che ha come autore il cantastorie cieco Donato Antonio de Martino.
Mancino è una figura che più delle altre si avvicina agli antichi
capitani di ventura. Nato nella prima metà del '600, secondo una
fonte a Vico del Gargano, secondo un'altra a Lucera, uccise due
nobili che avevano insidiato l'onore delle sorelle. Per timore di
essere incarcerato fuggì dalla Puglia, mise su una banda di quindici
fuorilegge, seminando terrore tra Puglia e Basilicata. Si recava
spesso in Dalmazia. Combatté al fianco di diversi signori. Nel 1637
lo troviamo prima a Torino, dove fu nominato colonnello dai francesi,
poi alla corte pontificia con lo stesso grado militare. Morì di
morte naturale nel 1638. Raffaele Nigro inserisce nella raccolta
l'edizione Muller di 63 ottave e in appendice l'edizione Paci-Russo
di 62 ottave. Le due edizioni hanno non poche differenze.
L'ultima ballata,
intitolata "Crudelissima istoria di Carlo Rainone dove s'intende
la Vita, Morte, ricatti, uccisioni, ed imprese da lui fatte", fu
composta dal cantastorie Giuseppe Di Sabato, nato ad Ottaviano.
Rainone, originario di Carbonara di Nola in provincia di Napoli,
visse tra fine '600 e primi del '700. Secondo l'autore del cantare,
durante la sua carriera di bandito Rainone si macchiò di 167
omicidi. A tal proposito scrive Nigro: «Il
canto è di quelli con agnizione negativa, perché a differenza della
"Bellissima istoria di Angiolillo" dove si mettono in luce
i pregi dell'uomo, qui sono le efferatezze del brigante a risaltare».
Rainone venne catturato e ucciso il 10 luglio 1672. Il componimento è
di 72 ottave.
Quello che Nigro scrive
nel preambolo alla ballata su Pietro Mancino, «questi cantari hanno più funzione di prodotto letterario che di documento
storico», può essere esteso a tutte le
altre ballate.
Nella premessa alla
raccolta delle ballate, Raffaele Nigro fa interessanti e
condivisibili osservazioni sul decennio postunitario, sostenendo che
la guerra politica e sociale di quegli anni fece morire il sogno
romantico e la possibilità di voli fantastici. La cronaca è nemica
del mito. L'annessione del Sud all'Italia unita si era concretizzata
in un bagno di sangue. Negli scritti di quegli e su quegli anni
prevale la metodologia scientifica. Dopo il 1861 il romanticismo è
morto. Solo a partire dal 1870 le narrazioni e le edizioni a stampa
di storie banditesche riprendono vigore.
Rocco Biondi
Rocco Biondi
Raffaele Nigro,
Ascoltate, signore e signori, Ballate banditesche del Settecento
meridionale, Prefazione di Valentino Romano, Capone Editore,
Cavallino 2012, pp. 198, € 16,00
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