3 giugno 2008

Il Divo, film di Paolo Sorrentino

Giulio Andreotti è nato a Roma il 14 gennaio 1919. Ha quindi 89 anni ed è ancora vivo e lucido.
Del film che Paolo Sorrentino ha girato su di lui gli è stata fatta una proiezione privata. Ovviamente non è rimasto per niente soddisfatto. «E’ una mascalzonata, è cattivo, è maligno», ha detto. Ma non sporgerà querela. «Se uno fa politica pare che essere ignorato sia peggio che essere criticato. Dunque...». Il divino Giulio ha perdonato.
Nonostante nel film sia stato chiamato il gobbo, la volpe, Moloch, la salamandra, l’uomo delle tenebre, Belzebù.
Andreotti passa attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli, e soprattutto Moro) nelle quali lo si riterrà coinvolto. Si intenta contro di lui un processo per collusione con la mafia, ma ne esce assolto.
Cinema politico, che fa riflettere.
Magistrale l’interpretazione di Toni Servillo.
Trama
Brigate Rosse; Democrazia Cristiana; Loggia P2; Aldo Moro. Un glossario italiano apre il film che ha vinto il Premio Speciale al 61° Festival di Cannes. Perché per capire questa Italia, il pubblico, internazionale e non, deve avere bene in mente alcune parole e il loro significato. Questo vocabolario ha come comune denominatore un uomo che per quarant'anni e oltre ha rappresentato il potere nel nostro paese: Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, esponente di spicco della DC dal giorno della sua fondazione, senatore a vita; indagato, processato e assolto per associazione mafiosa; ambiguo, impassibile, ironico e tanto tanto altro ancora.
Doveva accadere prima o poi, che qualcuno cedesse alla tentazione di raccontarlo. Per fortuna lo ha fatto Paolo Sorrentino, grandioso pensatore in immagini, con un film che non è una biografia nel senso solito e stanco del termine, ma un'opera bizzarra, originale, lontana anni luce sia dallo statico biografismo che dalla satira pecoreccia, entrambi di stampo televisivo."Il divo", prodotto dalla Indigo Film di Francesca Cima e Nicola Giuliano (David di Donatello quest'anno con "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli e produttori storici di Sorrentino), è una lezione di stile da parte del regista e sceneggiatore napoletano, che riesce a tenere le fila di una materia immensa, fatta di tanti "prima" e altrettanti "dopo", lasciando passare infinite informazioni sulle dinamiche del potere politico senza tralasciare la dimensione privata dell'uomo. Andreotti, chiuso nel suo appartamento perennemente buio, a combattere l'insonnia e i mal di testa, a pregare, è già di per sé talmente "personaggio" che non ha bisogno di ulteriori caratterizzazioni (il "qualcosa in più" è lo straordinario talento di Toni Servillo). Le orecchie un po' piegate, la gobba, l'uscire di scena camminando all'indietro, le battute pungenti: tutto materiale attinto dalla realtà. Sarebbe stato credibile un personaggio così se fosse stato frutto di invenzione e non fosse, invece, esistito veramente? Il divo tanto più è grottesco quanto più è reale. Un paradosso che, pensato in relazione a cinquant'anni di storia italiana, mette i brividi.
"Il divo" è un film da godere in tutte le sue dimensioni, non ultima quella tragicamente divertente. Da non perdere, non perché ha vinto un premio a Cannes ma perché è un gran film sul potere e sulla verità.
[Alessia Lepore in http://www.icine.it/fmm/articoli.php?id=30922]
Crediti
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: Teho Teardo
Paese: Italia/Francia
Anno: 2008
Durata: 110'
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film, Babe Film (Francia
Distribuzione (Italia): Lucky Red
Uscita nelle sale italiane: 28 maggio 2008 in 340 copie
Sito ufficiale: www.luckyred.it/ildivo/
Interpreti e personaggi
Toni Servillo: Giulio Andreotti
Anna Bonaiuto: Livia Danese
Giulio Bosetti: Eugenio Scalfari
Flavio Bucci: Franco Evangelisti
Carlo Buccirosso: Paolo Cirino Pomicino
Paolo Graziosi: Aldo Moro
Giorgio Colangeli: Salvo Lima
Alberto Cracco: Don Mario
Lorenzo Gioielli: Carmine Pecorelli
Gianfelice Imparato: Vincenzo Scotti
Massimo Popolizio: Vittorio Sbardella
Aldo Ralli: Giuseppe Ciarrapico
Giovanni Vettorazzo: Magistrato Scarpinato
Piera Degli Esposti: Signora Enea
Premi
Festival di Cannes 2008: Premio della giuria

Il Divo - Trailer e Video del Film

1 giugno 2008

Gomorra, film di Matteo Garrone

Il termine Gomorra, città biblica distrutta da Dio, viene qui usato come sinonimo di corruzione e decadimento morale e umano.
A vedere il film in sala eravamo solo una diecina di spettatori. Nell’intervallo una signora ha commentato: «Mancano completamente lo Stato, la famiglia, la scuola, la Chiesa». Dalla loro mancanza scaturisce la camorra napoletana.
Nel film si rappresenta un’altra società, diversa da quella ufficiale. E’ una rappresentazione quasi asettica, senza condanna e senza accettazione. E’ la vita reale.
Il film segue quattro vicende parallele, quelle di Pasquale il sarto, la faida di Scampia, lo smaltimento dei rifiuti tossici, due ragazzi che cercano di mettersi in proprio. [Vedi Wikipedia]
Ho comprato, ma ancora non letto, l’omonimo libro di Roberto Saviano, da cui è tratto il film.
Trama
Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del vicinato e sogna di affiancare i grandi, quelli che girano in macchina invece che in motorino, che indossano i giubbotti antiproiettile, che contano i soldi e i loro morti. Ma diventare grandi, a Scampia, significa farli i morti, scambiare l'adolescenza con una pistola. O magari, come accade a Marco e Ciro, trovare un arsenale, sparare cannonate che ti fanno sentire invincibile. Puoi mettere paura, ma c’è sempre chi ne ha meno di te. Impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, e può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro (Imparato), una vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare i camion della camorra in giro per l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco (Servillo), il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non creda di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare. Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, libro-scandalo di Roberto Saviano che in Italia ha venduto oltre un milione di copie, aprendo il sipario sulla luce artificiale e ustionante di una lampada per camorristi vanitosi ed esaltati. Il sole non illumina più le province di Napoli e Caserta, impossibile rischiarare questa terra buia e straniera al punto che gli italiani hanno bisogno dei sottotitoli per decifrarla. Siamo in un altro paese: all'inferno. Che non si trova nel centro della terra, ma solo pochi metri giù dalla statale o sotto la coltivazione delle pesche che mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori con la compiacenza dei rispettabili industriali del nord. Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole; forse la bellezza è nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson, col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente. Il film di Garrone è crudo e angosciante, ripreso dal vero, musicato dal suono delle grida e degli spari di Scampia. Una volta si diceva "giusto", quando dire "bello" non aveva senso. Giustissimo, dunque. Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura. Del libro, soprattutto, sposa il punto di vista, da dentro, e tuttavia inevitabilmente fuori, in salvo. "Ma - scrive Saviano - osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco". Gomorra, sullo stomaco, pesa come un macigno. Solo una ruspa potrebbe sollevarlo, per "sversarlo" altrove e chiudere in circolo vizioso, come il suono del film.
Da: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=46991
Crediti
Regia: Matteo Garrone
Soggetto: Roberto Saviano (romanzo)
Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio
Casa di produzione: Fandango, in collaborazione con Rai Cinema e SKY, e con il supporto del Ministero dei Beni Culturali
Paese: Italia
Anno: 2008
Durata: 135'
Distribuzione (Italia): 01 Distribuzione
Fotografia: Marco Onorato
Montaggio: Marco Spoletini
Scenografia: Paolo Bonfini
Interpreti e personaggi
Toni Servillo: Franco
Gianfelice Imparato: Don Ciro
Maria Nazionale: Maria
Salvatore Cantalupo: Pasquale
Gigio Morra: Iavarone
Salvatore Abbruzzese: Totò
Marco Macor: Marco
Ciro Petrone: Ciro (detto Pisellì)
Carmine Paternoster: Roberto
Gaetano Altamura: Gaetano
Italo Renda: Italo
Salvatore Ruocco: Boxer
Simone Sacchettino: Simone
Vincenzo Fabricino: Pitbull
Salvatore Striano: Scissionista
Vincenzo Bombolo: Bombolone
Alfonso Santagata: Dante Serini
Massimo Emilio Gobbi: Imprenditore
Salvatore Caruso: Responsabile cava
Italo Celoro: Contadino
Manuela Lo Sicco: moglie di Pasquale
Zhang Ronghua: Xian
Giovanni Venosa: Giovanni
Vittorio Russo: Pirata
Bernardino Terracciano: Zi' Bernardino
Premi
Festival di Cannes 2008: Grand Prix Speciale della Giuria, Premio Arcobaleno Latino
Trailer Gomorra

29 maggio 2008

Cacciate i dirigenti

Il ministro Brunetta dice di voler licenziare tutti i fannulloni dalla pubblica amministrazione. Non pare chiaro però cosa intenda per fannulloni e quali siano i parametri di misurazione. Per intanto i rappresentanti dei lavoratori sono già sul piede di guerra e non certamente per difendere i fannulloni ma sperabilmente per difendere i lavoratori, anche dagli abusi dei dirigenti.
In questo blog non ho mai parlato del mio ambiente di lavoro, e di cose da dire ne avrei avute parecchie. Ma ciò che sta avvenendo nella scuola dove lavoro merita un’eccezione. Tanto da spingermi a consigliare a Brunetta di riflettere e proporre interventi contro i dirigenti incapaci ed incompetenti.
Una preside neo assunta sta distruggendo tutto quello che di positivo è stato fatto da quando questa scuola è stata fondata, e nessuno interviene.
Il cinquanta per cento degli insegnanti del plesso centrale ha chiesto il trasferimento, a causa della «sopravvenuta mancata condizione di serenità che fino ad ora ci aveva consentito di operare al meglio con i nostri alunni e colleghi. Abbiamo cercato con tutta la delicatezza il dialogo aperto con la nuova Dirigente, al fine di mantenere nella nostra scuola due importanti aspetti consolidati negli anni: la legalità e la disponibilità... Resici conto delle anomalie venutesi a verificare…, non potendo più perseguire questi due essenziali punti, la decisione di trasferirci in altra scuola, resta irrevocabile». Questo è stato fatto presente agli organismi superiori scolastici e non è successo niente.
Le due insegnanti collaboratrici-vicarie hanno presentato le loro dimissioni da tutti gli incarichi, motivando la prima che «non vi sono più le condizioni per agire serenamente e proficuamente» e la seconda «non sussistendo più le condizioni per lavorare serenamente», a causa dei comportamenti della preside dirigente. E non è successo niente.
Cinquantotto lavoratori della scuola, circa il settanta per cento fra insegnanti, personale di segreteria e bidelli, hanno sottoscritto un documento di cinque pagine di accuse contro la dirigente; documento che si concludeva con queste affermazioni: «La nostra Istituzione scolastica ha bisogno di un Dirigente che rifugga dall’arroganza, per rendersi disponibile all’ascolto, al dialogo ed al confronto ad ogni livello, che sia alla ricerca dell’autorevolezza e che rifiuti la cultura dell’autorità, che ascolti le possibili sinergie e che rifugga dall’isolamento. I Docenti auspicano di poter ritornare al loro ruolo di promotori di cultura, di formazione e di valori e non essere considerati anonimi intestatari delle missive del Dirigente Scolastico, ma soprattutto sperano di potersi riappropriare della serenità e della tranquillità perduta». Questo documento è stato inviato ai Dirigenti degli Uffici scolastici provinciali e regionali. E non è successo niente.
I cinque segretari provinciali dei sindacati-Scuola più rappresentativi a livello nazionale (FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS Confsal, GILDA Unams) hanno inoltrato unitariamente (fatto quasi unico nella storia sindacale) un ricorso avanti il Tribunale – Sezione Lavoro – contro questa preside. Gli stessi sindacati avevano proclamato lo stato di agitazione di tutto il personale della scuola.
L’ultimo atto, ad oggi 29 settembre 2008, del tragico clima di terrore che la preside vuol creare nella scuola è la diffida che ha inoltrata contro il Presidente e tutti i componenti del Consiglio della Scuola a svolgere la riunione, regolarmente convocata per oggi, nei locali della Scuola. I consiglieri hanno trovato tutte le porte della Scuola chiuse. Dopo l’intervento dei Carabinieri e Vigili Urbani è stata trovata la soluzione di far svolgere la seduta del Consiglio scolastico presso l’aula consiliare del Comune. Erano presenti quindici consiglieri scolastici sul totale di diciannove. E’ stato predisposto e sottoscritto, non solo dai consiglieri ma anche da molti genitori e docenti presenti, un documento di tre pagine di dettagliate accuse contro la dirigente preside. Decidendo di inviarlo ancora una volta al Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale ed al Dirigente Scolastico Provinciale (già Provveditore agli Studi). Sperando che questa volta sortisca qualche effetto.
Brunetta aiutaci tu. Inventati qualcosa per cacciare una dirigente, che certamente sta facendo più danni di un lavoratore fannullone.
P.S. Lavoro nella Scuola Elementare di Villa Castelli, in provincia di Brindisi, nella Puglia. La Puglia è la Regione dove tre funzionari dell’ufficio scolastico regionale sono indagati, nell’inchiesta sull’ultimo concorso per presidi, per reato di falso. Nella stesura degli elenchi dei candidati presidi avrebbero commesso irregolarità non solo di carattere amministrativo ma anche penale.

24 maggio 2008

Berlusconi buzzurro

Dello scrittore spagnolo Javier Marías [nella foto] finora non ho letto nulla. Mi tocca farlo. Da molto tempo va dicendo su Berlusconi cose che molti pensano, ma non hanno il coraggio di dire. Ecco l’ultima: «È deprimente che un paese sotto tanti aspetti squisito abbia votato – per la terza volta – per un simile buzzurro». Fonte della citazione è la Repubblica del 19 maggio 2008 pag. 7.
Secondo il Vocabolario della lingua italiana Treccani il termine buzzurro, dall’etimo incerto, si dava in Toscana ai montanari che scendevano dal cantone dei Grigioni e dal Canton Ticino a vendere castagne arrostite, dolciumi, ecc. A Roma invece dopo il 1870 furono così chiamati gli Italiani delle regioni settentrionali che vi presero residenza per il trasferimento della capitale. In seguito il termine è passato a significare persona rozza, zotica. Penso che Marías usi il termine in quest’ultimo senso.
Già nel 2002 Javier Marías così scriveva di Berlusconi: «Di fronte a questo tipo di individuo, la maggior parte delle persone è inerme, perché quasi nessuno è preparato a trattare con una persona tanto seccante e insistente (una palla al piede che non sta ferma un secondo, una di quelle persone a cui si dice di sì pur di levarseli di torno o di fermare il loro sproloquio, di riuscire a farli stare zitti), formalmente cordiale e persino affettuosa e che allo stesso tempo non osserva norme o regole d'alcun tipo. Non le considera nemmeno per disattenderle, e neanche i principi, neppure per tradirli; non ha la consapevolezza di stare esagerando o oltrepassando i limiti o trasgredendo».
Marías ne ha anche per Umberto Bossi, che accomuna a Berlusconi, ed insieme li qualifica come «molto zotici». Di Gentilini, ex sindaco di Treviso, ed Alemanno, attuale sindaco di Roma, Marías scrive: «Che i politici comincino a esprimersi come nelle taverne suole essere il primo passo verso un fascismo reale».
Ma anche altri spagnoli non sono teneri nei confronti degli attuali governanti italiani. Javier Moreno, direttore di El Pais, il giornale più letto in Spagna, a proposito della linea governativa italiana sull’immigrazione dice: «Quello che accade in Italia è assolutamente abominevole e inaccettabile». Maria Teresa Fernandez, vice premier spagnola, accusa il capo del governo italiano Berlusconi di seguire una politica sull’immigrazione «razzista e ispirata alla xenofobia». Bibiana Aido, ministro per le Pari opportunità, si dice pronta «a pagare uno psichiatra per Berlusconi», anche se non sa se sarebbe efficace e certamente ci vorrebbero molte sedute. Quasi quasi dobbiamo unirci alla colletta.

18 maggio 2008

Ci tocca stare con Di Pietro

Non credo per niente alla conversione lampo di Berlusconi. Di botto si è fatto agnello. Sono convinto che stia tramando per fregare Veltroni. Ci tocca stare con Di Pietro, che è l’unico in Parlamento che non si è fatto incantare dalla sirena berlusconiana.
Di Pietro al caramelloso Berlusconi ha ricordato senza peli sulla lingua: «Lei è entrato in politica per i suoi interessi, privati e giudiziari. Ha portato i suoi amici e i suoi avvocati in Parlamento per fare i suoi affari». E a Veltroni: «Siamo l’unica opposizione, noi non abboccheremo, non cadremo nella tela del ragno».
E mentre Di Pietro diceva queste cose, interrotto dai berlusconiani, è venuta fuori l’anima fascista del presidente Fini. A Di Pietro che si lamentava delle interruzioni del centrodestra, Fini risponde che quelle interruzioni dipendevano unicamente da quello che lui (Di Pietro) stava dicendo.
In un’altra occasione, e precisamente il 30 maggio del 1924, il presidente della Camera Alfredo Rocco apostrofò con una frase similare il deputato Giacomo Matteotti [nella foto], che dieci giorni dopo fu sequestrato dagli sgherri di Mussolini e ammazzato a pugnalate.
Questa volta la conclusione non sarà così tragica. Il fascismo di oggi non usa più manganelli, olio di ricino, pugnali e fucili, ma metodi più subdoli.
Veltroni pare che ne sia consapevole, ma non fa nulla per contrastarlo. Nella sua dichiarazione di voto, in occasione della fiducia, ha promesso un’opposizione forte e responsabile ed ha ricordato che il centrodestra aveva ottenuto 17 milioni di voti, mentre le opposizioni ne avevano ottenuti 19 milioni di voti e cioè il 53%, la maggioranza. Berlusconi quindi governa solo con il 47% dei voti, la minoranza. Ma il giorno dopo Veltroni andava a colazione da Berlusconi.

13 maggio 2008

L’incompetenza al governo: persino Bondi ministro

Siamo finiti proprio male. Gli uomini e le donne portati da Berlusconi al governo dell’Italia forse (o senza forse) ci devono far vergognare di essere italiani. Ma si dice anche che ogni popolo ha i governanti che si merita. Ed allora siamo doppiamente messi male.
Di Berlusconi si ricordano le corna, gli insulti e le barzellette, oltre al macroscopico conflitto d’interessi.
Sandro Bondi, dalla fulgida carriera politica cominciata da sindaco comunista del suo paese e finita a servo del capo di Forza Italia, diventa Ministro dei Beni Culturali per aver scritto una biografia di Berlusconi e poesie dai critici stroncate e sbeffeggiate.
Mara Carfagna [nella foto] diventa Ministra delle Pari Opportunità, per dimostrare che tutte possono diventare potenti, purché piacciano a Berlusconi, che alla Carfagna dichiarò: «Ti sposerei subito, se non fossi già sposato». Basta portare addosso due santini di Padre Pio. Folgorante carriera: sesta al concorso di Miss Italia nel 1997, valletta televisiva, ministro.
Il pentito Roberto Calderoni pur di fare il ministro si venderebbe pure sua madre. E’ l’inventore della porcata elettorale e del Maiale Day. Ministro alla Semplificazione legislativa. Certamente ci divertiremo.
La carneade Maria Stella Gelmini è addirittura Ministra all’Istruzione e all’Università. Vuol dare ai presidi il potere di nominare direttamente i docenti, dalle Materne all’Università. La scuola diventerà una parentopoli legalizzata. Verranno reintrodotti gli esami di riparazione. Per accedere a qualsiasi tipo di Università bisogna sostenere esami preliminari.
Raffaele Fitto, sconfitto per la presidenza della Regione Puglia dal rifondarolo gay Nichi Vendola, è Ministro agli Affari Regionali.
Angelino Alfano sarà il prestanome di Berlusconi al Ministero della Giustizia.
Maria Novella Oppo ha scritto di Ignazio La Russa che è stato fatto Ministro della Difesa perché basta la sua faccia per far scappare i nemici.
Anche a Michela Vittoria Brambilla è stato assegnato uno strapuntino come sottosegretaria.

4 maggio 2008

Aria pesante di Berlusconi

Comincia a farsi risentire l’aria pesante di Berlusconi. E ancora non ha preso il potere.
Il libico Gheddafi Junior ha proclamato: «Se Calderoli ridiventasse ministro, si avrebbero ripercussioni catastrofiche nelle relazioni fra Italia e Libia». D’Alema, ancora Ministro degli Esteri, è dovuto ricorrere ai ripari. Ma la presenza della Lega nel governo italiano è oggettivamente un grosso problema. E Calderoli, forse, sta cercando di farsi furbo. Ha dichiarato: «Non sono xenofobo, ma dico cose xenofobe perché se vuoi farti sentire devi spararle grosse». Quasi quasi fa tenerezza. Ma ancora non ha smentito le sue uscite anti Islam. Tutti i paesi arabi sono in allarme.
Se Berlusconi non avesse vinto, la reazione alla pubblicazione online delle dichiarazione dei redditi non sarebbe stata così violenta e spropositata. Ci ho provato anch’io a darci una sbirciatina, ma non ci sono riuscito. Mio figlio mi ha assicurato che provvederà lui a scaricarmele da e-mule. Non ne farò però un uso improprio. Intanto il viceministro Visco ha incassato la solidarietà di due ministri: Paolo Ferrero e Antonio Di Pietro. Ed in un sondaggio su Repubblica.it il 68% (nella percentuale ci sono anche io) si è dichiarato d’accordo sulla divulgazione.
All’estero anche gi amici ritengono che sia assurdo che Berlusconi possa diventare primo ministro. Boris Johnson, il neoeletto sindaco conservatore di Londra, ha dichiarato: «Sono un ammiratore di Berlusconi, ma è strano che un imprenditore con i suoi mezzi possa diventare primo ministro, in Gran Bretagna non potrebbe accadere e se accadesse mi farebbe orrore». Boris Johnson è il giornalista al quale Berlusconi dichiarò: «In Italia il fascismo non ha mai ammazzato nessuno».

1 maggio 2008

Il calice è colmo. Anche Roma alla destra

Nei giorni precedenti le elezioni comunali a Roma speravo di potermi consolare dalla cocente sconfitta nelle elezioni nazionali che avevano consegnato l’Italia a Berlusconi ed alla destra con la vittoria di Rutelli. [Mettete le virgole dove volete, ma credo che il concetto sia molto chiaro]. Ed invece no. Anche Roma è stata consegnata dagli elettori alla destra. Il calice amaro è ormai colmo, bisogna berlo tutto. Morire per forse poi risorgere.
Mi sento un po’ romano, per esser vissuto in quella città per nove anni. Ci illudevamo, dopo Rutelli e Veltroni sindaci, di essere eterni. Mi illudevo, leggendo le affollatissime petizioni pro sinistra della intellighenzia italiana e straniera, di vincere ancora una volta, nonostante l’inflazionato Rutelli. Ed invece no. Gli ex camerati ci hanno sbeffeggiato.
Di chi è la colpa? Nostra che non abbiamo saputo intercettare le vere esigenze diffuse dei cittadini? Della valanga di errori che ha fatto il governo Prodi? Del suono del pifferaio Berlusconi che con le sue televisioni e i suoi giornali è riuscito a portare nel burrone la maggioranza degli italiani? Di Veltroni per essersi creduto Sansone? Bla bla bla. Ma consoliamoci: oggi tocca a noi, domani a loro. Bellezza, è la democrazia! Ma cos’è la democrazia?
L’ultima vendetta di Visco, le dichiarazioni dei redditi online, è durata solo poche ore. Tanto quanto è bastato per apprendere che il pifferaio Beppe Grillo ha dichiarato di aver incassato in un solo anno euro 4.272.591,00 (calcolate voi quanti miliardi sono delle vecchie lire). Un paperone del genere come fa ad incazzarsi a favore dei senzatetto, degli immigrati, dei morti di fame? E solo un bravo (forse) attore. A me l’idea delle dichiarazioni online non dispiaceva.
Forse non riuscirò a vedere a Roma la teca che custodisce l’Ara Pacis, opera dell’architetto amricano Richard Meier; il neosindaco Alemanno ha deciso di demolirla perché non gli piace. A nulla varranno le opinioni degli architetti Fuskas, Portoghesi, Gregotti, che dicono di non apprezzare l’opera ma ritengono la sua demolizione una cosa assurda. Prevarrà l’opinione di Aymonino che dice di non capirne un cazzo di quell’opera. La teca di Meier è costata 14 milioni di euro ed è stata inaugurata nel 2006.
Fini nel suo discorso di investitura come presidente della Camera dei deputati dice che il 25 aprile è la festa della libertà; confondendo libertà con Liberazione. E Alessandra Mussolini, fino a ieri sua acerrima nemica, oggi se lo bacia. Ed Ingrao gli ricorda che è bene chiedere la pacificazione, ma che la Resistenza non si può cancellare.
Bla bla bla.

26 aprile 2008

Briganti e partigiani

Vorrei scrivere qualcosa sul 25 aprile, giornata che celebra la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo. Ma non riesco a decidermi da dove cominciare.
Se da un vaffanculo a Beppe Grillo, che non ho mai amato, per l’essersi autoproclamato il vero neopartigiano. Comunque mi è piaciuta la sua battuta sulla legge elettorale; un po’ meno l’attacco a Napolitano, poteva risparmiarselo. «Così adesso abbiamo eletto il parlamento con la vecchia legge e il prossimo anno potremo modificarla con un referendum. Che è come mettersi il preservativo dopo aver trombato». Efficace. Ma Grillo è andato a votare?
Se da Berlusconi, che sta studiando per passare alla storia come statista. Predica l’equidistanza tra i partigiani e quei bravi «ragazzi di Salò». Ed ha pure la spudoratezza di dire di pensarla proprio come Napolitano, del quale spera di poter prendere la poltrona, se non a fregargliela prima della scadenza naturale.
Se dai veri vecchi partigiani, che stampa e televisione di regime stanno tentando di farli passare come dei vecchi ormai rincoglioniti.
Se dai giovani di oggi, che vogliono liberarsi da non si sa cosa.
Se dalla scuola, che non insegna più nulla e tanto meno la Liberazione.
Ed allora mi rifugio con la mente fra i miei cari vecchi briganti postunitari, che da meridionali vollero ribellarsi più o meno coscientemente agli invasori piemontesi. Ma la sfortuna loro fu che persero. Ed allora non gli tocca nemmeno la celebrazione di una ricorrenza. Eppure fu un popolo intero ad assumere il titolo di brigante, come scrisse Piero Bargellini. Ma persero. E la storia viene scritta dai vincitori. I partigiani sono più fortunati.
Forse ho fatto un po’ di confusione. Ma anch’io a mio modo ho voluto celebrare la Liberazione. Augurandomi comunque tempi migliori, sia per i partigiani che per i briganti.

19 aprile 2008

Il mitra di Berlusconi (per non continuare a prenderlo nel culo)

L’abbiamo preso tutti nel culo (nel senso metaforico negativo e peggiore). Io due volte. La prima perché ho votato Veltroni, sperando di non far vincere Berlusconi, che poi invece ha stravinto. La seconda perché la mia area di appartenenza, la sinistra comunista e democratica, è scomparsa del Parlamento per aver persa la fiducia degli elettori.
Di questa debacle molte sono le cause ed infinite le possibili discussioni. Io dico che siamo stati dei grandi coglioni per non aver fatto, quando avevamo i numeri per farlo, una seria legge sul conflitto di interessi, per impedire allo sporco padrone dell’informazione di diventare presidente del Consiglio. Non dovrebbe nemmeno poter prendere parte alle elezioni da candidato. Gli italiani vengono tutti imbrogliati.
Il conflitto di interessi quindi dovrebbe essere la prima arma da approntare se vogliamo sconfiggere Berlusconi e risorgere. Il secondo obiettivo immediato da perseguire è la riforma della legge elettorale; bisognerà impegnarsi per il ritorno ad un sistema proporzionale autentico. In terzo luogo dobbiamo tornare ad essere veramente e fattivamente dalla parte dei lavoratori e dei cittadini più deboli (la stragrande maggioranza degli italiani).
Altrimenti Berlusconi col suo mitra, dopo aver fatto fuori la giornalista russa per difendere il suo amico Putin, farà fuori tutti noi.

13 aprile 2008

Lezioni di volo, film di Francesca Archibugi

Dodicesimo film del Cineforum Grottaglie 2008

Storia di due ragazzi borghesi, senza presente e senza futuro, senza interessi e senza sogni. Per sfuggire al loro vuoto esistenziale volano in India, con i soldi di papà. L’uno, indiano adottato da italiani, cerca e trova la sua famiglia di origine; l’altro, per caso, trova il primo approccio all’amore.
Film a tema. Come tanti altri italiani. Che non dice niente di nuovo. Nemmeno dal punto di vista cinematografico.
Si salva solo la fotografia, bella e affascinante nella descrizione dell’India.

Trama
Pollo e Curry hanno diciotto anni e poca voglia di impegnarsi a scuola e nella vita. Pollo è ebreo e figlio di un padre intransigente e una madre svampita. Curry è indiano e figlio adottivo di una psicologa emotiva e di un giornalista fedifrago. Bocciati alla maturità partono in vacanza "premio" per l'India dove, fuori dai circuiti turistici, incontreranno Chiara, ginecologa di una Onlus internazionale. Nel deserto del Thar proveranno finalmente interesse per la vita: Pollo si innamorerà di Chiara e del suo coraggio, Curry cercherà la madre naturale e le sue origini. Torneranno a casa e all'occidente col "brevetto di volo".

Cast e crediti
titolo originale: LEZIONI DI VOLO
regia: Francesca Archibugi
cast: Giovanna Mezzogiorno, Andrea Miglio Risi, Angel Tom Karumathy, Roberto Citran, Anna Galiena, Flavio Bucci
sceneggiatura: Doriana Leondeff, Francesca Archibugi
fotografia: Pasquale Mari
montaggio: Jacopo Quadri
scenografia: Davide Bassan
costumi:Alessandro Lai
musica: Battista Lena
produttore: Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz
produzione: Cattleya, Aquarius Film, Babe Films, con il contributo del MiBAC, Khussro Film (Calcutta)
distributore: 01 DISTRIBUTION
vendite estere: TF1 INTERNATIONAL
paese: Italia/India/Francia/UK
anno: 2006
durata: 106'
formato: 35mm - colore
uscito in sala: 16/03/2007


Premi e festival
FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI ISTANBUL 2008: From the World of Festivals
FESTIVAL DES FILMS DU MONDE DE MONTRÉAL 2007: Focus on World Cinema
FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI MARRAKECH 2007: Fuori Concorso
HAIFA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL 2007
MITTELCINEMAFEST - FESTIVAL CENTRO-EUROPEO DEL CINEMA ITALIANO 2007

Trailer

12 aprile 2008

Voto Veltroni

Non ho aderito al Partito Democratico. Mi sento più vicino alle posizioni della Sinistra Democratica di Fabio Mussi. Ma per essere conseguente con tutto quello che ho sempre pensato e scritto, anche in questo mio blog, nelle elezioni del 13-14 aprile 2008 voterò sia alla Camera che al Senato per Walter Veltroni. Non me la sento di avere sulla mia coscienza politica una qualsiasi responsabilità di aver fatto vincere Berlusconi. Fra gli unici due contendenti che hanno possibilità di vittoria, scelgo quello più vicino alle mie posizioni, quello con il quale sarebbe più possibile dialogare per far passare le mie idee. Con Berlusconi nuovamente al potere sarebbe la fine di tutto. Purtroppo oggi, con l’attuale legge elettorale (porcata che deve essere cambiata), l’unico voto utile è quello per Veltroni.
Questa mia posizione l’avevo già espressa, in un altro mio recente post, nel quale sintetizzavo un’intervista a Raniero La Valle.

11 aprile 2008

Carlo Antonio Gastaldi (brigante), di Gustavo Buratti

Carlo Antonio Gastaldi da soldato dell’esercito piemontese, sceso al sud per reprimere il brigantaggio, diventa brigante della banda del sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, in provincia di Bari.
Nacque il 7 novembre 1834 in Piemonte a Vagliumina (oggi quarantasei abitanti), piccola frazione di Graglia, in provincia di Biella. Il padre era selciatore, lui cardatore.
Nel 1855 fu arruolato in fanteria. Combattè contro gli austroungarici a Palestro, meritandosi una medaglia d’argento. Ma la vita militare non era per lui. Venne condannato più volte, dal Tribunale di guerra, al carcere. Due volte fu graziato dal re piemontese.
Il 1861 fu l’anno dell’Italia “unita”. L’esercito piemontese, per unire il sud al regno sabaudo, scese nell’ex Regno delle Due Sicilie con un’imponente armata per combattere la Resistenza del popolo meridionale. Anche Carlo Gastaldi, numero di matricola 17056, nel “Corpo Cacciatori Franchi” del 16° Reggimento di Fanteria, IV Battaglione, partì per dare la caccia ai “briganti”.
Fu prima a Taranto e poi a Brindisi. Nelle Puglie era in atto una delle più grosse rivolte contadine, capitanata da Pasquale Domenico Romano, ex sergente dello sconfitto esercito borbonico e ora comandante generale, nominato dal Comitato borbonico segreto di Gioia del Colle.
Un grande successo della banda brigantesca del sergente Romano, che contava oltre 200 uomini sotto la bandiera bianca gigliata borbonica, fu la riconquista di Gioia del Colle, suo paese natale, avvenuta il 28 luglio 1861. Ma la vittoria durò poco. La vendetta dei piemontesi fu terribile. Secondo quanto si dice nella tradizione popolare furono massacrati 150 rivoltosi.
Intanto Carlo Gastaldi, per aver venduto due mazzi di cartucce ed una coperta da campo viene prima rimesso in prigione e poi destinato per “cattiva condotta” al Corpo disciplinare di Finestrelle (Torino). Ma durante il trasferimento, sotto scorta dei carabinieri, nella notte tra il 17 ed il 18 novembre 1862, nei pressi di Fasano, riesce a scappare. Viene dichiarato disertore per la terza volta.
Abbandonato l’esercito piemontese, mentre era alla macchia incontra i briganti del sergente Romano e si arruola con loro. Erano povera gente come lui.
Entra subito nelle simpatie del comandante Romano, diventandone amico e confidente, una specie di segretario-luogotenente. E non solo. Il Gastaldi ottiene anche le confidenze più segrete ed intime del Comandante: personali ed amorose. Perso l’amore di Lauretta d’Onghia, Enrico La Morte (era questo il nome di battaglia che si era dato il sergente Romano) si consolava come poteva con altre ragazze che incontrava nelle masserie che lo ospitavano.
Il Gastaldi partecipa attivamente a tutte le scorribande brigantesche del Romano. Il 21 novembre 1862 si ottiene la vittoriosa battaglia di Carovigno. Il giorno dopo viene assaltata la masseria Santoria, a cinque chilometri da Torre Santa Susanna, dove viene sequestrato il massaro Giuseppe de Biase, vecchio liberale, che poi verrà ucciso. A queste azioni partecipa anche il comandante Cosimo Mazzei di San Marzano, detto Pizzichicchio, che aveva unito la sua banda a quella del Romano. Nei giorni successivi si è ad Erchie, Avetrana, Grottaglie, Massafra, Mottola.
La mattina del 24 novembre 1862 la banda Romano si acquartiera nel bosco delle Pianelle, nei pressi di Martina Franca, che già nei primi anni del secolo era stato la base per le imprese del prete brigante don Ciro Annicchiarico. Da qui il Romano manda dei corrieri in Basilicata per proporre un’intesa al capobrigante Carmine Donatelli Crocco. Ma non se farà niente.
Il 1° dicembre 1862 la compagnia fa sosta alla masseria dei monaci di San Domenico. Sono presenti tutti i comandanti delle bande del Salento e del Barese. Nella notte i piemontesi sferrano un attacco di sorpresa. E’ una disfatta per i briganti. Ne muoiono in tanti; muore anche il comandante Giuseppe Nicola La Veneziana, vengono feriti Pizzichicchio e Quartulli. Molti fuggono. Pasquale Romano, che con 40 uomini era andato alla ricerca di provviste e foraggio, non partecipa alla battaglia. Si salva anche Carlo Gastaldi.
I comandanti superstiti decidono di sciogliere la compagnia e prendono strade diverse. Il Romano rimane alle Pianelle con una quarantina dei più fedeli: tra questi vi è Carlo Gastaldi.
Curati i feriti e recuperati i fuggiaschi dispersi, dopo qualche giorno si parte per la masseria Santa Chiara di Noci. Qui il Gastaldi consegna al prete don Vito Nicola Tinella (che si trovava lì per celebrare una messa ai briganti) una lettera da far recapitare ad un fratello che si trovava a Napoli. Ma il prete anziché spedirla, apre e legge la lettera, che strappa poi in quattro pezzi e si mette in tasca. La lettera verrà consegnata dallo stesso don Tinella alla polizia, che lo aveva arrestato, a dimostrazione che non aveva voluto collaborare con i briganti.
Nella lettera, in realtà indirizzata al padre, Gastaldi tra l’altro parlava delle battaglie vittoriose degli uomini capitanati dal Romano, che non erano «briganti come erano spacciati».
Dopo varie scaramucce con i piemontesi, il sergente Romano decide di ritirarsi con i pochi a lui rimasti fedeli nel bosco di Vallata, nei pressi del suo paese Gioia del Colle. La sera del 6 gennaio 1863 i piemontesi circondano il bosco. E’ la fine. Ventidue “briganti” restano uccisi sul campo, Tra essi il sergente Pasquale Domenico Romano. Pochi si salvano, o facendo finta di esser morti, o dandosi alla fuga. Tra gli scampati vi è Carlo Gastaldi, che qualche mese dopo, con la speranza di aver salva la vita, si consegna ai piemontesi a Bari. Subisce due processi; nel primo per fatti inerenti al brigantaggio viene condannato a 15 anni, nel secondo per la diserzione la condanna è di 18 anni di lavori forzati. A seguito di questa sentenza il Gastaldi viene radiato definitivamente dall’esercito. E’ l’ultima notizia che abbiamo di lui: poi più nulla.
Ma il Gastaldi merita di essere ricordato, se non altro perché ebbe il coraggio di schierarsi al fianco del più idealista dei “briganti” del Mezzogiorno.
Gustavo Buratti, grande studioso delle minoranze linguistiche esistenti in Italia, scrive la storia del Gastaldi in dialetto piemontese con traduzione italiana a fronte. Nella traduzione ho notato qualche inesattezza, specialmente dal punto di vista geografico sui paesi pugliesi.
Mi piace chiudere la mia recensione con un passo tratto dalla nota di edizione che introduce il libro: «Il Piemonte non sono solo i Savo­ia, sono anche e soprattutto i Gastaldi, i contadini delle Langhe, del Cuneense, delle sue campagne. Sono i Nuto Revelli, i Gustavo Buratti». E con loro e tramite loro è possibile un incontro tra Nord e Sud.
In appendice al libro sono elencati, con brevi cenni biografici, 169 (centosessantanove) uomini della banda Romano.

Gustavo Buratti, Carlo Antonio Gastaldi - Un operaio Biellese brigante dei Borboni, Qualecultura (Vibo Valentia) - Jaca Book (Milano), 1989, pp. 100

6 aprile 2008

Giardini in autunno, film di Otar Iosseliani

Undicesimo film del Cineforum Grottaglie 2008

Favola agrodolce. Il potere logora chi ce l’ha. La perdita del potere determina una rinascita. Si riscopre la semplicità della vita vera e quotidiana. Fino all’esagerazione della vita sotto i ponti da clochard.
Storia surreale che vive solo nel cinema e per il cinema. La realtà è lontana e diversa.
Personaggi umani emblematici che si confondono con animali simbolici.
Forse una favola antipolitica un po’ qualunquista.
Buona la recitazione di tutti gli attori, per la maggior parte sconosciuti. L’unico attore famoso è Michel Piccoli, che però interpreta un ruolo femminile.

Trama
Vincent é un ministro, un uomo potente, non brutto, piuttosto elegante, grande bevitore e buongustaio. Odile, la sua amante, è una ragazza molto bella, intelligente, lucida e affascinante. Ma non bisogna mai far dipendere il proprio destino dalle belle ragazze: la cosa potrebbe costare piuttosto cara. Infatti, nel momento in cui Vincent viene cacciato dal ministero, lei lo lascia. Théodière, il nuovo ministro in carica, s'insedia nel sontuoso ufficio di Vincent e distrugge tutto quello che trova. Cambia gli scaffali, i rivestimenti di poltrone e divani, la scrivania, fino addirittura ai posacenere e ai telefoni. Per quanto tempo resterà in carica? Chi lo sa…. Ma lui è ottimista. L’ex ministro Vincent, invece, comincia a vivere… E così, alla fine della nostra storia, Vincent incrocia Théodière, suo rivale e successore caduto in disgrazia a sua volta, ma Vincent non proverà né odio, né gioia perversa, anzi gli dirà: « Mi sembri stanco,…. tieni, bevi un bicchiere ! »...

Cast
Séverin Blanchet, Jacynthe Jacquet, Otar Iosseliani, Lily Lavina, Denis Lambert, Michel Piccoli, Pascal Vincent, Salomé Bedine-Mkheidze

Crediti
Titolo originale: Jardins en automne
Regia: Otar Iosseliani
Sceneggiatura: Otar Iosseliani
Fotografia: William Lubtchansky
Musiche: Nicolas Zourabichvili
Montaggio: Otar Iosseliani ,Ewa Lenkiewicz
Anno: 2006
Nazione: Francia / Italia / Russia
Distribuzione: Mikado
Durata: 121'
Data uscita in Italia: 27 ottobre 2006
Genere: commedia

5 aprile 2008

Segretezza delle mail

Un amico mi ha inviato la seguente mail. Non so quanto giri già in internet. Può darsi che voi già la conosciate. Può dare occasione a varie riflessioni. Il livello di integrazione fra i vari popoli, la favola della privacy in internet, ecc. A me è piaciuta. Ve la giro.

Succede in America
Un vecchio arabo residente a Chicago da più o meno quaranta anni, vuole piantare delle patate nel suo giardino, ma arare la terra è diventato un lavoro troppo pesante per la sua veneranda età. Il suo unico figlio, Ahmed, sta studiando in Francia.
Il vecchio manda una e-mail a suo figlio, spiegandogli il problema: «Caro Ahmed, sono molto triste perché non posso piantare patate nel mio giardino quest'anno, sono troppo vecchio per arare la terra. Se tu fossi qui tutti i miei problemi sarebbero risolti. So che tu dissoderesti la terra e scaveresti per me. Ti voglio bene. Tuo padre».
Il giorno dopo il vecchio riceve una e-mail di risposta da suo figlio:
«Caro papà, per tutto l'oro del mondo non toccare la terra del giardino! Lì è dove ho nascosto ciò che tu sai... Ti voglio bene anch’io. Ahmed».
Alle quattro del mattino seguente, a casa del vecchio arabo arrivano la polizia, gli agenti dell'FBI, della CIA, gli SWAT, I RANGERS, I MARINES, Silvester Stallone, Arnold Shwarzenegger ed i massimi esponenti del Pentagono, che rivoltano il giardino come un guanto, cercando antrace, materiale per costruire bombe o qualsiasi altra cosa pericolosa. Non avendo trovato nulla, se ne vanno con le pive nel sacco...
Lo stesso giorno l'uomo riceve una e-mail da suo figlio:
«Caro papà, sicuramente la terra adesso è pronta per piantare le patate. Questo è il meglio che ho potuto fare, date le circostanze. Ti voglio bene. Ahmed».
Ciao

4 aprile 2008

I briganti La Gala, di Antonio Vismara da Vergiate

Ai tempi del brigantaggio post unitario chi sapeva leggere e scrivere stava dalla parte dei galantuomini (i signori), chi non sapeva né leggere né scrivere o era brigante o parteggiava per i briganti. L’eccezione erano i preti che, per ragioni loro, simpatizzavano più per i briganti.
L’avvocato e professore Antonio Vismara, nativo di Vergiate in provincia di Varese, era sceso nel napoletano insieme ai colonizzatori piemontesi. Come loro anche lui voleva redimere i cafoni meridionali. Ed opinava che il brigantaggio «non sia una piaga cancrenosa che esiga l’opera chirurgica, ma che sia un vizio patologico del corpo sociale». Per lui il brigantaggio è «una espulsione cutanea che ci mostra l’acrimonia interna e ci avverte di curarci».
Non è per niente tenero con briganti «che rubano, che assassinano, che seviziano, che stuprano, che insultano all’umanità, alla morale, alla religione, alla civiltà, alla patria, e si ritengono per difensori dell’altare e del trono e non sono altro che i giannizzeri del delitto più abbietto». I briganti sono «un’onda di melma composta di tutte le sozzure mondane».
Il libro fu pubblicato a Napoli il 1865. Il brigantaggio non era stato ancora sconfitto definitivamente. Dal 15 agosto 1863 al 31 dicembre 1865 sarebbe stata in vigore la famigerata legge Pica.
Vismara non lascia dubbi sulla sua scelta di campo. E dopo aver affermato che «il sangue non soffoca il sangue: con mezzi illegali non si calpesta l’illegalità», scrive senza pudore che «al governo italiano – sorto dal consenso dei vari popoli della penisola – che ha per programma la libertà e l’unità della patria, non sono applicabili tali parole. Egli non userebbe che i mezzi legali». Vuole ignorare completamente il vergognoso massacro che l’esercito piemontese stava facendo di tantissimi meridionali, italiani pure loro. Ignora pure la farsa dei plebisciti di annessione al regno sabaudo-piemontese.
Per Vismara i carabinieri erano dei valorosi che «né il freddo, né l’oscurità li trattenevano» e quando morivano ammazzati dai briganti la loro era «morte onorata e che la patria gli ricorda con gratitudine». I briganti erano invece «gente che si dissetava col sangue umano, si cibava di carne umana, gente peggiore della tigre che non divora la sua specie! Gente più schifosa dello scarafaggio, orrida più del rusco, più vile dell’alga abbietta». E come tali, come animali, potevano essere ammazzati senza pietà (con buona pace di chi rispetta pure gli animali).
Ma allora, qualcuno potrebbe chiedermi perché io stia recensendo questo libro. Lo faccio solamente perché la riedizione è stata curata dall’amico Valentino Romano, che riconosce al Vismara una qualche capacità di analisi del fenomeno del brigantaggio, se pur non del tutto condivisibile oggi, che prelude alla concezione «che solo nella metà del secolo appena passato troverà nuova linfa grazie al lavoro di Franco Molfese, di Tommaso Pedio e di tanti altri storici “revisionisti”, tutti propensi a riconoscere alla ribellione del Sud contro l’unità d’Italia carattere e dignità di rivolta anarcoide del mondo contadino meridionale contro il potere che lo opprime».
Per il Vismara tre sono le cause principali che hanno portato al brigantagiio: lo scioglimento dell’esercito borbonico, la povertà dei contadini meridionali, la presenza del clero al fianco dei briganti.
Come altri libri, scritti al momento che si svolgevano i fatti, anche questo del Vismara è un’utile fonte per conoscere fatti e protagonisti del brigantaggio. Nello specifico, vita ed imprese dei fratelli Cipriano e Giona La Gala, nati a Nola in provincia di Napoli, il primo nel 1834, il secondo due anni dopo. Nel 1855 i due fratelli vennero condannati a 20 anni di carcere per un furto, durante il quale vi fu un morto. Nel 1860 i due fratelli La Gala fuggirono dal carcere di Castellamare e si diedero alla macchia diventando briganti; ma Giona subito dopo venne arrestato nuovamente e rinchiuso nel carcere di Caserta, dal quale evase l’anno dopo. Cipriano formò una sua banda, che contò fino a trecento uomini. Teatro delle gesta furono i monti di Cancello e del Taburno, in Campania. Seguirono sequestri, depredazioni, omicidi, saccheggi, scontri con le forze armate piemontesi. Nel gennaio 1862 raggiunsero Roma, dove incontrarono il re in esilio Francesco II Borbone, che voleva mandarli a Marsiglia ed a Barcellona per reclutare gente per una guerra di riconquista dell’ex Regno delle Due Sicilie. Si imbarcarono a questo fine sulla nave francese Aunis. Ma nel porto di Genova furono arrestati dai piemontesi. Ne nacque un incidente diplomatico, che si concluse con la restituzione dei La Gala ai francesi in un primo tempo e con l’estradizione poi dalla Francia all’Italia. Portati a Napoli per il processo, vennero condannati a morte. Condanna poi tramutata all’ergastolo. Cipriano venne rinchiuso nel carcere del cantiere della Foce a Genova e Giona a Portoferraio.
Il titolo originale dell’opera del Vismara è Cipriano e Giona La Gala o i misteri del brigantaggio.

Antonio Vismara da Vergiate, I briganti La Gala – Storie di omicidi, di sequestri e di grassazioni all’indomani dell’Unità d’Italia, Capone Editore, Lecce 2008, pp. 120, € 8,00

30 marzo 2008

La giusta distanza, film di Carlo Mazzacurati

Decimo film del Cineforum Grottaglie 2008

Del film l’elemento che più mi ha colpito alla prima visione è stato la musica, avvincente e coinvolgente.
Affascinante anche la fotografia.
Citazioni di Olmi e Fellini.
Solo trasgredendo alla regola della "giusta distanza" è possibile approdare alla giustizia contro i giudizi scontati.

Trama
In un lembo remoto d'Italia alle foci del Po, c'è un piccolo paese: poche case isolate che una gru sembra avere incongruamente deposto in quel paesaggio piatto e desolato. Su questo scenario evanescente si disegna l'incontro tra Hassan e Mara. Lui è un meccanico tunisino, che con anni di onesto e duro lavoro si è conquistato stima e rispetto, lei una giovane maestra, che una supplenza ha portato lì, in attesa di partire per il Brasile con un progetto di cooperazione. Giovanni, diciottenne aspirante giornalista, passa molto tempo ad aggiustare una vecchia motocicletta nell'officina di Hassan ed è qualcosa di più che un testimone della storia che nasce tra loro. Una storia che comincia sotto il segno dell'inquietudine, con Hassan che la notte spia Mara nella casa isolata in cui ha preso alloggio, e lei che dopo averlo scacciato intreccia con lui una relazione. Ma Hassan non è l'unico a essere attratto da Mara. Anche Giovanni, infatti, a suo modo la spia: grazie alla sua abilità con i computer penetra nella posta elettronica di Mara e legge i messaggi che lei scrive e riceve. E di fronte alla svolta tragica e inaspettata che la vicenda assume, anche Giovanni volterà le spalle ad Hassan. Ma la vita è più contorta e dolorosa di quello che appare...

Crediti
Regia: Carlo Mazzacurati,
Sceneggiatura: Carlo Mazzacurati, Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Claudio Piersanti
Fotografia: Luca Bigazzi
Musiche: Tin Hat
Genere: drammatico
Paese: Italia
Produzione: Fandango; in collaborazione con Rai Cinema
Formato di proiezione: 35mm, coloreDurata: 106'
Anno di produzione: 2007
Data di uscita: 20 Ottobre 2007

Interpreti
Giovanni Capovilla (Giovanni), Ahmed Hafiene (Hassan), Valentina Lodovini (Mara), Giuseppe Battiston (Amos), Roberto Abbiati (Bolla), Natalino Balasso (Franco), Stefano Scandaletto (Guido), Mirko Artuso (Frusta), Fabrizio Bentivoglio (Bencivenga), Mirian Rocco (Eva), Fadila Belkleba (Jamila), Dario Cantarelli (Tiresia), Rafaella Cabia Fiorin (Zia Giacinta), Silvio Comis (Padre di Giovanni), Nicoletta Maragno (Pubblico Ministero), Ivano Marescotti (Avvocato)

Note
- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC.
- PREMIO 'L.A.R.A.' (LIBERA ASSOCIAZIONE RAPPRESENTANZA DI ARTISTI) A GIUSEPPE BATTISTON COME MIGLIOR INTERPRETE ITALIANO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2007).
- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA, ATTRICE PROTAGONISTA, ATTORE NON PROTAGONISTA (AHMED HAFIENE), FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, FONICO DI PRESA DIRETTA E DAVID GIOVANI.

29 marzo 2008

No al bipartitismo, intervista a Raniero La Valle

Stiamo vivendo un colpo di mano. E’ in atto il tentativo di passaggio dal bipolarismo al bipartitismo. I premi di maggioranza stanno affossando il democratico regime parlamentare. I reali risultati delle elezioni possono essere sovvertiti.
Dentro questo modello le minoranze sono escluse istituzionalmente. Si va verso l’omologazione, i due partiti contrapposti tendono a somigliarsi, le due parti insistono sulla stessa area elettorale.
Vengono escluse quelle che impropriamente vengono chiamate le ali estreme, che quasi sempre non hanno niente di estremo o di radicale, ma avanzano semplicemente idee e proposte, modelli e ideali che non sono esattamente quelli omologati dal sistema di potere che si vuole imporre.
La democrazia viene così amputata. La società diventa impolitica, perché non si possono avanzare proposte alternative e linee politiche diverse da quelle previste dallo stesso meccanismo istituzionale.
Per gli altri partiti, diversi dai due maggiori, che si presentano alle elezioni, il meccanismo elettorale non lascia che degli scampoli di rappresentanza parlamentare.
Ed allora che bisogna fare nelle prossime elezioni? Chi votare? La questione principale - visto che andremo a votare sotto ricatto - è evitare che le elezioni le vinca Berlusconi. Il primo problema è evitare di cadere in questa fossa. Purtroppo in questa fase non è funzionale alla democrazia la rappresentanza parlamentare dei piccoli gruppi, ma quella del partito in grado di evitare, con un voto in più, che Berlusconi prenda tutto il potere. Se Berlusconi non vincesse le elezioni, o si andasse al pareggio, allora si riaprirebbe tutta la partita, dal momento che anche dentro al Partito Democratico non c’è affatto pieno consenso per l’irrigidimento nelle forme bipartitiche.
Solo così si può sperare che non passi la riforma di tipo presidenzialistico e antiparlamentare, che prevede la soppressione del Senato, la drastica riduzione dei parlamentari, il divieto di costituzione in Parlamento di partiti non passati per la cruna dello sbarramento elettorale.
Bisognerà impegnarsi per il ritorno ad un sistema proporzionale autentico.
Questa è una mia personale sintesi di un intervista a Raniero La Valle, pubblicata sul n. 22 di Adista Documenti. Per uno come me, di formazione comunista e che non ha aderito al Partito Democratico, è dura riconoscersi ed accettare quello che sostiene il cattolico Raniero La Valle. Ma non vedo alternative.

24 marzo 2008

Controstoria dell’Unità d’Italia, di Gigi Di Fiore

Nell’ultima di copertina del libro è riportata la seguente frase di Giuseppe Garibaldi: «Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento, vi troveranno cose da cloaca». E per evitare equivoci trascrivo due sinonimi di cloaca, trovati sul Vocabolario della lingua italiana della Treccani: fogna, chiavica. E se l’ha detto Garibaldi, che di quei fatti fu attore, c’è da crederci.
Gigi Di Fiore, storico non allineato, cerca di fare chiarezza sulle «invenzioni, abbellimenti e superficiali spiegazioni» presenti nei libri di storia ufficiali, con cui si raccontano i fatti che accaddero nei ventidue anni che vanno dall’esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia del 1870.
Cerca di dare risposte soddisfacenti alle domande: come è possibile che un manipolo di mille garibaldini abbia sconfitto un esercito di 50.000 borbonici?, con quali poteri, più o meno occulti, e con quali mafie dovettero allearsi Garibaldi e Cavour?, perché ci vollero cannoni e fucili per domare la ribellione contadina dei briganti del Sud?, perché dall’esercito piemontese vennero invasi il Regno delle Due Sicilie prima e lo Stato pontificio poi senza alcuna dichiarazione di guerra?, come furono possibili i risultati, più che bulgari, a favore dell’annessione al regno sabaudo-piemontese nei plebisciti tenutisi nei ducati di Toscana, di Parma-Piacenza-Guastalla, di Modena, nell’intero territorio del Regno delle Due Sicilie, nel Veneto, nello Stato pontificio?.
La spedizione di Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie non fu certamente segreta, popolare, spontanea, ma si trattò di un’azione ben organizzata, finanziata e pianificata nei dettagli, con l’avallo del governo piemontese.
I molti soldi utilizzati per la buona riuscita della spedizione provenivano da molte fonti: finanziamenti inglesi, sottoscrizioni private, fondi della Società nazionale, denaro delle logge massoniche. Tutti avevano il loro interesse a liberare la Sicilia ed il Sud dai Borbone.
I volontari garibaldini, imbarcati a Genova sulle navi Piemonte e Lombardo, furono inizialmente 1089, suddivisi in otto compagnie. Tre giorni dopo l’indisturbato sbarco, avvenuto a Marsala l’11 maggio 1860, i volontari erano già diventati 15.000 (quindicimila). In Sicilia i baroni e la mafia non erano stati a guardare. A guardare invece erano rimasti, senza colpo sparare, generali e comandanti dell’esercito borbonico, già ben oliati e corrotti.
Anche in Calabria e Puglia si sparò pochissimo. Per le camicie rosse l’andata verso Napoli fu in pratica una passeggiata. Anche qui determinante fu l’intervento della camorra, che divenne Stato.
I conquistatori piemontesi non fecero nulla per farsi ben volere dal popolo del Sud, anzi con le loro leggi inasprirono la già triste condizione meridionale. Naturale fu quindi la rivolta contadina, che diede vita alla sanguinosa guerra civile del brigantaggio. Guerra civile che fece tanti morti pari a quelli delle tre guerre d’indipendenza messe insieme. I contadini del Sud difendevano i loro naturali diritti.
Nel 1861 le campagne meridionali divennero un vulcano in ebollizione, con la presenza di 39 bande armate brigantesche in Abruzzo, 42 al confine con lo Stato pontificio, 15 nel Molise e nel Sannio, 47 tra l’Irpinia e la provincia di Salerno, 47 in Basilicata, 34 in Puglia, 33 in Calabria, 6 in provincia di Napoli, come elencate nella Storia del Brigantaggio di Franco Molfese. Questo proliferare di bande armate non avrebbe potuto esistere se non vi fosse stato l’appoggio incondizionato delle popolazioni civili.
Ogni banda aveva il suo capo. Fra questi i più famosi furono: Carmine Crocco in Basilicata, che riuscì a raggruppare fino a mille uomini; Luigi Alonzi detto «Chiavone», che operava alla frontiera pontificia presso Sora, con 430 uomini organizzati con rigore militare; Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, in Puglia, detto «il sergente Romano», che sperava di federare tutte le bande in rivolta in Puglia e Basilicata. Fra i briganti vi erano anche parecchie donne, che combattevano alla pari degli uomini.
La repressione da parte dei piemontesi fu spietata, fu dichiarato lo stato d’assedio del Sud, le fucilazioni sommarie divennero la regola, vi furono arresti senza prove e fucilazioni senza processi, furono bruciati e rasi al suolo interi paesi per rappresaglia, le donne venivano stuprate «non prima di aver loro strappato gli orecchini».
Ci vollero cinque anni, uno stato d’assedio, ventiquattro mesi di leggi speciali, per avere ragione della rivolta del Sud Italia.
Nemmeno la Chiesa romana fu risparmiata, furono soppressi gli ordini religiosi, furono acquisiti dallo Stato i loro beni. Tantissimi ecclesiastici furono mandati in esilio lontano dalle loro sedi, e fra essi molti vescovi. Nei soli primi mesi del regno d’Italia, erano stati processati e confinati ben sessantanove vescovi, tra cui due cardinali: Sisto Riario Sforza a Napoli e Filippo De Angelis a Fermo. Vennero aboliti i seminari diocesani e fu introdotto l’obbligo del servizio militare per i seminaristi.
Il 20 settembre 1870 l’esercito piemontese entra a Roma, Papa Pio IX si rifugia nel Vaticano. Il potere temporale dei Papi viene smantellato. L’unità d’Italia è fatta.
Si conclude il periodo storico del Risorgimento italiano, che ha lasciato il Paese Italia spaccato in due: «Nord e Sud, cattolici e liberali, democratici e destra, contadini e latifondisti». Spaccatura con cui «ancora oggi, nel bene e nel male, dobbiamo fare i conti».
Concordo con l’idea portante del libro di Gigi Di Fiore e che cioè la sacralità del Risorgimento non è più intoccabile; bisogna lasciare spazio a vedute culturali più ampie. «Non ci può essere futuro per un Paese che non sa riconoscere i suoi errori, che non sa fare autocritica anche su entusiasmanti pagine della sua storia come quelle risorgimentali. Rileggerne i passaggi negativi oggi non può che cementare il nostro sentimento nazionale», scrive Di Fiore.
Rocco Biondi

Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia - Fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli, Milano 2008, pp. 464, € 19,50

22 marzo 2008

Papa oscurantista e contro le donne

Libertà per il Papa è ritenere che le donne che abortiscono, anche nel pieno rispetto di una legge statale, sono assassine; libertà per me è dire che il Papa e la Chiesa sono contro le donne.
Libertà per il Papa è rinunciare a tenere un discorso nell’Università La Sapienza di Roma, perché vi è qualcuno che non la pensa come lui; libertà per me è ritenere inopportuno l’invito rivolto al Papa dal rettore dell’Università di Roma a tenere una lectio magistralis in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico.
Libertà per il Papa è ritenere che lui sia infallibile; libertà per me è pensare che il Papa sia oscurantista e contro il progresso scientifico.
Libertà per il Papa è voler intervenire negli affari politici italiani; libertà per me è accettare integralmente la petizione delle donne con la quale si chiede che ad integrazione della legge 194 venga eliminata l'obiezione di coscienza per chi lavora nelle strutture pubbliche sanitarie, che venga resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), che venga reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, che venga introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle elementari.
Libertà per il Papa è continuare la sua crociata “in difesa della vita”, con la conseguente proposta di moratoria dell'aborto e di ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime); libertà per me è riconoscere pienamente l'autodeterminazione delle donne a dire la prima e l’ultima parola sul loro corpo e sulle loro gravidanze.
Libertà per il Papa è invitare a votare nelle prossime elezioni chi si ispira ai principi e alla morale cristiani; libertà per me è invitare a non votare i sepolcri imbiancati che a parole dicono di essere con il Papa ma nei fatti sono pluridivorziati, peccatori impenitenti e atei devoti.

16 marzo 2008

L’aria salata, film di Alessandro Angelini

Nono film del Cineforum Grottaglie 2008

Film in concorso alla prima Festa del Cinema di Roma del 2006, alla quale partecipai. Ma non riuscii a vederlo. Ne vidi altri venticinque. Le cronache dicono che in quel festival il film ebbe dieci minuti di applausi e che l’attore Giorgio Colangeli fu premiato come migliore interprete maschile.
La visione del film mi ha lasciato alquanto perplesso. Non sono riuscito a riscontrare nel film particolari meriti dal punto di vista del linguaggio cinematografico. Ma anche chi va al cinema semplicemente per vedere una storia, non credo che ne esca soddisfatto. Il film ha tutta l’acerbità di un’opera prima, senza miracoli.

Trama
Fabio è un giovane educatore che lavora con passione e dedizione in un carcere nel percorso di reinserimento dei detenuti nella società. A volte è costretto a scontrarsi con quanti si aspettano da lui facilitazioni per ottenere permessi premio o l'agognata semilibertà. Fabio, però, non fa sconti e non deroga ai suoi principi anche se questo gli costa molto più di quanto sia disposto ad ammettere. Un giorno, un detenuto condannato per omicidio, che gli è stato mandato da un collega, si siede a colloquio con lui. E' Sparti, uomo dal carattere difficile, che il carcere ha contribuito ad indurire ulteriormente. L'incontro inaspettato con quest'uomo, costringe Fabio a fare i conti con i fantasmi di un passato familiare rimosso, e a scontrarsi con la sorella Cristina che non vuole riaprire vecchie ferite che mettano a repentaglio la tranquillità della loro vita attuale.

Dati tecnici
Regia: Alessandro Angelini
Anno: 2006
Distribuzione: 01 Distribution
Uscita: 05-01-2007
Costumi: Daniela Ciancio
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Massimo Fiocchi
Musiche: Luca Tozzi
Prodotto da: Donatella Botti
Sceneggiatura: Angelo Carbone, Alessandro Angelini
Scenografia: Alessandro Marrazzo
Soggetto: Angelo Carbone, Alessandro Angelini
Trucco: Gino Tamagnini
Nazione: Italia
Durata: 1h e 27'
Genere: Drammatico

Attori
Giorgio Pasotti (Fabio), Giorgio Colangeli (Sparti), Michela Cescon (Cristina), Sergio Solli (Lodi), Paolo De Vita (Umberto Sparti), Paolo Pierobon (Brunetti), Simone Colombari (Padre Emma), Bruno Santini (Medico del carcere), Emanuel Bevilacqua (Saverio), Sauro Artini (Gallozzi), Federico Del Monaco (Luca, il figlio di Saverio), Maria Caterina Frani (Moglie di Saverio), Katy Louise Saunders (Emma)

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15 marzo 2008

Maddalena di Enzo Lauretta, pièce teatrale sul sacerdozio femminile

Venerdì 14 marzo 2008 ho assistito alla prima nazionale dello spettacolo teatrale Maddalena dello scrittore siciliano Enzo Lauretta, al teatro Monticello dei Padri Gesuiti di Grottaglie. Due atti, un intermezzo, un epilogo. Dramma tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Lauretta, pubblicato da Rizzoli nel 1991.
Maddalena sin da bambina insegue un suo sogno forse impossibile: diventare prete. Rinuncia all’amore terreno per seguire il suo fratello gemello diventato prete. E quando quest’ultimo getta la tonaca alle ortiche per amore di una donna, lei lo vuole sostituire nelle attività parrocchiali e anche nel dire messa. Qualche parrocchiano ed anche un prete non trovano scandalosa questa volontà, ma non il vescovo del luogo che si straccia le vesti all’idea sacrilega. Ma Maddalena non demorde e prosegue sulla strada della sua lucida follia: veste i paramenti sacri, alza l’ostia al cielo e pronuncia il fatidico “questo è il mio corpo” di Cristo.
Tema scottante e sempre attuale quello del sacerdozio femminile, rivendicato dall’altra metà del cielo ed al quale sembra aderire lo scrittore Lauretta. Ma la strada è lunga e la meta molto lontana, anche per le sognatrici.
Messinscena accattivante sotto l’abile regia di Alfredo Traversa. Scenografia essenziale di Michele Lisco, con la funzionale trovata dei pannelli scorrevoli ad apertura centrale, oltre i quali vengono rappresentati flash back del passato. Musiche dal vivo in scena ad opera di Claudio De Vittorio, che s’accompagna con la fisarmonica e con la chitarra. Tutti molto bravi gli attori, non so se professionisti, ma certamente da professionisti: Rosaria Maesano (Donna), Angelo Bommino (Giovanni), Annamaria Caliandro (Maddalena) [nella foto], Romano Argese (Fausto), Tano Chiari (Don Leopoldo), Pino Rossini (Vescovo), Massimo Zaccaria (Cantacunti).
Una curiosità: nell’immagine, riprodotta sul manifesto dello spettacolo, Maddalena alza l’ostia con la mano sinistra. Significa qualcosa?
Si prevede ed auguro allo spettacolo lunga vita. Per muovere le acque all’interno della Chiesa.

9 marzo 2008

Centochiodi, film di Ermanno Olmi

Ottavo film del Cineforum Grottaglie 2008

Il cinema di Ermanno Olmi non mi ha mai entusiasmato. Tanto meno lo fa questo film. Uno come me che ha posto come motto nel suo ex libris la scritta “Liber amicus fidissimus” (il libro è un amico fedelissimo) non può che rimanere molto perplesso sul messaggio che Olmi ha voluto lanciare con questo suo ultimo (a suo dire) film. Dire, come fa Olmi, che un caffè bevuto con un amico vale di più di tutti i libri del mondo, è una cosa molto banale e senza senso. E’ di un manicheismo assai puerile. Io continuerò a bere con piacere il caffè con gli amici, ma mi terrò cari i molti miei libri. Umberto Eco parla di una corrispondenza di amorosi sensi tra il libro e chi lo possiede. I libri non sono mai invadenti, parlano solo se li interroghi, non ti chiedono mai niente, se si ha bisogno di consigli sanno darti quello giusto, se si è tristi riescono a risollevarti, se si è affranti ti leniscono il dolore, si lasciano trasportare ovunque per farti compagnia, anche quando sei lontano sai che puoi fare sempre affidamento su di loro.
Il filosofo Jean-Luc Nancy, nel volumetto dal titolo Del libro e della libreria – Il commercio delle idee, ha scritto: «La santità del libro, in generale, consiste nel fatto che il libro, allo stesso tempo, si pone e si impone ogni volta come un’entità data, compiuta, integrale e non modificabile, pur aprendosi liberamente alla lettura che non la finirà mai di aprirlo più ampiamente o più profondamente, di dargli mille sensi o mille segreti, di riscriverlo alla fine in mille modi. La fecondità del volume si sviluppa in una gravidanza interminabile».
Altro da quello che Olmi scrive nell’epigrafe che apre il film: «Ma pur necessari, i libri non parlano da soli».
Riconosco invece alla fotografia del film un grande merito.
Condivido anche due battute del film: «le religioni non hanno mai salvato il mondo» e «nel giorno del giudizio sarà Dio a dover rendere conto della sofferenza degli uomini».
Sento vicino al mio modo di sentire la risposta data da Olmi alla domanda «Che cosa significa raccontare Cristo?», anche se noto qualche contraddizione con quanto detto con il film: «Il Cristo Uomo, uno come noi, che possiamo ancora incontrare in un qualsiasi giorno della nostra esistenza: in qualsiasi tempo e luogo. Il Cristo delle strade, non l'idolo degli altari e degli incensi. E neppure quello dei libri, quando libri e altari diventano comoda formalità, ipocrita convenienza o addirittura pretesto di sopraffazione. Parole dure, esagerate? Eppure giungono da ogni parte grida di guerra e di dolore quasi fossero un tributo da pagare a un Dio assurdo di distruzione, che semina odio fra gli uomini. Dov'è il Dio di pace?».

Trama
Coinvolto in una difficile indagine, un giovane professore dell'università di Bologna, decide di mollare tutto e cambiare completamente vita. Si trasferirà in un casolare abbandonato sulle rive del Po e qui instaurerà una serie di rapporti d'amicizia e amorosi con la comunità del posto.

Note tecniche
Regia: Ermanno Olmi
Cast: Raz Degan, Luna Bendandi
Nazione: Italia
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 90'
Produzione: Cinema11undici, Rai Cinema
Data di uscita: 30 Marzo 2007

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8 marzo 2008

In guerra per Padre Pio, esumazione

E’ ben strana la storia della guerra legale tra i frati cappuccini (e per essi l’arcivescovo Domenico D’Ambrosio) e l’avvocato torinese Francesco Traversi (presidente dell'Associazione "Pro Padre Pio, l'uomo della Sofferenza").
Nella notte di domenica 2 marzo, alle ore 23,19, i frati hanno tirato fuori dalle tre casse di metallo, legno e zinco il corpo di Padre Pio. Era abbastanza ben conservato. Sono cominciati i trattamenti, che dureranno un mese, per conservare il corpo.
L’avvocato Traversi ha denunciato il vescovo D’Ambrosio “per il compimento di azioni sacrileghe sul Corpo Santo di Padre Pio”. Il vescovo è stato iscritto nel registro degli indagati.
Intanto già 120.000 persone hanno prenotata la visita al corpo del santo. Un vero affare per San Giovanni Rotondo, paesone del foggiano, che vive solo di turismo religioso. Un’occasione d’oro per gli albergatori della zona che in realtà non se la passano poi tanto bene, scriveva Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera.
Con il Giubileo, l’altro paese che vive sullo “sfruttamento” di Padre Pio, Pietrelcina nel beneventano, paese di 29 mila abitanti dove nacque Francesco Forgione (è il nome al secolo di San Pio), ha fatto il passo più lungo della gamba: gli alberghi erano 15, ma con i fondi speciali per il 2000 sono diventati 140. Nuovi, puliti, carini. E quasi sempre vuoti.
L’esumazione doveva servire per attirare nuovi pellegrini.
A me in realtà frega poco di tutta questa storia. Ma se dovessi schierarmi con uno dei due contendenti, mi schiererei con il Traversi, che accusa i frati di simonia e mercimonio. Con buonafede e buonapace di chi ci crede veramente.

2 marzo 2008

La masseria delle allodole, film di Paolo e Vittorio Taviani

Settimo film del Cineforum Grottaglie 2008

Una pagina di storia, più che dimenticata mai scritta, rimossa e negata dalla nazione turca. Si tratta dell’olocausto degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915. Un milione e mezzo di Armeni, uomini donne bambini, massacrati. La Turchia che sta per entrare nella Comunità europea non ha ancora chiarito questa tragica pagina della sua storia. Noi della vecchia Europa dovremmo chiederne conto. I fratelli Taviani con il loro bel film ci aiutano in quest’opera di chiarimento.

Trama
Turchia, 1915. In una cittadina vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Nel giorno in cui vengono colpiti dal lutto per la morte del patriarca anche il generale Arkan, capo della guarnigione turca, è presente alle esequie. È il segno di un rapporto, se non di amicizia, di reciproco rispetto tra le due comunità. Ma i Giovani Turchi hanno già pronto un piano per creare la Grande Turchia in cui non ci sarà posto per i ricchi e ‘traditori' Armeni. Nessuna mediazione si rivela possibile. Dalla capitale partono per ogni dove gruppi di militari con l'ordine di uccidere sul posto i maschi (di qualunque età essi siano) e di deportare le donne e le bambine per poi massacrarle nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene smembrata e la giovane e vitale Nunik farà di tutto per salvaguardare la vita delle più piccole.

Recensione
Solo negli ultimi anni sta emergendo la consapevolezza dei tanti genocidi dimenticati del XX secolo.
Non solo il III Reich ha cercato di perseguire in modo criminale il progetto di una Germania dei tedeschi, ma anche l'élite politica e culturale dell'ex impero ottomano ha attuato una politica simile, nell'inseguimento del sogno di una "Grande Turchia". Tale denominazione nasconde la visione di una Turchia "imperiale", che secondo il nazionalismo laico avrebbe dovuto comprendere i territori da Istanbul fino al Sinkiang cinese, abbracciando tutte le popolazioni di etnia turco-mongola.
Sarebbe sbagliato collocare tale visione politica nel passato lontano; basti pensare che ancora nel luglio del 2005 il premier Erdogan in un viaggio in Mongolia inneggiava alla presunta fratellanza tra Turchia e Mongolia.
Il genocidio del popolo armeno (la cui semplice menzione oggi in Turchia può portare fino a tre anni di reclusione come atto antipatriottico) inizia il 24 luglio del 1915 e viene attuato dai Giovani Turchi, un movimento politico che dal 1908 era di fatto alla guida del paese. Le cifre dello sterminio sono ancora oggetto di controversia, ma una cifra attendibile sembra aggirarsi intorno al milione e mezzo di assassinati tra uomini, donne e bambini.
La masseria delle allodole dei fratelli Taviani, tratto dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan, è il primo film che affronti direttamente e a viso aperto il genocidio. Ararat, di Atom Egoyan, che pure aveva richiami evidenti alla vicenda storica faceva un operazione molto raffinata, parlando dell'instabilità dei concetti di memoria storica e di passato, di vero e falso. Nella masseria abbiamo invece un approccio diretto, in cui vengono mostrate le fasi dell'eccidio ed il suo impatto sulla popolazione armena e turca. Non tutti i turchi sono presentati come perpetratori dello sterminio, ed anzi possiamo vedere diverse sfumature: il fanatico, il collaborazionista entusiasta, l'ufficiale che deve seguire gli ordini ed il dubbioso, incredulo di fronte a tanta violenza. La responsabilità del resto viene attribuita unicamente ai Giovani Turchi.
Per quanto riguarda il titolo, è evidente il richiamo al "Giardino dei Finzi Contini" (libro e film), sia il giardino che la masseria sono dei luoghi ideali, che portano in sé una fallace forma di sicurezza destinata ad essere spazzata via dalla violenza degli uomini, dai massacri degli uomini armeni e dalle "marce della morte" riservate alle donne. Anche se la pellicola dei Taviani a volte riflette di un impianto televisivo, questo piccolo difetto è controbilanciato dai molti pregi, tra cui un cast davvero europeo. Fra gli attori, tantissimi, va citata almeno Arsiné Kanjian (di origine armena), che aveva già recitato in Ararat. Quello che è davvero importante è che la "Masseria delle allodole" porterà al grande pubblico una conoscenza, quanto meno iniziale, di uno degli eventi più drammatici del novecento, un crimine in passato "rimosso" troppo spesso da considerazioni politiche ed ideologiche.
Mauro Corso in http://filmup.leonardo.it/lamasseriadelleallodole.htm

Note tecniche
Regia: Paolo e Vittorio Taviani
Soggetto: La masseria delle allodole(Antonia Arslan)
Sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani
Produttore: Stefano Dammicco, Gianfranco Pierantoni
Distribuzione (Italia): 01 Distribution
Fotografia: Giuseppe Lanci
Montaggio: Roberto Perpignani
Effetti speciali: Enrico Pieracciani
Scenografia: Andrea Crisanti
Costumi: Lina Nerli Taviani
Paese: Italia/Bulgaria/Francia/Regno Unito, Spagna
Anno: 2007
Durata: 122'
Genere: drammatico

Interpreti e personaggi
Paz Vega: Nunik
Moritz Bleibtreu: Ferzan
Alessandro Preziosi: Egon
Ángela Molina: Ismene
Arsinée Khanjian: Armineh
Mohammed Bakri: Nazim
Tchéky Karyo: Aram

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1 marzo 2008

Falce e martello in mostra

Sul settimanale il venerdì, allegato a la Repubblica del 29 febbraio 2008, vi è un articolo di quattro pagine, a firma di Luca Lancise, presentato in sommario col titolo “Falce & martello: l’arte celebra il simbolo che la politica cancella”. Ho cercato di saperne di più in internet, ma ho trovato poco: una pagina in esserecomunisti.it ed un’altra in ondalibera.
Di che si tratta? Una galleria d’arte romana sta organizzando una mostra di “cento libere interpretazioni” di altrettanti artisti sullo storico simbolo del Partito Comunista. La galleria è la Horti-Lamiani Bettivò, che purtroppo non ha un suo sito internet.
Il progetto pare in avanzato stato di attuazione. Ma si è ancora in cerca di un appropriato spazio espositivo. Saranno esposte opere sul tema firmate da Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, Jannis Kounellis, Gianfranco Baruchello, Mario Schifano, Francesco Clemente, Massimiliano Fuksas, Tobia Ravà, Mimmo Paladino, Sergio Premoli, Giosetta Fioroni (nella foto), Daniele Arzenta, Bruno Ceccobelli, Gisella Pietrosanti, Alessandro Cannistrà, ecc.
Perché proprio ora una mostra del genere? Scrive Luca Lancise che non si tratta di una semplice retrospettiva grafica del simbolo/segno del socialismo e comunismo, ma di una vera e propria «interpretazione e riflessione artistica» in un momento in cui, nella ridefinizione dei soggetti politici italiani, la faccenda dei simboli e in particolare di quello dell’ex Pci, oscilla tra la revisione politica e culturale di sostanza e la tattica elettoralistica e formale.
A chi come me (e siamo tantissimi) si è formato all’ombra di quel simbolo fa un certo effetto vederlo scomparire dal panorama politico italiano.
Ognuno se ne fa una sua ragione di questa scomparsa. Bertinotti dice che il vecchio simbolo se lo porta «dentro il cuore, ma non sul nuovo simbolo, perché nel XXI secolo serve altro». Oliviero Diliberto pensa che oggi forse quegli attrezzi (la falce ed il martello) sarebbero un computer e una tastiera. Veltroni e D’Alema quel simbolo l’hanno rimosso completamente.
Ed allora forse a quel simbolo rimarremo aggrappati, insieme agli artisti, solo pochi sognatori.