26 ottobre 2017

Vita e morte del brigante Berardino Viola, di Fulvio D’Amore



Berardino Viola nacque nel 1838 nella piccola frazione di Vallececa, oggi di ventiquattro abitanti in provincia di Rieti nel Lazio orientale. Successivamente con la famiglia si trasferì a Teglieto, frazione del comune di Petrella Salto, sempre in provincia di Rieti.
     Gennaro Incarnato, nella sua ampia introduzione al libro, dà una interpretazione positiva del brigantaggio che sostanzialmente condivido. In essa afferma che “l’immensa quantità di documenti è innegabile spia dell’ampiezza e profonda portata del fenomeno”. E si domanda: «Considerare con sollievo morto e sepolto il fenomeno dopo il 1870 è giusto?». Io rispondo di no.
     D’Amore nel suo libro appella i briganti negativamente, chiamandoli “orda borbonica, accozzaglia contadina, orde ribelli, malviventi, malfattori, masnadieri, famelica ghenga, furboni, predoni, combriccola di malandrini, ladroni”. Ma Incarnato afferma che questo duro giudizio di D’Amore non convince del tutto. Infatti egli stesso non è convinto. Lo esterna – scrive Incarnato – per liberarsi dalla accusa di complice ed acritica comprensione del brigante. Il mondo in cui si mosse Viola trascende il banditismo politico postunitario e sfocia nel brigantaggio sociale e addirittura socialisteggiante di fine ‘800 e inizio ‘900.
     La banda, capitanata da Berardino Viola, si mosse nel Cicolano (attualmente nella bassa provincia di Rieti nel Lazio, al confine sud-est con l'Abruzzo), nell’Aquilano (allora nell’Abruzzo Ultra II), nella Marsica (in Abruzzo al sud dell’aquilano), nella Sabina (principalmente l’attuale provincia di Rieti, eccetto il Cicolano, a sud delle Marche). La banda veniva chiamata anche “del Cartòre”, perché assunse come sua roccaforte la boscaglia del Cartòre, posta sulla montagna della Duchessa, nell’attuale Lazio al confine con l’Abruzzo.
     La vita di Berardino Viola, molto lunga per la sua epoca, si svolse fra arresti e fughe dal carcere. La famiglia di Berardino non era stretta dalla miseria; il padre infatti lavorava come guardia doganale. Berardino aveva un carattere irrequieto, e i genitori, viste le sue piccole mascalzonate, pensarono di mandarlo a scuola presso un prete. Ma il maestro di fronte alla scapestrataggine dell’allievo dichiarò la resa e lo cacciò via. Aveva però imparato a leggere e scrivere, in qualche modo. Finita male la sua avventura scolastica, Berardino divenne bracciante e andò al servizio come garzone di un proprietario. Dopo un arresto e un condono, fu arruolato nella compagnia del suo padrone, divenuto capitano della Guardia Nazionale di Borgo San Pietro. Le prime battaglie il Viola le combatté contro i Borbonici.
     Successivamente passò fra le truppe borboniche-brigantesche, comandate dal colonello La Grange e dal brigante Giacomo Giorgi. Arrestato, sulla testa del Viola pesavano ventuno capi d’accusa. Dopo circa un anno e mezzo di prigionia e vari tentatevi di fuga, il brigante Viola, nel 1862, riuscì finalmente ad evadere dalle carceri aquilane.
     Il 2 luglio dello stesso anno, Viola uccise a coltellate Berardino Colombi. In seguito a questo delitto, braccato dalle forze dell’ordine, si diede definitivamente al brigantaggio attivo. All’inizio del settembre 1862, si formò la banda del Cartòre, i cui componenti variavano da trenta a quarantacinque. Di Berardino Viola si riempirono successivamente le cronache giudiziarie e si diffuse la leggenda della sua audacia e della sua inafferrabilità.
     Nel 1963, anno in cui fu emanata la legge Pica, la banda del Cartòre si assottigliò sempre più. Il Viola rimase solo con il fedele Candido Vulpiani. Quest’ultimo fu trovato cadavere, crivellato di colpi. I sospetti caddero sul suo amico Berardino Viola.
     Il Viola fu catturato il 20 gennaio 1864 a Roma. Nonostante le pesanti accuse, fu ritenuto dalla polizia pontificia un brigante politico e ricevette il passaporto per Barcellona. Si imbarcò, dal porto di Civitavecchia, sul vapore Aunis. In quella città rimase circa un mese, scaricando navi. Quindi si recò a Marsiglia. Ritornò poi nell’Aquilano e si ricongiunse alla sua vecchia banda. Fu catturato, nell’ottobre 1864 e condotto nelle Carceri Nuove di Roma. Dopo un tentativo di fuga gli furono poste le catene. Alla fine del 1865 fu scarcerato, forse dietro pagamento di una ingente somma. Sfuggito alla vigilanza della gendarmeria pontificia, nella primavera del 1866 tornò nel Cicolano e riformò la banda brigantesca.
     Negli anni successivi il Viola fu diverse volte arrestato e rilasciato, dall’esercito pontificio. Il 6 marzo 1869, riuscì a fuggire dal carcere delle Terme Diocleziane e si recò nei pressi di Petrella Salto; ma fu nuovamente arrestato.
     Quando Roma nel 1870 capitolò, Viola si trovava nelle carceri di Paliano, in provincia di Frosinone; e fu condannato dallo Stato italiano e liberato nel 1890. Ma nel 1898, insultato, si vendicò uccidendo Francesco Camilletti; e si diede alla macchia, come ai vecchi tempi. Fu ferito da un carabiniere alla gamba sinistra e arrestato il 29 luglio 1900. Il 25 maggio 1901, la Corte d’Assise dell’Aquila condannò Berardino Viola alla pena dell’ergastolo. Morì nel penitenziario di Santo Stefano (Isole Ponziane del Lazio) nel 1906. Carmine Crocco era morto nel carcere di Portoferraio nel 1905.
     In questa recensione ho cercato di trarre dal libro le notizie su Berardino Viola. Fulvio D’Amore, come dice il sottotitolo, ha narrato tutte le imprese memorabili in terra d’Abruzzo e nel Lazio, con relativi luoghi e briganti postunitari.
Rocco Biondi

Fulvio D’Amore, Vita e morte del brigante Berardino Viola (1838 - 1906). Le imprese memorabili in Terra d’Abruzzo e nel Lazio, prefazione di Gennaro Incarnato, Controcorrente, Napoli 2003 (terza edizione), pp. 302

Vita e morte del brigante Berardino Viola, di Fulvio D’Amore

7 ottobre 2017

Fontamara, di Ignazio Silone



Silone era nato il 1° maggio 1900 a Pescina, provincia dell’Aquila in Abruzzo. Nel 1933 pubblicò in tedesco in Svizzera, dove era riparato da antifascista, grazie alla prenotazione di ottocento sottoscrittori, il romanzo “Fontamara”. Il romanzo fu tradotto in pochi anni in ventisette lingue, raggiungendo una tiratura di oltre un milione e mezzo di copie. La prima edizione in italiano fu stampata, a spese di Silone, nel 1934 a Parigi. Fontamara è un paese di fantasia.
     Il romanzo si chiude con le parole “che fare?”. Scrive Silone: «Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?». La mia risposta a questa domanda, dopo aver letto il libro, è “ribellarsi”. Ma come? Prima dell’arrivo dei Piemontesi (il 1860), dice Silone, tutto era più semplice. Le complicazioni e gli inganni cominciarono quando arrivarono loro: ogni giorno una nuova legge, ogni giorno un nuovo ufficio.
     Berardo Viola è il più importante protagonista del romanzo e richiama l’omonimo suo nonno, famoso brigante postunitario, nato nel 1838 e morto sessantottenne in carcere nel 1906. Nel racconto del 1934, intitolato “Simplicio”, Silone scrive: «L’unica nozione di storia dei cafoni è la storia dei briganti. La loro unica esperienza politica è la loro esperienza di briganti”. Il personaggio Berardo Viola può essere dunque definito un eroe-brigante. I cafoni di Fontamara usano il termine “brigante” in senso negativo, ma loro sono briganti nel senso positivo.
     Il termine “cafone” viene usato da Silone senza intenzione spregiativa. «La scala sociale non conosce a Fontamara che due piuoli: la condizione dei cafoni, raso terra, e, un pochino più su, quella dei piccoli proprietari». Dei cafoni, braccianti, manovali, fanno anche parte gli artigiani poveri, che operano per strada. Silone sa bene che nel linguaggio corrente il nome di cafone è termine di offesa e dileggio; ma lui lo adopera «nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà piú vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore».
     Fittiziamente i fatti del romanzo vengono raccontati, in dialetto fontamarese, al cafone Silone in esilio, da tre cafoni di Fontamara, due uomini (padre e figlio) e una donna. L’autore si limita a tradurli in lingua italiana, «una lingua straniera, - scrive Silone -, una lingua morta, una lingua il cui dizionario, la cui grammatica si sono formati senza alcun rapporto con noi, col nostro modo di agire, col nostro modo di pensare, col nostro modo di esprimerci».
     I fatti che si susseguono a Fontamara sono l’interruzione dell’erogazione di elettricità, perché non potevano essere pagate le bollette; l’incanalamento dell’acqua di un ruscello, con cui i cafoni hanno sempre irrigato i pochi campi che possiedono, verso i terreni del podestà (l’Impresario); le donne che volevano farsi giustizia da loro, vengono violentate; la staccionata che l’Impresario aveva fatto costruire attorno al tratturo, di cui si era appropriato gratuitamente, andò in fiamme; Berardo cerca inutilmente un lavoro, per comperarsi un pezzo di terra e poter sposare Elvira, ma viene arrestato e, si disse, fatto morire in carcere; i cafoni scrivono un giornale intitolato: “che fare?” e mettono come prima notizia: “Hanno ammazzato Berardo Viola, che fare?”; e poi ancora scrivono: “Ci han tolto l’acqua, che fare?”, “Il prete si rifiuta di seppellire i nostri morti, che fare?”, “In nome della legge violano le nostre donne, che fare?”, “Don Circostanza è una carogna, che fare?”; il giornale venne distribuito manualmente, ne erano state fatte cinquecento copie.
Rocco Biondi

Ignazio Silone, Fontamara, Oscar Mondadori, Milano 1976 [1933], pp. 260

21 settembre 2017

La guerra cafona, di Salvatore Scarpino



Scarpino, nel suo libro, afferma che il brigantaggio postunitario durò sostanzialmente un decennio, dall’autunno 1860 al 1870, e lo divide in due fasi: la prima, che va dall’autunno 1860 alla primavera 1861; la seconda, che va dalla cessazione della resistenza borbonica (con la resa di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto) alla fine del 1870. Nella prima fase, le masse popolari combattevano in appoggio a forze regolari. Nella seconda, i briganti diventano autonomi e possono essere considerati «partigiani». Sotto il profilo pratico queste distinzioni non ebbero alcuna influenza; i briganti vennero fucilati sia nella prima che nella seconda fase.
     Discreta importanza ebbero i fuorusciti dal Regno borbonico, che si rifugiarono principalmente a Torino con i piemontesi; quasi tutti erano letterati, molto digiuni di economia politica. Essi erano le avanguardie, che indussero in errore i piemontesi. L’errore più grande che commisero, scrive Scarpino, fu quello di diffondere la storiella del Mezzogiorno ricco; per loro bastava rimuovere il Borbone, con la sua cricca reazionaria, e tutto sarebbe andato a posto. Ma anche se ciò fosse vero, non andò però così. Codesti emigrati, scrive ancora Scarpino, avrebbero dovuto fare un poco di autocritica: avrebbero dovuto spiegare perché non avessero mai considerato i cafoni come persone; avrebbero dovuto parlare della propria spocchia e della propria avidità; avrebbero dovuto elencare le cecità e le nequizie che gli impedivano di vivere in armonia con la gente. I piemontesi perciò erano ben poco informati sul Sud. La disinformazione e la faciloneria «fecero sì che l’incontro fra Nord e Sud si risolvesse nell’amarezza delle delusioni incrociate». La “guerra cafona”, con l’esplosione del brigantaggio, fu il primo frutto di queste delusioni.
     «Passata la buriana del brigantaggio, - scrive Scarpino - i cafoni furono spinti dalla fame, ma anche da quel senso di interiore “estraneità”, sulle strade dell’emigrazione e si portarono dentro sospetti e rancori nei confronti dello Stato lontano e ostile». E il libro si chiude con l’affermazione, che conserva ancora la sua validità: «Da quel decennio tragico della Mala Unità sono giunti fino ai giorni nostri equivoci e veleni di cui stentiamo a liberarci».
     Il termine cafone nell’Italia meridionale indica i contadini senza intenzione spregiativa.
     Scarpino divide il suo libro in cinque capitoli. L’ultimo, intitolato “Veleni, una rivoluzione illiberale”, lo abbiamo sostanzialmente sintetizzato in quello che abbiamo scritto finora. Nei precedenti, facendo una scelta fra i briganti che ritiene più importanti, scrive di Carmine Crocco, José Borges, Luigi Alonzi detto Chiavone, fratelli Cipriano e Giona La Gala, Marianna Oliverio detta Ciccilla, Pietro Monaco.
     Il capitolo che parla di Crocco e di Borges è intitolato “L’armata stracciona”. Di questa armata infatti facevano parte principalmente i contadini senza terra. Ma vi erano anche il clero, i vecchi impiegati borbonici rimasti senza posto, i soldati dell’armata sconfitta. Crocco era nato a Rionero in Vulture della Basilicata il 5 giugno 1830. Ebbe un poco d’istruzione dallo zio Martino. Nel 1849 Carmine andò soldato sotto i Borbone. Ma la vita da militare non durò molto. Regolò alcuni conti aperti all’onore della sua famiglia e si diede alla campagna. La vita da brigante gli offriva fascino e rispetto dei baroni e dei proprietari. Ma venne catturato e il 1855 venne rinchiuso nel carcere di Brindisi, dal quale riuscì a fuggire nel 1859. Nel 1860 si arruolò nell’esercito garibaldino, sperando nell’annullamento delle sue condanne. Ma così non fu, e allora Crocco riprese la vita dei boschi divenendo filoborbonico. La banda da lui capitanata, nei periodi di maggiore auge, riuscì a mettere insieme fino a duemila uomini. Assaltò vari paesi, principalmente della Basilicata, riportandoli nominalmente, ogni volta per pochi giorni, sotto il governo borbonico.
     L’avventura del generale catalano José Borges, che ebbe l’ultima illusione di riportare il re borbone Francesco II sul trono del Regno delle Due Sicilie, è strettamente legata a Crocco. I due stabilirono di assaltare e prendere Potenza, capoluogo della Basilicata; ciò avrebbe costituito un grande successo politico e militare. Ma l’operazione, per contrasto fra i due, fallì. Borges, successivamente tentò di raggiungere il territorio pontificio, ma prima di raggiungerlo fu arrestato e fucilato con i suoi a Tagliacozzo in Abruzzo.
     Crocco nel 1864, divenuto ormai scomodo, fu arrestato dai pontifici. Dopo Porta Pia, passato lo Stato pontificio ai piemontesi, fu processato e condannato a Potenza nel 1872. Dopo oltre quarant’anni di carcere, morì il 18 giugno 1905.
     Il capitolo in cui si parla di Luigi Alonzi alias Chiavone è intitolato “il generale con le cioce”. Chiavone fu il brigante più fotografato del Sud. Un giornalista e un fotografo dell’autorevole settimanale “L’Illustration-Journal universel” si recarono a intervistarlo; il loro servizio uscì ai primi di gennaio 1862; il brigante si lasciò fotografare prima con le cioce ai piedi e poi con l’alta uniforme. Era nato a Sora, in Terra di Lavoro, nel 1825. Ebbe un ampio seguito ed il consenso popolare non gli mancò. Conseguì diverse vittorie contro i piemontesi. Chiavone il 28 giugno 1862 fu arrestato, processato e fucilato da Rafael Tristany, per i contrasti che c’erano fra i legittimisti stranieri e i briganti del Sud.
     Altro capitolo è intitolato “intrigo internazionale” e parla dell’avventura dei fratelli Cipriano e Giona La Gala. Questi capibriganti avevano la loro base sui monti del Taburno, ma operavano nella vasta zona comprendente il Casertano, il Nolano, l’Irpinia e il Beneventano. Arrivarono ad attruppare anche più di cinquecento uomini. Riportarono varie vittorie contro i piemontesi; da questi erano braccati; finché puntarono sul territorio pontificio. Si decise di mandarli all’estero e si inscenò la mascherata sull’Aunis. Quest’ultima era una nave a vapore dell’Imperiali Messaggerie Francesi; su di essa dai piemontesi vennero arrestati i La Gala; vennero consegnati, su richiesta, ai francesi, con l’obbligo dell’estradizione. Nel 1864 vennero dai piemontesi processati; con decreto reale la condanna a morte fu commutata nel carcere a vita.
     Il re e viceré del penultimo capitolo sono rispettivamente il brigante (Re della campagna) e chi comanda il regno. Si parla della brigantessa Marianna Oliverio, detta Ciccilla, che fu la più celebre “fuorilegge” di tutto il Sud. Fu moglie di Pietro Monaco, altro brigante della Sila; fu ucciso da briganti della sua banda, per intascarne la taglia. Il pentitismo dava i suoi frutti. Ciccilla riuscì a fuggire e continuò a battere la campagna, finché non fu presa.
Rocco Biondi

Salvatore Scarpino, La guerra cafona. Il brigantaggio meridionale contro lo Stato unitario, Boroli Editore, Milano 2005, pp. 174