10 giugno 2015

La Nazione napoletana, di Gigi Di Fiore



L’idea di Nazione napoletana nasce da lontano e non è quindi una costruzione fantasiosa degli ultimi anni. Con l’arrivo di Carlo III di Borbone a Napoli nel 1735, scrisse Antonio Genovesi nel 1754, si cominciò ad avere una Patria e ad interessarsi dell’onore della nazione. E quando nel 1860 il Regno delle Due Sicilie venne invaso e annesso al Piemonte, chi lo difese aveva come riferimento culturale la storia di un regno con sette secoli di vita, a partire da ben prima quindi della dinastia Borbone. Quando qualcuno minaccia la propria casa, mette in discussione i propri valori e i propri affetti, il proprio futuro, scrive Di Fiore, si corre alle armi per difendersi. Si combatte per la sopravvivenza della propria patria, anche se destinata a scomparire.
     E non sono solo i briganti a combattere e morire, ma anche ufficiali e soldati dell’esercito borbonico morti a Calatafimi, Milazzo, Palermo, Volturno, Garigliano, Mola, Gaeta, Messina. Di quei combattimenti si conoscono i caduti piemontesi e garibaldini, dei borbonici napoletani quasi nessun libro di storia ne parla. Vinti e dimenticati sono coloro che scelsero di rimanere fedeli alle Due Sicilie, additati solo al disprezzo. Negli Stati Uniti, i confederati vinti e il loro esercito in giubba grigia sono ricordati anche nei musei, al pari dei vincitori. Da noi prevale la “damnatio memoriae”. Ma forse raccontare qualcuna delle storie di quei vinti può portare nuova luce sulla Nazione napoletana.
     Da queste premesse nasce il libro di Gigi Di Fiore. Si parte dal passato per approdare all’oggi. E’ la storia dei “suddisti”, termine che Di Fiore libera da ogni connotazione negativa, rivalutando le radici culturali e storiche del Meridione.
     Carlo Filangieri, nato nel 1784, iniziò la sua formazione nella più prestigiosa scuola militare francese di allora. Divenne ufficiale e combatté per Napoleone Bonaparte, che conobbe personalmente. Ma si sentiva sempre napoletano. Trasferito a Napoli entrò nell’esercito napoletano con il grado di capitano. Combatté la guerra di Spagna. Ritornato a Napoli fu a fianco di Gioacchino Murat. Fu ferito ad una gamba e rimase zoppo per tutto il resto della vita. Sciolto l’esercito murattiano, fu a fianco del re delle Due Sicilie Ferdinando I, che però poi lo destituì dal grado militare. Ritornò a combattere per i Borbone quando divenne re Ferdinando II. Con Francesco II divenne primo ministro e titolare del dicastero della guerra; ma caduto in minoranza si ritirò a vita privata. Morì a ottantaquattro anni. Era stato accanto a cinque re di Napoli e Sicilia. Nel museo di famiglia a lui dedicato, in ogni oggetto a lui appartenuto si respira l’orgoglio di sentirsi napoletano.
     Il siciliano Matteo Negri, figlio di un militare, fece i suoi studi alla Nunziatella. Durante il regno di Francesco II divenne colonnello. Nonostante il padre avesse tradito, passando con i piemontesi, Matteo rimase sempre fedele al re napoletano. Combatté sul Volturno e sul Garigliano, dove morì in combattimento. Ma per lui vinto gli viene destinato solo oblio e disprezzo.
     Il tenente generale Francesco Traversa comandava l’arma del Genio nella fortezza assediata di Gaeta, spicchio residuo della Nazione napoletana a fine 1860 ed inizio 1861. Nonostante avesse settantaquattro anni, conservava ancora abbastanza energia per restare al suo posto, accanto al re Francesco II. Rimase lì anche per riscattare il comportamento del figlio Luigi, ex allievo della Nunziatella, che a trent’anni aveva disertato. Molti altri avevano fatto scelte di campo diverse rispetto a fratelli, figli, genitori. Il 5 febbraio 1861 fu colpita la batteria Sant’Antonio, dove erano rinchiusi 7000 chili di polvere da sparo e 40 000 cartucce da carabina e fucile. Fu una carneficina. Fra i morti ci fu anche il generale Traversa. Con lui morì il suo vice Paolo de Sangro, colonnello dell’esercito borbonico.
     Di Fiore parla poi di tanti altri ufficiali, sottoufficiali e soldati, ignorati dalla storia, che morirono senza abbandonare la loro patria e la nazione napoletana: Ferdinando De Filippis, Domenico Bozzelli, Aloisio Migy, Giuseppe Maria Solimene, i fratelli Quandel (Ludovico, Pietro, Giuseppe).
     Dopo la resa molti militari dell’esercito napoletano furono spediti in campi di concentramento del nord. Tristemente famoso fu quello di Fenestrelle, dove morirono in molti. Qualunque sia la cifra finale dei morti, scrive Di Fiore, resta sempre una macchia per l’unità d’Italia: si trattava di italiani catturati da altri italiani, in una guerra non dichiarata.
     Un uomo di penna e non di spada fu l’avvocato e giudice Pietro Calà Ulloa. Si definì un liberale moderato, ma le sue idee non si allontanarono mai dal concetto di fedeltà per la Nazione napoletana. Credeva, scrive Di Fiore, nei governi costituzionali, ma pensava di poterli realizzare nella sua patria e con la dinastia borbonica del Sud. Non si fece mai tentare dalla causa unitaria. Fu l’ultimo capo del governo borbonico in esilio. Morì nel 1879 a settantasette anni, con la convinzione, sempre uguale, che l’unità d’Italia fosse contro la storia e le identità territoriali.
     Altri uomini non militari che rimasero sempre legati alla Nazione napoletana, di cui si parla nel libro di Di Fiore, furono: Enrico Cenni (neoguelfa che puntava a una confederazione di Stati italiani, ognuno con la propria autonomia, sotto l’autorità del papa; lavorò sotto i borbonici nell’avvocatura dello Stato; con l’avvento dei piemontesi fu allontanato dal suo posto e morì in miseria), Giacomo Savarese (grande esperto di bonifiche di terre paludose; anche lui non credeva all’unità d’Italia, era favorevole a una forma di federalismo che riconoscesse l’autonomia del Mezzogiorno), Francesco Proto (anche se eletto deputato nel primo parlamento del regno d’Italia nel 1861, rimase sempre un anarcoide, che sfuggiva a ogni imbrigliamento e a ogni direttiva rigida di qualsiasi partito; presentò una sua mozione, che non fu mai letta in parlamento, ma fu passata ai giornali che la pubblicarono, in essa parlava di tirannide e rapacità piemontese, definendo gli avvenimenti del 1860-61 una invasione e non unione).
     Un capitolo del libro è dedicato allo smantellamento dell’industria meridionale, a cominciare dall’opificio di Pietrarsa, per molti anni diretto dal colonnello Luigi Corsi. La sua struttura contava 34000 metri quadri, con officine per locomotive, una fonderia con sei fornaci per la ghisa e una più piccola per il bronzo, reparto lavorazione caldaie, fucineria, magazzini, biblioteca. Nel giugno 1860 dava lavoro a 1050 persone, che nel 1875 erano diventati solo 100. Fu chiusa definitivamente a vantaggio dell’Ansaldo di Genova. Contro la sua chiusura già il 6 agosto 1863 gli operai organizzarono la prima rivolta operaia dell’Italia unita. Contro di essi, che erano disarmati, furono mandati i bersaglieri, armati di fucili, che spararono uccidendo quattro operai.
     Il libro si chiude sul “gran rifiuto” opposto dal giornalista e scrittore Pino Aprile a diventare leader politico di un movimento unitario di gruppi e associazioni meridionali.
     Ma «la Nazione napoletana è oggi uno spirito e una cultura senza tempo, un valore che nasce dalla storia per diventare identità eterna» conclude Gigi Di Fiore.
Rocco Biondi

Gigi Di Fiore, La Nazione Napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista, Utet De Agostini Libri, Novara 2015, pp. 352, € 18,00

21 maggio 2015

Briganti e galantuomini, di Claudio Conti



Chi si interessa di brigantaggio postunitario dovrebbe leggere questo romanzo di Claudio Conti, ottenendone grande giovamento nel comprendere l’ambiente culturale e sociale nel quale quel fenomeno è nato e si è sviluppato.
     Claudio Conti, nato a Roma nel 1939, che ha prima insegnato matematica nell’università e successivamente da dirigente ha lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti, è arrivato alla narrativa in tarda età. A questo romanzo, che ha come sfondo il brigantaggio meridionale, ha lavorato in pratica tutta la vita, partendo dai racconti su di un suo bisnonno fatti dal padre ed entrati a far parte delle fantasie della sua infanzia. Pur essendo vissuto quasi sempre al nord, si è sempre sentito nell’animo, come lui stesso scrive nella introduzione, un “mediterraneo”, un uomo del Mezzogiorno intimamente legato ai valori di quella cultura. Sulla guerra civile che insanguinò la proclamazione del Regno d’Italia si è documentato nel corso di lunghi anni, giungendo alla conclusione che le attuali contraddizioni che affliggono la vita politica e sociale del Mezzogiorno sono l’effetto degli eventi tragici e cruciali di quegli anni.
     Il tema del brigantaggio meridionale non viene trattato dal punto di vista dei briganti e del mondo contadino, ma da quello dei cosiddetti galantuomini, grandi proprietari terrieri e allevatori, che con il loro patto con l’amministrazione piemontese hanno contrassegnato la nascita della cosiddetta Unità d’Italia. Il protagonista del romanzo però, pur appartenendo a quest’ultima categoria, attraverso un complesso percorso di maturazione intellettuale e morale, si sente più vicino alla classe dei poveri contadini che non a quella dei galantuomini e abbandona la carriera militare per abbracciare quella dell’artista pittore.
     Un romanzo e quindi un libero esercizio della fantasia dell’autore. A Irsina non è accaduto nella realtà nulla di simile a quello descritto nel libro e Lombroso ha svolto la sua attività di medico militare in Calabria e non a Melfi.
     Il protagonista Gaetano, rimasto orfano (la madre era morta nel darlo alla luce, il padre morì qualche anno dopo) fu adottato da uno zio materno, dal quale prese il cognome di Pallotta. Venne accudito da tre sorelle zitelle di detto zio: Don Severino, un proprietario terriero, che divenne prima sindaco del suo paese Deliceto in provincia di Foggia e poi deputato al parlamento italiano. Per prestigio e per salvaguardare i propri interessi economici privati Don Severino decise che il proprio figlio adottivo Gaetano avrebbe seguito la carriera militare. Ancora sedicenne (si era nel 1851) Gaetano entrò alla Nunziatella, la Reale Accademia Militare. Nel 1859 uscì da detta Accademia con il grado di secondo tenente dell’esercito borbonico. Caduto il governo borbonico, dopo il plebiscito, entrò nell’esercito italiano con il grado di sottotenente.
     Fu utilizzato dall’esercito piemontese, specialmente come interprete nel tradurre il dialetto meridionale, nella lotta contro i briganti. Quest’ultimi nel romanzo appaiono solo sullo sfondo e sono imprendibili. Vengono invece raccontati episodi di atrocità ad opera dei piemontesi, che metteranno in crisi il meridionale Gaetano.
     Fra i briganti cui si accenna troviamo Crocco, Taschetta, Schiavone, Sacchitiello, Andreotti, Totaro, Caruso, Cavalcante, Ninco Nanco, Coppa, Della Gala, Chirichigno. Sono diventati tali perché il nuovo governo ha aumentato il prezzo del pane, dell’olio e del sale, rendendo più dura la vita della povera gente e ha introdotto la coscrizione obbligatoria.
     Gaetano s’innamora di Matilde, inizialmente scelta da Don Severino perché appartenente ad una famiglia possidente, ma che nonostante avesse avuto il padre ucciso dai briganti riesce a capire le ragioni di questi ultimi.
     Una figura singolare e significativa è quella del professore Marziale Letterelli, che insegnava latino al ginnasio-liceo di Melfi e che viveva in uno spazio nel quale protagonisti assoluti erano i libri: “accatastati per terra, impilati sui comodini, ordinati in scaffali di legno, di diverse epoche e misure, che coprivano pressoché completamente le pareti”. Il professore ritiene che i galantuomini possidenti utilizzano Carmine Crocco per salvaguardare i propri interessi, e lo fermano dall’invadere Potenza perché non più utile a loro. Farà anche venire a galla le contraddizioni presenti nell’animo di Gaetano e lo condurrà a seguire la propria vocazione abbandonando la vita militare.
     Il libro si chiude con il saluto che la quercia che campeggiava nella piazza del suo paese rivolge a Gaetano: “Ben tornato. Ti aspettavamo, sapevamo che saresti venuto”.

Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, Cavallino (LE) 2015, pp. 216, € 13,00

9 maggio 2015

I Carabinieri e il Brigantaggio nell’Italia meridionale, di Pompeo Di Terlizzi



Il tenente Pompeo Di Terlizzi, nato a Spinazzola (Bari) nel 1922 e morto nel 2010, è stato nell’arma dei Carabinieri dal 1941 al 1983, dove ha lavorato presso il Museo Storico dell’Arma dedicandosi alla ristrutturazione dell’Archivio Storico e alla speciale Biblioteca.
     Nel libro, pubblicato nel 1997, difende ed esalta l’operato dei Carabinieri durante quella che ritiene una guerra civile contro i briganti, descritti come avvoltoi, masnadieri, mostri, criminali, feroci. Non senza incorrere in contraddizione quando afferma che “spesso nel commentare il brigantaggio meridionale 1861-1870 prevale la poca onestà dell’informazione di certuni e la proterva volontà di altri a presentarli in modo distorto se non ostile per motivi ideologici: eppure quella tragedia popolare e nazionale aveva bisogno di ben altro sentimento”.
     Ma altrove afferma che “si ritiene che non meritano l’appellativo di conquistatori o di invasori stranieri le forze armate impegnate nel Sud, e soprattutto si rifiuta paragonarle con le «SS» naziste né si conviene accomunare ai partigiani italiani, coloro che con gesta sanguinarie e bestiali eccessi, aggredirono quei soldati che sacrificarono le loro vite per formare la nazione, anzi la Patria degli italiani”. Dimenticando però di dire che quei soldati erano venuti ad invadere ed annettere il Regno delle Due Sicilie, senza che vi fosse stata nessuna dichiarazione di guerra.
     Il Di Terlizzi poi sostiene che il brigantaggio nella storia di Napoli è un fenomeno endemico che è sempre esistito, rispuntando con maggiore virulenza ad ogni mutazione politica. E non solo, anche nel primo decennio postunitario tale fenomeno è esistito anche nel nord e nel centro Italia. Anzi, scrive il Di Terlizzi, nelle province dell’Italia settentrionale e centrale, con una popolazione inferiore a quella delle province del Mezzogiorno, i carabinieri uccisi furono ben 449, contro i 280 delle province meridionali dove infieriva il brigantaggio scatenato oltre che dalla miseria, dal legittimismo borbonico. Forse sarebbe ora, conclude Di Terlizzi, che i giudizi e le sentenze artificiosi o ideologici emessi nel tempo vengano riveduti e corretti.
     Le fonti da cui si attinge in quest’opera sui Carabinieri sono le Circolari Periodiche (redatte trimestralmente dai comandi delle legioni territoriali dei carabinieri ad uso interno, in cui si sintetizzano i fatti più salienti a cui avevano preso parte i carabinieri, compresi quindi anche quelli sul brigantaggio), l’Albo delle ricompense ai componenti dell’Arma per la partecipazione ad eventi significativi nella lotta contro il brigantaggio, i Rapporti che le varie Legioni dei Carabinieri inviavano ai Comandi superiori ed ai Ministeri competenti (copia di essi è presente nel Museo Storico dei Carabinieri di Roma), i Dispacci telegrafici che venivano inviati in seguito a fatti significativi dai vari Comandi militari.
     Nel libro sono riportati cronologicamente alcuni dei fatti sul brigantaggio avvenuti nel primo decennio postunitario, ai quali i Carabinieri hanno preso parte nel reprimerli. Notiamo che quei fatti sono visti dalla parte dei Carabinieri, esaltandone talvolta spropositatamente la loro partecipazione. Vengono riportati principalmente i nomi dei Carabinieri partecipanti, quelli dei briganti vengono solo accennati. Ecco alcuni dei capibriganti, brigantesse, legittimisti stranieri, presenti nel libro: Crocco, Schiavone, Pedrozzi, Cipriano e Giona La Gala, Di Crescenzo, Zappatore, Piciocchi, Chiavone, sergente Romano, Pizzichicchio, Ninco Nanco, Capobianco, Caruso, Andreottola, Sacchetiello, Marciano, Pio, Teodoro, Cianci, Stramengo, Coppa, Coppolone, Manfrè, La Veneziana, Trinchera, Gioseffi, Monaco, Tranchella, Riccio, Tinna, Giuseppe Lupo, Cillis, Coppolarossa, Cotturelli, Apuzzo, Tortora, Rubino, Calabrese, De Marzio, Egidione, Canosa, Todera, Percuoco, Tacca, Malacarne, Martano, Mennuti, Marino, Andreozzi, Tommasini, Domenico Fuoco, Pace, Guerra, Giuliano, Santaniello, Jacobucci, Primiano Marcucci, Berardino Viola, Nunzio Taburini, Quintilio Venieri, Scoppitiello, Cotugno, Cappucciniello, Concezio Argentieri, Cannone, Giardullo, Valente, Di Sciascio, Ferrara, Delle Donne, Di Majo, Spinelli, Corea, Palumbo, Taddei, Cerino, Cianci, Venneri, Giosafatte Tallarico, Vulcanis, Gatto, Greco, Colaiuto, Conforte, Scarapecchia, Donato, Colamattei, Boltrini, Elisabetta Palmieri, Marina Oliverio, Gioconda Marini, Giovanna Tito, Maria Capitanio, Filomena Pennacchio, Olimpia Crocco, Rosa Reginella, Carolina Casale, Giuseppa Vitale, Generosa Cardamona, Rosa Martinelli, Maria Tulino, Marianna Corfù, Rosa Giuliani, Filomena Soprano, Raphael Tristany, Josè Borges, Carlo Mayer, Alfredo de Trazegnies, De Langlois, Luvarà, Klitsche de Lagrange, De Riviere.
     Il libro del Di Terlizzi si chiude con delle affermazioni che condivido appieno. L’unità della nazione privilegiò le popolazioni settentrionali. Quelle trassero dall’annessione delle province dell’ex regno delle due Sicilie solo benefici. A pagare furono le province affamate e ferite del Sud. La preferenza data all’industria con la realizzazione di opere e strutture pubbliche per la quasi totalità nelle regioni del nord. La mancanza di provvedimenti e di impegni socio-finanziari per lo sviluppo delle attività già esistenti e fiorenti nelle regioni meridionali, attività anzi fatte decadere a vantaggio di quelle settentrionali. Con la conseguenza, dopo la tragica guerra civile, della tragedia dell’emigrazione del popolo meridionale, alla ricerca di un lavoro che il proprio paese non era riuscito a procurar loro.
Rocco Biondi

Pompeo Di Terlizzi, I Carabinieri e il Brigantaggio nell’Italia meridionale (1861-1870), Levante Editori, Bari 1997, pp. 342