8 aprile 2012

La banda Manzo, di Antonio Caiazza


Caiazza parlando dei monti che circondano Acerno, in provincia di Salerno, scrive: «In questi luoghi e in quelli circostanti riecheggiano ancora gli spari e le voci dei briganti, ancora spuntano come ombre il mantello, il cappello a cono e l'archibugio di Manzo, Tranchella, Giardullo; gli alberi, le rocce e le acque parlano di antichi fatti, i quali o hanno acquistato un alone di leggenda o hanno lasciato tracce impercettibili, che ormai sfuggono e si dissolvono nel naufragio del racconto e della memoria dei più vecchi».
Altro "naufragio" è quello che è avvenuto per i documenti degli Archivi, non solo ad opera dei topi e dell'umidità ma anche di chi ha voluto e vuole tuttora nascondere la verità sul brigantaggio politico e sociale.
Il libro, pubblicato nel 1984, prende le mosse e si impernia sulla "memoria" scritta di Isacco Friedli, uno svizzero che fu sequestrato, insieme a Federico Wenner, Giovan Giacomo Lichtensteiger e Rodolfo Gubler, dalla banda brigantesca di Gaetano Manzo il 13 ottobre 1865. Obiettivo principale del sequestro era Federico Wenner, figlio di Alberto Wenner titolare di un industria tessile, fra le più moderne d'Europa, dislocata nel salernitano. Gli altri tre erano dipendenti dei Wenner: Lichtensteiger un disegnatore, Gubler un commesso, Friedli un istitutore.
La "memoria" di Friedli ha destato in Caiazza una "curiosità" che lo ha spinto a consultare gli Atti della Prefettura e del Tribunale nell'Archivio di Stato di Salerno. Ne è venuto fuori un libro, che contiene fatti e notizie inedite sul sequestro Wenner e sulla banda Manzo, e che è stato pubblicato - dice Caiazza - "nella speranza di una sua utilità", salvando così un piccolo relitto del naufragio, dal quale risulta uno scorcio interessante e attuale del brigantaggio "non politicizzato". Narrando di fatti avvenuti nel 1865 l'aspetto riguardante la fedeltà al Papa e al Re Borbone contro "l'invasore" straniero è quasi del tutto inesistente. Il brigantaggio allora aveva invece molte implicazioni sociali, economiche e umane.
Le masse del Sud non hanno partecipato alla determinazione della cosiddetta unità d'Italia. Il Potere le escludeva e le sfruttava senza dare niente in cambio. Il Potere era il nemico che imponeva le tasse e il servizio di leva. Quando non se ne poteva più, ci si ribellava; e il coraggioso che si faceva brigante dandosi alla campagna era il simbolo del riscatto per i deboli, il vendicatore dei torti subiti, e perciò veniva ammirato e sostenuto. Ci si dava al brigantaggio o per sottrarsi all'obbligo della leva o perché stanchi di far la fame pur lavorando o per spirito di avventura attratti dalla vita libera dei boschi e dei monti.
Il capobanda Gaetano Manzo era nato in Acerno nel 1837. Divenne brigante perché perseguitato, in quanto renitente alla leva imposta dai piemontesi. Operò dapprima nella banda capitanata da Antonio Maratea detto Giardullo, finché nell'aprile del 1865 non costituì una sua banda, composta da una ventina di uomini.
Manzo sembra identificarsi perfettamente con il modello antropologico del "bandito gentiluomo", così come descritto da E.J. Hobsbawn. Inizia infatti la sua carriera di fuorilegge come vittima di un'ingiustizia per un'azione che l'Autorità e non la sua gente giudica criminosa; prende al ricco (inglesi e svizzeri, ma anche ricchi agrari e borghesi italiani) per dare al povero; si giustifica del primo reato di ricatto ed estorsione e del sequestro Moens come autodifesa o necessità; ritorna alla vita civile come un cittadino onorato, si arrende e si sottopone al processo; è ammirato e appoggiato dal popolo; muore a Flùmeri per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare contro di lui; è invisibile e invulnerabile; non è nemico delle Istituzioni, a cui si rivolge spesso dal carcere per ottenere comprensione e clemenza, ma soltanto dei signorotti locali.
La parte centrale del libro, per 89 pagine, è occupata dalla traduzione, fatta da Caiazza insieme a Ettore Locatelli, della lettera del signor Friedli, istitutore nella famiglia del signor Friedrich Albert Wenner, in Fratte di Salerno, al suo allievo tredicenne Robert Wenner, datata 20 febbraio 1866. La liberazione e la fine del sequestro erano avvenute il 10 febbraio 1866. Il titolo che viene dato a questo documento è "Quattro mesi tra i briganti (1865-1866)".
Prima di questa "memoria" nel libro sono presenti alcuni capitoli che narrano delle imprese di Manzo e degli altri componenti della sua banda. Un primo capitolo è dedicato alle attività del capobrigante Manzo prima del sequestro Wenner, dall'aprile 1863 all'ottobre 1865; si narra di molti sequestri ai quali ha partecipato Manzo, nella maggior parte dei casi componente della banda Giardullo, fino al sequestro effettuato dalla sua banda degli inglesi William Moens, agente di borsa, e Murray Aynsley, reverendo, il 15 maggio 1865.
Altro capitolo parla della resa di molti briganti alle forze di polizia piemontese. Lo stesso capobanda Gaetano Manzo si costituisce il 4 marzo 1866. Per l'occasione le cronache del tempo registrano un pranzo in casa Manzo, la distribuzione di 6.200 e più ducati ai poveri, lancio di carlini ai ragazzi per le strade e festeggiamenti da parte del Comune con distribuzione di pane ai poveri. Alcuni briganti però che avevano comunicato la decisione di volersi consegnare furono uccisi dai loro stessi compagni.
Il processo contro i componenti della banda Manzo, iniziato il 9 marzo 1866, si svolge prima presso il Tribunale di Salerno e si chiude presso la Corte di Assise di Napoli, che il 29 maggio 1870 emette la sentenza definitiva con tre condanne a morte, nove condanne ai lavori forzati a vita, tre condanne a 21 anni, una a 20, una a 18 e tre a 3 anni. Gaetano Manzo, condannato ai lavori forzati a vita, fu rinchiuso prima nelle carceri di Firenze, poi a Pescara ed infine a Chieti, da dove riuscì ad evadere il 6 novembre 1871 per tornare alla vita brigantesca. Fu ucciso a tradimento il 20 agosto 1873. Seguono nel libro dettagliate biografie degli altri briganti e manutengoli della banda Manzo.
Il libro si chiude con una raccolta di importanti documenti sul brigantaggio salernitano e con un appendice che elenca gli Atti processuali dei reati di brigantaggio e gli Atti del Gabinetto del Prefetto, entrambi presenti presso l'Archivio di Stato di Salerno.
Sul sequestro Wenner ad opera della banda Manzo scrisse un diario anche l'altro rapito Giovanni Lichtensteiger, ignorato da Caiazza forse perché pubblicato in italiano lo stesso 1984 in cui usciva il suo libro.
Rocco Biondi

Antonio Caiazza, La banda Manzo, tra i briganti campani e lucani nel periodo postunitario, Tempi Moderni Edizioni, Napoli 1984, pp. 280

6 marzo 2012

L'altra storia, di Rocco Biondi


EDITORIALE della rivista "Brigantaggio politico e sociale", n. 2, dicembre 2011

I briganti, i contadini, i braccianti e le loro famiglie non hanno voce nelle storie ufficiali. Eppure nel 1860 erano la stragrande maggioranza degli abitanti del Sud, invaso e massacrato dai Savoia piemontesi. I briganti e le classi che rappresentavano non sapevano però né leggere né scrivere; anche le loro dichiarazioni processuali venivano addomesticate dai loro persecutori più acculturati.
La storia che ci fanno conoscere e che viene insegnata nelle scuole, a cominciare dalle università, è quella scritta dai vincitori a giustificazione del loro operato. Vengono presentati solo i fatti che a loro convengono, spesso inventandoli. Vengono tenuti colpevolmente nascosti quelli che possono creare ombre su di loro. I briganti vengono presentati sotto una luce che possa giustificare il loro massacro.
La storia dei vinti, l'altra storia, quella vera, fa molta fatica a venir fuori. Ha aiutato, fino a quando ciò è stato possibile, la tradizione orale. I nostri antenati (vissuti più vicino a quei tempi) hanno raccontato i fatti che hanno avuto come protagonisti i nostri padri briganti, talvolta mitizzandoli. Ma pochi di quei racconti sono stati trascritti, e quando ciò è avvenuto spesso hanno subito la stessa sorte delle verbalizzazioni processuali, sono stati cioè trascritti in maniera favorevole ai vincitori.
La storia ufficiale presenta fatti ed avvenimenti, spesso inventati, che giustificano la pura invasione-annessione dei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Vengono taciute le vere motivazioni che hanno dettato quelle operazioni: incameramento da parte dei Savoia dei beni del Regno delle Due Sicilie e degli Enti ecclesiastici; ai banchieri francesi Rothscild veniva garantito così il saldo dei debiti fatti dal Regno piemontese per finanziare le sventurate guerre d'indipendenza; alle navi inglesi veniva assicurato il libero sbocco commerciale nel Mediterraneo, per proseguire con l'apertura del canale di Suez verso l'Oriente.
L'altra storia è la vita miserrima che contadini e braccianti, la stragrande maggioranza degli abitanti del Sud, furono costretti a vivere. La soppressione operata dai piemontesi degli usi civici, che sotto i Borbone consentivano ai contadini di sfruttare le terre demaniali, tolse loro una importante fonte di sopravvivenza.
L'altra storia è il congedo, effettuato dai piemontesi, dei soldati dell'esercito borbonico, costretti a tornare sbandati e senza soldi nei loro paesi accrescendo così le bocche da sfamare. Non migliore sorte subirono i garibaldini, utilizzati (come paravento) quando bisognava realizzare l'impresa, abbandonati poi ad obiettivo raggiunto.
L'altra storia è quella dei briganti, insorgenti e resistenti, che lottarono in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Carmine Crocco, Pasquale Romano, Luigi Alonzi, Giuseppe Tardìo, Nicola Summa, Cosimo Mazzeo e tantissimi altri non sarebbero riusciti a resistere tanto se non avessero avuto le popolazioni del Sud dalla loro parte. Furono sconfitti per le preponderanti forze militari messe in campo e per i metodi spietati e disumani usati dai piemontesi contro di loro. E i nomi di questi patrioti meridionali non compaiono nei libri di storia.
L'altra storia è far conoscere quanti meridionali sono stati uccisi dai soldati piemontesi nel decennio post unitario, prima, durante e dopo la legge Pica, o in combattimento o dai plotoni di esecuzione o a tradimento. C'è chi dice che furono centinaia di migliaia. Quanti furono gli ex ufficiali e soldati del disciolto esercito del Regno delle Due Sicilie deportati prigionieri nei campi di concentramento piemontesi di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese, di Alessandria e diversi altri. Si dice fossero stati diverse decine di migliaia. Quanti di questi prigionieri morirono di stenti e di freddo, specialmente nel lager di Fenestrelle, per poi essere sciolti nella calce viva e non lasciare di loro alcuna traccia. Forse diverse migliaia.
L'altra storia è sapere quanti paesi del Meridione furono incendiati e rasi al suolo per rappresaglia piemontese negli immediati anni postunitari. Se ne contano una cinquantina. Tra essi tristemente famosa resta la sorte toccata a Pontelandolfo e Casalduni.
L'altra storia è lo smantellamento operato dai piemontesi di floridi stabilimenti industriali, presenti nel Sud ai tempi del Regno borbonico, per bloccare scientemente lo sviluppo del Mezzogiorno. Per tutti vale ricordare la chiusura e il trasferimento al Nord delle acciaierie di Mongiana in Calabria e delle Officine ferroviarie di Pietrarsa nel napoletano.
L'altra storia è la grande emigrazione a cui furono costretti i meridionali per sopravvivere. Milioni di essi migrarono all'estero, ma anche nel nord Italia. Con le loro rimesse contribuirono a salvare l'economia italiana.
L'unità forzata imposta nel 1860, con l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie e l'annessione del Sud al Regno sabaudo piemontese, ha arrecato gravi danni al Meridione. Ancora oggi i Meridionali ne subiscono le conseguenze. Non vi è mai stata una vera unità d'Italia. E mai vi sarà se i governi italiani continueranno a ignorare e a non soddisfare i reali fabbisogni del Meridione. Non vi potrà essere unità se si continuerà a togliere al Sud per dare al Nord, se si continuerà a considerare i Meridionali come puri consumatori di prodotti del Nord, se non si investirà per creare fabbriche efficienti nel Sud e che non siano destinate a rimanere cattedrali nel deserto, se i giovani di talento del Sud continueranno ad essere costretti a lasciare la loro terra per cercare fortuna altrove.
Uno strumento utile per far pesare il Sud, per come merita, potrebbe essere un'unica macroregione comprendente tutti i territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Vi è qualcuno che pensa addirittura all'indipendenza.  

SOMMARIO 
EDITORIALE L'altra storia, di Rocco Biondi, 4 
I fuochi del Sud non diventano falò, di Lino Patruno, 6 
La vera storia secondo Nicola Zitara, di Pino Aprile, 8 
Il brigantaggio ai confini dello Stato Pontificio, di Giuseppe Pennacchia, 10 
Il Brigante Luigi Alonzi, detto Chiavone, di Michele Ferri, 12 
José Borges: legittimista spagnolo in difesa di Francesco II, di Fulvio D'Amore, 14 
Il governo borbonico in esilio. Maria Sofia e il brigantaggio legittimista - II, di Vito Nigro, 18 
Il Sergente Romano, di Mario Guagnano, 21 
Zimmermann: un tedesco alla corte dei briganti, di Erminio de Biase, 24 
Crocco: da brigante a mito, di Iuri Lombardi, 26 
Fra’ Diavolo, un personaggio mitico, di Alfredo Saccoccio, 28 
Garibaldi negriero, di Gaetano Marabello, 30 
I Savoia re d'Italia, di Dora Liguori, 32 
Reazioni e Brigantaggio, di Giuseppe Osvaldo Lucera, 34 
RECENSIONE Tommaso Pedio: Inchiesta Massari sul Brigantaggio, di Rocco Biondi, 36 
Biblioteca del Brigantaggio, 38

ABBONAMENTI
4 numeri € 18,00
8 numeri € 30,00 
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5 marzo 2012

Giù al Sud, perché i terroni salveranno l'Italia,di Pino Aprile


Sono arrivato alla fine del libro, ma non sono riuscito a trovare una risposta alla domanda che mi ero fatta leggendo il sottotitolo del libro: perché i terroni dovrebbero salvare l'Italia?
Non vedo un motivo plausibile che dovrebbe spingere i meridionali, che per 150 anni sono stati annientati dalla cultura e dall'economia nordista, ad avere un qualsiasi interesse ad impegnarsi in un qualche modo per risollevare le sorti dell'Italia cosiddetta unita. Questa convinzione mi proviene dall'attenta lettura fatta a suo tempo di "Terroni" ed ora di "Giù al Sud".
I due libri di Pino Aprile sono accomunati dal riuscito tentativo di indicare possibili strade di "guerriglia culturale" per far uscire i meridionali dalla minorità cui sono stati condannati dagli artefici della malefica unità.
La strada maestra è stata ed è la ricerca della "propria storia denigrata e taciuta". E questa fame di storia è avvertita come risorsa economica e personale. Si cercano i documenti, si scrive l'altra storia, quella della stragrande maggioranza degli abitanti del Sud che dopo il 1860 si sono opposti alla invasione piemontese. Si scoprono i nostri padri briganti, che hanno lottato e sono morti per la loro terra, le loro famiglie, la loro patria. Si dà vita a progetti artistici che hanno come protagonista il proprio passato, del quale non ci si vergogna più. Per andare avanti bisogna ripartire da quel che eravamo e da quel che sapevamo. I nostri antenati subirono e si auto-imposero la cancellazione forzosa della verità storica. Bisogna riscoprirla questa verità se vogliamo diventare quello che meritiamo di essere.
Nel Sud i guai arrivarono con l'Unità. Le tasse divennero feroci per «tenere in piedi la bilancia dei pagamenti del nuovo Stato e concorsero a finanziare l'espansione delle infrastrutture nel Nord». A danno del Sud, dove le infrastrutture esistenti vennero smantellate. Messina, perno commerciale dell'intera area dello Stretto, perse il privilegio di porto franco, con scomparsa di molte migliaia di posti di lavoro. La Calabria, che oggi appare vuota e arretrata, era partecipe di fermenti e traffici della parte più avanzata d'Europa. In Calabria si producevano bergamotto, seta, gelsomino, lavanda, agrumi, olio, liquirizia, zucchero di canna. Per favorire l'industria del Nord si provocò il crollo dell'agricoltura specializzata del Sud, chiudendo i suoi mercati che esportavano oltralpe.
Scrive Pino Aprile: «L'Italia non è solo elmi cornuti a Pontida, pernacchie padane e bunga bunga». L'Italia è anche la somma di tantissime singolarità positive esistenti nel Sud. E il suo libro è la narrazione, quasi resoconto, degli incontri avuti con queste realtà nei suoi viaggi durati tre anni dopo l'uscita di "Terroni".
Pino Aprile si chiede ancora: «Perché la classe dirigente del Sud non risolve il problema del Sud, visto che il Nord non ha interesse a farlo?». E risponde: perché la classe dirigente nazionale è quasi tutta settentrionale, perché il Parlamento è a trazione nordica, perché le banche sono tutte settentrionali o centrosettentrionali, perché l'editoria nazionale è quasi esclusivamente del Nord, perché la grande industria è tutta al Nord e solo il 7,5 per cento della piccola e media industria è meridionale. E allora che fare? «Finché resterà la condizione subordinata del Sud al Nord - scrive Pino Aprile -, la classe dirigente del Sud avrà ruoli generalmente subordinati. Quindi non "risolverà", perché dovrebbe distruggere la fonte da cui viene il suo potere delegato. Si può fare; ma si chiama rivoluzione o qualcosa che le somiglia. E può essere un grande, pacifico momento di acquisizione di consapevolezza, maturità. Succede, volendo». E non ci si può limitare alla denuncia, bisogna lasciarsi coinvolgere direttamente e personalmente, per governare questi fenomeni.
Negli Stati Uniti d'America i persecutori hanno saputo pacificarsi con le loro vittime indiane, riconoscendo il loro sacrificio ed onorandole. In Italia questo non è ancora avvenuto, gli invasori piemontesi non hanno ancora riconosciuto le motivazioni della rivolta contadina e dei briganti. Noi meridionali dobbiamo pretendere questo riconoscimento. Noi meridionali l'unità l'abbiamo subita, non vi è stata un'adesione consapevole. Nei fatti essa unità è consistita nel progressivo ampliamento del Piemonte, con l'applicazione forzata delle sue leggi, strutture, tasse e burocrazia. Il Sud, ridotto a colonia, doveva smettere di produrre merci, per consumare quelle del Nord: da concorrente, a cliente.
Non è vero che la mafia esiste solo al Sud. Milano è la principale base operativa per 'ndrangheta e mafia siciliana, dove si trasforma il potere criminale in potere economico, finanziario, politico.
Stiamo per uscire dalla minorità, dopo un sonno di un secolo e mezzo, il Sud sembra aprire gli occhi.
Lo sconfitto smette di vergognarsi di aver perso e recupera il rispetto per la propria storia.
L'interesse primario dei meridionali non deve essere quello di salvare l'Italia, ma quello di valorizzare se stessi. Solo indirettamente e conseguentemente, forse, potrà avvenire il salvataggio dell'Italia intera.
Rocco Biondi

Pino Aprile, Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l'Italia, Edizioni Piemme, Milano 2011, pp. 476, € 19,50

21 febbraio 2012

Sud: giustizia e crescita, Convegno

Sabato 25 febbraio 2012 - Ore 10,00 / 13,00
 
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)

Fondazione dell'Avvocatura di Brindisi
Ordine degli Avvocati di Brindisi
Associazione "Settimana dei Briganti - l'altra storia" di Villa Castelli

ORGANIZZANO

il Convegno sul tema
«Sud: giustizia e crescita»

PROGRAMMA

Introduce: Avv. Vito Nigro
Coordina: Prof. Rocco Biondi

Saluti
Avv. Francesco Nigro
Sindaco di Villa Castelli
Avv. Carlo Panzuti
Presidente Fondazione dell'Avvocatura di Brindisi

Relazioni

Dott. MICHELE EMILIANO
Sindaco di Bari
"La Macroregione del Mezzogiorno: ipotesi o utopia?"

Dott. PINO APRILE
Giornalista e Scrittore
Presentazione del libro
"Giù al Sud, perché i terroni salveranno l'Italia"

Avv. MARCELLO FALCONE
Presidente Camera Penale di Brindisi
"Il processo alla criminalità organizzata"

Dibattito
sul tema
"Lotta alla criminalità organizzata per la salvaguardia e la crescita del Sud"
con PINO APRILE, MICHELE EMILIANO, MARCELLO FALCONE
Introduce e coordina Avv. AUGUSTO CONTE

15 febbraio 2012

Il generale dei briganti, fiction


Come c'era da aspettarsi il film televisivo "Il generale dei briganti", andato in onda su Raiuno il 12 e 13 febbraio 2012, ha tradito le aspettative dei meridionali che vanno in cerca della loro storia, delle loro origini e delle motivazioni del loro essere attuale. E forse non poteva essere diversamente, tenuto conto di chi ha fatto il film e delle finalità che si prefiggeva. A fare il film non sono stati meridionali e la vera finalità è stata quella di fare spettacolo a buon mercato.
A dire il vero miei amici reali che non sono addentro alla vera storia del brigantaggio, ma vorrebbero conoscerla, l'impressione che hanno tratta dal film è stata positiva. Il brigantaggio non viene maltrattato. Anzi gli vien data una connotazione positiva e mitica. Crocco è un eroe positivo che lotta per le sue idee e per l'onore della sua famiglia.
Altri amici, ancora più digiuni della vera storia del brigantaggio, hanno veramente creduto che Crocco e i briganti abbiano lottato per l'unità d'Italia. Ovviamente niente di più lontano dal vero.
Ed allora che risposta si può dare alla domanda: il film è stato utile o dannoso alla causa meridionale? Io rispondo che il film è stato senza infamia e senza lode. Anzi in qualche modo è stato utile ad avvicinare il grande pubblico alle nostre idee, alla visione che noi meridionali abbiamo su quello che avvenne 150 anni fa, quando i "piemontesi" senza dichiarazione di guerra invasero uno Stato libero e sovrano: il Regno delle Due Sicilie.
La vera storia del brigantaggio dobbiamo ricostruirla noi, non dobbiamo aspettarci che siano altri a farlo per noi. Non hanno interesse e non hanno i mezzi per farlo. Né è tanto utile contrastarli nelle loro affermazioni strumentali e provocatorie. La storia dei contadini del Sud dopo il 1860, la storia dei comportamenti inumani dell'esercito invasore piemontese contro i nostri padri meridionali, la storia delle distruzione delle nostre industrie per farci diventare semplici consumatori di prodotti nordisti, la storia dei ladrocini perpetrati contro i nostri beni per arricchire le esangui casse savoiarde, la storia dell'espropriazione di tutti i beni ecclesiastici che fino al 1860 erano in qualche modo un serbatoio per la sopravvivenza dei poveri del Sud, la storia dei giovani meridionali che si ribellarono al divenire carne da macello nelle guerre piemontesi, deve essere elaborata ed imposta da noi negli ambienti storici e culturali.
Non lasciamoci quindi spaventare da fiction televisive, tipo "Il generale dei briganti". Gli autori, talvolta addirittura in buona fede, si sono lasciati strumentalizzare da chi consapevolmente impone una sua visione di parte funzionale alla copertura delle sue malefatte. E' ovvio che tocca a noi smascherarli, ma più ancora tocca a noi raccontare la nostra storia e la nostra verità. E siamo in tanti a fare questa operazione verità e cresciamo sempre più. E questo comincia a far paura.
Loro sono stati costretti ad inventarsi storie per tentare di trascinare Crocco dalla loro parte. Noi continuiamo ad impegnarci, anche ricorrendo a documentazioni d'archivio, per far venir fuori chi è stato veramente Carmine Crocco nella difesa della sua terra e dei lavoratori di essa. E non solo di Crocco noi parliamo, ma di Pasquale Romano, Luigi Alonzi, Giuseppe Tardìo, Giuseppe Nicola Summa, Cosimo Mazzeo, Gaetano Manzo, Giuseppe Schiavone e tantissimi altri che riuscirono a riunire attorno a loro migliaia e migliaia di briganti che tennero in scacco per molti anni l'intero esercito piemontese. E ciò non sarebbe stato possibile se la popolazione del Sud non fosse stata dalla parte dei briganti.

26 gennaio 2012

Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, di Fernando Riccardi

Sabato 28 gennaio 2012 - Ore 18.00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere
di Fernando Riccardi

PROGRAMMA
Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

Presentazione
Roberto Della Rocca

Giornalista, direttore de “il Giornale del Sud”. Laurea in Scienze Politiche presso la Luiss di Roma. Socio fondatore dell'“Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie”. Relatore in diversi convegni sul meridionalismo.

Relazione

FERNANDO RICCARDI
Giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile de “Il Corriere del Sud Lazio”, il settimanale delle province di Frosinone e di Latina. Cura le pagine culturali de “L'Inchiesta” quotidiano dell'alta Terra di Lavoro e della Ciociaria. E' autore di diverse pubblicazioni di carattere storico e, in particolar modo, di studi e saggi sul brigantaggio nell'Italia meridionale. Su tale fenomeno tiene conferenze, convegni e seminari di studi in tutta Italia.


Questo libro, frutto di lunghe e approfondite ricerche negli archivi dell'Italia meridionale, vuole ricostruire per sommi capi la vera storia del brigantaggio postunitario, “una storia ancora tutta da scrivere”. Attraverso alcuni flash, rapidi ma incisivi, viene messo a nudo in tutti i suoi variegati aspetti un fenomeno controverso ma drammaticamente reale che troppi, ancora oggi, osservano con la lente distorta del pregiudizio. Un fenomeno che “fa parte della nostra storia e gli uomini che per esso morirono e soffrirono concorsero pur essi in qualche modo a determinare le ulteriori vicende del nostro paese”.

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it 


Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, di Fernando Riccardi


Fernando Riccardi nell'introduzione al suo libro scrive che ha soltanto gettato un minuscolo seme nel terreno della vera storia del brigantaggio. Noi riteniamo che abbia fatto qualcosa di più, specialmente quando individua e descrive le cause che hanno dato vita a quel fenomeno; solo mettendo assieme tutte quelle cause e concatenandole organicamente può essere spiegata la genesi del brigantaggio postunitario, nessuna di esse presa isolatamente ha svolto un ruolo decisivo.
Dai piemontesi fu abolito il concordato firmato nel 1818 tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie e furono emanati una serie di decreti che abolivano pressoché totalmente la proprietà ecclesiastica, che fino ad allora aveva costituito una vitale risorsa per i tanti che vivevano in situazioni di precarietà e di indigenza. Era scontato che questo avrebbe alimentato il fuoco della rivolta, ma al governo sabaudo importava solamente incamerare l'ingente patrimonio ecclesiastico per rimpinguare le sue esangui casse.
Il carico fiscale si abbatté come una mannaia sulle popolazioni dell'ex regno napoletano. Prima dell'avvento dei piemontesi le tasse in vigore erano soltanto cinque, che pesavano principalmente sui possidenti. Tutto ad un tratto vennero introdotte una caterva di tasse, che andarono ad incidere soprattutto sulle classi più umili. Lo scopo era ben preciso: tutelare la ricca borghesia liberale che aveva abbracciato la causa unitaria e stritolare chi già si dibatteva in enormi difficoltà. E poi venne anche la tassa sul macinato. Le proteste dei "cafoni" furono sedate con le fucilate.
L'obbligatorietà del servizio militare nell'esercito borbonico in pratica era solo nominale, lo svolgevano i volontari che erano tantissimi. Con i piemontesi la leva divenne obbligatoria. La stragrande maggioranza dei giovani meridionali disertò. Non volevano lasciare la loro terra per andare a morire lontano e non volevano privare le loro povere famiglie di braccia lavoro (il servizio durava sei anni). I piemontesi arrestavano i renitenti e fucilavano chi si opponeva. Chi si salvò scappò in montagna ad ingrandire l'esercito dei briganti.
L'eterna promessa di dare le terre a chi le lavorava (almeno quelle demaniali) spinse molti giovani meridionali ad arruolarsi con Garibaldi. Ma anche questa volta rimasero fregati. Le terre demaniali furono messe in vendita, ma vennero tutte accaparrate dai ricchi "galantuomini", che avevano i soldi per comprarle. Ai poveri "bracciali" non restava che fame, miseria e disperazione. E divennero briganti, lottando per se stessi e per la terra.
Conseguenza del passaggio delle terre demaniali ai ricchi fu l'abolizione degli usi civici. Fino ad allora i poveri meridionali avevano potuto frequentare liberamente le terre del demanio pubblico, raccogliendo legna, olive, funghi, erbe, bacche, ghiande e altro, per sfamare se stessi e i loro animali. Ora tutto ciò fu impedito. E per non morire di inedia furono costretti ad imbracciare il fucile e rifugiarsi nelle montagne e nei boschi. Da briganti si beveva, si mangiava e non si moriva di fame.
Ed infine la popolazione meridionale nutriva un profondo attaccamento alla monarchia borbonica, che si era sempre schierata in difesa e al fianco del popolo. Quando gli ultimi due giovani regnanti furono cacciati dal loro Regno con le armi, senza alcuna dichiarazione di guerra, il popolo si schierò dalla loro parte. I briganti andarono all'assalto dei soldati piemontesi e morivano gridando "viva re Francesco" e "abbasso Garibaldi e il re Savoia".
Tra i briganti troviamo contadini, braccianti, coloni, massari, pastori, mulattieri, carbonai, guardiani, ma anche artigiani, commercianti, possidenti, aristocratici, funzionari, ed ancora preti, frati, canonici, abati, vescovi, ed anche garibaldini.
«Tutto questo variegato cosmo di umanità - scrive Riccardi - contribuì a tenere desta per dieci lunghi anni, e anche di più come dimostrano alcuni recenti studi, la rivolta brigantesca».
Fu una lotta di popolo, di cui la storiografia ufficiale non parla.
Il libro poi tratta di uomini e fatti più significativi del Brigantaggio: il lucano Carmine Crocco, il brigante più famoso del decennio postunitario, che con la sua banda a cavallo, che in alcuni momenti raggiunse le 1.500 unità, riportò una serie di clamorose vittorie contro le truppe sabaude; il pugliese Pasquale Romano, il più importante fra i briganti politici, ex sergente dell'esercito borbonico divenne mito e simbolo della lotta senza quartiere allo straniero invasore; i legittimisti stranieri: rampolli di nobili famiglie, militari di ogni ordine e grado, avventurieri in cerca di emozioni forti, artisti, scrittori, poeti, romanzieri e letterati, che vennero in aiuto del re borbone Francesco II e della regina Maria Sofia, fra essi vengono ricordati lo spagnolo generale José Borges, il belga marchese Alfred de Trazegnies, il tedesco nobile Edwin Kalkreuth; le brigantesse, a volte più risolute e determinate dei loro compagni, fra esse Maria Oliverio (Ciccilla), Maria Capitanio, Michelina De Cesare; la deportazione di un ingente numero di prigionieri napoletani nei lager del Nord (Fenestrelle il più tristemente famoso), dove venivano lasciati morire e sciolti nella calce viva per non lasciarne traccia; la commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio, mandata nel Sud con il compito assegnato di convincere il parlamento a promulgare una legge che attribuisse ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti (legge Pica); la persecuzione spietata da parte piemontese contro le gerarchie e le istituzioni ecclesiastiche: moltissimi vescovi meridionali vennero allontanati dalle loro diocesi, molti seminari diocesani vennero chiusi, oltre 2.300 conventi e monasteri furono chiusi e quasi 30 mila religiosi messi in mezzo alla strada; i fotografi dei briganti, che accompagnarono l'esercito piemontese durante tutta la campagna del Sud, utilizzati per fini propagandistici affinché descrivessero il fenomeno brigantesco non per quello che realmente era ma per ciò che il governo piemontese voleva che apparisse.
Peculiarità del libro di Fernando Riccardi è l'aver collegato episodi storici del brigantaggio, avvenuti 150 anni fa, alla rievocazione che di quegli episodi vien fatta ai giorni nostri. L'avventura di Carmine Crocco viene rappresentata ogni anno per l'intero periodo estivo nel parco della Grancìa, a Brindisi di Montagna in provincia di Potenza, con un eccezionale cinespettacolo dal titolo "La storia bandita". L'arresto e la fucilazione di José Borges vengono commemorati da una decina d'anni l'8 dicembre a Sante Marie in provincia dell'Aquila. Il 6 gennaio di ogni anno viene celebrata, in una cerimonia rievocativa, l'uccisione del sergente Romano nel bosco di Vallata a Gioia del Colle in provincia di Bari. Allo stesso sergente brigante Pasquale Romano è stata intitolata una strada a Villa Castelli in provincia di Brindisi.
Rocco Biondi

Fernando Riccardi, Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, Arte Stampa Editore, Roccasecca (Fr) 2011, pp. 222, € 20,00

8 gennaio 2012

La mobilitazione legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il Brigantaggio meridionale postunitario, di Aldo Albònico

Libro rimasto a tutt'oggi fondamentale per conoscere e capire l'intervento legittimista spagnolo in favore del Re Borbone e contro il Regno d'Italia dei Savoia. Viene illustrata l'ampiezza di quell'impegno attraverso l'esame di una copiosa documentazione inedita dispersa negli archivi spagnoli, italiani e vaticani. Il periodo interessato va dal 1860 al 1866.
Per legittimismo qui si intende la lotta armata contro i Savoia piemontesi nel tentativo di riportare sul trono del Regno delle Due Sicilie lo spodestato re borbone Francesco II, al quale si continuava a riconoscere il legittimo diritto di ritornare sul trono. Attori principali furono degli ufficiali carlisti che avevano combattuto la guerra di successione a fianco di Don Carlos Isidro, perdendola; regina di Spagna era divenuta invece Isabella II.
Il governo spagnolo, guidato dal generale Leopoldo O'Donnel, nella questione italiana si attenne nei fatti ad una comoda neutralità, come del resto l'Austria e la Russia, e tuttavia una qualche compromissione della Spagna si diresse più in favore di Pio IX che di Francesco II, anche se tale sostegno fu solo di carattere diplomatico.
Il diplomatico spagnolo Salvador Bermúdez de Castro si schierò apertamente dalla parte del Re Borbone in esilio a Roma. Fin dal 1853 era ministro di Spagna presso la Corte napoletana, amico personale di Francesco II lo seguì prima a Gaeta e poi a Roma; cooperò attivamente a favorire la reazione armata. Caldeggiò in tutti i modi l'impresa di Borges.
Il generale José Borges nel 1861 aveva 48 anni, aveva partecipato in Spagna al primo conflitto carlista insieme al padre, nel secondo (1847-49) era stato generale di brigata e comandante in capo dei carlisti di Tarragona, nel 1860 aveva appoggiato il tentativo insurrezionale del conte di Montemolín (Carlos VI secondo la successione legittimista). Dopo la sconfitta si rifugiò in Francia, dove per vivere fece modesti lavori, tra cui il rilegatore di libri. Ma non rinunciò mai alla sua vocazione militare. Offrì senza riuscirci i suoi servigi all'esercito pontificio. Aderì entusiasticamente alla causa borbonica. Tentò senza successo di entrare nelle fortezze assediate di Gaeta e Messina.
La grande avventura di Borges inizia con lo sbarco, al calar della notte del 13 settembre 1861, su una spiaggia vicino a Brancaleone in Calabria. Erano in 20, di cui 18 spagnoli e due napoletani. Erano partiti da Malta la notte dell'11 settembre. Si uniscono per alcuni giorni con la banda del brigante Mittica, composta di circa 120 uomini. Ingaggiano alcuni conflitti a fuoco con i piemontesi. Il 19 ottobre Borges si incontra nel bosco di Lagopesole in Basilicata con il capo brigante Carmine Crocco. Combattono insieme ed ottengono molti successi. Riescono a mettere insieme forse 3.000 uomini. Ma fra i due la visione di come condurre l'offensiva è totalmente diversa ed inconciliabile. Il comando non venne mai davvero affidato a Borges, che deluso rinuncia e prende la strada per Roma, seguito dagli spagnoli e da alcuni insorti locali. Ma prima di varcare il confine dello Stato pontificio vengono arrestati e fucilati a Tagliacozzo l'8 dicembre 1861. Erano 17, di cui 8 napoletani e 9 spagnoli. Fra questi ultimi vi era José Borges. Addosso gli furono trovate varie carte, tra le quali un taccuino-diario scritto in francese. Finiva così, con un totale fallimento, la prima spedizione di spagnoli al servizio dei Borbone napoletani.
Mentre si svolgeva l'offensiva di Borges, le autorità borboniche a Roma non avevano cessato di approntare altre iniziative. Il catalano Rafael Tristany, anch'egli come Borges carlista e generale di brigata, giunse a Roma per porsi al servizio di Francesco II nel novembre 1861. Aveva 47 anni. Dopo il fallimento di due precedenti tentativi, Tristany nel marzo 1862 intraprende una nuova campagna contro il Regno sabaudo sui monti al confine tra lo Stato pontificio e l'Abruzzo. Vi rimase per più di un anno. Le forze armate del Papa, che presidiavano quel confine, non opposero mai un serio impedimento alla guerriglia. La stessa accondiscendenza veniva data dai soldati francesi fin quando furono comandati dal filolegittimista generale Charles de Goyon. Obiettivo di Tristany era quello di riunire i legittimisti spagnoli, francesi e tedeschi insieme ai briganti di Luigi Alonzi, detto Chiavone, che operava presso Sora e comandava una banda di circa 200 uomini. Ma anche in questo caso non furono buoni i rapporti tra lo straniero Tristany e l'indigeno Chiavone. Questa volta però ad avere il sopravvento fu lo spagnolo, che fece arrestare e fucilare il capo brigante (anche se alcune versioni non danno per morto Chiavone). Successivamente Tristany fu arrestato dai francesi e allontanato definitivamente dall'Italia. In un suo diario Tristany ha sostenuto che il fallimento della lotta armata borbonica fu determinato dalla mancanza di denari e di quadri e dai contraddittori ordini dei Comitati borbonici. I giudizi che vengono dati su Tristany sono per lo più ostili, fino all'accusa di grande venalità che lo avrebbe fatto passare addirittura con i piemontesi. Albònico però lo difende e ne da un giudizio complessivamente positivo.
Altro personaggio spagnolo che entra nelle vicende della lotta borbonica è il luogotenente di Tristany, il carlista spagnolo Juan Serracanta, falegname ebanista, che come tanti altri, sia italiani che stranieri, hanno sfruttato le operazioni della Corte borbonica per fare soldi. Serracanta effettua uno spudorato doppio gioco e in cambio di denaro promette di far cadere i suoi uomini, spagnoli e napoletani, nelle braccia dei piemontesi. Questi ultimi in questo affare spendono parecchi soldi, ma con scarsissimi risultati.
Altri spagnoli di un certo rilievo che hanno appoggiato la lotta legittimista sono stati il colonnello Silvestre Bordanova, prima carlista e poi appartenente alle forze armate regolari spagnole, e Agustín Capdevila, compagno d'armi di Borges. Ambedue avevano partecipato alla difesa di Gaeta. Successivamente Bordanova si ritirò in Spagna, mentre Capdevila fu fucilato dai piemontesi a Lagopesole, in Basilicata, nel gennaio 1862.
In totale il numero degli spagnoli impegnati nel tentativo di organizzare l'opposizione armata al Regno d'Italia piemontese non superò il centinaio.
Albònico chiude il suo libro tirando delle conclusioni, che sostanzialmente condivido. Grande è stata la pochezza morale, ma anche militare e politica, dei protagonisti della vicenda, sia borbonici che piemontesi; non si riesce a individuare quale delle due parti sia ricorsa a metodi peggiori, chi abbia commesso più malefatte. La fine del brigantaggio politico è da fissare non alla fine del 1861 con la morte di Borges, come molti fanno, ma alla fine del 1863 con la firma della convenzione franco-piemontese e la scomparsa dalla scena di Tristany, Bosco e Serracanta. I briganti inoltre combattevano una loro guerra autoctona, parallela a quella in favore di Francesco II. Molto grande fu la profusione di denaro pubblico da parte del Ministero dell'Interno piemontese per pagare agenti provocatori, che talvolta sfruttarono anche i cosiddetti briganti. Viene rivalutata la figura di Francesco II, che non è assolutamente spregevole e insignificante come interessatamente lo dipinge la pubblicistica liberale filopiemontese.
Ancora da approfondire rimane il coinvolgimento spagnolo extragovernativo a favore dei Borbone, quale quello della regina Isabella II, dei vescovi e dei maggiorenti del carlismo.

Aldo Albònico, La mobilitazione contro il Regno d'Italia: la Spagna e il Brigantaggio meridionale postunitario, Giuffrè Editore, Milano 1979, pp. 402

22 novembre 2011

Briganti e pellirosse ai Sabati Briganteschi


Sabato 26 novembre 2011 - Ore 18.00

Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
Briganti e pellirosse”
di Gaetano Marabello

PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

SALUTO
Lorenzo Capone
Editore del volume

Presentazione
VALENTINO ROMANO
Direttore della collana “Carte scoperte - Storie e controstorie”
Due popolazioni - tra loro lontanissime - del nostro pianeta, l'una con archi e frecce, l'altra con doppiette e forconi, entrambe con le unghie e con i denti, combattono una medesima guerra in difesa del “poco” che hanno: il territorio, la patria, la famiglia, la religiosità, la cultura e le tradizioni, la normalità del proprio quotidiano. Ciascuna ignora completamente l'esistenza dell'altra. L'accostamento tra due figure diverse ma ugualmente fascinose del nostro immaginario collettivo, il brigante e il pellirossa, appena intuito e sfiorato dalla sensibilità di qualche autore, trova in queste pagine finalmente una sistematica collocazione e un'analisi organica.

Relazione dell'autore
GAETANO MARABELLO
Nei saggi, che trattano le vicende legate al Regno delle Due Sicilie e al Brigantaggio, capita di trovare talvolta un cenno allo sterminio degli Indiani d'America. Accostamento quasi scontato, giacché ad evocarlo sta la parabola stessa di briganti e pellirosse, impegnati in una lotta senza quartiere e senza speranza contro un invasore che aveva identiche radici ideologiche. Il destino dei Nativi americani va a incrociarsi con quello di altri vinti della storia: i briganti. Questo tema viene approfondito in questo volume, dove appare senza infingimenti la simpatia verso chiunque combatte per la sua terra, la sua famiglia, la sua religione, la sua cultura. Come, appunto, briganti e pellirosse.

EVENTO
Agostino Abbaticchio illustrerà le finalità del marchio “Nato Brigante” e presenterà l'iniziativa della raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare sul "Consumo agro-alimentare a chilometro zero in Puglia". La legge prevede l'obbligo, da parte della Regione Puglia, di acquisto e consumo di prodotti agro-alimentari a "chilometri zero" in tutti i luoghi comunitari di somministrazione di alimenti. Nell'interesse delle nostre aziende e per non far continuare ad emigrare i nostri figli.

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it

23 ottobre 2011

I Briganti delle Murge ai Sabati Briganteschi

Sabato 29 ottobre 2011 - Ore 18.00

Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
“Settimana dei Briganti – l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
"Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento"
del Gruppo Umanesimo della Pietra di Martina Franca

PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

SALUTI

- Franco Marangi, Presidente di Interfidi (prestiti alle aziende), che ha sponsorizzato il numero speciale di Umanesimo sul Brigantaggio
- Gianpaolo Cassese, Amministratore della Società Agricola F.lli Cassese (Grottaglie), che a fine convegno farà assaggiare alcuni prodotti della sua Masseria

DOMENICO BLASI
Direttore Editoriale
relaziona sul tema
"Saggi sul Brigantaggio nei 34 anni di vita della rivista Riflessioni - Umanesimo della Pietra"
I collaboratori del Gruppo Umanesimo della Pietra hanno ritenuto «che per noi meridionali rivendicare l'orgoglio d'essere italiani e, quindi, la nostra identità culturale poteva risiedere nel proporre e nello stimolare una riflessione collettiva su quella che è un'autentica risorsa della nostra terra: il brigantaggio, fenomeno sociale variamente interpretato dall'imperante revisionismo storico».
Rivivono le vicende di uomini e donne meridionali, uccisi, torturati, imprigionati da una politica “nazionale” che continuava a relegarli ai margini di una società, solo a parole liberale e più giusta. Quel loro andare solitario lungo i tratturi o per i sentieri dei boschi racconta le pene e le umiliazioni subite dalle misere genti del Sud, poveri braccianti e sfruttati in genere, la cui riabilitazione storica e morale è nel passato che è dentro di noi e che, anche se non l'abbiamo vissuto direttamente, vive nella storia delle nostre città e delle nostre campagne, incisa sulle pietre che conosciamo.

MARIO GUAGNANO
Storico
relaziona sul tema
"Briganti tra le Murge e il Salento"
Il Brigantaggio è una complessa realtà sociale, finora malcelata nei bui sotterranei della Storia, dai quali oggi emerge prepotente come espressione dell'identità culturale delle genti meridionali.
L'impiego contro i briganti di centoventimila uomini dell'esercito del neonato Stato italiano fu il riconoscimento implicito dell'importanza politica e militare dell'insorgenza postunitaria, in netto contrasto con la propaganda ufficiale, che all'opinione pubblica interna ed estera dipingeva il fenomeno come episodico e delinquenziale.

EVENTO
Assaggi di prodotti della Masseria del Duca dei F.lli Cassese - Crispiano (Taranto)

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it

7 ottobre 2011

Steve Jobs addio


Steve Jobs, fondatore di Apple, era nato a San Francisco il 24 febbraio 1955, è morto a Palo Alto il 5 ottobre 2011. Grazie e addio.


1 ottobre 2011

Nicola Zitara appartiene a tutti


Ricorre oggi 1° ottobre 2011 il primo anniversario della morte di Nicola Zitara. Era nato a Siderno (Reggio Calabria) il 16 luglio 1927, dove è morto all'età di 83 anni. Un mio tributo alla sua grandezza l'ho dato recensendo il suo libro forse più bello “Memorie di quand'ero italiano”, scritto quando aveva 67 anni. Qui riporto solo due frasi di quel libro che sintetizzano l'essere di Zitara: «Conosco poche persone che possono dire di essere state libere come me» e «E' stato comunque bello non avere padroni politici, editori-padroni e tutele accademiche».
Il 5 agosto scorso partecipai a Roccella Jonica (Reggio Calabria) alla presentazione dell'ultimo libro di Zitara “L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria”. Tra gli altri a presentare il libro vi era anche Pino Aprile. Proprio da questa occasione voglio prendere lo spunto per una mia considerazione. Lidia, figlia di Nicola Zitara, a commento di quella presentazione ha scritto un pezzo intitolato “Mio padre, Nicola Zitara, una grande anima. E’ dovuto morire perché ci si ricordasse di lui”, affermando tra l'altro che dall'intervento di Pino Aprile si aspettava di più in termini di contenuti. Era mancata negli interventi dei relatori la dichiarazione delle posizioni decisamente separatiste di Zitara, che vedeva la soluzione dei problemi del Sud solo ed esclusivamente al di fuori dell’Italia e dell’Europa.
Legittimo desiderio della figlia di Zitara. Ma quando ho letto la lettera aperta a Francesco Tassone, scritta da Antonia Capria, moglie di Nicola Zitara, al direttore dei “Quaderni Calabresi”, ho cominciato a capire che vi erano seri problemi e valutazioni contrastanti fra la famiglia di Zitara e gli altri, dove questi ultimi intuivo essere parecchi. Questa mia impressione è stata poi confermata dagli interventi di Lidia Zitara su “Scirocconews” in occasione del premio ottenuto al Festival del Cinema di Venezia dal documentario “In attesa dell'avvento” in qualche modo ispirato a Nicola Zitara. Lidia è stata inopportunamente e in modo poco documentato molto dura contro gli autori del documentario Felice D’Agostino e Arturo Lavorato. Questi ultimi hanno avuto facile gioco a difendersi e chiarire. Tra l'altro in coda all'articolo di Lidia vi era una dichiarazione della madre Antonia di entusiastica favorevole partecipazione al successo conseguito a Venezia.
E' chiaro quindi che la famiglia Zitara difende accanitamente la memoria, gli scritti, l'operato di Nicola Zitara. E questo è legittimo, ma penso che si sbaglia ad esasperarne i toni.
Nicola Zitara ormai appartiene a tutti i meridionali.
Chiudo con una nota personale: ho scritto due volte a Lidia Zitara e non ho mai avuto risposta.
Rocco Biondi

14 settembre 2011

Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento, del Gruppo Umanesimo della Pietra


L'annuario “Riflessioni-Umanesimo della Pietra” ha pubblicato, nel corso dei suoi trentatré anni di uscita, vari articoli sul brigantaggio in Puglia. Ora, in occasione del settimo centenario della fondazione della città di Martina Franca (luogo di pubblicazione della rivista) e del centocinquantesimo anniversario dell'unità nazionale, il Gruppo Umanesimo della Pietra ha deciso di raccogliere in un unico volume tutti i saggi pubblicati sul tema del brigantaggio nell'annuario “Riflessioni” dal 1978 al 2010. Sono quindici pezzi di vari autori.
La motivazione della scelta è stata esplicitata dal direttore della rivista Domenico Blasi, che nella presentazione scrive che i collaboratori del Gruppo Umanesimo della Pietra hanno ritenuto «che per noi meridionali rivendicare l'orgoglio d'essere italiani e, quindi, la nostra identità culturale poteva risiedere nel proporre e nello stimolare una riflessione collettiva su quella che è un'autentica risorsa della nostra terra: il brigantaggio, fenomeno sociale variamente interpretato dall'imperante revisionismo storico».
Rivivono le vicende di uomini e donne meridionali, uccisi, torturati, imprigionati da una politica “nazionale” che continuava a relegarli ai margini di una società, solo a parole liberale e più giusta. Scrive ancora Blasi: «Quel loro andare solitario lungo i tratturi o per i sentieri dei boschi racconta le pene e le umiliazioni subite dalle misere genti del Sud, poveri braccianti e sfruttati in genere, la cui riabilitazione storica e morale è nel passato che è dentro di noi e che, anche se non l'abbiamo vissuto direttamente, vive nella storia delle nostre città e delle nostre campagne, incisa sulle pietre che conosciamo».
Non sempre e non tutti gli articoli danno però una valutazione benevola dell'operato dei nostri padri briganti. Spesso gli autori si lasciano prendere la mano dal modo in cui vengono presentati i fatti nei documenti che hanno per le mani e spesso acriticamente ripetono valutazioni che appartengono agli estensori dei verbali e non ai briganti interrogati, che di volta in volta vengono definiti truci e osceni, minuta e abietta accozzaglia di terroni, masnadieri, folli, malavitosi, malfattori, criminali, sozzi, manigoldi, malviventi, figuri, delinquenti, e le brigantesse vengono appellate drude. Spesso agli autori sfugge (o dimenticano) quello che uno di loro sottolinea e cioè che, nella verbalizzazione, le dichiarazioni dei briganti, quasi sempre analfabeti che sottoscrivevano con una croce, vengono manipolate ad usum delphini.
E' comunque altamente significativa questa operazione del Gruppo Umanesimo della Pietra e si inserisce a pieno titolo nel processo in atto di rivalutazione del brigantaggio meridionale, che Mario Guagnano, prefatore del numero speciale della rivista e autore di otto degli articoli raccolti, definisce «complessa realtà sociale, finora malcelata nei bui sotterranei della Storia, dai quali oggi emerge prepotente come espressione dell'identità culturale delle genti meridionali», aggiungendo che l'impiego contro i briganti di centoventimila uomini dell'esercito del neonato Stato italiano fu il riconoscimento implicito dell'importanza politica e militare dell'insorgenza postunitaria, in netto contrasto con la propaganda ufficiale, che all'opinione pubblica interna ed estera dipingeva il fenomeno come episodico e delinquenziale.
I fatti di brigantaggio, raccolti e narrati nella miscellanea, riguardano principalmente episodi avvenuti nell'alto Salento e specificatamente a Noci, a Martina Franca, a Gioia del Colle, nelle Murge, nella Terra delle Gravine. Protagonista principale di quasi tutti i saggi raccolti è il brigante ex sergente borbonico Pasquale Domenico Romano. Ma fanno la loro comparsa anche i briganti preunitari Gaetano Meomartino detto Vardarelli e il prete Ciro Annicchiarico; fra i postunitari Carmine Crocco Donatelli, Cosimo Mazzeo Pizzichicchio, Antonio Locaso il Capraro, Vito Rocco Chirichigno Coppolone; fra le brigantesse Arcangela Cotugno.
Tanti sono i fatti che si potrebbero citare, ne ricordo solo alcuni. Francesco Semeraro in un suo articolo, pubblicato sul primo numero della rivista “Riflessioni” nel 1978, riporta un episodio (ricordato da molti, anche oggi, con i toni favolosi della storia dei briganti) avvenuto il 23 settembre 1922 in una masseria di Martina Franca; fu assaltata e saccheggiata la masseria San Paolo di don Ciccillo Basile; i briganti erano una quindicina, tra essi vi era anche una donna travestita da monaca; i briganti vollero che fosse imbandita la tavola e si fecero servire da donna Nina Lenti, moglie del proprietario; prima dell'alba lasciarono la masseria con il bottino di argenteria, gioielli e danaro. Il regime fascista scoprì e represse con durezza i responsabili dell'episodio. Il guardiano della masseria, di trentuno anni, accusato di aver segnalato la via libera ai briganti con la luce di una candela e di aver avvelenato il cane di guardia, morì in carcere, per le bastonate ricevute, ancor prima del processo. Questo episodio documenta che il brigantaggio non finì nel 1870. E' una interessante traccia da approfondire.
Vittorio De Michele presenta e pubblica per la prima volta gli Appunti sul brigantaggio del prete martinese Giuseppe Grassi, morto nel 1953. In sostanza il Grassi concorda con l'azione repressiva contro il brigantaggio messa in atto dal governo sabaudo, ma alla fine dei suoi appunti non può non ammettere quanto fu raccapricciante il metodo dei piemontesi nel fare giustizia dei briganti. Quando venivano uccisi nella guerriglia in mezzo ai boschi, i loro cadaveri venivano legati nudi sul dorso di un asino e portati in paese al ludibrio del popolo, per poi essere buttati in una fossa comune che faceva anche da mondezzaio. Se invece i briganti venivano catturati vivi, dopo un sommario processo che durava pochissimi minuti venivano fucilati in piazza e i cadaveri legati per tre giorni alle colonne della chiesa, per poi essere precipitati nella fossa comune. Era la sventurata sorte dei “murt'accìse”.
Nicola Bauer, un altro autore, osserva amaramente: «Tristi sono i tempi. La voce del diritto e della giustizia tace. I briganti, fatti prigionieri, sono subito fucilati, senza nemmeno un sommario processo».
Questo sonno della ragione degli invasori piemontesi faceva particolari vittime fra le loro stesse file. Un elevato numero di suicidi si registrava nei reparti impegnati nella repressione del brigantaggio, stimato in cinquanta-sessanta all'anno; non tutti riuscivano a reggere i massacri che erano costretti a fare.
Mario Guagnano (che riporta la precedente notizia dei suicidi) documenta una sonora sconfitta subita dall'esercito piemontese a Montecamplo, nei pressi di Castellaneta (Taranto). Il 29 gennaio 1864 i briganti, forti di centosessanta uomini a cavallo, ingaggiarono un combattimento con un battaglione di fanteria, che lasciò sul campo una cinquantina di soldati morti.
Gli altri autori degli articoli della miscellanea sono Pasquale Gentile, Angelo Martellotta, Domenico Greco, Angelo Pais.
L'impressione generale che si riceve, leggendo gli articoli della miscellanea, è che gli autori si muovano altalenando, senza scegliere un campo, tra le tesi dei liberali che vollero e portarono alla cosiddetta unità d'Italia e la difesa tentata dai briganti della loro terra e delle loro vite. La nostra scelta di campo è invece unica e chiara: siamo, senza se e senza ma, dalla parte dei briganti.
Rocco Biondi

Gruppo Umanesimo della Pietra, Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento, Artebaria Edizioni, Martina Franca 2011, pp. 184

31 agosto 2011

Memorie di quand'ero italiano, di Nicola Zitara


Per chi, come me, non ha frequentato né conosciuto personalmente Nicola Zitara non è facile capire cosa in questo romanzo è vero, cosa verosimile, cosa inventato. Ma poco importa, quello che prepotentemente viene fuori è il profondo pensiero di Zitara sulla triste sorte toccata ai meridionali con la venuta dei piemontesi 150 anni fa. Siamo stati colonizzati, siamo stati annientati per fare spazio ai conquistatori padani. Il Sud non ha ricavato che danni dall'Unità. E' questo forse il libro più bello di Zitara, scritto quando aveva 67 anni.
L'io narrante del romanzo è Giacomo Mercugliano (alter ego di Zitara), ultimo discendente di una ricca famiglia di mercanti amalfitani, da parte di padre, e di benestanti agricoltori siciliani, da parte di madre; immigrati sulle terre delle Marine Joniche in Calabria ai tempi dell'età borbonica. Produssero e commerciarono con profitto olio ed agrumi (con i derivati succhi di limone e d'arancia), fino all'arrivo dei Savoia che bloccarono tutto. Il romanzo è come una saga di queste due famiglie, dalla fortuna economica dei padri fino alla sconfitta dell'ultimo Mercugliano, costretto a “mangiare il pane del governo” adattandosi a diventare dipendente statale. Ma sempre con grande dignità e senza scendere a compromessi. «Conosco poche persone che possono dire di essere state libere come me», è l'incipit del romanzo. E più avanti: «E' stato comunque bello non avere padroni politici, editori-padroni e tutele accademiche».
Il racconto - scrive Zitara - è un viaggio nella memoria alla scoperta della mia vera patria. E' un percorso intimo e sofferto dalla acquisita fanciullesca brodaglia risorgimentale, alla giovanile quasi inconsapevole coscienza fascista, fino alla matura consapevolezza della necessità della creazione di uno Stato dell'Italia meridionale, come «organizzazione politica che avrà la funzione di portare i megaelleni a non essere i caudatari del resto d'Italia, dell'Europa industriale e degli interessi petroliferi americani». Fino alla quasi provocatoria affermazione che il recupero delle radici deve essere totale, a cominciare dal suo simbolo politico e dalla sua forma concreta: Il Regno di Napoli, i Borbone. «Soltanto dopo che tale passaggio morale sarà avvenuto, potremo criticare l'evoluzione negativa dei Borbone e il loro cattivo governo», fa dire Zitara a Mercugliano. Percorso da quand'era incosciente italiano a quando è diventato consapevole meridionale. Al tempo della sua giovinezza l'Unità d'Italia rappresentava un bene prezioso. Ora ritiene che per risolvere i problemi del Meridione l'unico rimedio applicabile è la fondazione di uno Stato indipendente comprendente il vecchio Regno napoletano, la Sicilia e la Sardegna.
Mercugliano-Zitara non era un contadino, ma nel tempo aveva imparato ad amare i contadini. Anch'egli da ragazzo aveva creduto che il contadino fosse frutto della miseria e della chiusura culturale, testardamente ancorato al passato, che poneva la sua sola speranza nel possesso della terra, sordo a qualsiasi cambiamento. Ed invece poi, riflettendo sull'equivoco antropologico della mafiosità, capì che quel modo di concepire il mondo contadino proveniva da una manipolazione politica di fondo. I padroni proprietari terrieri, quando fu fatta l'unità d'Italia, offrirono un alibi letterario e politico al modello cavourriano, vero colpevole del disfacimento del mondo contadino. Scrive Zitara: «La passione con cui i contadini meridionali hanno amato, amano e prediligono l'America - l'aver disamorato l'uomo meridionale dalla sua terra - è il risultato più palpabile e italianamente ilotico della vicenda unitaria. Le castronerie che sono stampate nei libri di storia, quelle del tipo “il Nord era industriale e il Sud era agricolo”, hanno portato a un Sud né industriale né agricolo, ma soltanto migratorio e mafioso; in ogni caso putrefatto e disperato». Fu fatto passare il mito dell'arretratezza del Sud per distruggerne il suo capitale storico, portando via macchine e impianti. Ed ora, grida Zitara: «Merda. E che altro può fare il vinto se non urlare la sua rabbia in viso al vincitore?». Rinneghiamo Cavour, Sella, Crispi, Mussolini, Moro, Agnelli, Cuccia, la Banca Commerciale Italiana, la Barilla, le Cooperative rosse dell'edilizia che oggi sono capitalismo colonialista, la Scala di Milano. L'urbanizzazione dei contadini meridionali al Nord - scrive Zitara - è costata quattro volte quel che sarebbe costata l'industrializzazione dell'area meridionale.
E Zitara ritiene che vi furono tante illustri cantonate da parte di uomini di cultura, più o meno politicizzati, che contribuirono al permanere di questo equivoco sul mondo contadino. La simpatia di Gramsci per il mondo contadino fu puramente cerebrale, teorica, o forse strumentale; quella di Salvemini fu il frutto di un antropologismo politico fin troppo sintetizzato: o la borghesia corrotta o i sani contadini. Soltanto il liberale Nitti aveva capito che l'analisi sociale va contestualizzata col processo di sviluppo dei mezzi di produzione; ma egli non ebbe seguito né a destra né a sinistra. Morale e conclusione della favola fu che, mentre i contadini e gli artigiani emigravano per diventare operai a Milano, chi rimaneva al Sud finiva “con il muso nel fango” e con il movimento meridionale egemonizzato da schiere di piccoli borghesi e vecchi baroni che incassavano i voti dei contadini rimasti, per fare il deputato. In cambio della complicità - scrive ancora Zitara - il sistema padano permette alla classe infame degli intellettuali di galleggiare sul nostro mondo destrutturato. Chi nei giornali, chi in un'aula universitaria, chi in una professione, chi facendo il giornalista.
Mercugliano-Zitara è sempre stato affascinato dalla politica. Socialista di sinistra, con simpatia comunista, formatosi con la cultura umanistica a scuola, con l'insegnamento evangelico in chiesa, e sui testi marxisti in privato, guardava con grande partecipazione al sociale; riteneva immorale che venisse pagato ai lavoratori un salario insufficiente a coprire il minimo della sussistenza. «Tutta la prima parte della mia esistenza è stata un tragitto attraverso la miseria, mentre io ero in groppa a una immeritata condizione di benessere; tutta la seconda parte è stato il tragitto di un intellettuale che si chiede perché questo mio popolo non si batte». Zitara odia in modo razionale e rivoluzionario chi si approfitta dei lavoratori, e lotta per la fine del profitto, sia come meccanismo istintivo primordiale dell'agire economico, sia come morale corrente ed etica sociale. Per lui il partito socialista è stata una cosa importante, ma a un certo punto ha preferito tenersi l'idea e lasciare il partito.
Nella storiografia italiana - scrive Zitara - il tema della borghesia meridionale è quello che ha lasciato più spazio ai falsi e ai falsari. Si asserisce che al momento dell'Unità il Regno di Napoli non aveva una borghesia imprenditrice, per riversare l'intero peso della cosiddetta questione meridionale, non sulla colonizzazione padana, come in effetti è stato, ma sull'arretratezza del Sud, ed eventualmente sui Borbone. Il fatto che il Sud debba risparmiare soltanto per tenere vivace il tono dei consumi, e mai per investire in produzione, costituisce la base coloniale della Stato nazionale.
Mercugliano-Zitara mette in bocca ad un intellettuale russo cose alle quali lui crede e si auspica: «E' immaginabile che, mancando una seria guida politica, fra non molto al Sud si risentirà parlare di ribellioni, dell'incendio dei municipi e magari di brigantaggio politico. Non potendo organizzare un nuovo partito, tutto meridionale, credo opportuno passare dalle ribellioni inconcludenti a forme pianificate di ribellione, che riescano a preparare l'insurrezione generale e la presa del potere».
E in un comizio, alla presenza di suo padre, Giacomo Mercugliano indicando i cittadini e compagni presenti, appartenenti al “popolo meridionale”, contadini e proletari, afferma: «Non ripeterò l'errore dei rivoluzionari del Novantanove, né quello dei liberali del 1860. Starò con loro, papà. Anche a costo di infiocchettarmi con i gigli dei Borbone e d'andare sottobraccio con Carmine Crocco, starò con loro. Questo è il mio popolo».
Nicola Zitara è nato il 16 luglio 1927 a Siderno, dove è morto il 1° ottobre 2010.
Rocco Biondi

Nicola Zitara, Memorie di quand'ero italiano, romanzo storico, edito dall'autore, Siderno 1994, pp. 480

23 agosto 2011

Macroregione del Sud


Un ministro in carica ha rilanciato la proposta per la costituzione in Italia di massimo 6-8 macroregioni, su piattaforma federale, sopprimendo le attuali venti regioni e le province tutte, tagliando tanti microcomuni. Questo - dice il ministro - contribuirebbe ad abbattere i costi della politica, svecchierebbe l'attuale sistema istituzionale e amministrativo, rilancerebbe il Paese. Una grande “Regione delle due Sicilie” - dice ancora il ministro - sarebbe quella regione sud-europea capace di essere la cerniera tra la vecchia Europa e i mondi e i mercati nuovi emergenti. Buona l'idea, ma tantissime sono le resistenze di vecchie clientele e vecchi apparati.
Anch'io, insieme a tanti altri, vado sostenendo da tempo la bontà dell'idea della costituzione di una grande macroregione del Sud. Questo ovviamente contrasta totalmente con chi, anche in Puglia, vorrebbe continuare a dividere, fantasticando della creazione della Regione Salento, mettendo insieme le province di Brindisi, Lecce, Taranto, separandosi da Bari e Foggia, oppure della Regione Moldaunia, accorpando la provincia di Foggia e il Molise. Vogliono continuare a contare sempre meno. Il Nord ignora e sfrutta le Regioni del Sud. Separati noi meridionali abbiamo poca o nessuna forza. Frazionarci ancora peggiora la situazione.
Circa un anno fa scrivevo in una nota che per il Meridione d'Italia sarebbe utile, forse necessario, accorparsi. Questa idea vale ancora più oggi. Allora dicevo che di questa macroregione dovrebbero farne parte Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia. Oggi aggiungo anche gran parte dell'odierno Lazio meridionale ed il Cicolano (l'area orientale dell'attuale provincia di Rieti). In pratica tutto il territorio del vecchio Regno delle Due Sicilie, invaso e annientato dai Piemontesi nel 1860.
Valgono ancora oggi le osservazioni che facevo un anno fa.
Riaccorpare l'intero territorio del Regno non è sogno nostalgico del bel tempo che fu. Ma è risposta all'abbandono, operato della nordica Italia unita, di tutto il Sud. Una regione di circa 20milioni di abitanti (il 35% di tutta l'Italia) farebbe sentire il suo peso.
Do per scontato che tante possono essere le resistenze alla nascita di questa unica macroregione. Scomparendo le attuali esistenti regioni, si perderebbero poteri, clientele, assessorati, consiglieri, apparati. La Sicilia perderebbe la sua "specialità".
Ma tantissimi sarebbero i vantaggi di una gestione unitaria di tutto il Sud. A cominciare da una risposta più forte al contropotere criminale. Ma aumenterebbe anche la forza per poter chiede ai discendenti degli invasori piemontesi il saldo del conto per l'invasione subita, con conseguenti furti e danni, perpetuantisi anche nei successivi centocinquant'anni.
Una simile macroregione del Sud potrebbe ancora avere interesse a rimanere nell'Italia unita, perché cambierebbero i rapporti di forza. Non saremmo più il fanalino di coda dell'economia italiana, ma potremmo diventarne i propulsori.
Ma mal che vada non sarebbe un danno per il meridione diventare autonomo. Saremmo - scrive Pino Aprile nel suo “Terroni” mutuando un concetto di Nicola Zitara - l'ultimo paese dell'Europa unita. Ma, da soli, avremmo la possibilità di trasformare i nostri ritardi in occasioni di sviluppo. Non dovendo più “far media” con il reddito del Nord, diverremmo immediatamente il paese europeo ad avere maggiore diritto agli incentivi economici per lo sviluppo; con un impagabile vantaggio aggiuntivo: che i soldi dell'Europa per il Sud, resterebbero al Sud.