20 marzo 2010

Vicende di un'altra storia, di Giuseppe Osvaldo Lucera

Opera quasi monumentale sul brigantaggio meridionale, composta di quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Il sottotitolo, a chiarimento, recita: “Insorgenza, Risorgimento, Unità d'Italia, Brigantaggio. Studio e critica di un periodo oscuro della nostra Storia Patria”. Il periodo oscuro è in senso lato il cosiddetto Risorgimento, in senso più ristretto riguarda il decennio postunitario 1860-1870 che registrò in tutto il Mezzogiorno d'Italia una forte reazione di massa contro quella che veniva percepita come una invasione-annessione da parte del Regno piemontese dei Savoia.
L'unità d'Italia fu per il Meridione un'immane tragedia, che costò la vita di tantissimi uomini, donne, vecchi, bambini, rei soltanto di difendere la propria terra e le proprie tradizioni, che furono cancellate con una guerra d'invasione e con un plebiscito pilotato e imposto con la forza.
La storiografia ufficiale sui fatti accaduti in quegli anni si è sempre preoccupata di far piacere al Potere, distruggendo ed eliminando tutto ciò che al Potere non aggrada, finendo così inevitabilmente con lo scrivere una storia parziale e per niente obiettiva. Lucera ha fatto del Risorgimento uno studio alternativo, da un'altra angolazione e da un altro punto di vista, cercando di mettere in evidenza tutto ciò che dagli storici di regime è stato volutamente nascosto; ha cercato di smentire l'infinita sequela di bugie che sono state inculcate nelle scuole italiane con i libri di testo. Ha voluto stilare, per una corretta e giusta giustizia storica, una versione meridionale di quella che fu la conquista del Sud da parte dei Savoia piemontesi.
Come premessa vengono presentate ed esaminate una serie di questioni che hanno caratterizzato la politica e la società degli anni in cui veniva costituendosi il nuovo Stato italiano, con conseguenze negative che arrivano fino ai giorni nostri.
L'Italia dell'Ottocento era suddivisa in tanti piccoli stati, regni e ducati. Il più grande era il Regno delle Due Sicilie, che comprendeva la Campania, l'Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Puglia, la Calabria e la Sicilia. Seguiva lo Stato Pontificio, che comprendeva grosso modo il Lazio, le Marche e l'Umbria. L'altro Regno era quello di Sardegna, formato dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Sardegna, dalla Savoia e dalla contea di Nizza. Il Regno Lombardo-Veneto era sotto l'influenza austriaca, e per esso si combattettero le guerre d'indipendenza. Vi erano ancora presenti in Italia, con una loro indipendenza, il Granducato di Toscana, e i ducati di Modena e di Parma.
A volere l'unificazione dell'Italia, sotto l'egida dei Savoia, fu una piccola e sparuta minoranza borghese, aiutata in minima parte dall'aristocrazia e da una piccolissima fetta della nobiltà, soprattutto quella terriera e provinciale. La borghesia era la classe intermedia tra la nobiltà rurale, cittadina o aristocratica e il mondo dei contadini. La borghesia appariva molto equilibrata e molto moderata. Sue caratteristiche erano un esasperato ed esteriore moralismo, che sfociava nell'ipocrisia religiosa.
Molteplici in quegli anni erano in Italia le correnti d'opinione, che possono raggrupparsi in due grandi movimenti: quello dei conservatori dello status quo (aristocratici e nobili, uniti all'intero mondo contadino) e quello che auspicava un'Italia unita, governata da un potere borghese e monarchico (unionisti, annessionisti, federalisti, teocratici).
I piemontesi, i liberali, i galantuomini risolsero il tutto dando inizio, il 6 maggio 1860, all'invasione dei territori del Regno delle Due Sicilie. Scrive Lucera: «Non si andava a soccorrere nessuno, perché nessuno aveva chiesto aiuto. Non si andava ad abbattere nessun sovrano assoluto perché non si sostituisce un sovrano assoluto con un altro dello stesso genere. Non si andava a liberare nessun paese, perché nessun paese era occupato da un altro popolo straniero».
Fu una pura e semplice annessione. I “cattivi maestri” di questa losca operazione furono Giuseppe Garibaldi (eroe o pavido?, ateo e negriero?, esperto finanziere o ladro?), Camillo Benso conte di Cavour (lo spergiuro), Giuseppe Mazzini (il “rivoluzionario”), Liborio Romano (l'uomo di Patù); a cui si possono aggiungere Carlo Pisacane e i fratelli Bandiera. A tutti questi personaggi Lucera, nei suoi libri, dedica molte e chiarificatrici pagine.
A questa annessione si opposero i
Briganti, che avevano dalla loro parte il popolo (contadini ed ex militari borbonici) ma anche il Clero e i Comitati borbonici. Questa resistenza del Sud contro i Savoia non ebbe successo per l'abissale differenza delle forze in campo: 8.000 briganti contro 120.000 soldati piemontesi. Eppure la resistenza durò parecchi anni. I piemontesi riuscirono a sconfiggerla solo ricorrendo a strumenti di repressione inauditi: legislazione d'emergenza, stato d'assedio permanente, tribunali militari, legge Pica (codice penale contro i “reati” di brigantaggio), distruzione ed incendio di interi paesi con relativa popolazione, deportazioni in campi di concentramento non solo di militari del disciolto esercito borbonico ma anche d'intere famiglie colpevoli soltanto di essere parenti dei briganti, condanne al carcere di donne e bambini; ma lo strumento peggiore di tutti fu la fucilazione sommaria, immediata e repentina, senza processo.
Il
brigantaggio, secondo Lucera, non fu nient'altro che la primissima manifestazione di quella lotta di classe che iniziava a mettere le radici in una società totalmente squilibrata e a vantaggio della borghesia e della nobiltà. Il brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di sollevazione di popolo, un evento d'insorgenza puro e semplice, con aspetti fortemente sociali, ma anche e soprattutto con valenze politiche di estrema importanza.
Nei volumi vengono descritte estesamente non solo le vicende riguardanti quattro briganti postunitari, ma anche quelle di tre briganti preunitari.

Michele Caruso, commerciante di cavalli, era nato nel 1837 a Torremaggiore in provincia di Capitanata (oggi Foggia). Divenne brigante perché voleva emanciparsi e sradicarsi dalla condizione di povertà e miseria in cui era nato, nella speranza di poter cambiare la sua condizione sociale e quella del mondo contadino. Riuscì a tenere in scacco, per tre lunghissimi anni, tutti i distaccamenti militari piemontesi di stanza nella sua zona. Arrivò a comandare fino a trecento uomini. Ebbe intensi rapporti con molti capi briganti dell'epoca, che lo elessero
capo fra i capi. Finì la sua carriera di brigante insieme ad un solo compagno. Fu catturato perché tradito. Il suo processo durò solo cinque ore. Fu fucilato a Benevento dai bersaglieri di Pallavicini il 12 dicembre 1863. Prima della fucilazione gli furono scattate diverse fotografie. Per i giovani del tempo, poveri e contadini, gli uomini come Caruso erano considerati come esseri superiori, come dei miti da eguagliare.
Pasquale Domenico Romano, detto
il sergente Romano, era nato a Gioia del Colle in provincia di Bari nel 1833. Figlio di un pastore, entrò nell'esercito borbonico, dove trascorse dieci anni conseguendo i gradi di sergente e di alfiere. Durante questi anni imparò a leggere e a scrivere. Dopo il plebiscito del 1860 e l'arrivo dei Savoia il Romano fu esautorato dai suoi compiti militari e rispedito a casa. Entrò a far parte del molto attivo comitato borbonico di Gioia e da questo venne nominato Comandante Generale. Riuscì a formare una banda di briganti che non volle superasse mai le duecento unità. Entrò in contatto con tutte le altre bande operanti nel Meridione d'Italia. Conseguì vari successi in vari scontri con i piemontesi, anche se la sua avventura brigantesca era iniziata con il tragico massacro avvenuto nel suo paese il 28 luglio 1861. Affiancarono il Romano valenti capi briganti: Nenna Nenna, Pizzichicchio, La Veneziana, 'u Crapare, Munzegnore. Fu ucciso a sciabolate da un bersagliere lombardo il 5 gennaio 1863 nel bosco di Vallata, in tenimento di Gioia del Colle. Il Romano è considerato il più importante brigante legittimista italiano postunitario.
Giuseppe Maria Tardìo, nato a Piaggine (Salerno) nel 1834, fu un capo brigante laureato in legge. Maturò la sua vocazione brigantesca nel carcere di Poggio Reale, a contatto di un frate cappuccino acceso sostenitore di Francesco II. Fuggito dal carcere seppe diventare il capo indiscusso di una fiumana di persone: da due a tremila uomini. Fu artefice di sole due grandi operazioni militari: vinse la prima, fu sconfitto nella seconda. Morirà avvelenato il 23 giugno 1892, nel carcere di Favignana in Sicilia. Può essere definito un
aristocratico della rivoluzione; un insorgente diverso e profondamente più politico rispetto ad altri. E' uno dei pochi briganti al quale è stata intestata una piazza, nel suo paese Piaggine. Anche una fondazione porta il suo nome.
Josè Borjès fu un generale spagnolo legittimista, che corse in aiuto del Re Borbone spodestato. Secondo il piano dei Comitati borbonici avrebbe dovuto assumere il comando di tutti i movimenti di rivolta contro i Savoia, presenti in tutto l'ex Regno delle Due Sicilie. Ma così non fu perché i capi briganti, e più di tutti Carmine Crocco, mal sopportavano di essere comandati da altri, specie se stranieri. La vicenda italiana di Borjès dura meno di quattro mesi e viene da lui narrata nel suo
“Diario”. Proveniente da Malta, sbarcò con una ventina di ufficiali il 13 settembre 1861 in Calabria, dove incontrò il brigante Mittica. Il 22 ottobre 1861, in Lucania nel Bosco di Lagopesole incontra Carmine Crocco. Rimase sostanzialmente solo, da nessuna parte incontrò le masse di popolo, che gli erano state promesse, per riportare i Borbone sul trono. Fu fucilato alle spalle dai piemontesi l'8 dicembre 1861, a Tagliacozzo in Abruzzo.
I briganti preunitari, dei quali Lucera parla, sono quelli che si opposero all'invasione napoleonica del Regno delle Due Sicilie, avvenuta nei primi anni del 1800: i fratelli Meomartino detti
i Vardarelli che operarono fra Capitanata e Molise, il prete don Ciro Annicchiarico attivo in Terra d'Otranto, i fratelli Di Franco presenti sui monti della Daunia.
Uno studio approfondito Lucera dedica anche a briganti pre e post unitari della sua nativa Biccari in Capitanata (Foggia).

Nei quattro libri sul brigantaggio si incontrano anche diversi parallelismi con avvenimenti più a noi vicini: fascismo e berlusconismo, movimenti di liberazione sud americani, avvenimenti iracheni e palestinesi, centri di accoglienza temporanei,
clandestini, irregolari, abusivi, extra comunitari.
La finalità generale dei quattro volumi di Lucera potrebbe sintetizzarsi in una sua stessa affermazione:
«La nostra non è una missione esclusivamente pro briganti, ma è una missione chiarificatrice di come l'Unità ebbe luogo sulla nostra terra».
L'interessante, significativa e meritoria opera di Lucera potrebbe essere organizzata in tanti altri modi, per esempio con una successione cronologica degli avvenimenti. Come pure da essa potrebbero essere tratte opere monografiche su svariati argomenti.

Rocco Biondi

Giuseppe Osvaldo Lucera, Vicende di un'altra storia ovvero Insorgenza, Risorgimento, Unità d'Italia, Brigantaggio, Edizioni Simple, Macerata 2009, Vol. I (pp. 448), Vol. II (pp. 466), Vol. III (pp. 472), Vol. IV (pp. 190)


8 marzo 2010

Mughini e i neoborbonici

Ho già scritto e ripeto che non sono né borbonico né neoborbonico, ma quello che ha detto Giampiero Mughini contro Alessandro Romano e Gennaro De Crescenzo, intervistati per la trasmissione di Rai1 “L'arena” condotta da Giletti di domenica 7 marzo 2010, mi ha profondamente indignato. Li ha accusati di essere dei pazzi da internare in manicomio.
Romano e De Crescenzo avevano garbatamente espresso una loro da me condivisibile opinione sulle malefatte dei Savoia al momento dell'annessione del Sud per fare l'unità d'Italia.
Mughini dimostrando un'assoluta ignoranza dei tragici fatti avvenuti nei primi anni della cosiddetta unità d'Italia (1860-1870), con il suo solito spocchioso comportamento, ha irriso alla verità storica che lentamente comincia a venire alla luce.
Così facendo Mughini si è dimostrato un degno emulo del criminologo Lombroso, che sezionando crani di briganti, massacrati dai piemontesi, tirò fuori l'aberrante teoria che quegli insorgenti meridionali erano dei delinquenti nati.
A quei tempi, ma anche dopo e forse ancora oggi, quelli del nord considerano noi meridionali “vaiolosi”, “beduini”, “cancrena”, “barbari”, “Africa!”. E a questo coro si aggiungono anche dei meridionali rinnegati, trapiantati al nord. E Mughini è uno di questi ultimi.
Quello che è avvenuto durante la trasmissione è profondamente scorretto. Dei “neoborbonici” è stata mandata in onda una intervista precedentemente registrata. A loro non è stato concesso di replicare alle cazzate dette in diretta nello studio. Non ci si poteva forse aspettare che gli ospiti presenti nel salotto di Giletti stigmatizzassero le ingiuriose frasi di Mughini. Ma Giletti doveva farlo e non lo ha fatto.
Mughini, da ignorante patentato, non ha offeso solo Romano e De Crescenzo, ma ha offeso i meridionali.
Sono infine profondamente rammaricato dal fatto che Mughini dica di essere tifoso juventino, come me. Bisognerebbe togliergli questa “patente”. Mughini non rende un buon servizio alla “società juventina”, anzi ne rende uno pessimo e squalificante.

24 febbraio 2010

Marisa Ingrosso ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 febbraio 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Marisa Ingrosso e - in videoconferenza - Vittorio Macioce e Raphael Zanotti affrontano il tema “MEDIA - Il ritorno dei Briganti"

Come 150 anni fa, quando le loro gesta erano raccontate su pubblicazioni come il "Corriere di Napoli" e "Civiltà Cattolica", i Briganti oggi sono tornati protagonisti delle pagine d'attualità. Si moltiplicano le analisi critiche, ma anche gli "scoop storici", ed articoli e servizi televisivi, sempre più spesso, abbandonano la loro nicchia tradizionale, ovvero la Sezione Cultura di giornali e Tg, per migrare negli spazi dedicati alla Cronaca e al dibattito politico. Inoltre, complici le nuove "piazze virtuali" nate sul Web, anche i giovanissimi iniziano a subire il fascino del Brigantaggio risorgimentale.
Ma "chi" erano i Briganti? E "chi" sono oggi i Briganti cui guardano il Nord e il Sud Italia? Come vengono presentati e raccontati dalle grandi Testate italiane? Quali i punti di solida condivisione? Quali le inconciliabili divergenze?
Sabato prossimo, 27 febbraio, nell'ambito de "I Sabati Briganteschi" tre giornalisti di altrettante grandi Testate italiane faranno il "punto" di questo "Ritorno dei Briganti" sui mezzi di comunicazione di massa. All'incontro (alle ore 18, presso la Sala consiliare comunale di Villa Castelli (Brindisi), prenderanno parte Marisa Ingrosso de "La Gazzetta del Mezzogiorno" e - in videoconferenza - Vittorio Macioce (vicedirettore de "Il Giornale") e Raphael Zanotti de "La Stampa".
Marisa Ingrosso, dalle colonne del quotidiano più influente di Puglia e Basilicata, nonché dal sito web del giornale, ha dedicato decine di approfondimenti a questo tema. Ha spulciato i libri di testo usati nelle scuole del Mezzogiorno per scoprire le mezze verità e le clamorose falsità su cui si sono formate le nuove generazioni; ha recuperato preziosi documenti dagli Archivi del Ministero degli Esteri; ha denunciato la presenza di dozzine di scheletri di Briganti senza nome nelle viscere del Museo Lombroso di Torino. In breve, ha condotto "inchieste" storiche, attualissime, sui criminalizzati insorgenti meridionali post-1860.
Ma è stato proprio grazie ad un intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidato l'estate scorsa a "La Stampa", che l'attenzione del Paese è tornata sull'Unità d'Italia e sui personaggi che segnarono quell'epoca. Come spiega Raphael Zanotti, «l'interesse de "La Stampa" per quel periodo storico e per il fenomeno del Brigantaggio, non è mai scemato. Innumerevoli i motivi. Si va dal passato Sabaudo di questa regione, al lager di Fenestrelle, passando per Cesare Lombroso. Eppoi, non c'erano soltanto Briganti del Centro-Sud, pochi sanno infatti che c'è stato anche un Brigantaggio piemontese».
E Vittorio Macioce aggiunge: «Chi erano i briganti? Solo reazionari che combattevano i piemontesi in nome dei borboni? La riscoperta delle “insorgenze” meridionali – che il Giornale, il quotidiano per cui lavoro, ha portato negli anni ’90 all’attenzione dell’opinione pubblica – si limita solo a un revisionismo nostalgico o a una questione meridionale in chiave leghista? No, non è solo questo. Forse c’è qualcosa di più. I briganti italiani ricordano da vicino le battaglie dei “mascalzoni andalusi” che combatterono non per la reazione, ma per la libertà. Una libertà anarchica, anti Stato, individualista, popolare, con forti caratteristiche di rivolta sociale. E’ questo un terreno ancora da definire. E’ qui che si trova una lettura innovativa sul Mezzogiorno e sui suoi mali».

A conclusione della conferenza l'attore Valentino Ligorio reciterà dei brani tratti dalle “Memorie - la mia vita da brigante” di Carmine Crocco.

22 febbraio 2010

Sanremo: i meridionali fischiano i Savoia

L'amico Alessandro Romano, nella sua “Rete Regno Due Sicilie”, ha pubblicato un interessante e chiarificatore resoconto di quanto avvenuto a Sanremo contro l'improvvisato cantante Emanuele Filiberto, intitolato “Commando Neoborbonico a Sanremo”.
Io non sono né borbonico né neoborbonico, ma condivido le finalità che i neoborbonici riportano sul loro sito internet: “Il
Movimento Neoborbonico è un movimento culturale che nasce per ricostruire la storia del Sud e con essa l'orgoglio di essere meridionali.
Per troppo tempo sui libri delle scuole elementari come delle università è stata raccontata una storia falsa e mistificata cancellando i nomi di chi, da Francesco II di Borbone all'ultimo dei briganti, ha creduto negli ideali di un'altra storia, stando dalla difficile parte dei vinti e non da quella assai conveniente dei vincito
ri.
Il Movimento Neoborbonico non è un movimento politico-elettorale perchè è indispensabile prima una ricostruzione della coscienza storica dei Meridionali;
non è federalista perchè tutte le forme di federalismo proposte sono funzionali solo agli interessi del Nord; non è separatista perchè il Sud ha contribuito in massima parte alla formazione di questa nazione e i conti unitari sono ancora aperti; non è monarchico perchè i Borbone sono soprattutto dei simboli della storia e della cultura del Mezzogiorno”.
Ed ecco il resoconto di Alessandro Romano, corredato dalla testimonianza di un “guastatore” attore diretto della contestazione.


Commando Neoborbonico a Sanremo
Quando il compatriota Antonio Randazzo giorni fa ci aveva manifestato la sua intenzione di andare a Sanremo per rovinare la festa al giovane rampollo di Casa Savoia, abbiamo avuto qualche perplessità soprattutto per quanto riguardava la riuscita dell’impresa canora del savoiardo.

Con grande meraviglia di tutti, compresa la nostra, il trio invece è arrivato in finale dove, però, c’era puntuale e testardo ad attenderlo un nutrito gruppo di agguerriti neoborbonici che, dopo aver pagato un caro biglietto di accesso, si era strategicamente disseminato su tutta la parte alta del teatro Ariston, la famosa “galleria”.

Nonostante gli accurati tagli di “mamma Rai”, gli effetti li abbiamo visti e sentiti tutti: fischi, urla e slogan innescati dai "nostri" in un formidabile effetto domino, hanno incorniciato la finale della maggiore manifestazione canora italiana e, nonostante la presentatrice ed il cantante Pupo esprimessero stupore ed incomprensione per quella inaspettata reazione, i nostri amici neoborbonici sono riusciti a dimostrare veramente a tutti che di quella generazione non ne vogliamo sentire parlare più nemmeno nelle barzellette.

Cap. Alessandro Romano

Caro capitano,

missione compiuta!!!

Ieri sera eravamo in 20 più una decina di indipendentisti della Liguria. Ci siamo sistemati in galleria tra la gente e distanti uno dall’altro con l’intesa di non perderci mai di vista.

Ai primi fischi ed alle prime urla che abbiamo fatto è arrivato il servizio d’ordine con la polizia ma mentre facevano la ramanzina e chiedevano i documenti ad alcuni dei nostri, gli altri che come d’accordo si sono mantenuti lontani, si sono scatenati insieme ai liguri. Insomma un tiro incrociato che si è propagato a tutta la sala compreso l’orchestra che ha strappato gli spartiti e li ha tirati sul palco. Una vera rivolta di fischi e di urla. Ci hanno preso la bandiera e 6 dei nostri sono stati accompagnati fuori ma la festa gliel’abbiamo rovinata. Savoia boja e venduti sono stati il nostro grido.

Sono senza voce senza bandiera senza soldi ma soddisfatto, molto soddisfatto.

Antonio Randazzo (Genova)


Quello che è successo all’Ariston di Sanremo

http://www.youtube.com/watch?v=z_-qUA0vnMY


4 febbraio 2010

Boffo e Feltri a pranzo insieme

Se l'informativa sfornata da Feltri sul Giornale contro Dino Boffo è una pura bufala, perché Boffo non ritorna a dirigire l'Avvenire, giornale della Cei? Domanda forse retorica ed ingenua.
Dico subito che mai ho creduto al contenuto di quella informativa, per me dal primo momento era chiarissimo che quella era una pura montatura.
E aggiungo che, per la nessunissima stima che ho per Feltri e per il suo padrone Berlusconi, sono convinto che quella sia stata una carognata di questi ultimi due contro Boffo che si era permesso di criticare gli immorali comportamenti (e non solo sessuali) di Berlusconi.
Ma intanto Feltri, durante lo strano pranzo consumato nei giorni scorsi a Milano con Boffo, ha sostenuto che quella notizia gli fosse stata consegnata da una persona affidabile della Chiesa ed ha rivolto a Boffo queste domande: «Perché Bertone ce l'ha tanto con te? Perché Vian ce l'ha tanto con te?». Era ovvio che volesse far capire a Boffo ed al mondo intero che a passargli quella notizia sia stato Gian Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, spinto dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano. Una resa dei conti insomma di Bertone, filoberlusconiano, contro il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, antiberlusconiano.
Un complotto intraecclesiale degno di papa Borgia e di sua figlia Lucrezia, ha scritto Vito Mancuso su Republica.
Io modestamente continuo ad essere convinto che l'accenno di Feltri agli intrichi vaticani serva solo a sviare l'attenzione. Lui ed il Berlusca hanno capito di averla fatta grossa e la sparano più grossa ancora, per tentare di uscirne fuori.
Giustamente Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi di Comunione e liberazione, ha scritto che è illogico che pezzi grossi della Chiesa «si mettano a brigare in ruoli di bassa cucina quando incarnano poteri d'altro tipo e potrebbero tranquillamente tagliare la testa a Boffo senza passaggi bizantini».
Ma intanto Papa Ratzinger, nell'udienza generale di mercoledì 3 febbraio 2010, si è posta la domanda: «Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa?»; e si risponde: «nella Chiesa molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità lavorano per se stessi e non per la comunità».
Ma tolto il Papa, che pare alludere indirettamente, nessuno nella Chiesa ha aperto bocca per rispondere alle bordate di Feltri.
Ed allora mi nasce il dubbio su quanto viene servito nelle basse cucine vaticane. Non escludendo porzioni di bassa macelleria.
Ma forse bisogna dare ragione a Vito Mancuso quando afferma: «La vera Chiesa è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti».
Ma questa vera Chiesa esiste? E' mai esistita?
Insomma, un gran casino.

26 gennaio 2010

I sabati briganteschi

La vera storia del Brigantaggio meridionale
Sabato 30 gennaio 2010. Ore 18,00. Sala consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)

Negli anni precedenti l’Associazione “Settimana dei Briganti - l’altra storia” ha organizzato tre settimane di studi sul brigantaggio politico-sociale, che si è sviluppato nell’Italia meridionale nel decennio 1860-1870, in seguito all’occupazione da parte dell’esercito piemontese. In quegli anni fu imposta ai meridionali una unità poco sentita e poco voluta.
Studiosi “accademici” ed “irregolari” si sono confrontati, rileggendo gli avvenimenti di quegli anni spogliandosi dalla prosopopea risorgimentale. Sono stati presentai nuovi studi e ricerche su documenti inediti, scoperti negli archivi polverosi e volutamente resi inaccessibili fino ai giorni nostri. La storia è stata studiata anche dalla parte dei vinti meridionali. E’ stata data voce alla stragrande maggioranza dei meridionali che non capivano e non volevano quell’unità d’Italia, ma che furono violentati a subirla. I briganti furono la parte armata dei meridionali che si difesero dall’aggressione piemontese.
Sono intervenuti i professori universitari Ettore Catalano, Vincenzo Padiglione, Domenico Scafoglio, Fulvia Caruso, Francesco Gaudioso, Gennaro Incarnato. Hanno tenuto relazioni gli studiosi Raffaele Nigro, Valentino Romano, Rosario Quaranta, Ulderico Nisticò, Alessandro Romano, Michele Prestera, Giuseppe Clemente, Augusto Conte, Erminio de Biase, Gaetano Marabello, Gianni Custodero, Costantino Conte e tanti altri.
Ora per le giornate di studio sul brigantaggio meridionale è stata adottata una nuova formula. Si terrà una iniziativa l’ultimo sabato di ogni mese: i sabati briganteschi appunto.
Si inizia sabato 30 gennaio con l’intervento di Giuseppe Osvaldo Lucera, studioso del Brigantaggio e del Controrisorgimento. Relazionerà sul tema: “Vicende di un’altra storia ovvero Insrorgenza, Risorgimento, Unità d’Italia, Brigantaggio”. Su questo tema Lucera ha scritto quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Vengono studiati e presentati criticamente i briganti pre-unitari: Vardarelli, don Ciro Annicchiarico, Di Franco, i cattivi maestri risorgimentali: Garibaldi, Cavour, Mazzini, Liborio Romano, la spedizione dei cosiddetti “Mille”, i briganti post-unitari: Michele Caruso, Pasquale Romano, Giuseppe Tardo, José Borges, i fatti di Bovino, Bronte, Lauria, Pontelandolfo, Vieste, Biccari.
Per i mesi successivi sono già programmati gli interventi della giornalista Marisa Ingrosso, del professore universitario Mario Spagnoletti, dello storico del brigantaggio Valentino Romano.
Ad epigrafe del programma de “i sabati briganteschi” sono state poste due famose e significative frasi. La prima è di Franco Molfese: «Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu, nel suo aspetto di massa, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento». La seconda frase è di Antonio Gramsci: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
“I sabati briganteschi” vogliono essere un contributo critico e dalla parte dei meridionali in occasione del prossimo 150° anniversario dell’unità d’Italia.
Rocco Biondi

17 gennaio 2010

Cineforum Grottaglie 2010 - Programma

CINECIRCOLO “MONTICELLO”
Padri Gesuiti - Via K. Marx, 1 - Grottaglie (TA)

CINEFORUM 2010
“Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità” (Muriel Barbery, l’eleganza del riccio)

PROGRAMMA
Domenica 10 Gennaio - Ti amerò sempre - Philippe Claudel
Venerdì 15 Gennaio - La siciliana ribelle - Marco Amenta
Venerdì 22 Gennaio - Libano - Samuel Maoz
Venerdì 29 Gennaio - L’uomo nero - Sergio Rubini
Domenica 7 Febbraio - Lo spazio bianco - Francesca Comencini
Venerdì 12 Febbraio - Diverso da chi? - Umberto Carteni
Domenica 14 Febbraio - Il dubbio - John Patrick Shanley
Domenica 21 Febbraio - Vincere - Marco Bellocchio
Sabato 27 Febbraio - Il giardino dei limoni - Eran Riklis
Domenica 14 Marzo - Galantuomini - Edoardo Winspeare
Domenica 28 Marzo - La felicità porta fortuna - Mike Leigh
Domenica 11 Aprìle - La duchessa - Saul Dibb

Il programma può subire variazioni per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori.

QUOTE SOCIALI: Giovani (16-25-anni) €.20,00 - Adulti €. 25,00
Unica proiezione: ore 18,00 - Teatro "Monticello" dei Padri Gesuiti - Via K. Marx,1 - Grottaglie
Servizio gratuito di baby sitter.

Tessere sociali disponibili presso: Segreteria Associazione S. Francesco de Geronimo - Centro Padri Gesuiti - Via K. Marx,1 - Grottaglie
Lun - mar - gio - ven - ore 10,00 - 12,30 / giov ore 18,00 – 20,00 - Tel. 0995610002
La Casa del libro, via Trieste, 20 - Grottaglie - Tel. 0995638128

11 dicembre 2009

Obama c'entra poco con la pace

Obama non è Bush, ma non è nemmeno meritevole di ricevere il premio Nobel per la pace.
Chi invia altri 30mila soldati in Afghanistan, ad ammazzare e a farsi ammazzare, ha poco a che fare con la pace.
Chi sostiene che possono esserci guerre giuste, contraddice il principio fondante della pace.
Chi afferma che l'uso della forza è necessario e moralmente giustificato, nei fatti non si impegna per la pace.
Chi dice che la guerra è l'espressione della follia umana, ma la fa, si autoproclama folle.
Chi asserisce che gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace, non sa cosa cosa dice.
La Commissione di Oslo che ha deciso di assegnare il premio Nobel per la pace a Barack Obama non ha reso un buon servigio alla pace. Obama in qualche modo ne era consapevole quando ha affermato che «il problema maggiore, riguardo al conferimento di questo premio, è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre».
La Norvegia questa volta, anziché insignire con il premio chi ha veramente lavorato per la pace, ha voluto autogratificarsi premiando il Presidente degli Stati Uniti d'America.
Con la inopportuna ed ingiustificata premiazione di Obama il Premio Nobel ha perso un po' del suo prestigio.

8 dicembre 2009

Berlusconi vattene

La goccia scava la pietra. Ma quello che è avvenuto a Roma, sabato 5 dicembre 2009, è più di una goccia. Sono state dieci, cento, un milione di gocce che sono cadute sulla testa tosta di Berlusconi. L'onda viola autoconvocatosi, tramite internet, per il “No Berlusconi Day” ha certamente contribuito e contribuirà ad accelerare la fine di Berlusconi e del berlusconismo purtroppo ancora pesantemente presente in Italia.
L'emerito stronzo leghista Calderoli, degno emulo del suo boss Berlusconi, ha detto che se un milione di persone stavano in Piazza San Giovanni gli altri 59milioni stanno col governo di Berlusconi. E' ovviamente una colossale cazzata. Nelle ultime elezioni, fra chi gli ha votato contro e chi non l'ha voluto astenendosi, la maggioranza degli italiani è stata contro Berlusconi.
E' stato detto, mutuando un'affermazione del Berlusca, che il il 5 dicembre scorso a Roma si è svolto “il migliore corteo degli ultimi 150 anni”. Certamente è entrata in campo una forza “politica” nuova, che non si lascia soggiogare dalle televisioni ma vive e si forma in internet, il popolo della rete appunto. Uno degli organizzatori del “No-B day” ha detto: «Il successo della manifestazione conferma che Internet è lo strumento fondamentale per superare la barriera delle tv in mano a Berlusconi. Sarà la piattaforma base per superare il berlusconismo e la sua cultura». Noi auspichiamo che questo processo avvenga rapidamente. Tutti quelli che lo sperano devono dare fattivamente il proprio contributo.
Dario Fo ha detto: « E' stata una giornata storica, è solo l'inizio, ve ne ricorderete».
Ecco alcuni slogan gridati o inalberati che rendono bene l'aria che tirava in Piazza San Giovanni: «Berlusconi dimissioni», «Berlusconi ci hai rotto i coglioni», «Pussa via puzzone», «Donne, vi aspettano grandi carriere, se darete la passera al Cavaliere», «La destra va a troie, la sinistra a trans e l'Italia a puttane», «Il vilipendio alle istituzioni è Berlusconi capo del governo», «La criminalità lo ha messo lì...», «Ci sei tu dietro le stragi», «Berlusconi non scappare, devi farti processare», «Iddu pensa solo a iddu», «Con infamia senza lodo», «Mangano e Dell'Utri a voi, Falcone e Borsellino a noi».
Giorgio Bocca in video alla manifestazione ha detto: «Questa è la prima opposizione vera che ci sia!».
Il magistrato Domenico Gallo: «C'è una compagnia di ventura che sta devastando il paese».
La cantante Fiorella Mannoia: «Voglio un paese di cui non vergognarmi».
Moni Ovadia: «Dunque, l'Italia è viva! Non ci sono solo servi e sudditi».
Non ci deve preoccupare il mal di pancia di quelli del Pd di Bersani. Siamo più forti di loro, verranno con noi. Qualcuno già c'era: «Rosy Bindi, hai le palle, sei venuta».
Curzio Maltese dei partecipanti alla manifestazione di Roma ha scritto: «Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l'Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sue storie personali e le scelte pubbliche, l'elogio dei dittatori, il conflitto d'interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Domani non torneranno a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi».
Berlusconi vattene. E se non se ne va lui, lo dobbiamo cacciare noi.

3 dicembre 2009

Moana Pozzi e Violante Placido, film Sky

Il vero e il verosimile sono rimasti lontanissimi tra loro. La mini serie in due puntate realizzata da Sky, andata in onda l'1 ed il 2 dicembre 2009, non ha reso un buon servizio a Moana.
Noi che già conoscevamo ed amavamo Moana non l'abbiamo ritrovata nella volenterosa interpretazione di Violante Placido. Moana era altro.
L'unica cosa, parzialmente positiva, è stata che di Moana se ne sia comunque parlato. Ma non so che impressione ne abbia potuta avere dal film chi non la conosceva o la conosceva poco. Temo che, nella migliore delle ipotesi, abbia lasciato indifferenti. Moana meritava di più.
Ne è venuta fuori una interpretazione complessivamente grottesca e macchiettistica. Gli unici attori ai quali do una se pur piccolissima valutazione positiva sono Violante Placido (Moana) e Giuseppe Soleri (Mario/Maddalena - truccatore e amico-a di Moana). Tutti gli altri sono da dimenticare e più di tutti Fausto Paravidino (Riccardo Schicchi).
Non solo è stata mal rappresentata la vera vita di Moana, ma addirittura si è pure voluto inventare. Sono inesistenti nella vita di Moana il pusher cocainomane che le muore fra le braccia e forse anche la rivalità con Ilona Staller che con lei fondò il partito dell’Amore.
Sulla morte di Moana il film accetta la versione del cancro al fegato. Come pure viene avvalorata la versione del marito di Moana, Antonio Di Ciesco, che l'avrebbe aiutata a morire in ottemperanza del desiderio espresso dalla stessa Moana.
A testimonianza dei suoi rapporti sessuali con tanti uomini importanti, nel film si indugia su quelli con un uomo politico di quegli anni (Craxi, che comunque lei non nomina mai direttamente nel suo libro La mia filosofia, cosa che fa invece per tanti altri).
Moana Pozzi, di estrazione borghese e di educazione cattolica, è riuscito ad unificare in sé l'essere ed il volere. Donna libera in tutto, anche nel sesso, ma raziocinante. Riusciva a dialogare non solo con uomini comuni ma anche con intellettuali di rango. Gli uomini con lei erano a loro agio, lei non era la puttana di strada ma la donna dei sogni, completa in tutto. Le donne l'ammiravano perché lei era quello che loro avrebbero voluto ma non riuscivano ad essere.
Molti di noi, uomini e donne che la stimiamo ed amiamo, continuiamo a credere che non sia morta veramente ma che continui a vivere in un mondo lontano, senza le fatiche della vita quotidiana.
Per chi voglia conoscere meglio Moana riporto dal mio blog il link http://roccobiondi.blogspot.com/2008/08/moana-pozzi-amata-sempre.html, sotto il quale ve ne sono tanti altri della mia Moana.

1 dicembre 2009

Mafia e Berlusconi

Berlusconi ha detto: «Sono il capomafia». E noi questa volta gli crediamo. Lui l'avrebbe detto scherzosamente. Ma se fosse vero? Proprio il capo no, ma un compartecipe potrebbe essere.
Il mafioso pentito Gaspare Spatuzza [killer di don Puglisi] ha dichiarato, a proposito delle stragi del 1992/93, che la controparte di Cosa Nostra sarebbero stati Berlusconi e Dell'Utri ed ancora: «Filippo Graviano [capo insieme ai fratelli della cosca del quartiere palermitano Brancaccio] mi parlava come se Fininvest fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua». Ed ora la mafia chiede a Berlusconi la restituzione di quei soldi.
I pentiti di mafia di norma vengono scaricati dai loro capi. Ma questa volta Spatuzza non è stato né sconfessato né intimidito.
Berlusconi forse, più che dei giudici, dovrebbe preoccuparsi dei mafiosi, che per ora si limitano solo a parlare. Secondo lui i mafiosi che lo accusano sono degli esaltati e degli schizofrenici. Ma i mafiosi non parlano a vanvera.
Ed intanto Berlusconi vorrebbe strozzare gli autori della fortunata serie televisiva “La Piovra” e gli autori di libri su Cosa Nostra, perché screditano l'Italia. Forse secondo lui la mafia è stata inventata dagli scrittori. Già un amico di Berlusconi aveva affermato che la mafia non esiste. Ed il capomafia stalliere Vittorio Mangano, ospite per diverso tempo in casa di Berlusconi, è stato promosso ad eroe.
L'eroe della “Piovra”, nei panni del commissario Cattani, l'attore Michele Placido ha ironicamente detto: «Ha ragione lui, la mafia non esiste. Gli attentati a Falcone e Borsellino, a Milano e a Torino erano solo scene di film girati da Damiani o Francesco Rosi».
Claudio Fava, figlio di Giuseppe assassinato dalla mafia, ha affermato: «Ormai Berlusconi parla come un mafioso. Vuole strozzare chi scrive di mafia. Quando a un paese già umiliato dalle mafie dice che la vergogna non sono i mafiosi ma gli scrittori di mafia, siamo alla parodia del potere».
Michele Serra ricorda al premier che «le nostre mafie controllano il traffico mondiale della droga, esportano stragi in Europa, impongono i loro affari in mezzo mondo. Quello che colpisce è che se ne parli assai meno di quanto richiederebbe una simile catastrofe sociale».
Eugenio Scalfari sostiene che « il piano della mafia, secondo le dichiarazioni dei pentiti, avrebbe come finalità effettiva quella di “riscuotere” dalla Fininvest il capitale e gli interessi, debitamente rivalutati, che sarebbero stati anticipati a quella società come fondi riciclati».
Se la mafia esige, Berlusconi deve temere. Le richieste possono essere soddisfatte in tanti modi. Non sempre la mafia è costretta a ricorrere al sangue.

20 novembre 2009

Berlusconi contro D'Alema in Europa

Sembrava strano che Berlusconi potesse appoggiare seriamente Massimo D'Alema nella sua candidatura a ministro degli esteri europeo. Per due ragioni.
La prima perché il suo smodato narcisismo mal sopporta che altri, oltre lui e suoi fidi, possano ricoprire ruoli di grande prestigio che possano in qualche modo oscurarlo. Anche se questa volta poteva tornargli utile far credere che il suo intervento avesse portato uno dell'opposizione a ricoprire una importante carica in Europa. Se ne sarebbe fatto un vanto ed avrebbe chiesto ed atteso un ricambio di favori.
La seconda ragione è che Berlusconi non conta assolutamente nulla a livello europeo. Il suo essere ed il suo modo di comportarsi lo scredita e scredita l'Italia in Europa e nel mondo. Anzi l'aver fatto credere che lo appoggiasse ha danneggiato D'Alema. Berlusconi in effetti è stato solo a guardare, per sfruttarne comunque l'eventuale risultato positivo.
La partita è stata giocata nelle tre capitali che contano veramente in Europa: Berlino, Londra, Parigi. L'Italia conta poco o nulla. Nell'assegnazione delle due nuove alte cariche è stato usato un collaudato manuale spartitorio, con un compromesso al ribasso. L'Italia spera per il futuro, un posticino le verrà anche riservato.
Le due nuove nomine europee sono state di un profilo molto basso. Sono state ignorate le competenze. Il belga nominato presidente e la britannica ministro degli esteri sono due emeriti sconosciuti sullo scacchiere mondiale. L'Europa non potrà trarne nessun vantaggio a livello mondiale. Continueranno a comandare le cancellerie nazionali.
Ed intanto D'Alema tornerà ad occuparsi di quello che lui chiama il «cortile italiano». Speriamo che il sostanziale mancato appoggio di Berlusconi nella vicenda europea lo faccia diventare più determinato a creare scosse che aiutino finalmente a liberarci di Berlusconi.

20 ottobre 2009

I banditi, di Eric J. Hobsbawm

E' la quarta edizione del libro, riveduta e ampliata dallo stesso Hobsbawm, pubblicata nel 1999. Le tre precedenti erano uscite rispettivamente nel 1969, nel 1971 e nel 1981.
I motivi di questa nuova edizione sono sintetizzati dallo stesso autore nella prefazione. Il primo è che dopo il 1981 sono usciti diversi contributi importanti sulla storia del banditismo, che hanno ampliato la visione del banditismo nella società e dei quali si è voluto tener conto. Il secondo motivo è che fatti a noi contemporanei, come per esempio quelli avvenuti in Cecenia, causati dalla disgregazione del potere statale e del sistema amministrativo in molti stati, ci fanno valutare in modo diverso l'esplosione del banditismo nell'area mediterranea dal Cinquecento in poi. Il terzo motivo è che si è voluto anche tener conto di alcune critiche alle precedenti edizioni.
Hobsbawm si occupa soltanto di alcuni tipi di banditi, di quelli che l'opinione pubblica non considera delinquenti comuni. I banditi sociali sono ritenuti criminali dal signore e dall'autorità, invece dalla gente della società contadina sono considerati eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, persino capi di movimenti di liberazione e comunque uomini degni di ammirazione, aiuto e appoggio.
Il banditismo sfida l'ordine socio-economico-politico che opprime i deboli, sfida chi detiene il potere ed il controllo delle risorse. Fame e brigantaggio vanno di pari passo. Meglio infrangere la legge che morire di fame.
Sotto l'aspetto sociale conta poco la vita reale dei banditi, contano di più gli effetti delle attività dei banditi nell'ambito della storia del tempo; sotto l'aspetto politico invece vita e fatti reali hanno grande importanza.
Il banditismo, che generalmente è un fenomeno individuale o di piccoli gruppi, diventa fenomeno di massa quando il potere è instabile, inesistente o indebolito.
Il fenomeno del banditismo sociale si riscontra nelle società fondate sull'agricoltura ed è alimentato da contadini e braccianti governati ed oppressi dai signori delle città. Gli uomini in età da lavoro preferiscono prendersi con la forza ciò che gli serve, piuttosto che morire di fame.
Ma talvolta il banditismo è la resistenza di intere comunità o popolazioni alla distruzione del proprio modo di vivere. E' quello che avvenne nell'Italia meridionale con la grande rivolta contadina e con la guerriglia dei briganti contro i piemontesi, percepiti come invasori, negli anni 1861-65. I briganti di allora erano uomini di azione e non ideologhi, uomini duri e sicuri di sé, che riuscivano ad esprimere capi forniti di forte personalità e di grande talento militare. Carmine Crocco e Ninco Nanco avevano doti di comando che suscitarono l'ammirazione degli ufficiali piemontesi, che combatterono contro di loro. Ma – scrive Hobsbawm – per quanto quegli “anni del brigantaggio” costituiscano un raro esempio di un'importante sollevazione contadina capitanata da banditi sociali, i capi briganti non incitarono mai i propri uomini a occupare le terre e parvero incapaci di concepire una “riforma agraria”. I briganti erano dei riformatori, non dei rivoluzionari.
Ma talvolta i briganti diventano rivoluzionari. Ed avviene quando – scrive Hobsbawm – «il brigantaggio diventa il simbolo, anzi la punta avanzata di resistenza dell'intero ordine tradizionale contro le forze che cercano di scalzarlo e di distruggerlo. Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della “reazione”, secondo la definizione di chi ne è al di fuori, contro il “progresso”». I briganti del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, che non insorgevano a difesa del “reale” regno dei Borboni, ma per l'ideale della società del buon tempo antico, simbolizzata naturalmente dall'ideale del Trono e dell'Altare.
A volte i briganti, come nel meridione d'Italia nel 1861, confluiscono negli eserciti contadini e cessano di essere banditi, diventando militanti della rivoluzione.
Hobsbawm esamina e presenta vari tipi di banditi: il ladro gentiluomo, i giustizieri, gli aiduchi, i requisitori anarchici (quasi-banditi).
Il ladro gentiluomo Robin Hood è il bandito più famoso e universalmente popolare. Robin Hood rappresenta ciò che tutti i banditi contadini dovrebbero essere, benché di fatto siano in pochi ad avere l'idealismo, la generosità, la coscienza sociale che il loro ruolo richiederebbe.
Per Hobsbawm le caratteristiche del bandito gentiluomo sono nove. Primo: non comincia la sua carriera di fuorilegge con un delitto, ma come vittima di un'ingiustizia o perseguitato per un'azione che l'autorità, ma non la sua gente, giudica criminosa. Secondo: raddrizza i torti. Terzo: prende dal ricco per dare al povero. Quarto: non uccide, se non per autodifesa o per giusta vendetta. Quinto: se sopravvive ritorna tra i suoi come un cittadino onorato, un membro della comunità; in effetti non si stacca mai dalla comunità. Sesto: è ammirato, aiutato e appoggiato dai suoi. Settimo: egli muore invariabilmente ed esclusivamente per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare con le autorità contro di lui. Ottavo: il bandito è – almeno in teoria – invisibile e invulnerabile. Nono: non è nemico del re o dell'imperatore, fonti di giustizia, ma soltanto dei signorotti locali, dei preti o di altri oppressori.
Alcuni nomi di banditi gentiluomini: Angelo Duca o Angiolillo (1760-84), Pancho Villa, Labareda, Salvatore Giuliano, José Maria «El Tempranillo», Jesse James (1847-82), Billy the Kid, Diego Corrientes, Ch'ao Kai, Kota Christov, Oleksa Dovbuš, Sergente Romano, Pernales, Vardarelli.
Fra i banditi giustizieri il più famoso fu il brasiliano Virgulino Ferreira da Silva (1898-1938), noto come «Il Capitano» o «Lampião»; fra questo tipo di banditi viene anche annoverato il calabrese Nino Martino.
Fra gli aiduchi si trovano: Doncho Vatach, Korčo, Ken Angrok.
Un buon capo brigante intrattiene relazioni con il mercato e con il più vasto universo economico tanto quanto un piccolo proprietario terriero o un ricco agricoltore. Ma essendo un ribelle ed un povero, per entrare in quel mondo, usa i mezzi alla sua portata: la forza, l'audacia, l'astuzia e la risolutezza.
I briganti fanno propri i valori e le aspirazioni del mondo contadino. Numerosi contadini, allora, diventano banditi. Nel 1860-61 le unità di guerriglieri contadini si formarono intorno, e a imitazione, delle bande dei briganti: i capi locali furono il polo d'attrazione di un flusso massiccio di soldati borbonici sbandati, di disertori, di renitenti alla leva, di prigionieri evasi, di gente che temeva di essere perseguitata per atti di protesta sociale al tempo della liberazione garibaldina, di contadini e montanari in cerca di libertà, di vendetta, di bottino, o di un po' tutte queste cose assieme. A una minoranza di uomini non disposta a sottomettersi si aggregava ora la maggioranza.
Quei briganti, se fossero stati ben guidati e organizzati, potevano fornire un contributo militare serio. Lasciati a se stessi – scrive Hobsbawm – il loro potenziale militare in quanto tale era limitato, e anche di più lo era il loro potenziale politico, come ha dimostrato il brigantaggio nell'Italia meridionale. I vari emissari e agenti segreti dei Borboni che cercarono di introdurre una disciplina e un certo coordinamento nel movimento brigantesco tra il 1860 e il 1870 non ebbero successo.
Il più famoso fra i banditi anarchici requisitori è stato lo spagnolo Francisco Sabaté Llopart «El Quico» (1913-1960). Con il termine requisizione si indicano le rapine (generalmente in banche) che servono a fornire i fondi ai rivoluzionari. L'idea anarchica è il folle sogno di un mondo in cui gli uomini agiscono guidati dalla moralità pura, così come detta la coscienza; dove non c'è povertà, non c'è governo, non ci sono prigioni né poliziotti, né imposizioni né disciplina, tranne quella proveniente dall'illuminazione interiore; dove non esistono legami sociali che non siano la fraternità e l'amore; non ci sono menzogne; non c'è la proprietà né la burocrazia. Sabaté non beveva né fumava e mangiava con la frugalità di un pastore, anche quando aveva appena compiuto un colpo a una banca. In quegli anni (tra il 1944 e l'inizio degli anni Cinquanta), a Barcellona, avere una coscienza politica significava farsi anarchico. La dedizione di Sabaté alla causa repubblicana e l'odio contro Franco non vennero mai meno. Sabaté puntigliosamente non sparava mai prima che l'avversario avesse fatto una mossa provocatoria. Fu ucciso dopo aver tentato di dirottare un treno verso Barcellona. Ma c'é chi dice che a morire non fosse stato lui.
Hobsbawm nell'ultimo capitolo del libro afferma: «Il bandito non è soltanto un uomo, è un simbolo». Anzi, il più delle volte è solo mito e favola. Non fa parte della storia. E' frutto del bisogno ancestrale, presente negli uomini, di giustizia, libertà, eroismo.
Noi invece crediamo che i banditi briganti, certamente quelli del periodo postunitario italiano (1860-1870), fanno parte a pieno titolo della storia meridionale, che deve essere riscritta e rivalutata.
Rocco Biondi

3 ottobre 2009

Berlusconi contro la libertà di stampa

Berlusconi è in guerra permanente contro la democrazia in Italia.
Di questa verità la maggioranza degli italiani non ne è consapevole. Stampa e televisioni, che formano l’opinione pubblica, sono quasi tutte nelle mani di Berlusconi. Vengono manipolate per nascondere la verità e per formare una consapevolezza malata.
Direttori di giornali e giornalisti vendono la propria coscienza e la propria professionalità al loro datore di lavoro.
Ma anche ministri e deputati fanno a gara per compiacere il loro designatore.
Leggendo i giornali e vedendo la televisione, gli italiani non conoscono la verità. Sanno solo quello che Berlusconi vuole che sappiano e nel modo che lui vuole che sappiano.
Giornali e giornalisti che svelano o tentano di svelare la verità vengono minacciati. S’invoca e si mette in atto contro di loro una censura economica e giudiziaria. S’inventano e si minacciano contro di loro falsi dossier per spaventarli.
Per conoscere la verità sull’Italia governata da Berlusconi, bisogna leggere i giornali e vedere le televisioni stranieri. Leggendoli e vedendole ci si rende conto che in Italia la democrazia è in grave pericolo.
E allora è giustificatissima la manifestazione che oggi si tiene a Roma per difendere la libertà di stampa in Italia.
Alla manifestazione, indetta dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, partecipano liberi cittadini, associazioni, sindacati, politici, giornalisti.
Manifestazioni parallele si tengono, oltre che in altre dodici città italiane, anche a Londra, Parigi, Berlino, Barcellona. Se la libertà di stampa viene ridotta in Italia, tutto il mondo libero ne risente.
Bisogna che l’opinione pubblica italiana e internazionale, che ritiene Berlusconi inadatto a governare l’Italia, aumenti sempre di più.

20 settembre 2009

Il grande sogno, film di Michele Placido

Il grande sogno del '68 è rimasto un puro sogno. I sognatori di allora si sono quasi tutti integrati e sono stati fagocitati dal capitalismo borghese.
Chi ha vissuto direttamente quegli anni potrebbe non riconoscersi o non volersi riconoscere nelle storie come raccontate nel film.
Chi è nato dopo quegli anni potrebbe dedurne un'idea sbagliata della realtà.
Io, che in quegli anni frequentavo l'Università a Roma e che nel '69 partecipai attivamente all'occupazione dell'università internazionale Pro Deo di Padre Morlion, ne ho un ricordo un po' diverso.
Rocco Biondi

Trama
Il grande sogno è un film ambientato in Italia nel 1968, quando i giovani sognavano di cambiare il mondo, quando le regole venivano infrante, l’amore era libero e tutto sembrava possibile. Nicola è un bel giovane pugliese che fa il poliziotto ma sogna di fare l'attore, e si trova a dover fare l'infiltrato nel mondo studentesco in forte fermento. All'università incontra Laura una ragazza della buona borghesia cattolica, brillante e appassionata studentessa che sogna un mondo senza ingiustizie, e Libero, uno studente operaio, leader del movimento studentesco che sogna la rivoluzione. Tra i tre nascono sentimenti e forti passioni e Laura - sedotta da entrambi - dovrà scegliere chi dei due amare. Anche i fratelli minori di Laura, Giulio e Andrea, sentendosi coinvolti dal clima di contestazione, portano lo scompiglio in famiglia.
Il personaggio di Nicola è ispirato alla gioventù di Michele Placido che si trasferì a Roma dalla Puglia per diventare attore e che per guadagnarsi da vivere entrò nel corpo della Polizia prima di frequentare l'Accademia di arte drammatica.

Interpreti e personaggi
Luca Argentero: Libero
Riccardo Scamarcio: Nicola
Jasmine Trinca: Laura
Michele Placido: Andrea
Laura Morante: Maddalena
Massimo Popolizio: Domenico
Dajana Roncione: Isabella
Alessandra Acciai: Francesca
Marco Iermanò: Andrea
Brenno Placido: Giulio

Crediti e note
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Angelo Pasquini, Michele Placido
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Consuelo Catucci
Musiche: Nicola Piovani
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Claudio Cordaro
Paese: Italia
Anno: 2009
Produttore: Pietro Valsecchi
Casa di produzione: Taodue Film S.r.l.
Distribuzione: Medusa
Durata: 101 min
Data uscita in Italia: 11 settembre 2009
Genere: drammatico, storico

Mostra del cinema di Venezia 2009
PREMIO MASTROIANNI ATTORE/ATTRICE EMERGENTE
Jasmine Trinca

Trailer

13 settembre 2009

Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, di Alfonso Scirocco

Alfonso Scirocco è un intellettuale che, dalla sua cattedra di Storia del Risorgimento nell'Università di Napoli, ha contribuito a rinverdire il falso mito del Risorgimento e di Garibaldi.
Il suo interesse per il Brigantaggio è strumentale e funzionale alla dimostrazione che i Piemontesi non avevano altro strumento per estirparlo che la repressione.
Per lui «i briganti sono autentici professionisti del crimine, che sono riusciti a sfuggire a lungo alla cattura o all'uccisione per la debolezza dell'apparato repressivo».
Anche se spesso pare cadere in contraddizione. Nella premessa al suo libro Scirocco afferma di prendere le mosse per la sua analisi sul brigantaggio dagli studi di Hobsbawm e Molfese, ma per dire subito che il brigantaggio non fu una reazione borbonico-clericale e nemmeno un fenomeno politico-militare. Ma in tutte le pagine che seguono vuol dimostrare che il brigantaggio non ebbe nemmeno carattere sociale. Si vuole comunque salvare la coscienza scrivendo, a chiusa del suo libro, «nei fatti ai sequestri, ai ricatti, ai vandalismi dei briganti, lo Stato sistematicamente risponde con una violenza diversamente motivata, ma non meno cieca, e quindi sterile».
Come altri libri di autori che scrivono per minimizzare e screditare i briganti, anche questo di Scirocco può essere utile a chi ritiene che i briganti non furono comuni delinquenti ma espressione di un movimento di liberazione (anche se non sempre consapevole) dalla oppressione e dalla miseria. In quei libri si possono trovare notizie e fonti che, lette con un'ottica diversa, fanno capire l'estensione del fenomeno brigantaggio, che in alcuni periodi diventa quasi di massa, e che fa dedurre che un intero popolo non può essere diventato criminale.
Il libro, che vorrebbe dimostrare un'ininterrotta continuità della persistenza del brigantaggio nella Calabria in tutti i primi settanta anni dell'Ottocento in forme e modi quasi sempre uguali, si divide in quattro capitoli.
I periodi storici che vengono affrontati partono dal 1799 quando il cardinale Ruffo sconfisse la Repubblica partenopea riconsegnando Napoli a Ferdinando IV di Borbone, proseguono con il decennio francese (1806-1815) di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, la restaurazione borbonica fino al 1860, la fine del Regno delle Due Sicilie, il Regno dei Savoia ed il decennio postunitario (1860-1870).
Nel primo capitolo si accenna ai briganti Angelo Paonessa (Panzanera), Arcangelo Scozzafava (Galano), Natale Di Pascale (Cavalcante), Lorenzo Benincasa, Francesco Muscato (Bizzarro), Paolo Mancuso (Parafante). Per reprimerli fu mandato da Murat in Calabria il feroce generale Manhès.
Altri briganti: Vito Caligiuri, Carlo Cironte, Nicola Mazza (Carne di Cane), Vincenzo e Carmine Villella, Pietro Genovese, Antonio Renzo, Saverio Colacino (Zibecco), Gennaro Valle.
Il più famoso di tutti fu Vito Caligiuri di Soveria Mannelli, sul capo del quale fu posta una taglia di ben 1300 ducati per l'uccisione e 2100 per la cattura. Contro di lui fu schierata una imponente forza: 100 militi a paga, 50 uomini di truppa di linea, squadriglie a carico dei proprietari, colonne mobili. Ma fu tutto inutile, Caligiuri era imprendibile. Fu ucciso dal brigante traditore Giovanni Bitonto (Incrocca), allettato dalla promessa di impunità e dalla taglia che aveva raggiunto l'ingente somma di ducati 1900.
Tantissimi altri nomi di briganti sono elencati dallo Scirocco. Ma fra tutti spicca quello di Giosafatte Talarico, al quale è dedicato l'intero secondo capitolo.
Prima seminarista, intraprese poi gli studi di farmacista senza però poterli terminare. Fu costretto infatti a darsi alla macchia, intorno al 1820, dopo aver ucciso un ricco giovinastro che aveva violentato una sua sorella. Un delitto d'onore quindi. Da allora Giosafatte Talarico regnò sui monti della Sila per più di vent'anni, riverito e temuto perché forte, audace, coraggioso. Non era feroce, ma aveva indiscutibili doti di capo ed incuteva ai suoi compagni grande terrore. Frequentava, protetto da amici potenti ed influenti, «or travestito da prete, or da ricco signore, i caffé, i teatri, e passeggiava per le strade più frequentate». Aveva provveduto di dote fanciulle povere e compiuto molte altre azioni generose. Ma anche faceva fuori chi lo tradiva.
Dopo tanti tentativi andati a vuoto di catturarlo, per liberarsene non restava che trattare la resa. Gli fu proposto una pensione di sei ducati ed una casetta nell'isola d'Ischia. Talarico accettò, ma a condizione che il beneficio fosse esteso ai suoi compagni.
Terminava così la carriera del brigante che aveva “fatto tremare le tre Calabrie”, ma il cui nome sarebbe stato ricordato “con lode più che con biasimo come quello di un protettore del povero contro il ricco, del debole contro il forte”.
Talarico prese moglie ed ebbe una figlia. Morì ultraottantenne.
Alfonso Scirocco riprende questi cenni biografici del brigante Giosafatte Talarico dallo scrittore calabrese Nicola Misasi. Ma poi tenta di smontare quanto di positivo Misasi aveva accreditato a Talarico, per farlo diventare un delinquente comune. Ma contraddicendosi ancora una volta, Scirocco così chiude il capitolo su Talarico: «Forte, astuto, coraggioso, crudele ma solo se necessario, inafferrabile e quasi invulnerabile, Talarico possedeva tutte le doti per divenire nella tradizione orale il protettore dei perseguitati, l'eroe del mondo contadino, il simbolo di aspirazioni represse, proiettate dalla fantasia popolare sul piano sfumato della leggenda».
Il terzo capitolo parla della persistenza del brigantaggio in Calabria fino all'Unità del 1860. Si accenna ai briganti Natale Faraca, Pietro Maria Buonofiglio, Pasquale D'Ardes, Giuseppe Scarcelli (Vozzo), Saverio Lopez (Pedecase), Nicola Rende, Raffaele Arnone, Pietro Branca, Fortunato Federico, Gennaro Emanuele. E questi erano i capi banda, vi sono poi i nomi o i numeri dei componeti le singole banda, che comunque non superavano in media la decina di adepti.
L'ultimo capitolo tratta del brigantaggio postunitario. In Calabria i briganti più famosi furono Domenico Straface (Palma) e Carmine Franzese.
Nel Cosentino, tra il settembre del 1860 e l'agosto del 1863, erano stati fucilati o uccisi 198 briganti o manutengoli. La legge Pica del 15 agosto 1863 venne a dare nuovo impulso alla repressione. La Calabria ripiombava nell'arbitrio e nella illegalità. Vennero arrestati e condannati i parenti, donne e bambini, dei briganti.
In coda al brigantaggio postunitario Scirocco accenna al brigante Giuseppe Musolino, che appassionò l'opione pubblica italiana alla fine del secolo.
In appendice al libro sono riprodotti significativi documenti dell'epoca ed interessanti liste di fuorbanditi, con tantissimi nomi con motivo e data dell'arresto o dell'uccisione.
Rocco Biondi

Alfonso Scirocco, Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, Capone Editore, Lecce 1991, pagg. 172

5 settembre 2009

Vittorio Feltri fai schifo


Su Feltri rompo il silenzio che mi ero imposto cinque anni fa in questo blog.
Mutuando un termine molto congeniale al suo vocabolario, per quello che ha scritto e fatto contro Dino Boffo, direttore del quotidiano Avvenire, nasce spontaneo apostrofarlo con un bel “Vittorio Feltri fai schifo”.
Si è inventato o comunque ha usato un falso documento per colpire il direttore di un giornale, che si era permesso di criticare il suo (di Feltri) padrone Silvio Berlusconi.
Nella falsa informativa si leggerebbe: «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione».
Tutto completamente falso dalla a alla zeta, in perfetto stile berlusconiano. Ma bisognava infangare. Se Berlusconi è porco, anche i suoi detrattori lo sono altrettanto. Tutti porci, nessun porco.
Ma Berlusconi e Feltri avevano fatto il conto senza l'oste. La reazione della Chiesa, alla quale appartiene il giornale che Boffo dirigeva, è stata spietata.
Cardinali, vescovi e cattolici hanno parlato di killeraggio, bassa macelleria, delitto, dove killer, macellaio e sicario è sempre Vittorio Feltri. Sottintendendo che killer macellaio sicario è anche il mandante Berlusconi.
Berlusconi dice di non sapere niente di quello che scrive Feltri. Mente come sempre. Ha assunto Feltri come direttore del suo giornale di famiglia proprio per fare questo sporco lavoro.
Ed intanto Boffo ha gettato la spugna, dimettendosi.
Tutto finito allora? Ha vinto Berlusconi? Penso proprio di no.
I tempi della Chiesa sono più lunghi di quelli della politica di Berlusconi. Un alto esponete del Vaticano ha detto: «La prepotenza, la mancanza di rispetto umano di fronte a chi si è permesso di criticare, sono manifestazioni alle quali il mondo cattolico è sensibile... C'è da dubitare che chi ha voluto tutto questo possa cantar vittoria».
Berlusconi è avvertito. Non può dormire sonni tranquilli. Ha i giorni contati. A meno che nella Chiesa non prevalgano altri calcoli politici.

29 agosto 2009

Berlusconi ha paura. Le dieci domande di Repubblica

Quando un potente ha paura, sia esso santo o delinquente, è sulla via del declino. E Berlusconi ha paura. L'aver fatto causa al giornale la Repubblica per la pubblicazione delle dieci domande sui rapporti con Noemi Letizia, sulle ricompense politiche per prestazioni sessuali, sui rapporti con prostitute, sui “voli di Stato” concessi ad amichette per portarle alle sue festicciole, sulle continue menzogne, sulle minacce ai giornali, sul suo stato di salute, è certamente frutto della paura che ormai assale Berlusconi.
In nessun paese democratico il capo del governo denuncia un giornale per avergli fatte delle domande. Ma Berlusconi ha una concezione tutta personalistica della democrazia. Lo Stato è lui e chi denuncia politicamente lui denuncia lo Stato.
Sono solidale con Ezio Mauro e con il giornale da lui diretto la Repubblica. Concordo con quello che scrive Mauro su Berlusconi: «La questione è semplice: poiché è incapace di dire la verità sul "ciarpame politico" che ha creato con le sue stesse mani e che da mesi lo circonda, il Capo del governo chiede alla magistratura di bloccare l'accertamento della verità, impedendo la libera attività giornalistica d'inchiesta, che ha prodotto quelle domande senza risposta. Altro che calunnie: ormai, dovrebbe essere l'Italia a sentirsi vilipesa dai comportamenti di quest'uomo».
Ammiro il coraggio di Ezio Mauro, che scrive senza paura quel che pensa su Berlusconi. Ma fino a quando durerà.
Con la sua denuncia contro la Repubblica Berlusconi vorrebbe anche dissuadere, i pochi giornali italiani che lo fanno, dal pubblicare quello che i giornali stranieri scrivono sul suo (di Berlusconi) comportamento politicamente folle.
Il direttore di Le Point scrive: «Il fatto che Berlusconi abbia attaccato legalmente Repubblica è un'ammissione di debolezza. Ma per il giornale è paradossalmente anche un attestato di libertà e di indipendenza».
Reporters Sans Frontières è pronta a denunciare in ogni sede internazionale questo grave attacco alla libertà di stampa in Italia.
Ed intanto arriva una buona notizia. Il Vaticano ha annullata la cena che era in programma all'Aquila, a conclusione delle celebrazioni per la Perdonanza, tra Berlusconi e il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone. Forse anche il Vaticano comincia a capire che Berlusconi puzza (moralmente e politicamente).
Se la Chiesa lo scarica, Berlusconi ha i giorni contati.

Ecco le prime e le seconde dieci domande rivolte da Repubblica, alle quali Berlusconi non vuole rispondere.

Le dieci domande

1. Signor presidente, come e quando ha conosciuto il padre di Noemi Letizia?
2. Nel corso di questa amicizia, quante volte vi siete incontrati e dove?
3. Come descriverebbe le ragioni della sua amicizia con Benedetto Letizia?
4. Perché ha discusso delle candidature con Letizia che non è neanche iscritto al Pdl?
5. Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia?
6. Quante volte ha avuto modo di incontrare Noemi Letizia e dove?
7. Lei si occupa di Noemi e del suo futuro e sostiene economicamente la sua famiglia?
8. E' vero che lei ha promesso a Noemi di favorire la sua carriera nello spettacolo e in politica?
9. Veronica Lario ha detto che lei “frequenta minorenni”. Ce ne sono altre che incontra o “alleva”?
10. Sua moglie dice che lei “non sta bene” e che andrebbe aiutato. Quali sono le sue condizioni di salute?

Le nuove dieci domande
1. Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo di incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?
2. Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi?
3. Non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano”papi”?
4. Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le “squillo” secondo le indagini, condotte nelle sue residenze. Sapeva fossero prostitute?
5. E' capitato che “voli di stato”, senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?
6. Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può assicurare il Paese che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto?
7. Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?
8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio?
9. Lei ha parlato di un “progetto eversivo” che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?
10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?

Firma anche tu l'appello per la libertà di stampa. Io l'ho già fatto.
http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391107


21 agosto 2009

La leggenda del vecchio porco

Ogni riferimento a persone e fatti reali è totalmente casuale. Persone e fatti di cui si narra sono frutto della pura fantasia. Anche se spesso la realtà supera la fantasia.
Nella Repubblica presidenziale delle Banane, da più decenni, presidente eletto a vita è il vecchio papi Berlosco. Il consenso vitalizio gli fu accordato nelle ultime democratiche elezioni, frutto della legge elettorale, fortemente voluta dal premier, votata a larga maggioranza dalle Camere riunite e sottoposta a referendum popolare, nonostante l'opposizione non l'avesse chiesto.
Nel frattempo era stato eliminato l'inutile quorum referendario del cinquanta più uno; il referendum sarebbe stato valido anche se fosse andato a votare un solo elettore. Al referendum sulla legge elettorale, secondo il conteggio ufficiale, era andato a votare il diciassette per cento degli aventi diritto, approvando la legge con il sessantanove per cento. Ma il presidente Berlosco contestò lo scrutinio referendario e ne chiese il riconteggio; secondo i suoi sondaggi infatti a votare era andato il novanta per cento degli aventi diritto. Gli scrutatori stanno ancora contando le schede in seduta permanente; la seduta sarà sciolta quando finalmente risulterà che a votare è andato il novanta per cento degli aventi diritto.
Il presidente Berlosco ha ormai risolto quasi tutti i problemi nel suo interesse e nell'interesse del suo popolo. Rimane però da risolvere la questione romana. Lui ritiene che sia tutto frutto di un equivoco. Da anni sta chiedendo un incontro con papa Raz per chiarire e risolverla definitivamente. Ma il papa non gli accorda l'udienza.
Ma qual'è la differenza tra la posizione dello stato e la posizione della chiesa? Papi Berlosco ritiene che gli eletti dal popolo non sono soggetti alla legge morale, mentre papa Raz sostiene esattamente il contrario e cioè che la legge morale debba essere rispettata anche dagli eletti dal popolo. Avvocati e giuristi dell'una e dell'altra parte continuano a discutere per tentare di trovare una possibile soluzione.
Nel frattempo ognuno continua a farsi gli affari suoi. Libero stato in libera chiesa. Il governo della Repubblica delle Banane assicura agli enti ed alle scuole cattoliche più che sufficienti contributi, essendo state tra l'altro quest'ultime equiparate alle scuole statali. La chiesa apprezza e non prende posizioni ufficiali sulla questione romana.
Papi Berlosco continua a fare tranquillamente il porco, essendo stato eletto dal popolo. Ville e case del premier, pubbliche e private, sono diventate casini. Sono frequentate da ragazze, minorenni e maggiorenni, che allietano il capo degli eletti dal popolo e soddisfano tutte le sue voglie, corroborate e tenute sempre attive dagli ultimi ritrovati della scienza. Il Berlosco potrebbe avere queste prestazioni gratuitamente, ma essendo democratico ed avendo soldi senza limiti è anche molto riconoscente. Aiutato dai suoi consiglieri ha stabilito differenziati cachet per ogni tipo di prestazione.
Un rapporto orale viene pagato tremila euro. Un rapporto vaginale cinquemila. Un rapporto anale diecimila.
Ma la riconoscenza di papi Berlosco non ha limiti. E si è inventato un ricco catalogo di premi. Alcune ragazze, fra quelle che hanno superato la prima terna orale-vaginale-anale, in base alla qualità delle prestazioni e ad insindacabile giudizio del premier, vengono ammesse ai turni successivi, che prevedono oltre al cachet pecuniario premi aggiuntivi. Il compimento delle seconda terna prevede la nomina ad assessore comunale. La terza terna prevede la nomina ad assessore provinciale o regionale, secondo la bisogna. Dopo la quarta terna si diventa deputati. La quinta terna dà diritto ad essere elette deputate europee. Ma il clou lo si raggiunge dopo la sesta terna, si viene nominate ministri della Repubblica delle Banane.
Il passaggio da una terna all'altra però non è automatico. Il capo dei capi giudica e valuta a suo piacimento, non escludendo talvolta prove suppletive.
Tutto filava liscio e nessuno diceva niente, fino a quando la moglie del premier, signora Lara, non si ruppe i coglioni. Rilasciò un'intervista al più importante giornale della Repubblica delle Banane, rivelando che suo marito si faceva le minorenni, sostenendo che il marito fosse malato di sesso e che usava il potere a questo fine, invitando tutti i leccaculi che gli erano attorno a curarlo. E per intanto chiedeva pubblicamente il divorzio.
Apriti cielo. Il premier Berlosco subito dichiarò che era tutto falso, che era una congiura dei comunisti, che avevano plagiato sua moglie Lara.
Ma intanto venivano pubblicate, quasi tutte su giornali stranieri, intercettazioni telefoniche che confermavano tutto quanto aveva detto la moglie.
Tutti quelli della maggioranza, a priori, si schierano con il loro capo Berlosco, quelli dell'opposizione discettavano che il capo del governo non poteva essere attaccato per fatti privati, la chiesa misericordiosa taceva, solo qualche prete operaio sosteneva che tutti siamo uguali dinanzi a dio.
Sempre più televisioni e giornali stranieri smerdavano quotidianamente il presidente della Repubblica delle Banane. Persino il super presidente abbronzato prese le distanze.
Alcuni partigiani oppositori cominciarono segretamente a sostenere che il premier Berlosco dovesse dimettersi. Ma il premier in una trasmissione a reti unificate dichiarò che a dimettersi non ci pensava nemmeno. Lui era l'eletto dal popolo.
Alcuni giuristi rossi esaminarono accuratamente le tante leggi delle Repubblica, per vedere se fosse possibile una sorte di inpichment per defenestrare il Berlosco. Ma le leggi erano state tutte opportunamente bonificate. Non c'era niente da fare. Solo Lui poteva togliere il disturbo personalmente.
I partigiani, in loro incontri segreti, ricordavano quello che era avvenuto in un paese straniero ad un capo amato dal popolo. Fu fucilato ed appeso a testa in giù. Ma ora i tempi sono cambiati. La Repubblica delle Banane fa parte del G8. E' un paese altamente civilizzato. La liberazione dal Berlosco non è affatto facile.
Ma i partigiani continuano a tramare. Sognano che la libertà è vicina.

15 agosto 2009

Santa Maria delle Battaglie, di Raffaele Nigro

Sintetizzare il libro di Raffaele Nigro è difficile, quasi impossibile. Bisogna leggerlo.
Nigro ricorre all’artificio manzoniano di voler far credere di riprendere la storia da un poema in ottave di un cantastorie vissuto nel 16° secolo: Colantonio Occhiostracciato, che fu il cantore delle gesta di Braccio Cacciante e della sua famiglia. Anzi fa raccontare questa storia da una Madonna di legno di rovere, Maria delle Battaglie, scolpita nel 1527. Una Madonna che non sa fare miracoli.
Tutto il racconto è un tentativo di far risvegliare dal coma profondo Federica, una ragazza di diciott’anni, che è stata vittima di un terribile incidente d’auto.
Maria delle Battaglie racconta a Federica la tragica e fascinosa storia di suoi lontani antenati. Fanno da cornice al racconto il padre e la madre di Federica: Bruno Cacciante, che legge e scrive tutto il giorno, è un filosofo che insegna alla Sapienza ed ha sposato Magdalena, giornalista televisiva che crede ancora nella possibilità di cambiare gli uomini e il mondo.
Il romanzo è un inno alla parola che talvolta riesce a fare miracoli.
Si narra la saga della famiglia Cacciante.
Siamo agli inizi del 1500 nel Regno di Napoli, nella regione dauna (Capitanata, Foggia), ai tempi delle guerre tra francesi e spagnoli.
Don Ferdinando Cantarella ebbe l’idea pazza di far diventare medico sua figlia Maria Trafitta. A quei tempi non era concesso alle donne di essere iscritte all’università, né di seguire corsi presso qualunque medico; toccare e ragionare di corpi spettava solo ai maschi. Ma Don Ferdinando aveva una spropositata paura della peste di quegli anni e voleva un medico tutto per se. E per ottenere questa grazia si rivolse a suo cognato Laviero Plantamura, medico che viveva in casa sua.
Laviero accarezzava certe teorie le quali sostenevano che l’anima fossa materiale e di queste teorie ne discettava nell’Accademia dei “Troccoli”, sinonimo della pasta fresca. Le belle menti dell’Accademia portano il nome di amici viventi di Raffaele Nigro.
Maria Trafitta bella non era, ma brutta nemmeno; intelligente era anche troppo ma malauguratamente era femmina. Aveva una parlantina come una fiumara in piena; lei non pensava, parlava. Copriva il silenzio di sciocchezze.
Laviero era voglioso di ribellarsi alle regole pietrificate della società ed inculcò questa idea nella nipote Maria Trafitta.
Nell'accademia dei troccoli fu invitato a tenere una relazione Pietro Pomponazzi, il filosofo che aveva fatto tremare le fondamenta della Chiesa difendendo il diritto della scienza alla libertà. La scienza vuole solo tempo e cancellerà il bisogno di miracoli.
Tra Laviero e Maria Trafitta nacque una relazione carnale per odio verso la morale e per veleno verso il mondo.
I santi del cielo partecipano attivamente ai fatti che avvengono sulla terra. Anche Dio, l'Eterno Padre in persona, vi partecipa; ma ad un certo punto non gli riescono più i miracoli, forse per eccessiva stanchezza.
L’arcangelo San Gabriele tiene un brogliaccio sul quale scrive tutto ciò che accade sulla terra.
Dal rapporto incestuoso tra Maria Trafitta e suo zio materno Laviero Plantamura fu concepito Braccio Cacciante: Braccio perché al momento della nascita la prima cosa che mise fuori fu appunto un braccio, Cacciante perché figlio di un cacciatore, come volle far creder il vero padre naturale.
Il cantastorie recitava in versi che Braccio Cacciante
Cresceva a vino e a vino si condusse
fino all'età che giovinezza cade
e il gusto delle donne in lui produsse
i guai e i morbi di quella triste etade.
A diciassette anni commise un fatto per il quale fu costretto a darsi alla macchia. Aveva sverginato e continuato poi ad approfittare di Princia Sanseverino. I fratelli di lei, proprietari di una masseria, volevano farlo fuori. Braccio riuscì a fuggire, ma nell'inseguimento il piede di un cavallo fece volare una forca che andò ad infilzarsi nella pancia di uno dei fratelli che lo inseguivano. Un servo fu fatto fuori a pietrate da Braccio per legittima difesa. Ma questa versione non fu creduta. E da allora Braccio si convinse che Laviero e Maria Trafitta avevano ragione, gli uomini dovevano fare tutto con le proprie mani e non volle sentire più parlare di angeli arcangeli santi e madonne. E divenne brigante.
Salì verso la Maiella, dove si rifugiavano da sempre coloro che avevano a che fare con la giustizia.
«Questa vita non fa per chi non ha passato il fiume del bene e del male», ripeteva Braccio Cacciante a chi chiedeva di entrare nella sua banda.
Fu colpito dal morbo francese, per la sua assidua frequentazione di puttane.
La principessa Vittoria Maria Colonna, signora di Vasto e Pescara, non riuscendo ad ottenere aiuto dagli altri signori e principi d'Italia per difendere i suoi territori dai turchi e dai francesi, si rivolse a Braccio Cacciante, che così da bandito diventò capitano.
I successi furono tanti. Salvò prima dai turchi e poi dai francesi l'Umbria, le Marche e l'Abruzzo.
Anche l'arcivescovo di Perugia volle festeggiarlo ed utilizzarlo in difesa della Chiesa.
Anche il papa chiese il suo aiuto e lo invitò a partire per le Terre Sante, per liberare il sepolcro di Nostro Signore dagli infedeli. Non c'era impresa migliore con la quale chiudere il conto con la vita.
Braccio Cacciante fu ucciso a colpi di accetta e scimitarra da cento soldati dell'infedele Khair ed-Din ed il suo corpo fu inchiodato alle mura di Algeri in segno di monito e di trionfo.
Dopo la battaglia di Lepanto (1571) Braccio Cacciante fu fatto beato e riconosciuto come protettore delle donne perdute.
Il Braccio Cacciante di Raffaele Nigro è un brigante che non ha tutte le caratteristiche che vengono riconosciute ai briganti meridionali del periodo postunitario (1860/1870). Manca la radice sociale di appartenenza alle classi più deboli che si ribellano ai padroni sfruttatori. Braccio infatti proviene da una famiglia di ricchi benestanti. Braccio è un brigante politico che viene utilizzato da principi e papi del cinquecento ai fini della conservazione del potere.
Belisario Maria Cacciante nacque dai rapporti carnali tra Princia Sanseverino e Braccio Cacciante. Fu educato nella scuola di Vittoria Maria Colonna. Odiava il silenzio che lo faceva sentire perduto, amava i rumori che erano le voci della vita e del mondo.
Morto il padre, Belisario a soli quindici anni fu nominato capitano della compagnia banditesca.
Ma la più grande passione di Belisario erano i fuochi d'artificio. Divenne il più grande pirotecnico (fuochista) del mondo allora conosciuto. Diede meravigliosi ed eccezionali spettacoli a Napoli, Madrid, Roma, Bologna, Anversa.
Fu questa passione che gli salvò la vita. Khair ed-Din Barabarossa lo lasciò in vita in cambio di un meraviglioso spettacolo di fuochi d'artificio ad Algeri, durante il quale però Belisario, per salvare un aiutante, fu colpito dallo scoppio di un pedardo ed entrò in coma.
Fu risvegliato con la forza e la bellezza delle parole di Ardeniza, una levatrice.
Il vero miracolo al mondo è poter affidare alle parole la memoria delle cose che sono state, dice Raffaele Nigro chiudendo il suo romanzo, che è appunto un inno alla parola che crea e salva.
E Santa Maria delle Battaglie continua a raccontare storie a Federica, nell’attesa del miracolo che le sue parole la risveglino alla vita.
Rocco Biondi

Raffaele Nigro, Santa Maria delle Battaglie, Rizzoli, Milano 2009, pagg. 300, € 21,00

8 agosto 2009

Berlusconi isterico

Trascrivo e sottoscrivo totalmente l'articolo di fondo de "la Repubblica" di oggi 8 agosto 2009, a firma del suo direttore Ezio Mauro, intitolato "L'isteria del potere".

Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: "Quelli sono dei delinquenti".
Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.
Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.
Quest'uomo che danneggia ogni giorno di più l'immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.
Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che - come prova una sentenza - con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell'Italia berlusconiana.

Fonte: http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-19/isteria-potere/isteria-potere.html

24 luglio 2009

Centro Studi Mu.Vi.T. di Villa Castelli (Brindisi)

Nell’ambito del progetto della Regione Puglia “Principi Attivi”, a Villa Castelli, in provincia di Brindisi, sta andando in scena la “Rassegna estiva di teatro contemporaneo 2009”.
Si è iniziato il 19 luglio con la commedia “The problem - amorose confessioni” di A.R. Gurney Jr., interpretata da Saba Salvemini e Annika Strøhm del gruppo teatrale “Areté Ensemble” di Giovinazzo (BA). Il tema è la coppia ed i giochi erotici tra un marito ed una moglie al decimo anno di matrimonio. E’ un susseguirsi di confessioni sempre più intricate. Fino alla sorpresa finale.
Si proseguirà il 26 luglio con “Orlando - Furiosamente solo rotolando”, tratto da “Hruodlandus” di Enrico Messina e Alberto Nicolino. Messo in scena e interpretato da Enrico Messina dell’ “Armamaxa Teatro” di Foggia.Il 2 agosto sarà rappresentato “L’incendiario”, monologo liberamente ispirato a Fahrenheit 451, con Otto Marco Mercante del “Principio Attivo Teatro” di Lecce.Si conclude venerdì 7 agosto con lo spettacolo “Maria Avita - L’eterno conflitto fra la vita del territorio e il territorio della vita”, scritto da V.A.Valentino Ligorio e con musiche di Ciro Nacci, interpretato dagli attori del Centro Studi Mu.Vi.T. di Villa Castelli.L’orario d’inizio delle quattro pièce è alle ore 21,00, nello scenario naturale della gravina di Villa Castelli.
Ad organizzare la rassegna, intitolata “Teatræl_0”, è il “Centro Studi Mu.VI.T.”, con il patrocinio del Comune di Villa Castelli. Il termine “teatræl” [pronuncia = teatréele] è la traduzione in dialetto di “teatrale”, il numero “0 [zero]” indica l’anno di prova della rassegna.
Il Centro Studi Mu.Vi.T. (Musica Video Teatro) è vincitore del concorso regionale “Principi Attivi”, che si propone di promuovere la capacità progettuale, creativa e di intrapresa dei giovani pugliesi attraverso la concessione di contributi per la realizzazione/sperimentazione di idee innovative. Nella fattispecie il contributo è di euro 25.000,00 per ogni gruppo vincitore.
Il Centro Studi Mu.Vi.T. si è classificato, nella graduatoria dei 305 vincitori, nell’onorevole posizione di 166. Il progetto del Mu.Vi.T. è intitolato “Poiesis: creazione e produzione al confine con la Bassa Murgia e l'Alto Salento”. Fra gli obiettivi vi è la ricerca teorica ed empirica in ambito storico, sociologico, antropologico, filosofico, letterario del territorio fra bassa Murgia e alto Salento, con conseguenti approfondimenti su tradizioni, risorse ambientali, musiche, film, plot teatrali specifici.
Fanno parte del gruppo Mu.Vi.T: per la Musica Ciro Nacci, per il Video Fabio Miccoli, per il Teatro V. A. Valentino Ligorio e Teresa Di Bella, per PR/Organizzazione/Eventi/Ufficio Stampa Donatella Nisi. L’età media dei componenti è di anni 25.
Una osservazione che può essere fatta dopo il primo spettacolo della rassegna è che nelle prossime rappresentazioni dovranno essere curati maggiormente il posizionamento degli spettatori e l’acustica. Si dovrà vedere e sentire meglio, per non mortificare e vanificare l’impegno degli attori.