22 agosto 2007

Luce - Romanzo di Rita Pani

Il programma di vita di Luce, la protagonista del romanzo di Rita Pani, potrebbe sintetizzarsi in queste sue due battute: «io non voglio arrivare da nessuna parte, io sto solo andando» e «non mi interessa fare carriera, non voglio sporcarmi, non voglio togliermi il piacere di avere ancora qualcosa in cui credere». Luce ha trentacinque anni, troppi per occupare terreni e rischiare di prendere manganellate, ma troppo pochi per smettere di farlo.
Luce è la presidente di un collettivo ambientalista; con l’aiuto di Simone ed altri ragazzi del collettivo, “estremisti” come lei e poco inclini a chinare il capo o svendersi, cerca di fare luce sull’operato della ditta Ecoplast, che ha donato una grossa somma al Comune per contribuire al rimboschimento di una vasta area industriale che aveva subito molti incendi; ma prima delle piante venivano interrati, di notte, barili blu contenenti «rifiuti tossici nocivi». Altri barili vennero sistemati, sempre di nascosto, sotto l’asfalto di un nuovo parcheggio. Luce si propone l’impossibile missione «di far dissotterrare quei barili al più presto».
Partiti e sindacati sapevano, ma tacevano; «bisogna mediare», dicono loro. E questo per Luce era merda: «prenderò tutta la merda che avranno sparso in giro, gliela lancerò addosso e poi dirò basta a tutto questo. Sono schifata».
Ma nel romanzo non si parla solo di politica, di sociale, di ecologia. Anzi si parla di più di sensazioni, di emozioni, di sentimenti, di passioni, di scopate.
Rita Pani riesce a padroneggiare molto bene il linguaggio, adattandolo egregiamente ai personaggi e alle situazioni. Sentite come si esprime Simone: «Luce, io ti voglio bene, e mi piaci pure, e forse ti scoperei anche se fossi sicuro che tu non mi spezzeresti le gambe a calci, all’istante, cioè, voglio dire, io non ho mai pensato a te come… Insomma non so se mi spiego, tu sei Lucina, il Comandante, la mia droga, la mia eroina, ma negativo, mai potrei… Cazzo! Io ti voglio bene, finiremo i nostri giorni ubriachi a Parigi, scrittori illuminati. Hai capito?».
Luce è molto facile al pianto. E talvolta la sua storia fa inumidire gli occhi anche noi lettori. A me è successo. In alcuni momenti un gruppo mi ha preso alla gola.
Il romanzo è la storia del disincanto di Luce. Ma anche se rinuncerà alla lotta, mai rinuncerà ai suoi ideali. «Mi mancavano i tempi durante i quali credevo davvero che fosse possibile cambiare il mondo, o per lo meno renderlo un po’ più vivibile».
Pino Scaccia, nella postfazione al libro, classifica Luce fra i buoni con la passione, che sono l’ultimo patrimonio per salvare il mondo.
Ed io sono sicuro che prima o poi Luce ritornerà dall’Islanda, dove si è rifugiata, per continuare a combattere fra di noi. Magari facendo solo resistenza infinita con un blog, come fa l’autrice Rita Pani. E non è poco.

Rita Pani, Luce, con una “Nota dell’Editore”, postfazione di Pino Scaccia, Gammarò Editori, Sestri Levante, 2007, pp. 198

12 agosto 2007

Storia del Brigantaggio dopo l’Unità di Franco Molfese

Franco Molfese, nelle considerazioni conclusive del suo monumentale e tuttora fondamentale libro sul brigantaggio dopo l’unità d’Italia, si chiede se era possibile evitare l’immane sperpero di vite umane e di ricchezze, provocati dal brigantaggio contadino e dalla repressione statale. Se esisteva nel Sud la possibilità di una diversa soluzione dei rapporti tra classe borghese-liberale e masse contadine. Consapevole comunque che una risposta a tali domande appare sul terreno storiografico sempre azzardata, perché la storia non si scrive con i “se” del senno di poi. Tuttavia, essendo implicito nei fatti storici anche il possibile che non si è realizzato, un ripensamento del genere arricchisce certamente la comprensione dell’accaduto.
La risposta del Molfese è che il grande dramma del brigantaggio avrebbe potuto essere, se non evitato, certamente di molto ridotto nel tempo e nell’intensità da una differente politica dei governi unitari succedutesi nel decennio 1860-1870, guidati da Cavour, Ricasoli, Rattazzi, Farini, Minghetti, La Marmora, Menabrea, Lanza. Evitare completamente il brigantaggio era impossibile, dal momento che esso era stato partorito spontaneamente dalla generale crisi meridionale ad opera di fattori economico-sociali, strutturali e contingenti.
Ma se la politica dei moderati al governo (piemontesi e fuoriusciti napoletani filo-cavouriani) avesse accolto le istanze dei democratici, nelle loro aspirazioni fondamentali: impieghi, sviluppo economico, sicurezza pubblica, il brigantaggio sarebbe stato ridotto e la costruzione dello Stato unitario avrebbe poggiato nel Sud su fondamenta più solide.
Ma così non fu. La Destra moderata, minoritaria nel Sud, fece ricorso alla dittatura militare per reprimere l’offensiva del grande brigantaggio contadino. I salariati-briganti aspiravano al pane, alla libertà, anche alle vendette come forma di rozza giustizia, dibattendosi nelle strette del carovita, della disoccupazione, dei redditi insufficienti. La risposta governativa fu una repressione armata in funzione anti-contadina ed anti-popolare. I contadini del Sud combatterono per anni, contro forze preponderanti, una lotta senza speranza, condannata all’insuccesso. Ma posti di fronte all’alternativa di vivere asserviti in ginocchio o di morire in piedi, scelsero la seconda.
Il libro del Molfese parte dalle prime ondate della guerriglia contadina sviluppatasi dall’autunno del 1860 a tutto l’inverno del 1861, quando agli spontanei movimenti contadini comincia a soprapporsi la reazione borbonico-clericale imprimendo loro un orientamento politico. Il brigantaggio consegue rapidi successi nel Beneventano, nel Molise, in Terra di Lavoro, negli Abruzzi. I moti contadini si intensificarono e si radicalizzarono successivamente in Calabria, Basilicata, Puglia.
Lo scioglimento dell’esercito meridionale garibaldino, con la conseguente frustrazione per le speranze deluse, infoltirono sia di uomini che di rivendicazione le bande brigantesche.
La fine del Regno borbonico delle Due Sicilie, con la resa finale di Gaeta, Messina, Civitella del Tronto e la fuga di Francesco II a Roma presso la corte pontificia, fu un altro elemento che si intersecò con il brigantaggio. I Borboni in qualche modo tentarono di sfruttarlo ai fini di un improbabile tentativo di restaurazione del Regno di Napoli.
Intanto bande armate si andavano costituendo dappertutto, capitanate da valenti e coraggiosi capibanda. Il Molfese, nell’appendice terza del suo libro, pubblica un elenco delle bande brigantesche attive fra il 1861 e il 1870 e ne individua ben 388 (trecentottantaotto), dalle piccole, composte di pochi individui (5-15), fino alle grandi, che raggiunsero e superarono talvolta i 100 uomini, con punte fino a 300-400. Fra le grandi bande, Molfese cita quelle di Giovanni Piccioni, Giacomo Giorgi, Berardo Stramenga nell’Abruzzo Teramano ed Aquilano; di Pasquale Mancini e Salvatore Scenna, Domenico Valerio [Cannone] e Policarpo Romagnoli, Giovanni Di Sciascio, Domenico Saraceni (Pizzolungo) nell’Abruzzo Chietino; di Domenico Coja (Centrillo), Luigi Alonzi (Chiavone), Cedrone, Capoccia, Alessandro Pace, Francesco ed Evangelista Guerra, Domenico Fuoco, Luigi Andreozzi, Tristany nella Terra di Lavoro, Sorano e Stato Pontificio; di Nunzio di Paolo, Giuseppe Schiavone nel Molise, Sannio e Beneventano; di Cipriano e Giona La Gala, Agostino Sacchitiello nell’Irpinia e Salernitano; di Carmine Donatelli (Crocco), Giuseppe Nicola Summa (Ninco-Nanco), Giovanni Fortunato (Coppa), Paolo Serravalle, Pasquale Cavalcante, Donato Tortora, Angelo Antonio Masini, Giuseppe Caruso in Basilicata; Michele Caruso, Angelo Maria Villani (lo Zambro) in Capitanata; Sergente Romano in Terra di Bari e Terra d’Otranto; Mittica in Calabria; Vincenzo Barone in Provincia di Napoli
Sproporzionato appare il numero di quasi 120.000 soldati impegnati dallo stato piemontese nell’opera di repressione, ma questo testimonia come il brigantaggio in quegli anni sia stato un fenomeno di massa, che andava ben al di là dei briganti alla macchia. Questa forza imponente, che rappresentava quasi i due quinti dell’intero esercito italiano, non riusciva, però, a venire a capo della ostinata guerriglia contadina condotta da un numero infinitamente minore ed estremamente fluttuante di armati.
Nel dicembre 1862, dal parlamento torinese, venne istituita la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Brigantaggio (CPIB), con l’obiettivo di indagare le cause del brigantaggio, studiare l’oggettiva situazione sul campo e proporre i mezzi per sconfiggerlo. Della Commissione facevano parte due parlamentari della sinistra democratica, un indipendente di sinistra, quattro moderati e governativi, due generali dell’esercito (ex garibaldini). Le Relazioni conclusive della Commissione d’inchiesta vennero presentate alla Camera dei deputati nel maggio 1863.
Il 15 agosto 1863 venne promulgata “la legge Pica” che dava ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti e i loro complici e comminava la fucilazione a chi avesse opposto resistenza a mano armata. Ebbe così inizio una legislazione eccezionale che durò fino al 31 dicembre 1865. Quanti furono i cosiddetti briganti fucilati o uccisi? Il numero preciso non lo si saprà mai, ma furono tantissimi. Molfese, dal secondo bimestre del 1861 e tutto il 1865, ne documenta 5.212. Ma vi è chi ha scritto che i guerriglieri caduti in combattimento in quel decennio furono 155.620 e i fucilati o morti in carcere 120.327. Un massacro. L’olocausto del Sud.
La Storia del Brigantaggio del Molfese è un libro che richiede grande fatica nella lettura; ma chi vuol capire cosa veramente è accaduto in Italia nel decennio 1860-1870, non può fare a meno di leggerlo. Sono riportati e sintetizzati i numerosi dibattiti che si tennero in quegli anni nel parlamento italiano sulla questione del brigantaggio, sono spiegate le ragioni per le quali agli spontanei movimenti contadini andarono pian piano a sovrapporsi le ragioni dei borbonici e degli ambienti clericali, sono riportati dettagliatamente i moltissimi episodi della guerriglia contadina che i Briganti combatterono in tutto il Sud.
Il libro fu pubblicato dalla Feltrinelli nel 1964. Raffaele Nigro, nel suo recente libro Giustiziateli sul campo, scrive che quello del Molfese è un saggio destinato a far luce su alcuni aspetti mai chiariti del Risorgimento italiano, e aggiunge: «Un progetto di rivisitazione della storia d’Italia operata da Giangiacomo Feltrinelli e tendente a dimostrare come l’unità fosse nata a scapito dei contadini meridionali».
Noi abbiamo letto la ristampa a cura delle edizioni Nuovo Pensiero Meridiano del 1983, stampata a Madrid.

Franco Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Nuovo Pensiero Meridiano, Madrid 1983, pp. 484

5 agosto 2007

Le pere di Mele - Parlamentari a puttane

Che l’onorevole (?) Mele vada a puttane o si spari delle pere o sniffi a me non frega proprio niente. Quello che mi indigna invece è che individui come lui, o amici del suo partito, ci vengano a fare il predicozzo morale sul valore sacro della famiglia, sulla droga che uccide e che bisogna sfuggire come lebbra, sul rispetto della donne come persone (e le puttane non sono persone?). Quello che mi indigna è che persone come lui magari raccolgano firme per abolire le legge sul divorzio e sull’aborto. L’avete notato che i massimi capi dei partiti di destra, che a parole difendono la famiglia, sono tutti divorziati? Sono tutti, non solo i capi, sepolcri imbiancati di fuori ma pieni di vermi schifosi dentro, di evangelica memoria.
E che dire della cazzata che ha sparato Cesa, capo del partito di Mele, quando ha proposto che ai parlamentari bisognerebbe dare una indennità speciale per portarsi le mogli a Roma? Ovviamente bisognerebbe portarsi a Roma anche figli, padri, madri, suoceri e suocere, a carico. E chi ci garantisce che i deputati poi non userebbero quei soldi per andare a puttane? Io invece proporrei, eccetto che per i deputati, una indennità speciale per tutti quelli che la moglie non ce l’hanno o hanno una moglie che non gliela dà più; parte del “tesoretto” potrebbe essere usato per venire incontro agli scapoli di diritto o di fatto per aiutarli a superare lo stress da mancanza; anche una puttana potrebbe aiutare. Senza contare che anche queste lavoratrici ne trarrebbero vantaggio.
E che dire ancora dei test antidroga per gli onorevoli? L’altro giorno, in piazza Montecitorio, solo 120 parlamentari hanno fatto il test. Cosa significa: che gli altri 825, tra deputati e senatori, sono tutti drogati? Ma è stata una emerita buffonata. E chi è così fesso, che dopo essersi fatto va a sottoporsi ad un test volontario? Bisognerebbe fare i test a sorpresa, come per i ciclisti ed i calciatori. Vi immaginate voi, dopo una di quelle invereconde sceneggiate che vengono fatte in parlamento, che un medico si avvicini ad un onorevole o onorevolessa e chieda: mi scusi, mi faccia un po’ di pipì. Allora sì che sarebbe una cosa seria. O no.
Il parlamento è quasi tutto pieno di imbroglioni disonesti. Quelli dell’Unione dei Democratici Cristiani (UDC) sapevano molto bene, quando hanno piazzato Mele nella lista in modo utile per essere eletto, che quest’ultimo solamente qualche giorno prima era uscito dalla galera per aver riscosso tangenti in appalti pubblici e per assunzioni e che quelle tangenti se le andava a giocare al casinò. Non dovrebbe dimettersi da parlamentare solo Mele, ma tutto l’UDC dovrebbe essere cacciato dal Parlamento. Per passare poi agli altri partiti. Si correrebbe il rischio che il Parlamento rimarrebbe svuotato. Da adibire solo alle visite guidate.

2 agosto 2007

Ingmar Bergman

Ingmar Bergman è, per me, uno dei più grandi, se non il più grande, fra i registi di tutti i tempi. Mi sono formato sui suoi film. Fino alla fine dei miei anni universitari a Roma, quando poteva e me ne se presentava l’occasione, vedevo e rivedevo i suoi film. Il mio interesse per il cinema è maturato con lui. Lo sentivo vicino a me e mia guida nella confusa ricerca della verità e del senso della vita. Proveniente, come lui, da un ambiente in cui il sacro ed il divino mi erano stati imposti come verità obbligatorie, cercavo di svincolarmi per approdare in un mondo solamente umano, non meno problematico di quello divino. Il settimo sigillo (1956) è stato per me come una bibbia cinematografica su cui meditare. Il dio per il quale combattevamo nelle nostre crociate muore dentro di noi di fronte alla brutalità e violenza del mondo. Il cavaliere gioca a scacchi con la morte, nella illusoria speranza di indovinare una mossa che la sconfigga. Solo l’incontro con una spensierata famiglia di saltimbanchi gli farà ritrovare una qualche serenità.
Per Bergman dio è morto, e noi dobbiamo rassegnarci a sopravvivere senza di lui.
Il cinema di Bergman non è commerciale, non ha mai riempiti i botteghini, ma ha formato generazioni di cineasti e di liberi ricercatori della verità. Se Bergman ha girato tanti film significa che comunque aveva un mercato.
Ora che Bergman all’età di 89 anni se ne è andato, ci ha però lasciati tanti film su cui riflettere e godere spiritualmente. Io andrò alla ricerca di tutti i suoi film ancora rintracciabili, per rivedermeli. Sorrisi di una notte d’estate (1955), Il posto delle fragole (1957), Il volto (1958), La fontana della vergine (1960), Come in uno specchio (1960), Luci d’inverno (1963), Il silenzio (1963), Persona (1966), Passione (1969), Sussurri e grida (1973), Fanny e Alexander (1982), sono pietre miliari della storia dell’arte cinematografica.

Ingmar Bergman - Wikipedia

28 luglio 2007

L’uomo del Sud - Fumetto di Alarico Gattia - I briganti

Anche il fumetto si è interessato del fenomeno del grande brigantaggio socio-politico, che ha coinvolto l’intero sud d’Italia negli anni immediatamente successivi all’unità imposta dai Savoia piemontesi; in pratica gli anni che vanno dal 1860 al 1870.
In quegli anni, al brigantaggio che dilagava nel Mezzogiorno, la popolazione intera fornisce uomini e viveri. Nei fatti il brigantaggio è una vera e propria guerra civile dei poveri contro i ricchi, fra i proprietari (galantuomini) e i proletari (cafoni). Le bande dei briganti sono composte, oltre che da contadini e braccianti, anche da soldati ex borbonici sbandati, ex garibaldini delusi, renitenti alla leva obbligatoria introdotta dalle leggi unitarie.
Il re Borbone Francesco II, che era stato cacciato dal trono del Regno delle due Sicilie, diviene automaticamente alleato dei contadini, finanzia la formazione dei comitati borbonici, assolda in qualche modo i briganti, promette la terra ai contadini. Ed allo stesso tempo tenta di organizzare la restaurazione borbonica nel sud d’Italia. L’ultimo serio tentativo di dare un indirizzo filoborbonico agli spontanei moti contadini viene fatto, alla fine del 1861, con l’ingaggio del generale spagnolo don José Borjes. Il fumetto di Alarico Gattia racconta ed illustra appunto questa avventura.
Borjes, al calare della notte del 13 settembre 1861, con appena una ventina di uomini, sbarca in Calabria. Dopo un percorso avventuroso e pericoloso, il 22 ottobre, nei pressi di Lagopesole in Lucania, si incontra con il capo della rivolta contadina: Carmine Crocco Donatelli. Tra i due non vi sarà mai simpatia. Rappresentano due mondi opposti e due modi diversi di vedere la situazione del sud. Borjes vorrebbe condurre una campagna in favore del legittimismo borbonico con onestà e coerenza militare. Crocco invece combatte una lotta di classe, lotta dei contadini contro tutti i proprietari terrieri, per una ridistribuzione delle ricchezze; consente il saccheggio come mezzo per approvvigionare i suoi uomini e loro famiglie. Crocco abbandona al suo destino Borjes, che l’8 dicembre viene catturato e fucilato dai bersaglieri piemontesi.
In questo contesto storico, nel fumetto, si inserisce la verosimile figura di Don Nicola Solinas, ricco possidente di idee liberali, che nutre una certa simpatia per Crocco e Borjes; ma che nei fatti, per salvare la sua pelle e l’onore di suo padre (che commerciava armi con i Borboni), porterà i soldati piemontesi sulle tracce di Borjes fino all’epilogo finale. Il fumetto si chiude con questo commento: «L’eco degli spari accompagnerà per sempre il giovane cavaliere [Don Nicola] che lentamente sta tornando alla sua terra tanto travagliata. Le sue speranze e le sue illusioni sono ormai le stesse dei diseredati e degli oppressi, della sua gente…». Ma questo, forse, è solo il desiderio dell’autore del fumetto. La storia ci dirà altro sul comportamento dei nobili e dei borghesi. Il loro mondo è altro rispetto a quello dei poveri. «Ci rivedremo a dicembre, a Napoli, per l’apertura della stagione al San Carlo», così Don Nicola saluta la nobile signorina Chiara Cantore che aveva salvata dai briganti. Idee più chiare aveva invece il suo colono Pizzicchio: «Ma cosa sanno di noi poveri cafoni i piemontesi che ora ci troviamo in casa? Ci guardano come fossimo selvaggi…». L’esercito piemontese non conosce la pietà… Chiunque venga trovato in possesso di un’arma è fucilato sul posto.
Lisa Baruffi nell’introduzione a L’uomo del Sud, intitolata Briganti e contadini, scrive che è impossibile stabilire il numero esatto dei morti, degli arrestati, dei deportati. Un giornale del 1863 calcola 18.000 fucilati e 14.000 incarcerati in un solo anno.
La spietata repressione del brigantaggio, da parte dei piemontesi, riuscirà infine a spezzare il legame che univa la popolazione e le bande armate. Conclude la Baruffi: «Verso la metà degli anni sessanta del secolo scorso, con la morte o l’arresto degli ultimi capibanda, il contadino meridionale non troverà altra soluzione alla sua miseria se non nella emigrazione».
Il fumetto di Alarico Gattia è un cartonato di grande formato (24x32 cm), di 56 pagine, pubblicato nel 1978 nella collana “Un uomo un’avventura” delle edizioni CEPIM di Milano, che avevano come direttore Sergio Bonelli. I disegni delle vignette sono accattivanti e riproducono spesso fotogarafie originali d'epoca (briganti in posa, ritratti di personaggi storici).
A suo modo questo fumetto contribuisce alla meritoria, e per noi necessaria, impresa di riscrivere la storia di quei tragici anni anche dalla parte dei vinti.

Allego tre link sul fumetto
http://www.ubcfumetti.com/uoa/15.htm
http://www.blogga.name/blog/yellow_baby/nostalgia/2005/11/21/luomo_del_sud
http://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm

Alarico Gattia, L'uomo del Sud, Edizioni CEPIM, Milano 1978, Collana "Un uomo un'avventura", n. 15, pp. 56

22 luglio 2007

Festival del Libro - Cassano delle Murge (Bari)

Idea originale ed impegnativa quella di organizzare un festival del libro. Non una rassegna di canzonette o film, ma di libri. E’ risaputo e documentato lo scarso interesse che gli italiani hanno per la lettura. Ed allora un festival del libro va controcorrente. E’ grandemente meritorio tentare di portare in piazza la gente ad ascoltare la lettura di poesie o la presentazione di un libro. La scommessa è grande, ma pare che a Cassano delle Murge, in terra di Bari, stanno cominciando a vincerla. Sono già alla seconda edizione del Festival.
Ieri sera, sabato 21 luglio 2007, ho accompagnato l’amico Valentino Romano, affermato storico del brigantaggio meridionale, che presentava il suo ultimo libro: “Le brigantesse” - edito dalle Edizioni Controcorrente, libro che tra l’altro non è ancora uscito nelle librerie. La piazzetta antistante la biblioteca comunale si è affollata di gente che ha seguito con interesse e partecipazione. Numerosi sono stati gli interventi nel dialogo finale con l’autore.
Il brigantaggio è il tema principale del Festival di quest’anno. Oltre alla presentazione del libro del Romano, in programma vi è anche quella del libro di Raffaele Nigro: “Giustiziateli sul campo” - edito dalla Rizzoli, una degustazione di piatti tipici del periodo del brigantaggio, la narrazione delle imprese del bandito cassanese Servodio. Durante il periodo del Festival, inoltre, sono esposti presso la biblioteca comunale circa duecento libri e giornali appartenenti alla biblioteca personale dello scrittore Raffaele Nigro sul tema del brigantaggio.
A Cassano saranno ancora presenti, per presentare le loro opere, gli scrittori Ferdinando Boero, Gian Antonio Stella, Lorenzo Del Boca, Gianrico Carofiglio, Marco Brando, Giordano Bruno Guerri, Roberto Lorusso.
Il Festival del Libro è iniziato il 13 luglio e terminerà il 30 dello stesso mese. Creatore ed animatore dell’importante evento è Silvio Missoni, assessore alla Cultura del Comune di Cassano. Il Festival è stato organizzato dal Comune, in grande economia, con qualche contributo esterno. Esempio di soldi ben spesi.

20 luglio 2007

Il prete brigante - una storia del Sud

Nell’ambito delle manifestazioni “Grottaglie d’estate 2007”, è stato rappresentato mercoledì 18 luglio lo spettacolo teatrale “Il prete brigante - una storia del Sud” di Mimmo Fornaro, con la regia di Alfredo Traversa, a cura della Compagnia “Cesare Giulio Viola” di Taranto.
Scenario naturale era il giardino Mediterraneo del Castello Episcopio, con le sue piante di ficodindia, uva a pergola, fichi, edera, e con fondale un antico muro di pietra e tufo.
La storia è tratta da un poemetto in dialetto del contadino cantastorie Leonardo Arcadio, vissuto a Grottaglie all’epoca dei fatti narrati. L’inquadramento storico è fornito dalla biografia del prete brigante (Don Ciro Annicchiarico 1775-1818) scritta da Rosario Quaranta.
La notte del 16 luglio 1803 viene ucciso don Giuseppe Motolese, contendente dell’Annicchiarico dei favori della bella Antonia Zaccaria (la Curciòla). Viene accusato del delitto Don Ciro, che viene arrestato e condannato a 15 anni di galera. Don Ciro, che si proclamò sempre innocente di questo delitto, si dette alla macchia e divenne capo di una banda di briganti. Tradito dai suoi venne arrestato presso la masseria Scasserba e fucilato a Francavilla Fontana l’8 febbraio 1818.
Un cantastorie porta in giro sul suo carro un gruppo di attori-burattini, con i quali racconta la storia del prete brigante, Papa Ggiru. Il racconto tenta di mettere insieme, in un unicum artistico, recitazione, musiche in diretta, costumi, coreografia. Non sempre il risultato è buono, però. Vi è qualche caduta di stile. Qualche parte deve essere limata e migliorata.
Vengono portate in scena le differenze di classe, sempre esistite, tra ricchi e poveri. E i tentativi di questi ultimi di reagire e ribellarsi, senza alcuna speranza di riuscita però. La storia non viene scritta per i poveri.
Il brigantaggio assumerà una sua più precisa connotazione sociale e politica a cavallo degli anni che portarono all’unità d’Italia: 1860/1870, quando il fenomeno da sporadico ed individuale diventerà corale e di massa. Ma nemmeno allora i poveri riuscirono a riscattarsi dalla loro condizione di sottomissione e sfruttamento.
Attori, molto apprezzati ed applauditi: Daniela Figliola, Mimmo Fornaio, Claudio Genga, Mariangela Lincesso, Marina Lupo, Franco Nacca, Maria Pugliese, Tiziana Risolo, Vincenzo Raimondi; percussioni e musiche originali: Mimmo Gori.

Il prete brigante (video)

15 luglio 2007

Voci di Luna - Musiche da film

Anche la musica è cultura. A Villa Castelli, in provincia di Brindisi, l’estate culturale, programmata e patrocinata dall’amministrazione comunale, è iniziata con un concerto di flauto (Francesca Salvemini) e pianoforte (Silvana Libardo), venerdì 13 luglio 2007. Sono state eseguite musiche da colonne sonore di film famosissimi. Gli autori erano Cipriani, Rota, Micaliazzi, Trovajoli, Oliviero, Ortolani, Morricone, Salvemini, Bacalov. I brani eseguiti sono stati: Anonimo veneziano, Amarcord, Parla più piano, Il valzer del gattopardo, La dolce vita, Otto e mezzo, L’ultima neve di primavera, Roma nun fa’ la stupida stasera, Ti guarderò nel cuore, C’era una volta il west, Il etait une fois la revolution, Love theme, Gabriel’s oboe, Playng love, Tema di Cecco, Tragico risveglio notturno, Dedicato ad una stella, Il postino.
Tutti i brani sono raccolti in un CD intitolato “Voci di Luna”, pubblicato dall’etichetta “Velut Luna” di Casalserugo di Padova.
Il duo ha suonato con un affiatamento eccezionale; le due artiste sono tra l’altro madre (pianoforte) e figlia (flauto). Sono riuscite a creare un’atmosfera affascinante e coinvolgente. I titoli posseduti sono di livello molto alto. La flautista Francesca Salvemini ha studiato nei conservatori di Lecce, Milano, Ginevra; ha suonato oltre che in Italia, anche in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Svizzera, Olanda, Turchia, Romania, Polonia, Stati Uniti, Brasile, Argentina; conseguendo tantissimi premi. La pianista Silvana Libardo si è formata nel conservatorio di Bari, perfezionandosi a Roma; ha svolto attività didattica, come docente, a Lecce, Roma, Molfetta, Pugnochiuso, S. Maria in Brasile, Resistencia in Argentina, Macon e San Antonio in USA, Bruxelles; ha svolto un’intensa attività concertistica, come solista, con formazioni cameristiche ed orchestre; è fondatrice e direttore artistico dell’Associazione artistico musicale “Nino Rota” di Brindisi.
Il concerto è stato tenuto nell’aula consiliare del Comune. Il pubblico, numeroso, ha apprezzato ed ha applaudito con entusiasmo.
La serata è stata organizzata dall’Associazione culturale “l’altro suono”, diretta dai maestri Mino La Penna ed Angelo Pignatelli.

13 luglio 2007

“Maledetti Savoia” di Lorenzo Del Boca

«Dov’è l’Italia?», si chiede Lorenzo Del Boca nell’ultimo capitolo del suo libro. E la risposta che si dà è: «Chi cerca l’Italia non la trova, forse perché non esiste».
Esistono tanti italiani, con le loro accentuate differenze di tradizioni socio-culturali, di differenze linguistiche e dialettali, di differenze comportamentali. L’Unità d’Italia ancora non esiste e forse non esisterà mai.
«L’Unità d’Italia – scrive Del Boca – è stato uno slogan con cui la mitologia del Risorgimento ha giustificato un capitolo di storia del tricolore». A partire dal 1860, l’Italia non piemontese non è stata liberata, ma conquistata. Le regioni meridionali non sono state unite nell’unica Italia, ma annesse. L’Italia del Sud e la sua gente sono state maltrattate, anche in modo volgare. Per infangare l’immagine di Francesco II, cacciato dal suo Regno delle due Sicilie, i servizi segreti piemontesi misero in giro una serie di fotomontaggi di sua moglie, la regina Maria Sofia, in atteggiamenti pornografici.
I malanni dell’Italia di oggi sono figli di quella di ieri. La storia ufficiale ha nascosto truffe, imbrogli, bugie, mistificazioni. L’Italia dell’Ottocento è ricca di politici corrotti, di ufficiali mestatori, di traffichini di regime, di burocrati inefficienti, di magistrati senza giustizia.
Ma sono ormai molti gli studiosi che cominciano a rileggere la storia con più attenzione e con uno sguardo più critico.
E’ ormai accertato che l’incontro di Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II è un falso storico. In realtà l’incontro è avvenuto a Vairano. E la scena fu goffa ed impacciata. Niente a che fare con l’affresco che il pittore Pietro Aldi disegnò sulla parete del municipio di Siena, a cominciare dall’iconografia dei due personaggi, che sono stati idealizzati come tutti i fatti del Risorgimento.
Vittorio Emanuele II era un poco di buono. Usava il lucido delle scarpe per annerirsi i pochi capelli che gli rimanevano. Vittorio Emanuele considerava la cultura una perdita di tempo; i libri lo innervosivano. Era un campione delle scappatelle; approfittando della sua posizione si faceva tutte le ragazzotte che gli capitavano a tiro. Consumava ingenti somme per cavalli, cani e favorite (più o meno puttane). I soldi non gli bastavano mai. E Vittorio Emanuele pagava con i soldi degli italiani, spremuti con tante tasse.
Vittorio Emanuele II diventò re d‘Italia quasi per caso, usato per loro comodo da altri veri regnanti.
Massimo d’Azeglio, nel suo diario, ipotizza addirittura che Vittorio Emanuele non fosse nemmeno lui, perché quello vero sarebbe morto in un incendio provocato dalla nutrice, e segretamente sostituito con il figlio di un macellaio di Porta Romana a Firenze.
E Garibaldi, chi era? «Un babbeo», secondo Maxime du Camp, uno scrittore francese che aveva vestito la camicia rossa. «Una canna al vento», secondo Giuseppe Mazzini. «Rozzo e incolto», secondo Denis Mack Smith. «Un onesto pasticcione», secondo Indro Montanelli. Tracagnotto e con le gambe corte. Amava l’odore della polvere da sparo e il profumo dei capelli delle signorine; passava indifferentemente dal clangore delle battaglie alle fatiche fra le lenzuola. Gli vengono attribuiti una dozzina di figli fra legali, mezzi legali e illegittimi.
La spedizione dei Mille in realtà, forse, fu solo una farsa. Non ci sarebbe stata la conquista del regno delle due Sicilie se non si fossero unite le convenienze degli inglesi e della mafia meridionale, che finanziarono ed appoggiarono l’impresa. I loro interessi non erano più compatibili con la monarchia dei Borboni. Ammiragli, capitani, generali dell’esercito borbonico furono comprati a peso doro; scapparono anziché difendere ed attaccare. I 100.000 soldati dell’esercito borbonico, se avessero voluto, avrebbero potuto fare a pezzi i mille garibaldini.
Altra farsa fu quella del plebiscito del 21 ottobre 1860, con il quale i meridionali del Regno delle Due Sicilie avrebbero votato l’annessione al Piemonte. Non ci si preoccupò nemmeno di dare una parvenza di consultazione democratica.
Le promesse di Garibaldi e dei piemontesi rimasero solo parole vuote. Le terre non vennero distribuite ai contadini. Le tasse non diminuirono, anzi ne vennero istituite delle nuove. I nuovi padroni non si preoccuparono nemmeno di nascondere gli atteggiamenti, il disprezzo, la supponenza propria degli invasori. I ricchi rimasero ricchi e i poveri divennero più poveri.
E i meridionali cercarono di difendersi. Si nascosero nei boschi e usarono le armi. Non potevano ricevere bastonate ed esseri contenti. Fu una reazione popolare, che durò parecchi anni. I meridionali divennero tutti “briganti”.
Ma il nuovo Stato, straniero per la maggioranza dei meridionali, usò le maniere forti. Fu una mattanza ed un massacro. Quasi un milione di italiani del Sud, considerati tutti briganti, furono ammazzati.
Il libro di Del Boca affronta tanti altri argomenti, dei quali cito solo i titoli: la mafia in campo, un parlamento da operetta, Sicilia senza pace, ferrovie: un affare milionario, Regie Tabaccherie in fumo, il crack della Banca Romana.
“Maledetti Savoia”, che porta il sottotitolo “Il vero Risorgimento non è quello che ci hanno insegnato a scuola”, è un libro che dovrebbe essere letto da tutti. Per conoscere la verità.

Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Edizioni Piemme, 1998, (V Edizione Pocket 2005), pp. 287, € 7,90

5 luglio 2007

Siamo borbonici e non asini

La sconfitta dei Borboni non fu provocata dallo slancio dei garibaldini né dal valore delle loro armi. Fu letteralmente comprata a peso d’oro. Ammiragli e capitani di vascelli, in mare, generali e tenenti effettivi, sulla terraferma, concordarono il prezzo per ritirare le loro truppe davanti al nemico, scappando invece di attaccare.
Non ci sarebbe stata conquista del regno delle due Sicilie se non si fossero unite le convenienze inglesi con quelle della mafia meridionale e se, gli uni e l’altra, non avessero finanziato e soccorso il movimento garibaldino.
Gli inglesi investirono nell’operazione circa 29 (ventinove) miliardi delle nostre vecchie lire.
A fare queste affermazioni non è stato un leghista del nord o del sud o un neoborbonico, ma Lorenzo Del Boca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in carica ormai da più di un decennio.
Garibaldi quindi è stato semplicemente un «onesto babbeo», come scrisse il garibaldino scrittore francese Maxime du Camp. In pratica un utile idiota, direi io.
Meravigliano quindi le improvvide celebrazioni in atto per il secondo centenario della nascita del montato «eroe dei due mondi», con grande sperpero di denaro pubblico, soldi questa volta non degli inglesi ma degli italiani uniti.
Meraviglia pure il grande battage pubblicitario che tutti i giornali italiani stanno facendo per la commemorazione. Persino l’Unità ha messo in vendita in allegato un libro su Garibaldi.
Anzi, il giornale fondato da Gramsci ha pubblicato un articolo nel quale Bruno Gravagnuolo dà dell’asino a chi non si accoda ad incensare Garibaldi, informandoci che Garibaldi aveva battezzato due suoi muli coi nomi di Napoleone III e Pio IX e «non immaginava proprio – aggiunge – quanti asini avrebbe dovuto battezzare e collezionare duecento anni dopo la sua nascita». Io quando avrò un asino lo battezzerò Gravagnuolo.
Mi chiedo su quali libri di storia si sia formato questo giornalista garibaldino. Suppongo su vecchi libri agiografici del Risorgimento. Qualcuno lo informi che la storiografia su tale periodo è andata molto avanti. Il vero Risorgimento non è quello che ci hanno insegnato a scuola.
Concordo con Beppe Grillo, che peraltro seguo poco, quando afferma: «A scuola il Borbone è il cattivo e il Savoia il buono. Stato borbonico è sinonimo di degrado delle istituzioni. Brigante di protomafioso. Forse vanno cambiati i testi di scuola oltre al significato delle parole. Rivalutati i patrioti che persero la vita contro l’esercito piemontese. Forse dobbiamo raccontarci un’altra storia. In cui il Risorgimento è stato in parte, in gran parte, espansionismo di una dinastia. Che ci ha lasciato in eredità l’emigrazione di milioni di persone che fuggivano dalla fame, due guerre mondiali, il fascismo».
Ed allora, siamo borbonici e non asini.

2 luglio 2007

Operazione Speciale

Per chi gioca il generale Speciale?
Ovviamente non per l’attuale maggioranza governativa, avendo denunciato Prodi e Padoa-Schioppa.
E’ poco credibile che giochi solo per se stesso, avendo egli affidato l’incarico di suo portavoce ad un politico transfuga dall’Italia dei Valori alla Casa della pseudo libertà.
Ed allora non resta che prendere atto che lui gioca per l’attuale opposizione parlamentare, cioè per Berlusconi.
E’ la prima volta che accade, in Italia, che un generale faccia causa ad un governo in carica.
La motivazione della querela rivolta dal generale contro il presidente del consiglio ed il ministro dell’economia è «per diffamazione e calunnia».
Io credo invece che Padoa-Schioppa abbia tutti i documenti necessari per poter affermare che il generale Speciale abbia gestito il suo ufficio in modo personalistico ed anomalo, contro ogni regola ed ogni normale procedura. A questo proposito andatevi a leggere anche voi il documento di 22 pagine, depositato da Padoa-Schioppa in Senato, con tutte le accuse al generale Speciale.
Concordo con Padoa-Schioppa quando afferma: «Là dove sono i generali o i colonnelli a determinare la sorte dei governanti e non viceversa siamo fuori della democrazia».
Forse, come è stato detto, ci troviamo di fronte a rivelazioni truccate di un generale, nel tentativo di abbattere un governo.
E’ ovvio che questo non potrà avvenire per via giudiziaria. Le valutazioni politiche del governo, espresse in Parlamento, sono penalmente insindacabili.E suppongo che chi consiglia Speciale queste cose le sappia. Ma tutto serve ad alzare polveroni. A screditare le istituzioni. A creare confusione. Ad abbattere la normale dialettica democratica. Viviamo ancora in tempi bui. Lo smog lanciato da Berlusconi nella politica italiana non si è ancora diradato. Bisogna continuare a vigilare e non abbandonare il campo.

23 giugno 2007

Moana Pozzi: un mito

Come era prevedibile la trasmissione televisiva Enigma, condotta da Corrado Augias e mandata in onda ieri 22 giugno 2007 su Rai Tre, non ha fugato nessun dubbio sulla via e la morte di Moana Pozzi. Tutti i partecipanti hanno confermato le proprie posizioni, contraddittorie fra di loro. Né il conduttore è riuscito a trovare una superiore mediazione che potesse essere accettata da tutti.
Moana è veramente morta il 15 settembre 1994, nell’ospedale Hotel de Dieu a Lione, come ha affermato la madre? O è ancora viva? Molti giurano di averla vista e sentita dopo quella data.
Di che malattia sarebbe morta: tumore al fegato o Aids?
Che fine ha fatto il suo corpo? E’ stato cremato, come lei avrebbe voluto? In quei giorni l’impianto per le cremazioni nell’ospedale di Lione era guasto. Nessuno ha visto Moana da morta. Non esiste documento fotografico della sua morte. I funerali non sono mai stati celebrati.
Moana ha veramente sposato nel 1991 a Las Vegas il suo autista tuttofare, Antonio Di Ciesco? O è stato solo uno scherzo? Tale matrimonio è stato reso pubblico solo nel 1995, dopo la sua presunta morte, per questioni di eredità.
Che valore scientifico può avere l’affermazione del Di Ciesco di aver aiutato Moana a morire, facendo entrare piccole bolle d’aria attraverso la flebo?
Che valore hanno i documenti, mostrati da Brunetto Fantauzzi, che testimonierebbero di firme messe da Moana, dopo la sua presunta morte, su atti pubblici?
Il mistero sulla vita e la morte di Moana si infittisce sempre più.
Io, che mi auto proclamo fratello adottivo di Moana, propendo a credere che Moana non sia morta e che anzi resterà sempre viva.
Un mito non potrà mai morire. Di lei se ne parlerà sempre di più. Moana forse riapparirà.

Miei precedenti post su Moana
Moana Pozzi
Via Moana Pozzi - Cronache dal congresso radicale
Satira dissacrante
Moana Pozzi pornostar e spia
Moana tutta la verità - Libro
Moana Pozzi pensiero 1°: Chi sono
Moana Pozzi pensiero 2°: la giovinezza
Moana Pozzi pensiero 3°: la filosofia (collezionare vip)
Moana Pozzi pensiero 4°: educazione e sesso
Moana Pozzi pensiero 5°: sesso e pornografia
Moana Pozzi pensiero 6°: la solitudine
Moana Pozzi pensiero 7°: il corpo
Moana Pozzi pensiero 8°: la casa e i vestiti
Moana Pozzi pensiero 9°: il cinema
Moana Pozzi pensiero 10°: la morte

15 giugno 2007

Sogno banche alle cooperative

Ormai scrivo pochissimo in questo mio blog. Il poco tempo libero che ho lo dedico più a leggere (libri) che a scrivere post.
Confesso però che le tentazioni a scrivere sono molte e la rinuncia mi pesa.
Per esempio su due fatti di questi giorni avrei delle riflessioni da fare.
Sintetizzo.
Non vedo niente di strano che le cooperative italiane abbiano o aspirano ad avere delle proprie banche. Non vedo perché i tanti soci delle cooperative devono essere costretti ad arricchire le banche degli altri. Plaudo a D’Alema quando tifa per la scalata di Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro, purtroppo poi fallita. Io sogno non una ma tante banche di proprietà delle cooperative. Per me il sogno più grande sarebbe se le cooperative rosse riuscissero a fregare la Banca Mediolanum a Berlusconi. Non capisco perché dobbiamo essere solo noi a farci fregare da lui e non il contrario.
Altra cosa che m’indigna è l’evasione delle tasse da parte dei tanti furbi. Sono un dipendente statale che viene spogliato preventivamente. Le cifre comunicate dall’Agenzia delle entrate sono astronomiche: 270 miliardi di euro vengono nascoste al fisco. 43 miliardi di euro di Iva quindi non vengono versati nelle casse dello Stato. Il dato si riferisce al 2004, anno in cui regnava Berlusconi., il teorizzatore della necessità di evadere il fisco e forse il più grande evasore fiscale. Alla faccia di noi fessi che per merito degli evasori siamo costretti a pagare il 10 per cento in più, rispetto al dovuto. Berlusconi e soci le tasse le fanno pagare solo a noi. Loro se le riducono. Sarebbe ora di cambiare.

10 giugno 2007

Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale

Tommaso Cava de Gueva, capo dello stato maggiore borbonico a Capua durante l’assedio del 1860, scrisse questo piccolo libro di sole 60 pagine nel 1865, quando ancora infuriava la liberticida repressione del brigantaggio da parte dello stato italiano (piemontese). E’ una condanna spietata ed accorata degli illiberali metodi con cui si volle sradicare la rivolta popolare e di massa con la quale il sud invaso rivendicava dignità, libertà, lavoro.
Il libro si apre con una sfiduciata lettera dell’autore indirizzata al Re Vittorio Emanuele II. Io che vi scrivo - dice in apertura il Cava de Gueva al Re piemontese - non sono uno dei vostri adoratori, e lo confesso con quella lealtà che è il mio distintivo, perché la mia venerazione continua ad essere rivolta ai miei legittimi Sovrani napoletani. Poi mette in guardia il Re dal prestare attenzione agli adulatori che simulano amicizia e che invece tradiscono, per cupidigia ed ambizione. L’esperienza - dice sarcasticamente il Cava - dimostra che il traditore è come la donna corrotta: il difficile consiste nel primo fallo; preso questo, poi se ne prendono facilmente tantissimi altri, per necessità di professione.
I nuovi sovrani avrebbero tutto il diritto di governare ed essere stimati se rendessero migliori le condizioni di vita del popolo che hanno sottratto ai sovrani che hanno rovesciato. Ma così non è.
E si passa subito a parlare del tema del libro: il brigantaggio.
«Chi sono i briganti?», si chiede il Cava.
Se briganti sono quelli che combattono con le armi l’attuale governo che ha imposto con la forza l’unità d’Italia ed ha rovesciato i legittimi sovrani del Regno delle Due Sicilie, briganti sono stati pure i Fratelli Bandiera che nel 1844 tentarono di effettuare una sollevazione popolare nel Sud Italia contro i Borboni, brigante è stato pure Giuseppe Garibaldi che nel 1849 con le armi in pugno tentò invano d’invadere il Regno di Napoli, riuscendovi poi nel 1860, brigante è stato pure Carlo Pisacane che nel 1857 venne a sconvolgere l’ordine pubblico nel napoletano.
Giuseppe Mazzini scriveva: «La guerra d’insurrezione per bande, deve essere la guerra di tutte le nazioni che vogliono emanciparsi da un usurpatore straniero». Ed è appunto quello - scrive Cava - che stanno facendo i cosiddetti briganti contro i Savoia.
Caratteristica fondamentale del brigantaggio postunitario è stata la compartecipazione, quasi corale, di tutti i cittadini del Sud. Perché una banda di “briganti” possa reggere alla macchia in campagna ha bisogno dell’appoggio degli abitanti dei paesi presso i quali si aggira, altrimenti non potrebbe mantenersi oltre qualche mese. Le attuali bande invece stanno in campagna da cinque anni - scriveva appunto Cava nel 1865 - senza che 80.000 uomini di truppa piemontesi siano riuscite a distruggerle, anzi sono stati essi decimati. Dunque è chiaro che tali bande sono sorrette, appoggiate, agevolate e sostenute dagli abitanti dei paesi e delle città dove esse operano.
E fino ad un certo periodo, quanto più aumentava la repressione più aumentavano di numero le comitive brigantesche. Fucilazioni di massa, incendi di interi paesi, atrocità di ogni genere, legge Pica, hanno ottenuto come risultato di far aumentare la reazione ed il brigantaggio.
Ed anche tanti uomini cospicui per ingegno, per dottrina, per onestà e per popolarità - scrive ancora il Cava - guardano sogghignando le convulsioni di questo aborto che si chiama governo italiano.
Successivamente il Cava si lancia in una lunga serie di confronti (ne ho cantati ben 57), dai quali ne esce sempre vincitore il passato governo borbonico rispetto all’attuale governo piemontese. «Questo lungo paragone - scrive il Cava - però non significa punto che il passato governo era perfetto, poicchè esso poteva esser migliore. Ma per Dio! rispetto all’attuale, era qualche cosa di divino». Ed è per questo che molti uomini, pressati dalla miseria, dalla fame, dalla minaccia dell’esilio, dalla violazione di ciò che gli è caro, finisce col procurarsi un fucile per andare ad ingrossare le file della reazione.
Cava de Gueva fa l’elenco di quelli che lui ritiene essere eroi (e non briganti come ritengono quelli del governo piemontese): i Borjes, i Tristany, i Castagna, i Lagrande, gli Alonzi, i Coja, i Mattei, i Conte, i De Riviere, i Massot, i Basile, i De Trazegnies, i Caretti, i Zimmerman, i Valenzuela, i Rodriquez Melendez, gli Alvarez, i Patti, i de Riman, i Bockelman, i Cappuccio, i Sammartino, i d’Amore, i Molini, i Patrizi, i Matteis, i Duch, i Rosser, i Rufat, i Schettino, i Frosard, i Kalcreut, ed altri.
Tutto il libro di Tommaso Cava tende a dimostrare che l’«epiteto di brigante, nel suo vero schifoso significato», non è da attribuirsi ai guerriglieri del Sud che semplicemente si difendono, ma agli invasori piemontesi ed ai loro satelliti. Briganti furono loro.

Tommaso Cava, Analisi politica del brigantaggio attuale nell'Italia meridionale, Arnaldo Forni Editore 2004, Ristampa dell'edizione di Napoli 1865, pp. 60

1 giugno 2007

Preti pedofili: la Chiesa non sia omertosa

Se i preti si sposassero, forse scopando con le proprie mogli avrebbero meno voglia di allungare le mani sui bambini e sulle bambine che capitano loro a tiro. So che questa affermazione forse ci azzecca poco ed è poco documentabile. Ma credo che talvolta si arriva al sesso malato per mancanza di sesso sano. Ma questo non è problema nostro, ma della Chiesa. Chi sceglie (se veramente lo sceglie liberamente) di farsi prete sa che rinuncia a sposarsi. La castità è una scelta e la Chiesa si impone le scelte che vuole.
Ma la Chiesa sulla pedofilia dei preti non può mentire e non può essere omertosa. Come invece lo è stato e continua ad esserlo. Lo abbiamo sperimentato ieri sera, assistendo alla trasmissione televisiva di Michele Santoro Anno zero. Tutti abbiamo visto e sentito come il Monsignore presente in studio si arrampicava sugli specchi per giustificare il comportamento della Chiesa.
E’ ovvio che non tutti i preti sono pedofili. Ma fra i preti il fenomeno è molto più diffuso di quanto non si creda. Non è accettabile che la Chiesa voglia nascondere ed insabbiare, per salvarsi la faccia e la falsa coscienza.
Dal 2001 ad oggi su mille casi di pedofilia, perpetrati da preti, che sono arrivati al tribunale ecclesiastico solo per dieci è stato avviato un processo. La parola d’ordine della Chiesa è tacere, nascondere, minimizzare. Un simile comportamento, in pratica, potrebbe significare accettare. La Chiesa, minacciando la scomunica, impone a vittime e carnefici di pedofilia di non parlare, di non comunicare ad altri simile reato.
Per noi è inammissibile che chi viene a sapere di un tale reato, che è penalmente punibile, taccia, sia pure esso un prete. E’ assolutamente insufficiente che la punizione per i preti pedofili sia semplicemente essere spostati da una parrocchia ad un’altra, da un paese ad un altro. I preti pedofili devono essere spretati e messi nella condizione di non poter più reiterare il reato.
Altrimenti il comandamento «Non commettere atti impuri», nella pratica diventa «Commettete tutti gli atti impuri che volete, purché non si sappia». Su questo Papa Ratzinger dovrebbe dire qualcosa di più chiaro.

25 maggio 2007

Milan-Liverpool: colpo di mano

Confesso che l’altra sera, quando mi sono messo davanti al televisore per vedere la finale di Champions League tra Milan e Liverpool, non mi fregava assolutamente niente che il Milan vincesse o perdesse. A me interessava e speravo che perdesse Berlusconi.
Eh sì, era chiaro che si giocavano due partite: una in campo tra i ventidue giocatori e l’altra sugli spalti tra Berlusconi e gli spettatori televisivi. Berlusca a fine partita ha dichiarato: «La vittoria del Milan mi ha portato il 4 per cento in più dei voti elettorali». Io spero che non sia vero. Le ultime elezioni hanno dimostrato che si può essere padroni delle televisioni e si possono perdere le elezioni. Ma Berlusconi sa molto bene che il popolo televisivo si lascia plagiare dagli imbonitori come lui, che vendono cacca per cioccolato. Ed è per questo che non si è lasciato sfuggire Endemol, che fabbrica sogni insieme a Grandi Fratelli, ma anche cose più serie.
Il Berlusca in questi ultimi tempi dava l’impressione di essere «bollito», e non solo a noi suoi nemici patentati ma anche ai Casini ed ai Fini. Ma lui non si arrende, non mollerà mai la poltrona del potere. La pseudo casa delle libertà è cosa sua, e se cade lui se la porterà con sé nel baratro.
Ma torniamo alla partita in campo. Gli inglesi non l’hanno presa per niente bene. «Rapina a mano armata», ha titolato il Sun, alludendo non tanto velatamente al gol fatto con il braccio da Inzaghi al 45’ del primo tempo. Gol rubato. Per tutto il primo tempo gli inglesi erano stati migliori, avevano ingabbiato i milanisti facendoli giocare poco, avevano creato non poche e pericolose occasioni in contropiede. Solo la sfortuna li aveva penalizzati. Mentre il culo della fortuna ha arriso infine al Milan.
Chi segue il mio blog sa che sono juventino e quindi non si potrà mai aspettare niente di tenero nei confronti dei milanisti. Ma di fronte al secondo gol di Inzaghi mi levo il cappello.
Ma il cappello non me lo potrò mai levare di fronte a Berlusconi, che anche se diventasse Papa per me resterebbe sempre un povero diavolo senz’anima, affarista, narcisista e poco intelligente.

17 maggio 2007

Asti - Festival di letteratura: briganti e ribelli - Nel segno di Zorro

Quest’anno 2007 il tema che verrà affrontato durante il Festival di letteratura, che si terrà ad Asti dal 24 al 27 maggio, è: «Nel segno di Zorro: briganti e ribelli». Zorro impersona la figura romantica dell’avventuriero che si ribella alle ingiustizie e lotta per la libertà. Il Festival vuol essere uno straordinario viaggio nelle parole scritte, che si snoderà in un fitto programma di incontri, spettacoli, mostre ed eventi. Si esibirà Eugenio Bennato, verranno letti i testi delle canzoni di Paolo Conte, verranno ricordati Giovanni Falcone e don Giuseppe Diana, si parlerà dell’editoria indipendente europea, vi sarà un annullo filatelico sulla cartolina “I Briganti”, verrà inaugurata una mostra bibliografica fotografica e documentaria su Zorro. Durante il Festival sarà svolto anche un laboratorio di giornalismo a cura di Pietro Nardiello.
Si terranno due importanti incontri sul tema del brigantaggio. Il primo, venerdì 25 maggio alle ore 21, intitolato “Briganti di carta”, affronterà il tema dal punto di vista letterario. Il critico Massimo Cotto pungolerà tre autori di romanzi sui briganti: Maria Rosa Cutrufelli autrice di “La briganta”, Marcello Fois autore di “Memoria del vuoto”, Marco Vichi autore de “Il brigante”.
Il secondo incontro denominato “Briganti di carne”, domenica 27 maggio sempre alle ore 21, concluderà il Festival. Sarà affrontato l’argomento dal versante storico. Si confronteranno Lorenzo Del Boca, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, autore di “Maledetti Savoia” e “Indietro Savoia!”, Gigi Di Fiore, inviato de “Il Mattino” di Napoli, autore de “I vinti del Risorgimento”, e Raffaele Nigro, giornalista scrittore e caporedattore Rai di Bari, che ha recentemente pubblicato il monumentale saggio “Giustiziateli sul campo”.
E’ significativo che proprio nel Piemonte, a soli quattro anni dal centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, venga analizzato quanto accaduto nel 1860/61 senza i filtri oleografici risorgimentali e si legga la storia anche dalla parte dei vinti. La storia non è esattamente quella che ci hanno insegnato con i testi scolastici scritti dai vincitori filosabaudi.
In modo molto intrigante questo Festival è presentato come «il più meridionale di tutti i festival del nord», e prelude al successivo appuntamento di Asti significativamente intitolato “A Sud di Nessun Nord”.
Il tutto è organizzato dalla pubblica Biblioteca Astense, nella quale sono raccolti circa settantamila volumi moderni, 9 incunaboli e 120 edizioni del XVI secolo, 500 titoli di fumetti, audiolibri. Caratteristica interessante della biblioteca è che i volumi sono ordinati in scaffali aperti a disposizione diretta dei lettori.

13 maggio 2007

I Briganti nel 1806 ovvero una spedizione nelle Calabrie

Avvincente romanzo storico, in due volumi, ambientato nelle Calabrie del 1806. All’inizio di quell’anno il re Borbone Ferdinando IV, prima, e la regina Maria Carolina, poi, avevano abbandonato Napoli per rifugiarsi a Palermo. L’esercito francese, capitanato dal generale André Masséna, aveva occupato Napoli. Napoleone Bonaparte proclamò suo fratello Giuseppe re di Napoli. I Borbone per rientrare a Napoli avrebbero dovuto aspettare fino al 1815.
Il romanzo inizia con lo sbarco in Calabria delle truppe inglesi, capitanate dal generale Stuard, avvenuto nella notte tra il 30 giugno ed il 1° luglio nella baia di Sant’Eufemia. Obiettivo degli inglesi era contrastare i francesi, nel tentativo di riportare Ferdinando IV sul trono di Napoli, cooperando con «gl’intrepidi montanari delle Calabrie» che mai si sottomisero al nuovo re Bonaparte e fra di essi vi erano i «briganti più feroci del mondo», che abitavano «le montagne boscose della Calabria».
Autore del libro, che narra i fatti in prima persona, è un certo Claude Dundas, capitano aiutante di campo inglese, che come dice l’Editore nella introduzione al secondo volume è certamente uno pseudonimo, e non si sa se italiano o straniero. Ho notato che in testa al volume, che è una ristampa anastatica di quello pubblicato nel 1863, non è riportata la lingua originale nella quale è stato scritto, né l’eventuale traduttore; ciò potrebbe far supporre che sia stato scritto in italiano.
Inoltrandomi nella lettura mi è venuto spontaneo il collegamento ad un altro libro, ben più famoso, Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Io credo che l’autore, che scriveva nel 1863, avesse letto il romanzo di Hugo uscito nel 1831. Tante cose me lo fanno sospettare; ne cito una per tutte: il «sozzo ceffo del gobbo Gaspare Truffi», che imperversa in tutto il romanzo.
I briganti che sono presenti nel titolo, in realtà nel romanzo sono sullo sfondo. In primo piano vi sono le narrazioni delle battaglie con tantissimi morti ammazzati, a cominciare dalla battaglia di Maida, vi sono le straordinarie avventure amorose fra nobili, militari e bellissime donne: nobili e popolane, vi sono le insistite descrizioni dei meravigliosi paesaggi del territorio calabrese.
Il brigante del quale si narra qualche avventura è Francatrippa, «uno dei cavalieri prediletti della regina Carolina che gli ha conferito il titolo di colonnello», «un uomo non men prode che cavalleresco, un vero eroe da romanzo, quantunque brigante». Altri briganti presenti, quasi solo nominati, sono Scarolla, Frà Diavolo, Benincasa, Mammone.
Dundas dimostra grande stima e ammirazione nei confronti dei briganti. «I briganti erano tutti uomini prestanti ed atletici, con alti cappelli conici ornati d’un nastro rosso ricascante giù per le spalle membrute, sciarpe scarlatte di seta di Palmi ravvolte alla vita, uose di cuoio rilegate alle gambe con fettuccie rosse, fucile pugnale e fiaschetta ad armacollo. I loro capelli nerissimi ondeggiavano sopra le spalle, essendo la copia e lunghezza di essi segno di devozione al re, e di nimicizia ai francesi».
La lettura del romanzo potrà essere, oltre che piacevole, anche utile, perché come dice Angelo Sferrazza nella introduzione «il lettore di oggi potrà così verificare anche di persona l’attualità del passato». Laruffa Editore di Reggio Calabria ripubblicandolo ha fatto un’opera meritoria oltre che intelligente.

I Briganti nel 1806 ovvero una spedizione nelle Calabrie, memorie di un aiutante di campo inglese, ristampa anastatica dell’edizione di Augusto Federico Negro pubblicata in Torino nel 1863, Laruffa Editore, Reggio Calabria 1993/2003,
Vol. I, pp. 277; Vol. II, pp. 255

5 maggio 2007

Partito democratico? No, grazie.

Non cambio strada. Resto a sinistra.
Resto a sinistra, per salvaguardare il diritto di poter manifestare liberamente il mio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, come recita l’articolo 21 della Costituzione italiana.
Resto a sinistra, perché continuo a credere che tutti hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come recita l’articolo 3 della Costituzione italiana.
Resto a sinistra, per non essere chiamato terrorista se critico la Chiesa ed il suo capo per l’attacco frontale che quasi quotidianamente fanno a leggi dello Stato italiano, come quelle sull’aborto ed il divorzio.
Resto a sinistra, perché non mi sento un terrorista quando concordo con chi sostiene che il Vaticano ha sbagliato quando ha rifiutato i funerali religiosi a Welby e non invece a Franco e Pinochet.
Resto a sinistra, per difendermi da chi mi accusa di collusione con il terrorismo quando affermo che Bush ha sbagliato a scatenare la guerra contro l’Iraq.
Resto a sinistra, perché credo nella laicità dello Stato contro tutti gli integralismi.
Resto a sinistra, perché ritengo che non debba essere fatta alcuna confusione tra morale e diritto.
Resto a sinistra, perché (come il bioetico Carlo Flamigni) ritengo pienamente legittime pratiche come l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita, la donazione di gameti, le indagini genetiche sugli embrioni, la pillola abortiva, il preservativo, l’educazione sessuale, la pillola del giorno dopo, il riconoscimento delle famiglie di fatto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali.
Resto a sinistra, perché sono un pacifista convinto contro tutte le guerre, senza se e senza ma.
Resto a sinistra, perché ritengo che a livello europeo la mia naturale collocazione sia nel raggruppamento del partito del socialismo europeo.
Per tutto questo, io che ho preso nel tempo le tessere del pci del pds dei ds, ora guardo con interesse al movimento della Sinistra Democratica al quale stanno dando vita Mussi e Angius. Con la speranza che non si faccia la fine del Movimento Politico dei Lavoratori (MPL), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), del Partito di Unità Proletaria (PdUP).

28 aprile 2007

I Briganti di Sua Maestà

Per capire chi siano stati i Briganti che lottarono nell’Italia meridionale, negli anni 1860/70, un libro importante (quasi fondamentale) da leggere è I Briganti di Sua Maestà di Michele Topa. Non è facile trovarlo in vendita, lo si può reperire in qualche biblioteca.
Michele Topa è stato giornalista de Il Mattino, Corriere della Sera, Il Giornale di Montanelli. E’ autore anche del ponderoso volume Così finirono i Borbone di Napoli.
L’autore a proposito del titolo scrive che è un suggestivo ossimoro [accostamento di due termini contraddittori] che gli era stato suggerito da Dino Buzzati. I Briganti sono stati degli intrepidi guerriglieri del distrutto Regno delle Due Sicilie, che si battevano per liberare la loro terra invasa dai piemontesi e riportare sul trono il loro Re. In quei tempi grande era il feeling tra il popolo e i sovrani borbonici. Per i proletari delle campagne era tutt’uno lottare per il Re e la Nazione napoletana, e cercare il riscatto dal doloroso e avvilente loro stato di reietti della società. I Re borbonici erano sempre stati dalla parte dei più deboli e poveri, contro la classe avidissima della borghesia agraria.
I meridionali erano stati ingannati dalle mirabolanti promesse dei piemontesi e dei loro accoliti unitari: abolizione della tassa sul macinato, riduzione del prezzo del pane e del sale, soluzione degli annosi problemi demaniali. Quelle promesse si erano tradotte nell’esatto opposto. Un manipolo di padroni di terre angariavano le grandi masse rurali. Era naturale ribellarsi a quello stato di cose che venivano creandosi. I contadini erano ignoranti ma non minchioni. Il “voto unanime” nel plebiscito del 1860 per l’annessione al Piemonte era stato una truffa.
La fuorviante etichetta di brigantaggio, affibbiata ad un grande movimento popolare, cominciò ad essere usata, nella pubblicistica, dal corifeo asservito alla propaganda sabauda Marc Monnier.
Non potevano essere tutti briganti le migliaia e migliaia di uomini e donne, vecchi e giovani, persino ragazzi, che lottavano e davano la loro vita per un ideale e per riscattarsi dalla miseria. In quegli anni nel meridione si combatté una guerra civile, nella quale l’esercito piemontese e i loro accoliti unitari si macchiarono di feroci e sanguinari misfatti. Soltanto nei primi nove mesi del 1861 furono uccisi circa ventimila “briganti” e “favoreggiatori”. Non sapremo mai, a causa della censura allora imposta, quanti ne caddero di “briganti” in combattimento o dinanzi ai plotoni di esecuzione fino al 1870. Non è possibile che essi fossero tutti dei malfattori e delle sanguinarie canaglie.
Il libro narra, con linguaggio accattivante, di quei tragici fatti, iniziando dalla fuga da Gaeta di Francesco II e Maria Sofia, e terminando con la triste epopea dell’emigrazione, che vide gli sconfitti meridionali partire per terre lontane e sconosciute, dove li aspettavano altri patimenti ed altri sacrifici. Nelle pagine intermedie del libro si parla dei grandi condottieri partigiani/briganti: Carmine Crocco, José Borjès, Pasquale Domenico Romano, degli altri capi dei tantissimi altri gruppi che operavano nella guerriglia, si parla della famigerata e mostruosa “Legge Pica” che mise a ferro e fuoco tutto il mezzogiorno, si parla dei tanti paesi rasi al suolo per vendetta dall’esercito piemontese come Pontelandolfo e Casalduni, si parla della disagiata e triste vita quotidiana dei “briganti”, si parla di una guerra che purtroppo non poteva essere vinta, si parla di una sconfitta che fa sentire le sue tristi conseguenza ancora oggi. L’unità d’Italia doveva esser fatta, ma non in quel modo.

Michele Topa, I Briganti di Sua Maestà, Fratelli Fiorentino, Napoli 1993, pp. 365