3 aprile 2010

Terroni, di Pino Aprile

“Terroni” di Pino Aprile è un libro di guerriglia (culturale), che se applicata potrebbe liberare noi meridionali dalla minorità alla quale ci hanno educato durante i centocinquant'anni di unità d'Italia. Da questa prigione si può evadere, la porta non è chiusa. E qualcuno comincia a sbirciare fuori.
Bisogna tornare a ricordare chi eravamo. Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie era dal punto di vista industriale al terzo posto nel mondo dopo Gran Bretagna e Francia ed addirittura al primo in molte innovazioni tecniche e libertà civili. I Savoia piemontesi ci hanno espropriato di tutto. Un esempio per tutti è quello che hanno fatto di Mongiana, il più ricco distretto minerario e siderurgico dell'Italia intera, situato in Calabria. L'acciaio di Mongiana rese autonomo il Regno nella produzione di travi per la costruzione di ponti sospesi in ferro e per la cantieristica della seconda flotta mercantile al mondo, dopo quella inglese. L'arsenale di Castellamare era il più grande del Mediterraneo. L'acciaio calabrese forniva i binari per l'industria ferroviaria napoletana di Pietrarsa, dove venivano fabbricate anche motrici navali. La siderurgia calabrese fu soppressa dal governo unitario solo perché era situata nel Meridione; l'industria italiana doveva essere settentrionale. A Mongiana, quando fu chiusa, lavoravano 1.200 operai.
I piemontesi, quando centocinquant'anni fa invasero il nostro Meridione, fecero terra bruciata (in alcuni casi letteralmente) di tutto ciò che di buono avevamo. Saccheggiarono le nostre città, stuprarono le nostre donne, rasero al suolo e bruciarono tanti paesi, praticarono la tortura più spietata, fucilarono senza processo e senza condanna tanti contadini, incarcerarono donne e bambini, aprirono al Nord campi di concentramento e sterminio dove tormentarono e fecero morire tanti italiani del Sud squagliandoli poi nella calce viva, quelli del Nord s'inventarono leggi speciali per annientare noi meridionali, venne depredato tutto l'oro del Regno (le lire-oro napoletane costituivano i due terzi della ricchezza di tutta l'Italia messa insieme), vennero trafugate le opere d'arte dei ricolmi nostri musei.
L'impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell'Unità d'Italia.
I nostri padri briganti tentarono di reagire a questi immani soprusi e in alcuni momenti sembrò che potessero avere il sopravvento, ma così non fu. «Fummo calpestati e ci vendicammo», disse per tutti un brigante. I piemontesi schierarono contro di noi nel Sud i due terzi dell'intero esercito italiano. E fu una carneficina. Secondo alcuni vi furono circa un milione di morti fra i meridionali.
Ma la storia ufficiale ignora queste verità. I libri di storia che circolano nelle scuole di ogni ordine e grado tacciono. I documenti che ancora non sono stati distrutti vengono nascosti. I meridionali, man mano che ci si allontanava dai tempi in cui quei fatti accaddero, dimenticavano e rimuovevano. «Noi non sappiamo più chi fummo - scrive Aprile -. Ed è accaduto che i meridionali abbiano fatto propri i pregiudizi di cui erano oggetto. E che, per un processo d'inversione della colpa, la vittima si sia addossata quella del carnefice».
Qualcosa però sta cambiando negli ultimi anni. Vengono fatti tantissimi convegni dove si dibatte del Regno delle Due Sicilie, del Brigantaggio, degli eccidi patiti, della storia dimenticata. Sono nate case editrici specializzate su questi argomenti, come “Controcorrente” e “Editoriale Il Giglio”. Vengono pubblicati periodici come “L'Alfiere”, “Due Sicilie”, “Il Brigante”, “Nazione Napoletana”, “Nuovo Sud”. Sul Web fioriscono siti e blog che fanno informazione militante. Il silenzio-assenso del Meridione sta per finire. Forse siamo condannati all'ottimismo, scrive Aprile.
Le famiglie meridionali si sentono onorate se scoprono di aver avuto fra i loro antenati un brigante. Il termine “brigante” comincia ad assumere una connotazione positiva, come deve essere.
Pino Aprile è nato a Gioia del Colle, la patria del Sergente Romano, in provincia di Bari. Suo padre gli parlava del Romano come di un messia, non come di un delinquente. Era imprendibile, coraggioso, abile in campo aperto, ma più in azioni di commando, trasformò il brigantaggio in guerra civile e legittimista. I piemontesi occupanti dovettero impiegare migliaia fra soldati, carabinieri e guardie nazionali, per riuscire a isolare, catturare e uccidere Pasquale Domenico Romano, ex ufficiale borbonico.
Alessandro Romano, un discendente di Pasquale Domenico Romano, raccoglie e conserva cimeli appartenuti al famoso capo brigante legittimista e rinverdisce riattualizzandoli fatti ed episodi del Regno delle Due Sicilie. Ma più ancora vuole trovare le prove della memoria perduta, setacciando archivi comunali, notarili, ecclesiastici, biblioteche. Suo zio Salvatore gli aveva detto: «Quello che sta nei libri di storia so' bugie: i piemontesi non hanno unificato l'Italia, hanno allargato il Piemonte e a noi Romano c'hanno rovinato. Non è vero che Garibaldi fu accolto come liberatore. Non è vero che i Borbone erano tiranni. Non è vero che al Sud c'erano fame e miseria: dal Sud non se ne andava nessuno. Allora». E Alessandro sta scoprendo e comunicando agli altri che tutto quello che gli diceva zio Salvatore era vero. «Noi siamo per l'Italia una e indivisibile - conclude Alessandro -, è nata con i soldi che ci hanno preso e col nostro sangue. La federazione andava fatta prima, non dopo che ci hanno fregato tutto. Ma la verità la voglio. Bisogna riequilibrare la storia».
Altri vogliono accelerare i tempi. Antonio Ciano, di Gaeta, è il fondatore del “Partito del Sud”, che è presente in Lazio, Campania, Sicilia e vorrebbe allargarsi a tutto il Sud. Nelle ultime elezioni amministrative a Gaeta, città-simbolo della resistenza all'invasione piemontese, il Partito del Sud di Ciano e una lista civica vinsero. «Dopo centoquarantasette anni ci siamo ripresi la fortezza» proclamò Ciano. E per i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia, la città di Gaeta ha avviato le procedure per chiedere ai Savoia il risarcimento dei danni dell'assedio del 1861: duecentosettanta milioni di euro. Oltre ai bombardamenti, quell'anno i piemontesi per riscaldarsi distrussero centomila ulivi. Di trecento frantoi non ne rimane uno. Ed ora, conclude Ciano, siamo per l'Italia unita. «L'Italia fu unita col sangue nostro, i soldi nostri rubati e portati al Nord. E mo' ce la teniamo: l'abbiamo pagata. Siamo repubblicani e unitaristi».
La mala unità ha diffuso i suoi malefici effetti per centocinquant'anni, dal 1861 ai giorni nostri. I nordisti italiani hanno sfruttato noi meridionali e continuano a farlo. Giustino Fortunato nel 1923 scriveva a Benedetto Croce: «Non disdico il mio unitarismo. Ho soltanto modificato il mio giudizio sugli industriali del Nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri».
Con i soldi del Sud furono pagati i debiti del Nord. Fu demolita un'economia promettente e minata la sua rinascita con meccanismi di preclusione che funzionano ancora dopo centocinquant'anni. Il fascismo prima ed il berlusconismo oggi hanno portato avanti quest'impresa. I soldi dell'intero paese vengono dirottati in una sola parte del paese: da Roma in su. Solo lì si investe in strade, ferrovie, scuole, spese militari, porti, bonifiche. Dal 1860 al 1998 lo stato italiano ha speso in Campania duecento volte meno che in Lombardia, trecento volte meno che in Emilia, quattrocento volte meno che in Veneto. Nel 1996 si scoprì che l'Isveimer, banca nata per aiutare lo sviluppo del Sud, finanziava la Fininvest di Berlusconi, con quattrocentocinquanta miliardi.
Un esempio mastodontico della chiusura dell'Italia unita verso il Mezzogiorno è la costruzione della strada Salerno-Reggio Calabria, dai tempi biblici. La Cgil ha calcolato che, con l'attuale ritmo di sette chilometri all'anno, la Salerno-Reggio Calabria sarebbe stata completata nel 2040. Se tutto va bene. I gruppi che si aggiudicano i lavori sono sempre gli stessi, con successiva parcellizzazione in una miriade di subappalti, governati dalla 'ndrangheta, che è diventata la più moderna e internazionale delle mafie. Le cosche riscuotono, federate, il 3 per cento degl'importi. A chi paga non succede niente. Successivamente questi soldi tolti al Sud vengono investiti al Nord; né più né meno di come avviene con le banche e con Tremonti. Fermando la 'ndrangheta forse si fermerebbero per anni i lavori sull'autostrada. E questo non conviene a nessuno. Non converrebbe all'Anas, ai grandi gruppi nazionali, alla politica, agli stessi calabresi. C'è forse un interesse collettivo a non finire l'autostrada. La Salerno-Reggio Calabria, così letta, è uno strumento nazionale e locale di educazione alla minorità meridionale.
Che fare? Come ribellarsi all'oppressione dei nordisti che considerano noi meridionali “ottentotti”, “irochesi”, “beduini”, “peggio che Affrica”, “degenerati”, “ritardati”, “selvaggi”, “degradati”? Pino Aprile una soluzione la suggerisce. Tornare soli. Se si dovesse giungere alla separazione Nord-Sud, in Italia, i conti andrebbero fatti finalmente e dovrebbero contemplare i danni e i furti dell'invasione e quelli di centocinquant'anni di strabismo di stato alpino. Ma quanto varrebbe il Meridione, staccato dal resto d'Italia? Poco. Ma da soli, avremmo la possibilità di trasformare i nostri ritardi in occasioni di sviluppo. Non dovendo più “far media” con il reddito del Nord, diverremmo immediatamente il paese europeo ad avere maggiore diritto agl'incentivi economici per lo sviluppo; con un impagabile vantaggio aggiuntivo: che i soldi dell'Europa per il Sud, resterebbero al Sud. Solo dopo ci si potrebbe rimettere insieme, ma da pari.
Ma nell'attesa di questa radicale soluzione, l'emigrazione - scrive Aprile - può essere un giacimento di valori (anche economici), una ricchezza, se si riannodano i fili con chi, dei nostri, ha mostrato capacità in tanti campi, altrove. E se riusciamo a coinvolgerli in progetti che li riportino al Sud, con la quantità e varietà delle esperienze maturate.
In conclusione un'annotazione su di una cosa che non condivido: la larvata simpatia di Aprile per don Liborio Romano, l'uomo di Patù che consegnò il Regno delle Due Sicilie ai piemontesi. Per me don Liborio rimane un cattivo maestro risorgimentale insieme a Garibaldi, Cavour, Mazzini.
“Terroni” di Pino Aprile è un libro eccezionale da far leggere a tutti i Meridionali, anche con eventuali sunti alla Bignami per i più infingardi.
Rocco Biondi

Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che é stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero "meridionali", Piemme, Milano 2010, pp. 306, € 17,50

22 marzo 2010

Mario Spagnoletti ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 marzo 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Mario Spagnoletti, professore di Storia Contemporanea presso l'Università di Bari, parlerà sul tema:
“Risorgimento e Brigantaggio. Commissione d'inchiesta sul brigantaggio e legge Pica”.

Il Risorgimento italiano continua a perdere quell'alone aprioristicamente positivo che per molto tempo gli è stato riservato. Storici e studiosi, basandosi su una mole immensa di documenti per molti anni nascosti o trascurati, danno una valutazione più critica sui fatti che hanno portato all'unità d'Italia. Si prende atto che quell'unità più che anelito di popolo è stato il frutto delle mire espansionistiche dei Savoia piemontesi, avallate da plurimi interessi dei grandi Stati che all'epoca governavano l'Europa. Viene fuori prepotentemente il movimento popolare che nel Meridione si oppose a quell'annessione: il brigantaggio politico e sociale.
Dice il professore Spagnoletti: «Nel 1931, in un saggio apparso su “Archivio Storico per le Province Napoletane”, Gino Doria liquidò sin troppo sbrigativamente e perentoriamente il brigantaggio meridionale postunitario come un fenomeno criminale puro e semplice, da espungere dalla più vitale storia dell’Italia. Bisognerà attendere la caduta del fascismo e il secondo dopoguerra perché la storiografia, specie quella più attenta alla storia politico-sociale, cominciasse a dedicarsi con attenzione e continuità alla storia della società italiana post-unitaria, privilegiando le ricerche più strettamente legate all’analisi dei rapporti tra stato e società civile e, più in particolare, di quelli tra Mezzogiorno e Stato unitario».
Insieme alle fragilissime basi di consenso su cui poggiava l’ossatura del nuovo organismo statale, anche a causa del ristrettissimo suffragio elettorale, dai nuovi studi e scavi archivistico-documentari veniva approfondita e arricchita la conoscenza del significato che ebbe la contrapposizione tra “paese legale” e “paese reale”, già denunciata dai contemporanei.
Non è casuale, con riferimento al Mezzogiorno, che la corretta sottolineatura della frattura tra “governanti” e “governati” approdasse ad una rinnovata attenzione al problema del brigantaggio, visto come prisma attraverso cui leggere la storia delle province meridionali nei mesi immediatamente successivi al Plebiscito.
La violenta opposizione del sud ai nuovi reggimenti politici e istituzionali, d’altronde, costituiva oggettivamente un osservatorio privilegiato per valutare i caratteri dell’opera di governo della Destra storica, impegnata in un difficile tentativo di armonizzazione dei diversi tronconi degli stati italiani pre-unitari.
Il quinquennio 1861-1865, coincidente nelle province meridionali con la stagione del “grande brigantaggio”, non solo non può essere enucleato dalla storia italiana contemporanea, ma esso costituisce, anzi, una fondamentale cartina di tornasole per valutare a fondo le linee politiche riuscite vincenti nei tormentati anni a cavallo dell’unificazione e che avranno una permanenza relativamente lunga nella successiva storia nazionale.
In un quadro che sembrava porre a rischio l’unità appena realizzata, le classi dirigenti liberali ridussero sostanzialmente il Mezzogiorno - prima e dopo la legge Pica - ad un mero “problema di ordine pubblico”, dimenticando il monito cavourriano di imporre l’unità anzitutto attraverso la “forza morale”.
Gli eredi di Cavour – conclude Spagnoletti – utilizzarono senza limiti il ricorso alla coazione militare più ancora che giuridica, dando vita ad una legislazione di emergenza che, oltre ad accentuare paradossalmente una sorta di “costrizione alla libertà”, deviò bruscamente dallo Stato di diritto, denegò i diritti pubblici soggettivi pur garantiti dallo Statuto del Regno, annullò l’allora vigente diritto positivo, segnò negativamente anche per il futuro i rapporti tra governanti e governati, tra autorità e libertà.

Dopo l'intervento del professor Spagnoletti verrà proiettato il documentario “Carmine Crocco - dei briganti il generale”, realizzato da Antonio Esposito e Massimo Lunardelli.

20 marzo 2010

Vicende di un'altra storia, di Giuseppe Osvaldo Lucera

Opera quasi monumentale sul brigantaggio meridionale, composta di quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Il sottotitolo, a chiarimento, recita: “Insorgenza, Risorgimento, Unità d'Italia, Brigantaggio. Studio e critica di un periodo oscuro della nostra Storia Patria”. Il periodo oscuro è in senso lato il cosiddetto Risorgimento, in senso più ristretto riguarda il decennio postunitario 1860-1870 che registrò in tutto il Mezzogiorno d'Italia una forte reazione di massa contro quella che veniva percepita come una invasione-annessione da parte del Regno piemontese dei Savoia.
L'unità d'Italia fu per il Meridione un'immane tragedia, che costò la vita di tantissimi uomini, donne, vecchi, bambini, rei soltanto di difendere la propria terra e le proprie tradizioni, che furono cancellate con una guerra d'invasione e con un plebiscito pilotato e imposto con la forza.
La storiografia ufficiale sui fatti accaduti in quegli anni si è sempre preoccupata di far piacere al Potere, distruggendo ed eliminando tutto ciò che al Potere non aggrada, finendo così inevitabilmente con lo scrivere una storia parziale e per niente obiettiva. Lucera ha fatto del Risorgimento uno studio alternativo, da un'altra angolazione e da un altro punto di vista, cercando di mettere in evidenza tutto ciò che dagli storici di regime è stato volutamente nascosto; ha cercato di smentire l'infinita sequela di bugie che sono state inculcate nelle scuole italiane con i libri di testo. Ha voluto stilare, per una corretta e giusta giustizia storica, una versione meridionale di quella che fu la conquista del Sud da parte dei Savoia piemontesi.
Come premessa vengono presentate ed esaminate una serie di questioni che hanno caratterizzato la politica e la società degli anni in cui veniva costituendosi il nuovo Stato italiano, con conseguenze negative che arrivano fino ai giorni nostri.
L'Italia dell'Ottocento era suddivisa in tanti piccoli stati, regni e ducati. Il più grande era il Regno delle Due Sicilie, che comprendeva la Campania, l'Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Puglia, la Calabria e la Sicilia. Seguiva lo Stato Pontificio, che comprendeva grosso modo il Lazio, le Marche e l'Umbria. L'altro Regno era quello di Sardegna, formato dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Sardegna, dalla Savoia e dalla contea di Nizza. Il Regno Lombardo-Veneto era sotto l'influenza austriaca, e per esso si combattettero le guerre d'indipendenza. Vi erano ancora presenti in Italia, con una loro indipendenza, il Granducato di Toscana, e i ducati di Modena e di Parma.
A volere l'unificazione dell'Italia, sotto l'egida dei Savoia, fu una piccola e sparuta minoranza borghese, aiutata in minima parte dall'aristocrazia e da una piccolissima fetta della nobiltà, soprattutto quella terriera e provinciale. La borghesia era la classe intermedia tra la nobiltà rurale, cittadina o aristocratica e il mondo dei contadini. La borghesia appariva molto equilibrata e molto moderata. Sue caratteristiche erano un esasperato ed esteriore moralismo, che sfociava nell'ipocrisia religiosa.
Molteplici in quegli anni erano in Italia le correnti d'opinione, che possono raggrupparsi in due grandi movimenti: quello dei conservatori dello status quo (aristocratici e nobili, uniti all'intero mondo contadino) e quello che auspicava un'Italia unita, governata da un potere borghese e monarchico (unionisti, annessionisti, federalisti, teocratici).
I piemontesi, i liberali, i galantuomini risolsero il tutto dando inizio, il 6 maggio 1860, all'invasione dei territori del Regno delle Due Sicilie. Scrive Lucera: «Non si andava a soccorrere nessuno, perché nessuno aveva chiesto aiuto. Non si andava ad abbattere nessun sovrano assoluto perché non si sostituisce un sovrano assoluto con un altro dello stesso genere. Non si andava a liberare nessun paese, perché nessun paese era occupato da un altro popolo straniero».
Fu una pura e semplice annessione. I “cattivi maestri” di questa losca operazione furono Giuseppe Garibaldi (eroe o pavido?, ateo e negriero?, esperto finanziere o ladro?), Camillo Benso conte di Cavour (lo spergiuro), Giuseppe Mazzini (il “rivoluzionario”), Liborio Romano (l'uomo di Patù); a cui si possono aggiungere Carlo Pisacane e i fratelli Bandiera. A tutti questi personaggi Lucera, nei suoi libri, dedica molte e chiarificatrici pagine.
A questa annessione si opposero i
Briganti, che avevano dalla loro parte il popolo (contadini ed ex militari borbonici) ma anche il Clero e i Comitati borbonici. Questa resistenza del Sud contro i Savoia non ebbe successo per l'abissale differenza delle forze in campo: 8.000 briganti contro 120.000 soldati piemontesi. Eppure la resistenza durò parecchi anni. I piemontesi riuscirono a sconfiggerla solo ricorrendo a strumenti di repressione inauditi: legislazione d'emergenza, stato d'assedio permanente, tribunali militari, legge Pica (codice penale contro i “reati” di brigantaggio), distruzione ed incendio di interi paesi con relativa popolazione, deportazioni in campi di concentramento non solo di militari del disciolto esercito borbonico ma anche d'intere famiglie colpevoli soltanto di essere parenti dei briganti, condanne al carcere di donne e bambini; ma lo strumento peggiore di tutti fu la fucilazione sommaria, immediata e repentina, senza processo.
Il
brigantaggio, secondo Lucera, non fu nient'altro che la primissima manifestazione di quella lotta di classe che iniziava a mettere le radici in una società totalmente squilibrata e a vantaggio della borghesia e della nobiltà. Il brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di sollevazione di popolo, un evento d'insorgenza puro e semplice, con aspetti fortemente sociali, ma anche e soprattutto con valenze politiche di estrema importanza.
Nei volumi vengono descritte estesamente non solo le vicende riguardanti quattro briganti postunitari, ma anche quelle di tre briganti preunitari.

Michele Caruso, commerciante di cavalli, era nato nel 1837 a Torremaggiore in provincia di Capitanata (oggi Foggia). Divenne brigante perché voleva emanciparsi e sradicarsi dalla condizione di povertà e miseria in cui era nato, nella speranza di poter cambiare la sua condizione sociale e quella del mondo contadino. Riuscì a tenere in scacco, per tre lunghissimi anni, tutti i distaccamenti militari piemontesi di stanza nella sua zona. Arrivò a comandare fino a trecento uomini. Ebbe intensi rapporti con molti capi briganti dell'epoca, che lo elessero
capo fra i capi. Finì la sua carriera di brigante insieme ad un solo compagno. Fu catturato perché tradito. Il suo processo durò solo cinque ore. Fu fucilato a Benevento dai bersaglieri di Pallavicini il 12 dicembre 1863. Prima della fucilazione gli furono scattate diverse fotografie. Per i giovani del tempo, poveri e contadini, gli uomini come Caruso erano considerati come esseri superiori, come dei miti da eguagliare.
Pasquale Domenico Romano, detto
il sergente Romano, era nato a Gioia del Colle in provincia di Bari nel 1833. Figlio di un pastore, entrò nell'esercito borbonico, dove trascorse dieci anni conseguendo i gradi di sergente e di alfiere. Durante questi anni imparò a leggere e a scrivere. Dopo il plebiscito del 1860 e l'arrivo dei Savoia il Romano fu esautorato dai suoi compiti militari e rispedito a casa. Entrò a far parte del molto attivo comitato borbonico di Gioia e da questo venne nominato Comandante Generale. Riuscì a formare una banda di briganti che non volle superasse mai le duecento unità. Entrò in contatto con tutte le altre bande operanti nel Meridione d'Italia. Conseguì vari successi in vari scontri con i piemontesi, anche se la sua avventura brigantesca era iniziata con il tragico massacro avvenuto nel suo paese il 28 luglio 1861. Affiancarono il Romano valenti capi briganti: Nenna Nenna, Pizzichicchio, La Veneziana, 'u Crapare, Munzegnore. Fu ucciso a sciabolate da un bersagliere lombardo il 5 gennaio 1863 nel bosco di Vallata, in tenimento di Gioia del Colle. Il Romano è considerato il più importante brigante legittimista italiano postunitario.
Giuseppe Maria Tardìo, nato a Piaggine (Salerno) nel 1834, fu un capo brigante laureato in legge. Maturò la sua vocazione brigantesca nel carcere di Poggio Reale, a contatto di un frate cappuccino acceso sostenitore di Francesco II. Fuggito dal carcere seppe diventare il capo indiscusso di una fiumana di persone: da due a tremila uomini. Fu artefice di sole due grandi operazioni militari: vinse la prima, fu sconfitto nella seconda. Morirà avvelenato il 23 giugno 1892, nel carcere di Favignana in Sicilia. Può essere definito un
aristocratico della rivoluzione; un insorgente diverso e profondamente più politico rispetto ad altri. E' uno dei pochi briganti al quale è stata intestata una piazza, nel suo paese Piaggine. Anche una fondazione porta il suo nome.
Josè Borjès fu un generale spagnolo legittimista, che corse in aiuto del Re Borbone spodestato. Secondo il piano dei Comitati borbonici avrebbe dovuto assumere il comando di tutti i movimenti di rivolta contro i Savoia, presenti in tutto l'ex Regno delle Due Sicilie. Ma così non fu perché i capi briganti, e più di tutti Carmine Crocco, mal sopportavano di essere comandati da altri, specie se stranieri. La vicenda italiana di Borjès dura meno di quattro mesi e viene da lui narrata nel suo
“Diario”. Proveniente da Malta, sbarcò con una ventina di ufficiali il 13 settembre 1861 in Calabria, dove incontrò il brigante Mittica. Il 22 ottobre 1861, in Lucania nel Bosco di Lagopesole incontra Carmine Crocco. Rimase sostanzialmente solo, da nessuna parte incontrò le masse di popolo, che gli erano state promesse, per riportare i Borbone sul trono. Fu fucilato alle spalle dai piemontesi l'8 dicembre 1861, a Tagliacozzo in Abruzzo.
I briganti preunitari, dei quali Lucera parla, sono quelli che si opposero all'invasione napoleonica del Regno delle Due Sicilie, avvenuta nei primi anni del 1800: i fratelli Meomartino detti
i Vardarelli che operarono fra Capitanata e Molise, il prete don Ciro Annicchiarico attivo in Terra d'Otranto, i fratelli Di Franco presenti sui monti della Daunia.
Uno studio approfondito Lucera dedica anche a briganti pre e post unitari della sua nativa Biccari in Capitanata (Foggia).

Nei quattro libri sul brigantaggio si incontrano anche diversi parallelismi con avvenimenti più a noi vicini: fascismo e berlusconismo, movimenti di liberazione sud americani, avvenimenti iracheni e palestinesi, centri di accoglienza temporanei,
clandestini, irregolari, abusivi, extra comunitari.
La finalità generale dei quattro volumi di Lucera potrebbe sintetizzarsi in una sua stessa affermazione:
«La nostra non è una missione esclusivamente pro briganti, ma è una missione chiarificatrice di come l'Unità ebbe luogo sulla nostra terra».
L'interessante, significativa e meritoria opera di Lucera potrebbe essere organizzata in tanti altri modi, per esempio con una successione cronologica degli avvenimenti. Come pure da essa potrebbero essere tratte opere monografiche su svariati argomenti.

Rocco Biondi

Giuseppe Osvaldo Lucera, Vicende di un'altra storia ovvero Insorgenza, Risorgimento, Unità d'Italia, Brigantaggio, Edizioni Simple, Macerata 2009, Vol. I (pp. 448), Vol. II (pp. 466), Vol. III (pp. 472), Vol. IV (pp. 190)


8 marzo 2010

Mughini e i neoborbonici

Ho già scritto e ripeto che non sono né borbonico né neoborbonico, ma quello che ha detto Giampiero Mughini contro Alessandro Romano e Gennaro De Crescenzo, intervistati per la trasmissione di Rai1 “L'arena” condotta da Giletti di domenica 7 marzo 2010, mi ha profondamente indignato. Li ha accusati di essere dei pazzi da internare in manicomio.
Romano e De Crescenzo avevano garbatamente espresso una loro da me condivisibile opinione sulle malefatte dei Savoia al momento dell'annessione del Sud per fare l'unità d'Italia.
Mughini dimostrando un'assoluta ignoranza dei tragici fatti avvenuti nei primi anni della cosiddetta unità d'Italia (1860-1870), con il suo solito spocchioso comportamento, ha irriso alla verità storica che lentamente comincia a venire alla luce.
Così facendo Mughini si è dimostrato un degno emulo del criminologo Lombroso, che sezionando crani di briganti, massacrati dai piemontesi, tirò fuori l'aberrante teoria che quegli insorgenti meridionali erano dei delinquenti nati.
A quei tempi, ma anche dopo e forse ancora oggi, quelli del nord considerano noi meridionali “vaiolosi”, “beduini”, “cancrena”, “barbari”, “Africa!”. E a questo coro si aggiungono anche dei meridionali rinnegati, trapiantati al nord. E Mughini è uno di questi ultimi.
Quello che è avvenuto durante la trasmissione è profondamente scorretto. Dei “neoborbonici” è stata mandata in onda una intervista precedentemente registrata. A loro non è stato concesso di replicare alle cazzate dette in diretta nello studio. Non ci si poteva forse aspettare che gli ospiti presenti nel salotto di Giletti stigmatizzassero le ingiuriose frasi di Mughini. Ma Giletti doveva farlo e non lo ha fatto.
Mughini, da ignorante patentato, non ha offeso solo Romano e De Crescenzo, ma ha offeso i meridionali.
Sono infine profondamente rammaricato dal fatto che Mughini dica di essere tifoso juventino, come me. Bisognerebbe togliergli questa “patente”. Mughini non rende un buon servizio alla “società juventina”, anzi ne rende uno pessimo e squalificante.

24 febbraio 2010

Marisa Ingrosso ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 febbraio 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Marisa Ingrosso e - in videoconferenza - Vittorio Macioce e Raphael Zanotti affrontano il tema “MEDIA - Il ritorno dei Briganti"

Come 150 anni fa, quando le loro gesta erano raccontate su pubblicazioni come il "Corriere di Napoli" e "Civiltà Cattolica", i Briganti oggi sono tornati protagonisti delle pagine d'attualità. Si moltiplicano le analisi critiche, ma anche gli "scoop storici", ed articoli e servizi televisivi, sempre più spesso, abbandonano la loro nicchia tradizionale, ovvero la Sezione Cultura di giornali e Tg, per migrare negli spazi dedicati alla Cronaca e al dibattito politico. Inoltre, complici le nuove "piazze virtuali" nate sul Web, anche i giovanissimi iniziano a subire il fascino del Brigantaggio risorgimentale.
Ma "chi" erano i Briganti? E "chi" sono oggi i Briganti cui guardano il Nord e il Sud Italia? Come vengono presentati e raccontati dalle grandi Testate italiane? Quali i punti di solida condivisione? Quali le inconciliabili divergenze?
Sabato prossimo, 27 febbraio, nell'ambito de "I Sabati Briganteschi" tre giornalisti di altrettante grandi Testate italiane faranno il "punto" di questo "Ritorno dei Briganti" sui mezzi di comunicazione di massa. All'incontro (alle ore 18, presso la Sala consiliare comunale di Villa Castelli (Brindisi), prenderanno parte Marisa Ingrosso de "La Gazzetta del Mezzogiorno" e - in videoconferenza - Vittorio Macioce (vicedirettore de "Il Giornale") e Raphael Zanotti de "La Stampa".
Marisa Ingrosso, dalle colonne del quotidiano più influente di Puglia e Basilicata, nonché dal sito web del giornale, ha dedicato decine di approfondimenti a questo tema. Ha spulciato i libri di testo usati nelle scuole del Mezzogiorno per scoprire le mezze verità e le clamorose falsità su cui si sono formate le nuove generazioni; ha recuperato preziosi documenti dagli Archivi del Ministero degli Esteri; ha denunciato la presenza di dozzine di scheletri di Briganti senza nome nelle viscere del Museo Lombroso di Torino. In breve, ha condotto "inchieste" storiche, attualissime, sui criminalizzati insorgenti meridionali post-1860.
Ma è stato proprio grazie ad un intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidato l'estate scorsa a "La Stampa", che l'attenzione del Paese è tornata sull'Unità d'Italia e sui personaggi che segnarono quell'epoca. Come spiega Raphael Zanotti, «l'interesse de "La Stampa" per quel periodo storico e per il fenomeno del Brigantaggio, non è mai scemato. Innumerevoli i motivi. Si va dal passato Sabaudo di questa regione, al lager di Fenestrelle, passando per Cesare Lombroso. Eppoi, non c'erano soltanto Briganti del Centro-Sud, pochi sanno infatti che c'è stato anche un Brigantaggio piemontese».
E Vittorio Macioce aggiunge: «Chi erano i briganti? Solo reazionari che combattevano i piemontesi in nome dei borboni? La riscoperta delle “insorgenze” meridionali – che il Giornale, il quotidiano per cui lavoro, ha portato negli anni ’90 all’attenzione dell’opinione pubblica – si limita solo a un revisionismo nostalgico o a una questione meridionale in chiave leghista? No, non è solo questo. Forse c’è qualcosa di più. I briganti italiani ricordano da vicino le battaglie dei “mascalzoni andalusi” che combatterono non per la reazione, ma per la libertà. Una libertà anarchica, anti Stato, individualista, popolare, con forti caratteristiche di rivolta sociale. E’ questo un terreno ancora da definire. E’ qui che si trova una lettura innovativa sul Mezzogiorno e sui suoi mali».

A conclusione della conferenza l'attore Valentino Ligorio reciterà dei brani tratti dalle “Memorie - la mia vita da brigante” di Carmine Crocco.

22 febbraio 2010

Sanremo: i meridionali fischiano i Savoia

L'amico Alessandro Romano, nella sua “Rete Regno Due Sicilie”, ha pubblicato un interessante e chiarificatore resoconto di quanto avvenuto a Sanremo contro l'improvvisato cantante Emanuele Filiberto, intitolato “Commando Neoborbonico a Sanremo”.
Io non sono né borbonico né neoborbonico, ma condivido le finalità che i neoborbonici riportano sul loro sito internet: “Il
Movimento Neoborbonico è un movimento culturale che nasce per ricostruire la storia del Sud e con essa l'orgoglio di essere meridionali.
Per troppo tempo sui libri delle scuole elementari come delle università è stata raccontata una storia falsa e mistificata cancellando i nomi di chi, da Francesco II di Borbone all'ultimo dei briganti, ha creduto negli ideali di un'altra storia, stando dalla difficile parte dei vinti e non da quella assai conveniente dei vincito
ri.
Il Movimento Neoborbonico non è un movimento politico-elettorale perchè è indispensabile prima una ricostruzione della coscienza storica dei Meridionali;
non è federalista perchè tutte le forme di federalismo proposte sono funzionali solo agli interessi del Nord; non è separatista perchè il Sud ha contribuito in massima parte alla formazione di questa nazione e i conti unitari sono ancora aperti; non è monarchico perchè i Borbone sono soprattutto dei simboli della storia e della cultura del Mezzogiorno”.
Ed ecco il resoconto di Alessandro Romano, corredato dalla testimonianza di un “guastatore” attore diretto della contestazione.


Commando Neoborbonico a Sanremo
Quando il compatriota Antonio Randazzo giorni fa ci aveva manifestato la sua intenzione di andare a Sanremo per rovinare la festa al giovane rampollo di Casa Savoia, abbiamo avuto qualche perplessità soprattutto per quanto riguardava la riuscita dell’impresa canora del savoiardo.

Con grande meraviglia di tutti, compresa la nostra, il trio invece è arrivato in finale dove, però, c’era puntuale e testardo ad attenderlo un nutrito gruppo di agguerriti neoborbonici che, dopo aver pagato un caro biglietto di accesso, si era strategicamente disseminato su tutta la parte alta del teatro Ariston, la famosa “galleria”.

Nonostante gli accurati tagli di “mamma Rai”, gli effetti li abbiamo visti e sentiti tutti: fischi, urla e slogan innescati dai "nostri" in un formidabile effetto domino, hanno incorniciato la finale della maggiore manifestazione canora italiana e, nonostante la presentatrice ed il cantante Pupo esprimessero stupore ed incomprensione per quella inaspettata reazione, i nostri amici neoborbonici sono riusciti a dimostrare veramente a tutti che di quella generazione non ne vogliamo sentire parlare più nemmeno nelle barzellette.

Cap. Alessandro Romano

Caro capitano,

missione compiuta!!!

Ieri sera eravamo in 20 più una decina di indipendentisti della Liguria. Ci siamo sistemati in galleria tra la gente e distanti uno dall’altro con l’intesa di non perderci mai di vista.

Ai primi fischi ed alle prime urla che abbiamo fatto è arrivato il servizio d’ordine con la polizia ma mentre facevano la ramanzina e chiedevano i documenti ad alcuni dei nostri, gli altri che come d’accordo si sono mantenuti lontani, si sono scatenati insieme ai liguri. Insomma un tiro incrociato che si è propagato a tutta la sala compreso l’orchestra che ha strappato gli spartiti e li ha tirati sul palco. Una vera rivolta di fischi e di urla. Ci hanno preso la bandiera e 6 dei nostri sono stati accompagnati fuori ma la festa gliel’abbiamo rovinata. Savoia boja e venduti sono stati il nostro grido.

Sono senza voce senza bandiera senza soldi ma soddisfatto, molto soddisfatto.

Antonio Randazzo (Genova)


Quello che è successo all’Ariston di Sanremo

http://www.youtube.com/watch?v=z_-qUA0vnMY


4 febbraio 2010

Boffo e Feltri a pranzo insieme

Se l'informativa sfornata da Feltri sul Giornale contro Dino Boffo è una pura bufala, perché Boffo non ritorna a dirigire l'Avvenire, giornale della Cei? Domanda forse retorica ed ingenua.
Dico subito che mai ho creduto al contenuto di quella informativa, per me dal primo momento era chiarissimo che quella era una pura montatura.
E aggiungo che, per la nessunissima stima che ho per Feltri e per il suo padrone Berlusconi, sono convinto che quella sia stata una carognata di questi ultimi due contro Boffo che si era permesso di criticare gli immorali comportamenti (e non solo sessuali) di Berlusconi.
Ma intanto Feltri, durante lo strano pranzo consumato nei giorni scorsi a Milano con Boffo, ha sostenuto che quella notizia gli fosse stata consegnata da una persona affidabile della Chiesa ed ha rivolto a Boffo queste domande: «Perché Bertone ce l'ha tanto con te? Perché Vian ce l'ha tanto con te?». Era ovvio che volesse far capire a Boffo ed al mondo intero che a passargli quella notizia sia stato Gian Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, spinto dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano. Una resa dei conti insomma di Bertone, filoberlusconiano, contro il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, antiberlusconiano.
Un complotto intraecclesiale degno di papa Borgia e di sua figlia Lucrezia, ha scritto Vito Mancuso su Republica.
Io modestamente continuo ad essere convinto che l'accenno di Feltri agli intrichi vaticani serva solo a sviare l'attenzione. Lui ed il Berlusca hanno capito di averla fatta grossa e la sparano più grossa ancora, per tentare di uscirne fuori.
Giustamente Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi di Comunione e liberazione, ha scritto che è illogico che pezzi grossi della Chiesa «si mettano a brigare in ruoli di bassa cucina quando incarnano poteri d'altro tipo e potrebbero tranquillamente tagliare la testa a Boffo senza passaggi bizantini».
Ma intanto Papa Ratzinger, nell'udienza generale di mercoledì 3 febbraio 2010, si è posta la domanda: «Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa?»; e si risponde: «nella Chiesa molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità lavorano per se stessi e non per la comunità».
Ma tolto il Papa, che pare alludere indirettamente, nessuno nella Chiesa ha aperto bocca per rispondere alle bordate di Feltri.
Ed allora mi nasce il dubbio su quanto viene servito nelle basse cucine vaticane. Non escludendo porzioni di bassa macelleria.
Ma forse bisogna dare ragione a Vito Mancuso quando afferma: «La vera Chiesa è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti».
Ma questa vera Chiesa esiste? E' mai esistita?
Insomma, un gran casino.

26 gennaio 2010

I sabati briganteschi

La vera storia del Brigantaggio meridionale
Sabato 30 gennaio 2010. Ore 18,00. Sala consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)

Negli anni precedenti l’Associazione “Settimana dei Briganti - l’altra storia” ha organizzato tre settimane di studi sul brigantaggio politico-sociale, che si è sviluppato nell’Italia meridionale nel decennio 1860-1870, in seguito all’occupazione da parte dell’esercito piemontese. In quegli anni fu imposta ai meridionali una unità poco sentita e poco voluta.
Studiosi “accademici” ed “irregolari” si sono confrontati, rileggendo gli avvenimenti di quegli anni spogliandosi dalla prosopopea risorgimentale. Sono stati presentai nuovi studi e ricerche su documenti inediti, scoperti negli archivi polverosi e volutamente resi inaccessibili fino ai giorni nostri. La storia è stata studiata anche dalla parte dei vinti meridionali. E’ stata data voce alla stragrande maggioranza dei meridionali che non capivano e non volevano quell’unità d’Italia, ma che furono violentati a subirla. I briganti furono la parte armata dei meridionali che si difesero dall’aggressione piemontese.
Sono intervenuti i professori universitari Ettore Catalano, Vincenzo Padiglione, Domenico Scafoglio, Fulvia Caruso, Francesco Gaudioso, Gennaro Incarnato. Hanno tenuto relazioni gli studiosi Raffaele Nigro, Valentino Romano, Rosario Quaranta, Ulderico Nisticò, Alessandro Romano, Michele Prestera, Giuseppe Clemente, Augusto Conte, Erminio de Biase, Gaetano Marabello, Gianni Custodero, Costantino Conte e tanti altri.
Ora per le giornate di studio sul brigantaggio meridionale è stata adottata una nuova formula. Si terrà una iniziativa l’ultimo sabato di ogni mese: i sabati briganteschi appunto.
Si inizia sabato 30 gennaio con l’intervento di Giuseppe Osvaldo Lucera, studioso del Brigantaggio e del Controrisorgimento. Relazionerà sul tema: “Vicende di un’altra storia ovvero Insrorgenza, Risorgimento, Unità d’Italia, Brigantaggio”. Su questo tema Lucera ha scritto quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Vengono studiati e presentati criticamente i briganti pre-unitari: Vardarelli, don Ciro Annicchiarico, Di Franco, i cattivi maestri risorgimentali: Garibaldi, Cavour, Mazzini, Liborio Romano, la spedizione dei cosiddetti “Mille”, i briganti post-unitari: Michele Caruso, Pasquale Romano, Giuseppe Tardo, José Borges, i fatti di Bovino, Bronte, Lauria, Pontelandolfo, Vieste, Biccari.
Per i mesi successivi sono già programmati gli interventi della giornalista Marisa Ingrosso, del professore universitario Mario Spagnoletti, dello storico del brigantaggio Valentino Romano.
Ad epigrafe del programma de “i sabati briganteschi” sono state poste due famose e significative frasi. La prima è di Franco Molfese: «Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu, nel suo aspetto di massa, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento». La seconda frase è di Antonio Gramsci: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
“I sabati briganteschi” vogliono essere un contributo critico e dalla parte dei meridionali in occasione del prossimo 150° anniversario dell’unità d’Italia.
Rocco Biondi

17 gennaio 2010

Cineforum Grottaglie 2010 - Programma

CINECIRCOLO “MONTICELLO”
Padri Gesuiti - Via K. Marx, 1 - Grottaglie (TA)

CINEFORUM 2010
“Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità” (Muriel Barbery, l’eleganza del riccio)

PROGRAMMA
Domenica 10 Gennaio - Ti amerò sempre - Philippe Claudel
Venerdì 15 Gennaio - La siciliana ribelle - Marco Amenta
Venerdì 22 Gennaio - Libano - Samuel Maoz
Venerdì 29 Gennaio - L’uomo nero - Sergio Rubini
Domenica 7 Febbraio - Lo spazio bianco - Francesca Comencini
Venerdì 12 Febbraio - Diverso da chi? - Umberto Carteni
Domenica 14 Febbraio - Il dubbio - John Patrick Shanley
Domenica 21 Febbraio - Vincere - Marco Bellocchio
Sabato 27 Febbraio - Il giardino dei limoni - Eran Riklis
Domenica 14 Marzo - Galantuomini - Edoardo Winspeare
Domenica 28 Marzo - La felicità porta fortuna - Mike Leigh
Domenica 11 Aprìle - La duchessa - Saul Dibb

Il programma può subire variazioni per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori.

QUOTE SOCIALI: Giovani (16-25-anni) €.20,00 - Adulti €. 25,00
Unica proiezione: ore 18,00 - Teatro "Monticello" dei Padri Gesuiti - Via K. Marx,1 - Grottaglie
Servizio gratuito di baby sitter.

Tessere sociali disponibili presso: Segreteria Associazione S. Francesco de Geronimo - Centro Padri Gesuiti - Via K. Marx,1 - Grottaglie
Lun - mar - gio - ven - ore 10,00 - 12,30 / giov ore 18,00 – 20,00 - Tel. 0995610002
La Casa del libro, via Trieste, 20 - Grottaglie - Tel. 0995638128

11 dicembre 2009

Obama c'entra poco con la pace

Obama non è Bush, ma non è nemmeno meritevole di ricevere il premio Nobel per la pace.
Chi invia altri 30mila soldati in Afghanistan, ad ammazzare e a farsi ammazzare, ha poco a che fare con la pace.
Chi sostiene che possono esserci guerre giuste, contraddice il principio fondante della pace.
Chi afferma che l'uso della forza è necessario e moralmente giustificato, nei fatti non si impegna per la pace.
Chi dice che la guerra è l'espressione della follia umana, ma la fa, si autoproclama folle.
Chi asserisce che gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace, non sa cosa cosa dice.
La Commissione di Oslo che ha deciso di assegnare il premio Nobel per la pace a Barack Obama non ha reso un buon servigio alla pace. Obama in qualche modo ne era consapevole quando ha affermato che «il problema maggiore, riguardo al conferimento di questo premio, è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre».
La Norvegia questa volta, anziché insignire con il premio chi ha veramente lavorato per la pace, ha voluto autogratificarsi premiando il Presidente degli Stati Uniti d'America.
Con la inopportuna ed ingiustificata premiazione di Obama il Premio Nobel ha perso un po' del suo prestigio.

8 dicembre 2009

Berlusconi vattene

La goccia scava la pietra. Ma quello che è avvenuto a Roma, sabato 5 dicembre 2009, è più di una goccia. Sono state dieci, cento, un milione di gocce che sono cadute sulla testa tosta di Berlusconi. L'onda viola autoconvocatosi, tramite internet, per il “No Berlusconi Day” ha certamente contribuito e contribuirà ad accelerare la fine di Berlusconi e del berlusconismo purtroppo ancora pesantemente presente in Italia.
L'emerito stronzo leghista Calderoli, degno emulo del suo boss Berlusconi, ha detto che se un milione di persone stavano in Piazza San Giovanni gli altri 59milioni stanno col governo di Berlusconi. E' ovviamente una colossale cazzata. Nelle ultime elezioni, fra chi gli ha votato contro e chi non l'ha voluto astenendosi, la maggioranza degli italiani è stata contro Berlusconi.
E' stato detto, mutuando un'affermazione del Berlusca, che il il 5 dicembre scorso a Roma si è svolto “il migliore corteo degli ultimi 150 anni”. Certamente è entrata in campo una forza “politica” nuova, che non si lascia soggiogare dalle televisioni ma vive e si forma in internet, il popolo della rete appunto. Uno degli organizzatori del “No-B day” ha detto: «Il successo della manifestazione conferma che Internet è lo strumento fondamentale per superare la barriera delle tv in mano a Berlusconi. Sarà la piattaforma base per superare il berlusconismo e la sua cultura». Noi auspichiamo che questo processo avvenga rapidamente. Tutti quelli che lo sperano devono dare fattivamente il proprio contributo.
Dario Fo ha detto: « E' stata una giornata storica, è solo l'inizio, ve ne ricorderete».
Ecco alcuni slogan gridati o inalberati che rendono bene l'aria che tirava in Piazza San Giovanni: «Berlusconi dimissioni», «Berlusconi ci hai rotto i coglioni», «Pussa via puzzone», «Donne, vi aspettano grandi carriere, se darete la passera al Cavaliere», «La destra va a troie, la sinistra a trans e l'Italia a puttane», «Il vilipendio alle istituzioni è Berlusconi capo del governo», «La criminalità lo ha messo lì...», «Ci sei tu dietro le stragi», «Berlusconi non scappare, devi farti processare», «Iddu pensa solo a iddu», «Con infamia senza lodo», «Mangano e Dell'Utri a voi, Falcone e Borsellino a noi».
Giorgio Bocca in video alla manifestazione ha detto: «Questa è la prima opposizione vera che ci sia!».
Il magistrato Domenico Gallo: «C'è una compagnia di ventura che sta devastando il paese».
La cantante Fiorella Mannoia: «Voglio un paese di cui non vergognarmi».
Moni Ovadia: «Dunque, l'Italia è viva! Non ci sono solo servi e sudditi».
Non ci deve preoccupare il mal di pancia di quelli del Pd di Bersani. Siamo più forti di loro, verranno con noi. Qualcuno già c'era: «Rosy Bindi, hai le palle, sei venuta».
Curzio Maltese dei partecipanti alla manifestazione di Roma ha scritto: «Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l'Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sue storie personali e le scelte pubbliche, l'elogio dei dittatori, il conflitto d'interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Domani non torneranno a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi».
Berlusconi vattene. E se non se ne va lui, lo dobbiamo cacciare noi.

3 dicembre 2009

Moana Pozzi e Violante Placido, film Sky

Il vero e il verosimile sono rimasti lontanissimi tra loro. La mini serie in due puntate realizzata da Sky, andata in onda l'1 ed il 2 dicembre 2009, non ha reso un buon servizio a Moana.
Noi che già conoscevamo ed amavamo Moana non l'abbiamo ritrovata nella volenterosa interpretazione di Violante Placido. Moana era altro.
L'unica cosa, parzialmente positiva, è stata che di Moana se ne sia comunque parlato. Ma non so che impressione ne abbia potuta avere dal film chi non la conosceva o la conosceva poco. Temo che, nella migliore delle ipotesi, abbia lasciato indifferenti. Moana meritava di più.
Ne è venuta fuori una interpretazione complessivamente grottesca e macchiettistica. Gli unici attori ai quali do una se pur piccolissima valutazione positiva sono Violante Placido (Moana) e Giuseppe Soleri (Mario/Maddalena - truccatore e amico-a di Moana). Tutti gli altri sono da dimenticare e più di tutti Fausto Paravidino (Riccardo Schicchi).
Non solo è stata mal rappresentata la vera vita di Moana, ma addirittura si è pure voluto inventare. Sono inesistenti nella vita di Moana il pusher cocainomane che le muore fra le braccia e forse anche la rivalità con Ilona Staller che con lei fondò il partito dell’Amore.
Sulla morte di Moana il film accetta la versione del cancro al fegato. Come pure viene avvalorata la versione del marito di Moana, Antonio Di Ciesco, che l'avrebbe aiutata a morire in ottemperanza del desiderio espresso dalla stessa Moana.
A testimonianza dei suoi rapporti sessuali con tanti uomini importanti, nel film si indugia su quelli con un uomo politico di quegli anni (Craxi, che comunque lei non nomina mai direttamente nel suo libro La mia filosofia, cosa che fa invece per tanti altri).
Moana Pozzi, di estrazione borghese e di educazione cattolica, è riuscito ad unificare in sé l'essere ed il volere. Donna libera in tutto, anche nel sesso, ma raziocinante. Riusciva a dialogare non solo con uomini comuni ma anche con intellettuali di rango. Gli uomini con lei erano a loro agio, lei non era la puttana di strada ma la donna dei sogni, completa in tutto. Le donne l'ammiravano perché lei era quello che loro avrebbero voluto ma non riuscivano ad essere.
Molti di noi, uomini e donne che la stimiamo ed amiamo, continuiamo a credere che non sia morta veramente ma che continui a vivere in un mondo lontano, senza le fatiche della vita quotidiana.
Per chi voglia conoscere meglio Moana riporto dal mio blog il link http://roccobiondi.blogspot.com/2008/08/moana-pozzi-amata-sempre.html, sotto il quale ve ne sono tanti altri della mia Moana.

1 dicembre 2009

Mafia e Berlusconi

Berlusconi ha detto: «Sono il capomafia». E noi questa volta gli crediamo. Lui l'avrebbe detto scherzosamente. Ma se fosse vero? Proprio il capo no, ma un compartecipe potrebbe essere.
Il mafioso pentito Gaspare Spatuzza [killer di don Puglisi] ha dichiarato, a proposito delle stragi del 1992/93, che la controparte di Cosa Nostra sarebbero stati Berlusconi e Dell'Utri ed ancora: «Filippo Graviano [capo insieme ai fratelli della cosca del quartiere palermitano Brancaccio] mi parlava come se Fininvest fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua». Ed ora la mafia chiede a Berlusconi la restituzione di quei soldi.
I pentiti di mafia di norma vengono scaricati dai loro capi. Ma questa volta Spatuzza non è stato né sconfessato né intimidito.
Berlusconi forse, più che dei giudici, dovrebbe preoccuparsi dei mafiosi, che per ora si limitano solo a parlare. Secondo lui i mafiosi che lo accusano sono degli esaltati e degli schizofrenici. Ma i mafiosi non parlano a vanvera.
Ed intanto Berlusconi vorrebbe strozzare gli autori della fortunata serie televisiva “La Piovra” e gli autori di libri su Cosa Nostra, perché screditano l'Italia. Forse secondo lui la mafia è stata inventata dagli scrittori. Già un amico di Berlusconi aveva affermato che la mafia non esiste. Ed il capomafia stalliere Vittorio Mangano, ospite per diverso tempo in casa di Berlusconi, è stato promosso ad eroe.
L'eroe della “Piovra”, nei panni del commissario Cattani, l'attore Michele Placido ha ironicamente detto: «Ha ragione lui, la mafia non esiste. Gli attentati a Falcone e Borsellino, a Milano e a Torino erano solo scene di film girati da Damiani o Francesco Rosi».
Claudio Fava, figlio di Giuseppe assassinato dalla mafia, ha affermato: «Ormai Berlusconi parla come un mafioso. Vuole strozzare chi scrive di mafia. Quando a un paese già umiliato dalle mafie dice che la vergogna non sono i mafiosi ma gli scrittori di mafia, siamo alla parodia del potere».
Michele Serra ricorda al premier che «le nostre mafie controllano il traffico mondiale della droga, esportano stragi in Europa, impongono i loro affari in mezzo mondo. Quello che colpisce è che se ne parli assai meno di quanto richiederebbe una simile catastrofe sociale».
Eugenio Scalfari sostiene che « il piano della mafia, secondo le dichiarazioni dei pentiti, avrebbe come finalità effettiva quella di “riscuotere” dalla Fininvest il capitale e gli interessi, debitamente rivalutati, che sarebbero stati anticipati a quella società come fondi riciclati».
Se la mafia esige, Berlusconi deve temere. Le richieste possono essere soddisfatte in tanti modi. Non sempre la mafia è costretta a ricorrere al sangue.

20 novembre 2009

Berlusconi contro D'Alema in Europa

Sembrava strano che Berlusconi potesse appoggiare seriamente Massimo D'Alema nella sua candidatura a ministro degli esteri europeo. Per due ragioni.
La prima perché il suo smodato narcisismo mal sopporta che altri, oltre lui e suoi fidi, possano ricoprire ruoli di grande prestigio che possano in qualche modo oscurarlo. Anche se questa volta poteva tornargli utile far credere che il suo intervento avesse portato uno dell'opposizione a ricoprire una importante carica in Europa. Se ne sarebbe fatto un vanto ed avrebbe chiesto ed atteso un ricambio di favori.
La seconda ragione è che Berlusconi non conta assolutamente nulla a livello europeo. Il suo essere ed il suo modo di comportarsi lo scredita e scredita l'Italia in Europa e nel mondo. Anzi l'aver fatto credere che lo appoggiasse ha danneggiato D'Alema. Berlusconi in effetti è stato solo a guardare, per sfruttarne comunque l'eventuale risultato positivo.
La partita è stata giocata nelle tre capitali che contano veramente in Europa: Berlino, Londra, Parigi. L'Italia conta poco o nulla. Nell'assegnazione delle due nuove alte cariche è stato usato un collaudato manuale spartitorio, con un compromesso al ribasso. L'Italia spera per il futuro, un posticino le verrà anche riservato.
Le due nuove nomine europee sono state di un profilo molto basso. Sono state ignorate le competenze. Il belga nominato presidente e la britannica ministro degli esteri sono due emeriti sconosciuti sullo scacchiere mondiale. L'Europa non potrà trarne nessun vantaggio a livello mondiale. Continueranno a comandare le cancellerie nazionali.
Ed intanto D'Alema tornerà ad occuparsi di quello che lui chiama il «cortile italiano». Speriamo che il sostanziale mancato appoggio di Berlusconi nella vicenda europea lo faccia diventare più determinato a creare scosse che aiutino finalmente a liberarci di Berlusconi.

20 ottobre 2009

I banditi, di Eric J. Hobsbawm

E' la quarta edizione del libro, riveduta e ampliata dallo stesso Hobsbawm, pubblicata nel 1999. Le tre precedenti erano uscite rispettivamente nel 1969, nel 1971 e nel 1981.
I motivi di questa nuova edizione sono sintetizzati dallo stesso autore nella prefazione. Il primo è che dopo il 1981 sono usciti diversi contributi importanti sulla storia del banditismo, che hanno ampliato la visione del banditismo nella società e dei quali si è voluto tener conto. Il secondo motivo è che fatti a noi contemporanei, come per esempio quelli avvenuti in Cecenia, causati dalla disgregazione del potere statale e del sistema amministrativo in molti stati, ci fanno valutare in modo diverso l'esplosione del banditismo nell'area mediterranea dal Cinquecento in poi. Il terzo motivo è che si è voluto anche tener conto di alcune critiche alle precedenti edizioni.
Hobsbawm si occupa soltanto di alcuni tipi di banditi, di quelli che l'opinione pubblica non considera delinquenti comuni. I banditi sociali sono ritenuti criminali dal signore e dall'autorità, invece dalla gente della società contadina sono considerati eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, persino capi di movimenti di liberazione e comunque uomini degni di ammirazione, aiuto e appoggio.
Il banditismo sfida l'ordine socio-economico-politico che opprime i deboli, sfida chi detiene il potere ed il controllo delle risorse. Fame e brigantaggio vanno di pari passo. Meglio infrangere la legge che morire di fame.
Sotto l'aspetto sociale conta poco la vita reale dei banditi, contano di più gli effetti delle attività dei banditi nell'ambito della storia del tempo; sotto l'aspetto politico invece vita e fatti reali hanno grande importanza.
Il banditismo, che generalmente è un fenomeno individuale o di piccoli gruppi, diventa fenomeno di massa quando il potere è instabile, inesistente o indebolito.
Il fenomeno del banditismo sociale si riscontra nelle società fondate sull'agricoltura ed è alimentato da contadini e braccianti governati ed oppressi dai signori delle città. Gli uomini in età da lavoro preferiscono prendersi con la forza ciò che gli serve, piuttosto che morire di fame.
Ma talvolta il banditismo è la resistenza di intere comunità o popolazioni alla distruzione del proprio modo di vivere. E' quello che avvenne nell'Italia meridionale con la grande rivolta contadina e con la guerriglia dei briganti contro i piemontesi, percepiti come invasori, negli anni 1861-65. I briganti di allora erano uomini di azione e non ideologhi, uomini duri e sicuri di sé, che riuscivano ad esprimere capi forniti di forte personalità e di grande talento militare. Carmine Crocco e Ninco Nanco avevano doti di comando che suscitarono l'ammirazione degli ufficiali piemontesi, che combatterono contro di loro. Ma – scrive Hobsbawm – per quanto quegli “anni del brigantaggio” costituiscano un raro esempio di un'importante sollevazione contadina capitanata da banditi sociali, i capi briganti non incitarono mai i propri uomini a occupare le terre e parvero incapaci di concepire una “riforma agraria”. I briganti erano dei riformatori, non dei rivoluzionari.
Ma talvolta i briganti diventano rivoluzionari. Ed avviene quando – scrive Hobsbawm – «il brigantaggio diventa il simbolo, anzi la punta avanzata di resistenza dell'intero ordine tradizionale contro le forze che cercano di scalzarlo e di distruggerlo. Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della “reazione”, secondo la definizione di chi ne è al di fuori, contro il “progresso”». I briganti del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, che non insorgevano a difesa del “reale” regno dei Borboni, ma per l'ideale della società del buon tempo antico, simbolizzata naturalmente dall'ideale del Trono e dell'Altare.
A volte i briganti, come nel meridione d'Italia nel 1861, confluiscono negli eserciti contadini e cessano di essere banditi, diventando militanti della rivoluzione.
Hobsbawm esamina e presenta vari tipi di banditi: il ladro gentiluomo, i giustizieri, gli aiduchi, i requisitori anarchici (quasi-banditi).
Il ladro gentiluomo Robin Hood è il bandito più famoso e universalmente popolare. Robin Hood rappresenta ciò che tutti i banditi contadini dovrebbero essere, benché di fatto siano in pochi ad avere l'idealismo, la generosità, la coscienza sociale che il loro ruolo richiederebbe.
Per Hobsbawm le caratteristiche del bandito gentiluomo sono nove. Primo: non comincia la sua carriera di fuorilegge con un delitto, ma come vittima di un'ingiustizia o perseguitato per un'azione che l'autorità, ma non la sua gente, giudica criminosa. Secondo: raddrizza i torti. Terzo: prende dal ricco per dare al povero. Quarto: non uccide, se non per autodifesa o per giusta vendetta. Quinto: se sopravvive ritorna tra i suoi come un cittadino onorato, un membro della comunità; in effetti non si stacca mai dalla comunità. Sesto: è ammirato, aiutato e appoggiato dai suoi. Settimo: egli muore invariabilmente ed esclusivamente per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare con le autorità contro di lui. Ottavo: il bandito è – almeno in teoria – invisibile e invulnerabile. Nono: non è nemico del re o dell'imperatore, fonti di giustizia, ma soltanto dei signorotti locali, dei preti o di altri oppressori.
Alcuni nomi di banditi gentiluomini: Angelo Duca o Angiolillo (1760-84), Pancho Villa, Labareda, Salvatore Giuliano, José Maria «El Tempranillo», Jesse James (1847-82), Billy the Kid, Diego Corrientes, Ch'ao Kai, Kota Christov, Oleksa Dovbuš, Sergente Romano, Pernales, Vardarelli.
Fra i banditi giustizieri il più famoso fu il brasiliano Virgulino Ferreira da Silva (1898-1938), noto come «Il Capitano» o «Lampião»; fra questo tipo di banditi viene anche annoverato il calabrese Nino Martino.
Fra gli aiduchi si trovano: Doncho Vatach, Korčo, Ken Angrok.
Un buon capo brigante intrattiene relazioni con il mercato e con il più vasto universo economico tanto quanto un piccolo proprietario terriero o un ricco agricoltore. Ma essendo un ribelle ed un povero, per entrare in quel mondo, usa i mezzi alla sua portata: la forza, l'audacia, l'astuzia e la risolutezza.
I briganti fanno propri i valori e le aspirazioni del mondo contadino. Numerosi contadini, allora, diventano banditi. Nel 1860-61 le unità di guerriglieri contadini si formarono intorno, e a imitazione, delle bande dei briganti: i capi locali furono il polo d'attrazione di un flusso massiccio di soldati borbonici sbandati, di disertori, di renitenti alla leva, di prigionieri evasi, di gente che temeva di essere perseguitata per atti di protesta sociale al tempo della liberazione garibaldina, di contadini e montanari in cerca di libertà, di vendetta, di bottino, o di un po' tutte queste cose assieme. A una minoranza di uomini non disposta a sottomettersi si aggregava ora la maggioranza.
Quei briganti, se fossero stati ben guidati e organizzati, potevano fornire un contributo militare serio. Lasciati a se stessi – scrive Hobsbawm – il loro potenziale militare in quanto tale era limitato, e anche di più lo era il loro potenziale politico, come ha dimostrato il brigantaggio nell'Italia meridionale. I vari emissari e agenti segreti dei Borboni che cercarono di introdurre una disciplina e un certo coordinamento nel movimento brigantesco tra il 1860 e il 1870 non ebbero successo.
Il più famoso fra i banditi anarchici requisitori è stato lo spagnolo Francisco Sabaté Llopart «El Quico» (1913-1960). Con il termine requisizione si indicano le rapine (generalmente in banche) che servono a fornire i fondi ai rivoluzionari. L'idea anarchica è il folle sogno di un mondo in cui gli uomini agiscono guidati dalla moralità pura, così come detta la coscienza; dove non c'è povertà, non c'è governo, non ci sono prigioni né poliziotti, né imposizioni né disciplina, tranne quella proveniente dall'illuminazione interiore; dove non esistono legami sociali che non siano la fraternità e l'amore; non ci sono menzogne; non c'è la proprietà né la burocrazia. Sabaté non beveva né fumava e mangiava con la frugalità di un pastore, anche quando aveva appena compiuto un colpo a una banca. In quegli anni (tra il 1944 e l'inizio degli anni Cinquanta), a Barcellona, avere una coscienza politica significava farsi anarchico. La dedizione di Sabaté alla causa repubblicana e l'odio contro Franco non vennero mai meno. Sabaté puntigliosamente non sparava mai prima che l'avversario avesse fatto una mossa provocatoria. Fu ucciso dopo aver tentato di dirottare un treno verso Barcellona. Ma c'é chi dice che a morire non fosse stato lui.
Hobsbawm nell'ultimo capitolo del libro afferma: «Il bandito non è soltanto un uomo, è un simbolo». Anzi, il più delle volte è solo mito e favola. Non fa parte della storia. E' frutto del bisogno ancestrale, presente negli uomini, di giustizia, libertà, eroismo.
Noi invece crediamo che i banditi briganti, certamente quelli del periodo postunitario italiano (1860-1870), fanno parte a pieno titolo della storia meridionale, che deve essere riscritta e rivalutata.
Rocco Biondi

3 ottobre 2009

Berlusconi contro la libertà di stampa

Berlusconi è in guerra permanente contro la democrazia in Italia.
Di questa verità la maggioranza degli italiani non ne è consapevole. Stampa e televisioni, che formano l’opinione pubblica, sono quasi tutte nelle mani di Berlusconi. Vengono manipolate per nascondere la verità e per formare una consapevolezza malata.
Direttori di giornali e giornalisti vendono la propria coscienza e la propria professionalità al loro datore di lavoro.
Ma anche ministri e deputati fanno a gara per compiacere il loro designatore.
Leggendo i giornali e vedendo la televisione, gli italiani non conoscono la verità. Sanno solo quello che Berlusconi vuole che sappiano e nel modo che lui vuole che sappiano.
Giornali e giornalisti che svelano o tentano di svelare la verità vengono minacciati. S’invoca e si mette in atto contro di loro una censura economica e giudiziaria. S’inventano e si minacciano contro di loro falsi dossier per spaventarli.
Per conoscere la verità sull’Italia governata da Berlusconi, bisogna leggere i giornali e vedere le televisioni stranieri. Leggendoli e vedendole ci si rende conto che in Italia la democrazia è in grave pericolo.
E allora è giustificatissima la manifestazione che oggi si tiene a Roma per difendere la libertà di stampa in Italia.
Alla manifestazione, indetta dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, partecipano liberi cittadini, associazioni, sindacati, politici, giornalisti.
Manifestazioni parallele si tengono, oltre che in altre dodici città italiane, anche a Londra, Parigi, Berlino, Barcellona. Se la libertà di stampa viene ridotta in Italia, tutto il mondo libero ne risente.
Bisogna che l’opinione pubblica italiana e internazionale, che ritiene Berlusconi inadatto a governare l’Italia, aumenti sempre di più.

20 settembre 2009

Il grande sogno, film di Michele Placido

Il grande sogno del '68 è rimasto un puro sogno. I sognatori di allora si sono quasi tutti integrati e sono stati fagocitati dal capitalismo borghese.
Chi ha vissuto direttamente quegli anni potrebbe non riconoscersi o non volersi riconoscere nelle storie come raccontate nel film.
Chi è nato dopo quegli anni potrebbe dedurne un'idea sbagliata della realtà.
Io, che in quegli anni frequentavo l'Università a Roma e che nel '69 partecipai attivamente all'occupazione dell'università internazionale Pro Deo di Padre Morlion, ne ho un ricordo un po' diverso.
Rocco Biondi

Trama
Il grande sogno è un film ambientato in Italia nel 1968, quando i giovani sognavano di cambiare il mondo, quando le regole venivano infrante, l’amore era libero e tutto sembrava possibile. Nicola è un bel giovane pugliese che fa il poliziotto ma sogna di fare l'attore, e si trova a dover fare l'infiltrato nel mondo studentesco in forte fermento. All'università incontra Laura una ragazza della buona borghesia cattolica, brillante e appassionata studentessa che sogna un mondo senza ingiustizie, e Libero, uno studente operaio, leader del movimento studentesco che sogna la rivoluzione. Tra i tre nascono sentimenti e forti passioni e Laura - sedotta da entrambi - dovrà scegliere chi dei due amare. Anche i fratelli minori di Laura, Giulio e Andrea, sentendosi coinvolti dal clima di contestazione, portano lo scompiglio in famiglia.
Il personaggio di Nicola è ispirato alla gioventù di Michele Placido che si trasferì a Roma dalla Puglia per diventare attore e che per guadagnarsi da vivere entrò nel corpo della Polizia prima di frequentare l'Accademia di arte drammatica.

Interpreti e personaggi
Luca Argentero: Libero
Riccardo Scamarcio: Nicola
Jasmine Trinca: Laura
Michele Placido: Andrea
Laura Morante: Maddalena
Massimo Popolizio: Domenico
Dajana Roncione: Isabella
Alessandra Acciai: Francesca
Marco Iermanò: Andrea
Brenno Placido: Giulio

Crediti e note
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Angelo Pasquini, Michele Placido
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Consuelo Catucci
Musiche: Nicola Piovani
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Claudio Cordaro
Paese: Italia
Anno: 2009
Produttore: Pietro Valsecchi
Casa di produzione: Taodue Film S.r.l.
Distribuzione: Medusa
Durata: 101 min
Data uscita in Italia: 11 settembre 2009
Genere: drammatico, storico

Mostra del cinema di Venezia 2009
PREMIO MASTROIANNI ATTORE/ATTRICE EMERGENTE
Jasmine Trinca

Trailer

13 settembre 2009

Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, di Alfonso Scirocco

Alfonso Scirocco è un intellettuale che, dalla sua cattedra di Storia del Risorgimento nell'Università di Napoli, ha contribuito a rinverdire il falso mito del Risorgimento e di Garibaldi.
Il suo interesse per il Brigantaggio è strumentale e funzionale alla dimostrazione che i Piemontesi non avevano altro strumento per estirparlo che la repressione.
Per lui «i briganti sono autentici professionisti del crimine, che sono riusciti a sfuggire a lungo alla cattura o all'uccisione per la debolezza dell'apparato repressivo».
Anche se spesso pare cadere in contraddizione. Nella premessa al suo libro Scirocco afferma di prendere le mosse per la sua analisi sul brigantaggio dagli studi di Hobsbawm e Molfese, ma per dire subito che il brigantaggio non fu una reazione borbonico-clericale e nemmeno un fenomeno politico-militare. Ma in tutte le pagine che seguono vuol dimostrare che il brigantaggio non ebbe nemmeno carattere sociale. Si vuole comunque salvare la coscienza scrivendo, a chiusa del suo libro, «nei fatti ai sequestri, ai ricatti, ai vandalismi dei briganti, lo Stato sistematicamente risponde con una violenza diversamente motivata, ma non meno cieca, e quindi sterile».
Come altri libri di autori che scrivono per minimizzare e screditare i briganti, anche questo di Scirocco può essere utile a chi ritiene che i briganti non furono comuni delinquenti ma espressione di un movimento di liberazione (anche se non sempre consapevole) dalla oppressione e dalla miseria. In quei libri si possono trovare notizie e fonti che, lette con un'ottica diversa, fanno capire l'estensione del fenomeno brigantaggio, che in alcuni periodi diventa quasi di massa, e che fa dedurre che un intero popolo non può essere diventato criminale.
Il libro, che vorrebbe dimostrare un'ininterrotta continuità della persistenza del brigantaggio nella Calabria in tutti i primi settanta anni dell'Ottocento in forme e modi quasi sempre uguali, si divide in quattro capitoli.
I periodi storici che vengono affrontati partono dal 1799 quando il cardinale Ruffo sconfisse la Repubblica partenopea riconsegnando Napoli a Ferdinando IV di Borbone, proseguono con il decennio francese (1806-1815) di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, la restaurazione borbonica fino al 1860, la fine del Regno delle Due Sicilie, il Regno dei Savoia ed il decennio postunitario (1860-1870).
Nel primo capitolo si accenna ai briganti Angelo Paonessa (Panzanera), Arcangelo Scozzafava (Galano), Natale Di Pascale (Cavalcante), Lorenzo Benincasa, Francesco Muscato (Bizzarro), Paolo Mancuso (Parafante). Per reprimerli fu mandato da Murat in Calabria il feroce generale Manhès.
Altri briganti: Vito Caligiuri, Carlo Cironte, Nicola Mazza (Carne di Cane), Vincenzo e Carmine Villella, Pietro Genovese, Antonio Renzo, Saverio Colacino (Zibecco), Gennaro Valle.
Il più famoso di tutti fu Vito Caligiuri di Soveria Mannelli, sul capo del quale fu posta una taglia di ben 1300 ducati per l'uccisione e 2100 per la cattura. Contro di lui fu schierata una imponente forza: 100 militi a paga, 50 uomini di truppa di linea, squadriglie a carico dei proprietari, colonne mobili. Ma fu tutto inutile, Caligiuri era imprendibile. Fu ucciso dal brigante traditore Giovanni Bitonto (Incrocca), allettato dalla promessa di impunità e dalla taglia che aveva raggiunto l'ingente somma di ducati 1900.
Tantissimi altri nomi di briganti sono elencati dallo Scirocco. Ma fra tutti spicca quello di Giosafatte Talarico, al quale è dedicato l'intero secondo capitolo.
Prima seminarista, intraprese poi gli studi di farmacista senza però poterli terminare. Fu costretto infatti a darsi alla macchia, intorno al 1820, dopo aver ucciso un ricco giovinastro che aveva violentato una sua sorella. Un delitto d'onore quindi. Da allora Giosafatte Talarico regnò sui monti della Sila per più di vent'anni, riverito e temuto perché forte, audace, coraggioso. Non era feroce, ma aveva indiscutibili doti di capo ed incuteva ai suoi compagni grande terrore. Frequentava, protetto da amici potenti ed influenti, «or travestito da prete, or da ricco signore, i caffé, i teatri, e passeggiava per le strade più frequentate». Aveva provveduto di dote fanciulle povere e compiuto molte altre azioni generose. Ma anche faceva fuori chi lo tradiva.
Dopo tanti tentativi andati a vuoto di catturarlo, per liberarsene non restava che trattare la resa. Gli fu proposto una pensione di sei ducati ed una casetta nell'isola d'Ischia. Talarico accettò, ma a condizione che il beneficio fosse esteso ai suoi compagni.
Terminava così la carriera del brigante che aveva “fatto tremare le tre Calabrie”, ma il cui nome sarebbe stato ricordato “con lode più che con biasimo come quello di un protettore del povero contro il ricco, del debole contro il forte”.
Talarico prese moglie ed ebbe una figlia. Morì ultraottantenne.
Alfonso Scirocco riprende questi cenni biografici del brigante Giosafatte Talarico dallo scrittore calabrese Nicola Misasi. Ma poi tenta di smontare quanto di positivo Misasi aveva accreditato a Talarico, per farlo diventare un delinquente comune. Ma contraddicendosi ancora una volta, Scirocco così chiude il capitolo su Talarico: «Forte, astuto, coraggioso, crudele ma solo se necessario, inafferrabile e quasi invulnerabile, Talarico possedeva tutte le doti per divenire nella tradizione orale il protettore dei perseguitati, l'eroe del mondo contadino, il simbolo di aspirazioni represse, proiettate dalla fantasia popolare sul piano sfumato della leggenda».
Il terzo capitolo parla della persistenza del brigantaggio in Calabria fino all'Unità del 1860. Si accenna ai briganti Natale Faraca, Pietro Maria Buonofiglio, Pasquale D'Ardes, Giuseppe Scarcelli (Vozzo), Saverio Lopez (Pedecase), Nicola Rende, Raffaele Arnone, Pietro Branca, Fortunato Federico, Gennaro Emanuele. E questi erano i capi banda, vi sono poi i nomi o i numeri dei componeti le singole banda, che comunque non superavano in media la decina di adepti.
L'ultimo capitolo tratta del brigantaggio postunitario. In Calabria i briganti più famosi furono Domenico Straface (Palma) e Carmine Franzese.
Nel Cosentino, tra il settembre del 1860 e l'agosto del 1863, erano stati fucilati o uccisi 198 briganti o manutengoli. La legge Pica del 15 agosto 1863 venne a dare nuovo impulso alla repressione. La Calabria ripiombava nell'arbitrio e nella illegalità. Vennero arrestati e condannati i parenti, donne e bambini, dei briganti.
In coda al brigantaggio postunitario Scirocco accenna al brigante Giuseppe Musolino, che appassionò l'opione pubblica italiana alla fine del secolo.
In appendice al libro sono riprodotti significativi documenti dell'epoca ed interessanti liste di fuorbanditi, con tantissimi nomi con motivo e data dell'arresto o dell'uccisione.
Rocco Biondi

Alfonso Scirocco, Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, Capone Editore, Lecce 1991, pagg. 172

5 settembre 2009

Vittorio Feltri fai schifo


Su Feltri rompo il silenzio che mi ero imposto cinque anni fa in questo blog.
Mutuando un termine molto congeniale al suo vocabolario, per quello che ha scritto e fatto contro Dino Boffo, direttore del quotidiano Avvenire, nasce spontaneo apostrofarlo con un bel “Vittorio Feltri fai schifo”.
Si è inventato o comunque ha usato un falso documento per colpire il direttore di un giornale, che si era permesso di criticare il suo (di Feltri) padrone Silvio Berlusconi.
Nella falsa informativa si leggerebbe: «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione».
Tutto completamente falso dalla a alla zeta, in perfetto stile berlusconiano. Ma bisognava infangare. Se Berlusconi è porco, anche i suoi detrattori lo sono altrettanto. Tutti porci, nessun porco.
Ma Berlusconi e Feltri avevano fatto il conto senza l'oste. La reazione della Chiesa, alla quale appartiene il giornale che Boffo dirigeva, è stata spietata.
Cardinali, vescovi e cattolici hanno parlato di killeraggio, bassa macelleria, delitto, dove killer, macellaio e sicario è sempre Vittorio Feltri. Sottintendendo che killer macellaio sicario è anche il mandante Berlusconi.
Berlusconi dice di non sapere niente di quello che scrive Feltri. Mente come sempre. Ha assunto Feltri come direttore del suo giornale di famiglia proprio per fare questo sporco lavoro.
Ed intanto Boffo ha gettato la spugna, dimettendosi.
Tutto finito allora? Ha vinto Berlusconi? Penso proprio di no.
I tempi della Chiesa sono più lunghi di quelli della politica di Berlusconi. Un alto esponete del Vaticano ha detto: «La prepotenza, la mancanza di rispetto umano di fronte a chi si è permesso di criticare, sono manifestazioni alle quali il mondo cattolico è sensibile... C'è da dubitare che chi ha voluto tutto questo possa cantar vittoria».
Berlusconi è avvertito. Non può dormire sonni tranquilli. Ha i giorni contati. A meno che nella Chiesa non prevalgano altri calcoli politici.