Berardino
Viola nacque nel 1838 nella piccola frazione di Vallececa, oggi di ventiquattro
abitanti in provincia di Rieti nel Lazio orientale. Successivamente con la
famiglia si trasferì a Teglieto, frazione del comune di Petrella Salto, sempre in
provincia di Rieti.
Gennaro Incarnato, nella sua ampia
introduzione al libro, dà una interpretazione positiva del brigantaggio che
sostanzialmente condivido. In essa afferma che “l’immensa quantità di documenti
è innegabile spia dell’ampiezza e profonda portata del fenomeno”. E si domanda:
«Considerare con sollievo morto e sepolto il fenomeno dopo il 1870
è giusto?». Io rispondo di no.
D’Amore nel suo libro appella i briganti
negativamente, chiamandoli “orda borbonica, accozzaglia contadina,
orde ribelli, malviventi, malfattori, masnadieri, famelica ghenga, furboni,
predoni, combriccola di malandrini, ladroni”. Ma Incarnato afferma che questo
duro giudizio di D’Amore non convince del tutto. Infatti egli stesso non è
convinto. Lo esterna – scrive Incarnato – per liberarsi dalla accusa di
complice ed acritica comprensione del brigante. Il mondo in cui si mosse Viola
trascende il banditismo politico postunitario e sfocia nel brigantaggio sociale
e addirittura socialisteggiante di fine ‘800 e inizio ‘900.
La banda, capitanata da Berardino Viola, si
mosse nel Cicolano (attualmente nella bassa provincia di Rieti nel Lazio, al
confine sud-est con l'Abruzzo), nell’Aquilano (allora nell’Abruzzo Ultra II),
nella Marsica (in Abruzzo al sud dell’aquilano), nella Sabina (principalmente
l’attuale provincia di Rieti, eccetto il Cicolano, a sud delle Marche). La
banda veniva chiamata anche “del Cartòre”, perché assunse come sua roccaforte
la boscaglia del Cartòre, posta sulla montagna della Duchessa, nell’attuale
Lazio al confine con l’Abruzzo.
La vita di Berardino Viola, molto lunga per
la sua epoca, si svolse fra arresti e fughe dal carcere. La famiglia di Berardino
non era stretta dalla miseria; il padre infatti lavorava come guardia doganale.
Berardino aveva un carattere irrequieto, e i genitori, viste le sue piccole
mascalzonate, pensarono di mandarlo a scuola presso un prete. Ma il maestro di
fronte alla scapestrataggine dell’allievo dichiarò la resa e lo cacciò via.
Aveva però imparato a leggere e scrivere, in qualche modo. Finita male la sua
avventura scolastica, Berardino divenne bracciante e andò al servizio come
garzone di un proprietario. Dopo un arresto e un condono, fu arruolato nella
compagnia del suo padrone, divenuto capitano della Guardia Nazionale di Borgo
San Pietro. Le prime battaglie il Viola le combatté contro i Borbonici.
Successivamente passò fra le truppe borboniche-brigantesche,
comandate dal colonello La Grange e dal brigante Giacomo Giorgi. Arrestato,
sulla testa del Viola pesavano ventuno capi d’accusa. Dopo circa un anno e
mezzo di prigionia e vari tentatevi di fuga, il brigante Viola, nel 1862,
riuscì finalmente ad evadere dalle carceri aquilane.
Il 2 luglio dello stesso anno, Viola uccise
a coltellate Berardino Colombi. In seguito a questo delitto, braccato dalle
forze dell’ordine, si diede definitivamente al brigantaggio attivo. All’inizio
del settembre 1862, si formò la banda del Cartòre, i cui componenti variavano
da trenta a quarantacinque. Di Berardino Viola si riempirono successivamente le
cronache giudiziarie e si diffuse la leggenda della sua audacia e della sua
inafferrabilità.
Nel 1963, anno in cui fu emanata la legge
Pica, la banda del Cartòre si assottigliò sempre più. Il Viola rimase solo con
il fedele Candido Vulpiani. Quest’ultimo fu trovato cadavere, crivellato di
colpi. I sospetti caddero sul suo amico Berardino Viola.
Il Viola fu catturato il 20 gennaio 1864 a
Roma. Nonostante le pesanti accuse, fu ritenuto dalla polizia pontificia un
brigante politico e ricevette il passaporto per Barcellona. Si imbarcò, dal
porto di Civitavecchia, sul vapore Aunis. In quella città rimase circa un mese,
scaricando navi. Quindi si recò a Marsiglia. Ritornò poi nell’Aquilano e si ricongiunse
alla sua vecchia banda. Fu catturato, nell’ottobre 1864 e condotto nelle
Carceri Nuove di Roma. Dopo un tentativo di fuga gli furono poste le catene.
Alla fine del 1865 fu scarcerato, forse dietro pagamento di una ingente somma.
Sfuggito alla vigilanza della gendarmeria pontificia, nella primavera del 1866
tornò nel Cicolano e riformò la banda brigantesca.
Negli anni successivi il Viola fu diverse
volte arrestato e rilasciato, dall’esercito pontificio. Il 6 marzo 1869, riuscì
a fuggire dal carcere delle Terme Diocleziane e si recò nei pressi di Petrella
Salto; ma fu nuovamente arrestato.
Quando Roma nel 1870 capitolò, Viola si
trovava nelle carceri di Paliano, in provincia di Frosinone; e fu condannato
dallo Stato italiano e liberato nel 1890. Ma nel 1898, insultato, si vendicò
uccidendo Francesco Camilletti; e si diede alla macchia, come ai vecchi tempi.
Fu ferito da un carabiniere alla gamba sinistra e arrestato il 29 luglio 1900.
Il 25 maggio 1901, la Corte d’Assise dell’Aquila condannò Berardino Viola alla
pena dell’ergastolo. Morì nel penitenziario di Santo Stefano (Isole Ponziane del
Lazio) nel 1906. Carmine Crocco era morto nel carcere di Portoferraio nel 1905.
In questa recensione ho cercato di trarre
dal libro le notizie su Berardino Viola. Fulvio D’Amore, come dice il
sottotitolo, ha narrato tutte le imprese memorabili in terra d’Abruzzo e nel
Lazio, con relativi luoghi e briganti postunitari.
Rocco Biondi
Fulvio D’Amore, Vita e morte del brigante Berardino Viola (1838 - 1906). Le imprese
memorabili in Terra d’Abruzzo e nel Lazio, prefazione di Gennaro Incarnato,
Controcorrente, Napoli 2003 (terza edizione), pp. 302
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