8 luglio 2013

Il Brigantaggio, di Cesare Cesari

Finalità del libro era quella di esaltare l'opera dell'esercito italiano, nella lotta contro il brigantaggio che fiorì nell'Italia meridionale nel decennio 1860-1870, contro le manchevolezze del governo italiano, che non fece nulla di pratico per affrontare e risolvere le cause sociali che avevano dato vita e sorreggevano quel fenomeno. L'azione del governo si limitava, afferma il Cesari, alla repressione e non alla prevenzione, che avrebbe dovuto aiutare gli indigenti, aprire scuole, sorreggere il clero, completare lavori pubblici di immediata utilità.
A cinquantanni dagli avvenimenti (il libro venne pubblicato nel 1920), il tenente colonnello Cesari, che lavorava nell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, aveva interesse a non minimizzare la forza dei briganti che operavano nei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Veniva così giustificato che «oltre 120 mila soldati si trovavano pertanto nell'autunno di quell'anno [1861] nel Napoletano e in Sicilia, rappresentando siffatta cifra poco meno che la metà dell'intiera forza sotto le armi».
Le popolazioni meridionali consideravano quell'esercito italiano «violatore e usurpatore dei legittimi diritti dello stato napoletano». Nell'immaginazione popolare, scrive il Cesari, il brigantaggio era una milizia proletaria, in difesa delle istituzioni borboniche, che con i suoi eroismi, con le sue sofferenze, con le sue glorie era degna di essere coadiuvata e sorretta materialmente e moralmente.
Il libro del Cesari, pur scritto dalla parte dell'esercito piemontese, rappresenta anche un riconoscimento delle ragioni della lotta armata delle popolazioni meridionali. Il libro si apre con l'affermazione, quasi una epigrafe: «Uno studio completo sul brigantaggio non è ancora stato fatto e difficilmente potrà farsi in avvenire».
Secondo il Cesari molteplici sono le cause di questa difficoltà, ma la principale è l'esistenza di un materiale documentario che per quanto abbondante è assai frammentario e tuttora disperso.
Mentre la migliore raccolta di documenti militari è conservata nell'archivio storico dello Stato Maggiore, invece i carteggi politici ad amministrativi, indispensabile complemento per capire la materia, giacciono nascosti negli archivi dello Stato, delle Provincie e dei Comuni, o peggio, per i frequenti cambi di sede degli enti pubblici dal 1860 in poi, sono andati perduti.
Ma anche se tutti questi documenti ufficiali tuttora esistenti venissero riuniti, sostiene il Cesari, mancherebbe alla narrazione dei fatti di brigantaggio quella particolare essenza di elementi psicologici e aneddotici che solo le fonti private, i libri di appunti e le note personali possono fornire, elementi questi ultimi «in gran parte scomparsi o tutt'al più conservati presso qualche famiglia come carte intime non destinate alla pubblicità». Mancando questa seconda ed importante sorgente privata viene a mancare il necessario colore delle anime e degli ambienti.
Un altro ostacolo per la trattazione del fenomeno del brigantaggio, sosteneva il Cesari nel 1920, è il non poter raffrontare i documenti di parte italiana con quelli ufficiali e segreti di parte borbonica, di parte pontificia ed anche di parte straniera, «perché essendo stata la reazione politica il principale movente di quella insurrezione sarebbe logico e giusto poter consultare in parallelo, come si fa nelle relazioni delle campagne di guerra, le varie documentazioni dei belligeranti».
A compensare questo materiale mancante avrebbe potuto intervenire la ricca produzione bibliografica, già allora esistente, ma fra le centinaia di libri sul brigantaggio, dice il Cesari, sono rarissime le pubblicazioni importanti ed originali.
Anche nei giornali, contemporanei ai fatti, prevale la fantasia sulla realtà.
Per tutti questi motivi, sostiene ancora il Cesari, «uno studio sul brigantaggio deve percorrere vie diverse da quelle battute fin qui, considerando il fenomeno come un lungo episodio di reazione politica con tutte le sue cause e con tutti i suoi effetti, come qualunque altro fenomeno storico riflettente la sostituzione di due diverse forme di governo e di due diversi ordinamenti statali».
E' ovvio che il Cesari ritiene che l'unità d'Italia andava comunque fatta, e quindi giustifica tutto ciò che i Piemontesi fecero in quegli anni, specialmente quello che fece l'esercito «che nella sua opera modesta, disinteressata, coscienziosa, fu il primo fattore dell'unità della patria».
Il libro quindi ripete sostanzialmente quello che si diceva dal lato dei Piemontesi, a cominciare dalla divisione temporale che si dava al fenomeno, ritenuto politico fino al 1863, frammisto alla delinquenza comune negli anni successivi, fino a diventare solo delinquenza.
Certamente la novità del libro consiste nella puntuale descrizione della dislocazione delle truppe in azione nelle zone e sottozone in cui fu diviso il territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie, con i relativi comandi e nomi dei comandanti. In appendice poi sono riportate le ricompense accordate ai vari corpi dell'esercito per la repressione del brigantaggio: Stato maggiore, Carabinieri, Granatieri, Fanteria, Bersaglieri, Cavalleria, Artiglieria, Genio.
Si parla della Corte borbonica, che da Gaeta si era trasferita a Roma insieme al re Francesco II; si parla dei legittimisti stranieri (di alcuni solo con brevi cenni) che erano venuti (non si sa quanto disinteressatamente) in soccorso del re Borbone in esilio: De Crysten, Josè Borges, Raffaele Tristany, Zimmerman, Alfredo de Trazeignes, Lagrance, ecc.; si parla dei capi briganti (e delle loro bande, che numerose operarono in tutto il Sud): Giuseppe Nicola Somma (Ninco Nanco), Giovanni Piccioni, Luigi Alonzi (Chiavone), Domenico Coia (Centrillo), Giano [Giona] e Cipriano La Gala, Carmine Crocco, Michele Caruso, ecc.
Il Cesari chiude ottimisticamente il libro scrivendo: «andarono gradatamente affermandosi in tutta l'Italia meridionale la fiducia nelle nuove istituzioni e il sentimento unitario». Ma in realtà così non fu. 

Cesare Cesari, Il Brigantaggio e l'opera dell'Esercito Italiano dal 1860 al 1870, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese (BO) 2002, Ristampa anastatica dell'edizione del 1920 dell'Ausonia di Roma, pp. 176

1 maggio 2013

Separiamoci, di Marco Esposito


"Separiamoci" è il grido che dovrebbe essere lanciato da tutti i Meridionali che vogliono perseguire il loro vero interesse. In 152 anni di unità d'Italia il Sud è stato progressivamente spogliato dei suoi beni e abbandonato a se stesso. Ci si vergogna quasi a ricordare i primati che il Sud possedeva fino al 1860 (quando l'ex Regno delle Due Sicilie fu invaso militarmente dai piemontesi) nei campi della scienza, dell'arte, dell'industria, del rispetto dei beni comuni, delle conquiste civili. Nel 1860 il PIL del Regno era uguale a quello medio della penisola italiana; i lavoratori dell'industria erano in proporzione più al Sud che al Nord. Negli anni il sistema bancario del Sud è stato assorbito da gruppi del Nord: il Banco di Napoli dalla torinese Banca Intesa Sanpaolo, il Banco di Sicilia dal gruppo milanese Unicredit. Dopo le banche il Mezzogiorno si è fatto sfilare anche i giornali.
Scrive Esposito: «Se un Paese commette tanti errori e, nonostante l'evidenza del declino, non pone rimedi è perché quel medesimo Paese si osserva e si giudica tramite una lente deformata». La sua classe dirigente non è in grado di correggere gli errori che l’hanno portata in quello stato. La palla al piede non è il Mezzogiorno, come superficialmente si dice, ma è l'incapacità di vedere lontano nel tempo e nello spazio, è la manifesta inadeguatezza politica e culturale della classe dirigente del Nord.
In questa situazione diventa logico chiedersi se non convenga a tutti, e certamente al Sud, di separarsi e ritrovare la propria indipendenza. Solo così il Sud potrebbe riannodare il filo spezzato della sua storia. Nell'ultimo capitolo del libro Esposito sembra pentirsi di questa conclusione, come avviene in una coppia dopo una vita di comunione matrimoniale. Ci si scopre ancora innamorati: «L'Italia potrebbe tornare a innamorarsi di se stessa, tutta intera». Ma ritengo sia un pentimento retorico, se le condizioni poste sono le seguenti: istituzione di un giorno della memoria per tutte le vittime dell'invasione e della repressione piemontese, ritorno in Patria delle ossa dei briganti custodite nel museo Lombroso a Torino, intitolazione di una via Pontelandolfo in ogni capoluogo di Provincia, riscrizione di tutte le regole sul federalismo, chiusura nel Sud delle discariche di rifiuti tossici provenienti dal nord con relativo disinquinamento.
Marco Esposito fornisce anche dettagliate istruzioni pratiche per l'attuazione della separazione. Pur restando nell'ambito dell'attuale Costituzione, ricorrendo alla procedura dettata dall'articolo 138, la Repubblica può cambiare la sua natura da unitaria a federale e persino i suoi confini possono essere rivisti. Percorso stretto ma non inaccessibile. E poi l'Italia è campione dell'interpretazione delle leggi. L'unica preclusione è data all'uso della violenza fisica, perché eticamente inaccettabile. Quel che conta è la spinta popolare, anche se «il momento del disgusto popolare nei confronti di un'Italia diventata matrigna per larga parte della penisola [il Sud] forse è ancora lontano, ma i segnali non mancano».
Senza alcuna modifica costituzionale, facendo ricorso all'articolo 132 della Costituzione, per ridare al Mezzogiorno una sua centralità si potrebbe creare una macroregione meridionale. Secondo Esposito dovrebbero entrarne a far parte le regioni del Sud continentale: Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria. Io ci aggiungerei anche la Sicilia, più parte dell'odierno Lazio meridionale ed orientale. Altri vorrebbero aggiungere anche la Sardegna. La popolazione di questa maccroregione sarebbe superiore a quella di nazioni come Grecia, Portogallo o Svezia. La sua Giunta, con il presidente eletto direttamente dai cittadini, avrebbe un peso politico specifico tale da condizionare l'attività del Governo italiano. Tale macroregione potrebbe rappresentare una via intermedia tra l'attuale Italia unita e la totale indipendenza futura del Sud.
Fra le varie opzioni in campo Esposito individua e sceglie anche nome, capitale, bandiera, moneta, che il Sud indipendente potrebbe avere. Nome: Mediterranea, capitale: Napoli, bandiera: giallo e rosso, moneta: euro.
Certo, scrive Esposito, far nascere un nuovo Stato richiede convinzione nei propri mezzi e anche una certa dose di spregiudicatezza, capacità di osare. Ma forse è proprio questo che serve: credere in se stessi, tornare a sognare.
Pino Aprile nella prefazione al libro scrive: «Separiamoci elenca tutte la ragioni che potrebbero rendere inevitabile il ritorno a un Sud indipendente; e spiega come farlo bene, se quelle ragioni continueranno a essere ignorate».
Marco Esposito è napoletano, classe 1963. Ha lavorato come giornalista per Milano Finanza, la Voce, il Messaggero, la Repubblica, il Mattino. Dal 2011 è assessore al Commercio e alle Attività produttive del Comune di Napoli. 
Rocco Biondi 

Marco Esposito, Separiamoci, prefazione di Pino Aprile, Magenes Editoriale, Milano 2013, pp. 165, € 12,00

15 aprile 2013

La legislazione penale dell'emergenza in Italia, di Pasquale Troncone


Il libro analizza gli aspetti giuridici di quello che accadde nel Mezzogiorno nel decennio 1860-1870 in cui si realizzò la cosiddetta unità d'Italia. Le spinte ideali che portarono all'unità furono annullate dall'azione condotta dal potere sabaudo. Per contenere la rivolta sociale contro l'invasione, dai piemontesi furono usate leggi eccezionali particolarmente repressive. Oltre la metà dell'esercito intervenne nel Sud e diede vita ad iniziative arbitrarie. Venne ingaggiata una lotta spietata e senza regole contro il brigantaggio.
Il fenomeno del brigantaggio anche se ha profonde radici storiche, tuttavia nel periodo postunitario assume una connotazione particolare. All'aspetto di disagio sociale si aggiunge quello di rivolta politica contro i nuovi modelli di governo imposti dal potere piemontese e contro la cacciata dei sovrani borbonici. Il legittimismo borbonico ebbe anche un attivo sostegno della Chiesa.
Nella legislazione vi è una netta demarcazione normativa tra la figura del delinquente comune e quella del brigante. Quest'ultimo assume una precisa connotazione politica di vero e proprio partigiano del deposto Sovrano, è un combattente legittimista. Anche se il nuovo potere sabaudo ha interesse a far perdere al brigantaggio qualsiasi caratteristica politica o ideologica e lo fa apparire come semplice fenomeno delinquenziale. Questa mistificazione ebbe una sua copertura pseudoscientifica con l'opera del medico Cesare Lombroso.
Lo Stato Unitario non aveva fonti legislative di legittimazione. Questo vuoto legislativo venne occupato dal potere militare. Quando i Piemontesi entrarono in territorio napoletano nell'ottobre 1860, scrive Mack Smith, una delle prime azioni del generale Cialdini fu di far fucilare sul posto ogni contadino che fosse trovato in possesso di armi. L'onda montante dello scontento e gli scontri armati divenuti sempre più frequenti spinsero i piemontesi alla proclamazione dello stato d'assedio militare. Risposta conseguente fu che contro l'esercito piemontese si coalizzarono bande di briganti di ispirazione legittimista, garibaldini delusi, ex soldati borbonici, sbandati venuti fuori dalle carceri, e soprattutto contadini profondamente delusi nella loro aspettativa promessa delle terre.
Il comando delle operazioni militari, con sede in Torino, seguì un itinerario di intervento tipico di uno stato di guerra, seppure mai dichiarato. La legislazione non riuscì più a fare fronte al disordine pubblico, lasciando il campo ad una indiscriminata azione repressiva, lontana da qualsiasi garanzia legislativa.
Il Parlamento di Torino nei primi mesi del 1862 tentò di riprendere la sua iniziativa di centralità democratica ed istituì una Commissione d'inchiesta dotata di ampi poteri, con il mandato di studiare le ragioni e lo stato del brigantaggio e di additare gli opportuni rimedi. La relazione finale della Commissione venne letta dal deputato tarantino Giuseppe Massari, in seduta segreta alla Camera, il 3 maggio 1863 e conteneva una concreta analisi delle cause che avevano portato al brigantaggio. Venne anche proposto dalla Commissione un progetto di legge composto da 29 articoli. Questo progetto non diventò mai legge e al suo posto venne approvata una legge, proposta dal deputato abruzzese Giuseppe Pica, composta di soli nove articoli, del tutto difforme alle premesse dettate dalla commissione Massari.
Scrive l'autore Troncone, professore presso l'Università di Napoli: «La legge Pica raccolse tutti i possibili difetti che il progetto della commissione Massari aveva ritenuto di evitare. Sul piano politico rappresentava un cedimento al potere militare e l'impianto normativo appariva come una sorta di ratifica legislativa per quanto l'esercito aveva fino a quel momento attuato ed una sostanziale autorizzazione preventiva per quanto riterrà di realizzare per il futuro. Sul piano giuridico la legge si segnala per la obiettiva carenza di tutti i caratteri della legalità costituzionale». La pena prevista per i briganti che avessero opposto resistenza armata era quella della fucilazione. Chi appoggiava in qualsiasi modo l'azione dei briganti poteva essere condannato ai lavori forzati a vita. Veniva anche istituito il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, le persone sospette.
Con regio decreto venne dichiarato in stato di brigantaggio quasi tutto il Mezzogiorno e furono istituiti otto Tribunali militari speciali, che si aggiunsero ai quattro già preesistenti.
Con la legge Pica si realizzava una diretta e formale violazione del principio di eguaglianza dei cittadini del Regno, stabilito dall'art. 24 dell'allora vigente Statuto Albertino; quelle norme infatti erano valide solo per una parte del territorio italiano. Quei provvedimenti legislativi di emergenza inoltre sospendevano di fatto sia norme di valore ordinario che disposizioni costituzionali. Con l'istituzione dei Tribunali militari speciali veniva introdotta una formale e pesante deroga dell'art. 71 dello Statuto, che recitava: «Niuno può essere distolto dai suoi giudici naturali. Non potranno essere creati Tribunali o Commissioni straordinarie». Il diritto di difesa veniva quasi totalmente annullato, il ministero del difensore veniva esercitato da un ufficiale dell'esercito.
La legislazione per la lotta al brigantaggio, varata nella seconda metà dell'800, contiene un modello tipico di intervento che sarà più volte usato in futuro nella lotta alla criminalità politica organizzata.
Rocco Biondi

Pasquale Troncone, La legislazione penale dell'emergenza in Italia, Jovene Editore, Napoli 2001, pp. 256

6 marzo 2013

Fonti per la storia del brigantaggio postunitario. Tribunali militari straordinari


I tribunali militari straordinari furono istituiti con la legge del 15 agosto 1863 n. 1409, detta legge Pica dal nome del proponente. Essi erano funzionali alla repressione del brigantaggio. La competenza a giudicare su briganti e complici veniva sottratta alla giurisdizione ordinaria, per garantire l'allineamento ai piani dell'esecutivo ed eliminare nei fatti il diritto di difesa. Detta legge avrebbe dovuto restare in vigore fino al 31 dicembre 1863, ma venne prorogata fino al 31 dicembre 1865. Già con legge dell'8 agosto '63 era stata devoluta agli stessi tribunali militari la competenza per i reati di renitenza alla leva.
Nel volume sono inventariati gli atti dei dodici tribunali militari straordinari sul brigantaggio operanti ad Aquila per i circondari di Aquila e Cittaducale, Avellino per la provincia di Avellino e per il circondario di Nola, Bari per la terra di Bari, Campobasso per il Molise, Caserta per il circondario di Caserta Piedimonte e per la provincia di Benevento, Catanzaro per la provincia di Catanzaro, Chieti per il circondario Lanciano Vasto Sulmona, Cosenza per la provincia di Cosenza, Foggia per la Capitanata, Gaeta per i circondari di Formia Sora ed Avezzano, Potenza per la Basilicata, Salerno per la provincia di Salerno.
La documentazione prodotta dai Tribunali militari, comprendenti gli anni dal 1862 al 1866, venne prima inviata a Torino e poi nel 1920 all'Archivio di Stato di Roma.
Dallo studio ed analisi della documentazione, oltre alle notizie sui briganti, sui movimenti delle bande e la loro composizione, scaturiscono anche notizie ed informazioni attinenti la vita sociale dell'epoca. Accanto ai nomi di bande e briganti, si affiancano quelli delle persone che con il loro sostegno permisero al brigantaggio di vivere ed espandersi. Si evidenziano storie di uomini e donne che speravano di poter migliorare il loro stato favorendo ed aiutando il brigantaggio.
Il fondo comprende 193 buste e 2.324 fascicoli. Per ogni tribunale una prima parte del materiale documentario è costituita dai fascicoli delle istruttorie; una seconda parte comprende un corredo di atti, d'indole più generale, attinente ai procedimenti; una terza parte riguarda la documentazione relativa alla organizzazione, al funzionamento ed all'attività del tribunale.
L'ordine cronologico dei documenti parte dal documento con data più antica fino a quello con data più recente. Buste e fascicoli portano numeri progressivi. Alcuni fascicoli mancano.
La documentazione è ricca di informazioni sui briganti: loro aspetto e modo di vestire, armi di cui erano forniti, cosa mangiavano, atti commessi nelle loro scorrerie, loro rifugi, come scrivevano, come manifestavano la critica al nuovo governo piemontese.
Sono presenti diverse figure femminili: madri, sorelle, mogli, amanti. Per lo più il loro ruolo consisteva nel fornire vettovaglie e nascondigli, ma alcune condividevano la vita dei briganti: erano brigantesse a pari titolo degli uomini.
Grande interesse presentano lettere e biglietti dei briganti o di sequestrati dai briganti con le richieste per il riscatto: denaro, generi alimentari, vestiti. Talvolta queste lettere (o biglietti) sono d'indole personale indirizzate a parenti o amici. Altre sono relative ad una eventuale costituzione alle autorità. Non mancano ovviamente quelle con minacce.
Molte informazioni presenti nei documenti riguardano il cosiddetto manutengolismo, l'appoggio fornito dai cittadini di ogni ceto ai briganti.
Viene anche fuori che per combattere il brigantaggio qualsiasi mezzo diveniva lecito: in modo particolare mezzi coercitivi sui familiari dei briganti.
In casi piuttosto rari risultano inseriti agli atti le difese degli avvocati, quasi sempre d'ufficio, che per lo più mettono in luce l'ignoranza e le misere condizioni sociali ed economiche degli imputati.
Ma talvolta, quasi inavvertitamente, viene fuori che il nuovo governo aveva parecchio da rimproverarsi.
Molto ricco l'apparato degli indici, sia quello onomastico che quello toponomastico. Cognomi e nomi sono riportati in ordine alfabetico. Dopo il nominativo è segnato il numero del fascicolo che contiene l'istruttoria o la citazione.
Per dare un'idea del contenuto del libro elenco alcuni nomi di capibanda le cui gesta si rilevano dagli atti: Vincenzo Acri, Luigi Alonzi "Chiavone", Antonio Andreottola, Giovanni Bellusci degli "Albanesi", Pietro Bianchi degli "Albesi", Giuseppe Capasso, Luigi Cerino, Angelo Cerullo, Francesco Cianci, Riccardo Colasuonno "Ciucciariello", Giuseppe Critelli "lo russo", Carmine Crocco Donatelli, Angelo Maria Cucci "lo spezzanese", Domenico Di Pace, Antonio Di Somma, Angelantonio e Pasquale Di Tore, Antonio Franco, Domenico Fuoco, Cosimo Giordano, Carlo Giuliano "Toscio", Crescenzo Gravina, Francesco Guerra, Giuseppe Iovino "Curcio", Cipriano La Gala, Marciano Lapio "Sacchetta", Francesco Lavalle, Antonio e Domenico Lisbona Esposito, Antonio Manfra "Caporale", Gaetano Manzo, Antonio Maratea "Ciardullo", Primiano Marcucci, Luciano Martino, Pasquale Martone, Angelantonio Masini, Carmine Melito, Pietro Monaco, Alessandro Pace, Carmine Palumbo, Raffaele Paonessa "Sciameo", Pasquale Perrelli, Bruno Pinnola, Policarpo Romagnoli, Agostino Sacchitiello, Domenico Sapia "Brutto", Salvatore Scenna "Contini", Giuseppe Schiavone, Antonio Secola, Pietro Simonetta "Corea", Vincenzo Spinelli "Campa", Domenico Straface "Palma", Giuseppe Nicola Summa "Ninco-nanco", Felice Taddeo, Nunzio Tamburini, Francesco Tommasini "Zoccolone", Gaetano Tranchella, Domenico Valerio "Cannone".
L'inventario pubblicato nella collana Strumenti, di 612 pagine, è stato curato da Loretta De Felice ed è datato 1998.
Negli anni successivi nella stessa collana è stata pubblicata la "Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato", in tre volumi per un totale di 2330 (duemilatrecentotrenta) pagine.
Rocco Biondi

Ministero per i beni culturali e ambientali - Ufficio centrale per i beni archivistici, Fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate nell'Archivio centrale dello Stato, Inventario a cura di Loretta De Felice, Roma 1998, pp. 612

23 gennaio 2013

Il 24 e 25 febbraio non voto

Le liste sono state presentate. Io in Puglia non sono rappresentato da nessuno. I partiti tradizionali sono tutti venduti al nord. Quelli del Grande Sud sono ladri della dignità. Non è votabile un comico genovese antimeridionale. Ho letto i punti programmatici della Rivoluzione Civile di Ingroia, non ve ne è uno che parli del Sud. Il 24 e 25 febbraio, anche se farà freddo, dovrò andare al mare. In attesa di tempi migliori per il Sud.

20 gennaio 2013

Fulvio D'Amore sulla mia recensione di "Michelina Di Cesare"


In risposta alla mia breve recensione del libro di Fulvio D'Amore: Michelina Di Cesare guerrigliera per amore, pubblicata nel mio blog il 23 settembre 2012, l'autore in data 03/01/2013 mi ha mandato la seguente email.
Egregio Signor Rocco Biondi
Evidentemente lei non ha letto con attenzione il mio libro su Michelina Di Cesare o forse, essendo un "giornalista" e non certo uno storico, non capisce il senso della ricerca che non è e non deve essere un cabaret fenomenologico che si presta magnificamente a qualsiasi uso politico.
Politicità della storia non equivale, non deve equivalere allo schieramento della ricerca al servizio di qualcosa che sia diverso dalla ricerca stessa, cioè della verità (di qualche frammento di verità, meglio). Fare storia significa pur sempre in primo luogo interrogarsi sugli interni meccanismi del
lavoro storico, sulla pratica concreta e sui suoi scopi.
I miei 59 libri scritti fino ad ora (dall'Età Moderna a quella Contemporanea) non sono stati mai improntati per fini commerciali. Facendo parte della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (L'Aquila) molti dei miei saggi, prima di essere approvati e pubblicati, sono stati sempre vagliati da severi Comitati Scientifici.
Oltretutto, lei dovrebbe dimostrare che le fotografie pubblicate nel libro non sono quelle di Michelina Di Cesare (come lei afferma).
Per questo le dico che le solite chiacchiere da bar lasciano il tempo che trovano.
La consiglio di frequentare gli archivi, invece di sparare a zero su chi da oltre venti anni studia la storia del Meridione con fatica e rigore storico.
Tra l'altro, prima di esprimere giudizi semplicistici dal suo Blog, occorre confrontarsi con le note del mio libro e verificarle.
Tenga ben presente, che nessuno storico può accontentarsi di verità imposte da partiti, o magari da conventicole di varia natura e portata, né di giudizi dati da "giornalisti".
Cordiali saluti
Fulvio D'Amore
Avezzano (AQ)
Formulo qualche risposta e considerazione sul contenuto dell'email, sorvolando comunque sulle "chiacchiere da bar" in essa contenute.
1) Quando un autore pubblica un libro, lo affida alla valutazione del lettore che può essere positiva, negativa, indifferente. La mia comunque è frutto di una molto attenta lettura, anche delle note.
2) Lei niente ha detto del mio appunto più significativo: "Delle 343 pagine del libro solo una ventina parlano della brigantessa Michelina Di Cesare".
3) Per quanto riguarda la pseudo foto di Michelina Di Cesare riporto quello che ha scritto Paolo Morello (che ha insegnato storia della fotografia in varie università e ha diretto l'Istituto Superiore per la Storia della Fotografia), nel suo libro Briganti del 1999 a pag. 50: «Un incanto analogo promana da due cartes de visite, oggi all'archivio del Museo del Risorgimento di Roma, che effigiano una bella brigantessa in costume (qualche volta identificata con Michelina Di Cesare, ma senza fondamento...). Queste fotografie non raffigurano una brigantessa reale, assai probabilmente, bensì una modella, messa in posa dal fotografo nel suo atelier». E aggiungo che il volto della modella nulla ha a che fare con quella di Michelina Di Cesare morta, uccisa e fotografata dai piemontesi.
4) Meraviglia che nella bibliografia del suo libro non abbia citato Brigantesse di Valentino Romano del 2007, quindi antecedente al suo e della stessa casa editrice Controcorrente.
Cordiali saluti
Rocco Biondi

10 dicembre 2012

Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!, di Antonio G. D'Errico

Il libro è la trascrizione di una lunga intervista al cantautore Mimmo Cavallo. Brevi domande, lunghe risposte. Merito dell'autore D'Errico è stato quello di pungolare opportunamente Cavallo per farne uscire fuori la grande ricchezza dell'uomo e dell'artista.
Si inizia dall'adolescenza quando, non essendoci ancora la tv, nelle fredde sere invernali, le famiglie contadine del Sud si riunivano intorno al fuoco e i grandi raccontavano storie meravigliose tramandate oralmente da generazioni. Le scintille che scoppiettavano erano le anime dei morti che si palesavano. Nelle menti dei bambini realtà, mito e fantasia si sovrapponevano.
Il primo rapporto del piccolo Mimmo con la musica era intriso di magia, di riti e credenze popolari. Ha visto ballare vecchie con una coperta in testa, seguite da suonatori sciamannati della taranta. In me - dice Cavallo - futuro e passato sono sempre stati insieme. Il primo strumento musicale che entrò in famiglia fu una chitarra, acquistata da suo fratello. Mimmo emigrò a Torino dove suo padre aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat. Suo fratello mise su un gruppo musicale, nel quale successivamente entrò anche lui.
In quel tempo, oltre a scrivere canzoni e a svolgere lavori saltuari, leggeva molta letteratura di impegno. Pasolini fu un suo riferimento, ma anche Marcuse, Sartre, Moravia, Pavese.
Dalla prima moglie da giovanissimo (ventun anni) ebbe una figlia. Con un'altra donna ha poi avuto altri due figli. Queste donne e questi figli hanno avuto ed hanno una grande importanza nella sua vita umana ed artistica.
Mimmo Cavallo ha finora pubblicato sei album musicali: Siamo meridionali con la CGD nel 1980, Uh, mammà! ancora con la CGD nel 1981, Stancami, stancami musica con la Fonit Cetra nel 1982, Non voglio essere uno spirito con la DDD nel 1989, L'incantautore sempre con la DDD nel 1992, Quando saremo fratelli uniti con la Edel nel 2011; nel 2006 la Warner aveva pubblicato una raccolta con Le più belle canzoni di Mimmo Cavallo.
Cavallo è uno spirito libero, che non accetta nessun tipo di imposizione. Rifiuta di partecipare al Festival di Sanremo e a Quelli della notte di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo aveva messo al primo posto. Rifiuti che nei fatti lo terranno ai margini del mercato della discografia nazionale. Resta lontano dai riflettori, anche se i concerti dal vivo non mancano, dal Nord al Sud d'Italia.
Cavallo si rimprovera di non essere un buon imprenditore di se stesso. Dice: «Uno può avere grandi doti - vocali, di immagine, contenuti - ma se reagisce male agli eventi può essere davvero problematico resistere dentro un mondo così pieno di gente pronta a lasciarti passare in secondo piano».
Eppure i suoi primi album Siamo Meridionali e Uh, mammà avevano avuto grande successo. Ma verso la metà degli anni ottanta il 'meridionalismo d'autore' perde interesse.
Scrive pezzi per Fiorella Mannoia (Caffè nero bollente), Mia Martini (Buio), Zucchero (Vedo nero), Gianni Morandi (E mi manchi), Al Bano (Gloria Gloria), Ornella Vanoni (Il telefono), Loredana Berté (Io ballo sola).
Dopo lunghi anni di silenzio come cantante, incontra Pino Aprile. Ne nasce un ricco e fruttuoso sodalizio, che porterà prima alla trasposizione teatrale del best seller Terroni e poi alla pubblicazione dell'album Quando saremo fratelli uniti. La filosofia che sta alla base di quest'ultimo album viene così esplicitata da Mimmo Cavallo nell'intervista: «L'Unità d'Italia, in realtà, è una vera e propria occupazione, in cui il Sud diventa colonia del Nord. La ricchezza del Nord sarà frutto di razzie compiute ai danni della colonia del Sud. Le strade ferrate, le ferrovie, i commerci, le banche, e tutto quello che verrà fatto al Nord sarà fatto coi soldi del Sud...». Fra i pezzi, tutti molto belli, io prediligo Siamo briganti.
Mi piace chiudere questa recensione con le parole con cui Pino Aprile chiude la presentazione: «Credo che Mimmo Cavallo abbia ricevuto meno di quel che ha dato».
Rocco Biondi

Antonio G. D'Errico, Mimmo Cavallo. Da Siamo meridionali a Caffè nero bollente, dall'incontro con Enzo Biagi a Zucchero, Presentazione di Pino Aprile, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2012, pp. 122, € 12,00

7 dicembre 2012

Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!, di Antonio G. D'Errico

Associazione
“Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
l'Associazione Euclidea
di Villa Castelli

organizza

I SABATI BRIGANTESCHI
Sabato 29 dicembre 2012
Ore 18,00 - Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Municipio

Presentazione del volume
Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!
di Antonio G. D'Errico


PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

Sarà presente il cantautore
MIMMO CAVALLO
che canterà suoi pezzi famosi
Nato a Lizzano (Taranto) nel 1951. Vive tra Roma, Milano e la Puglia. Negli anni ottanta raggiunge i vertici della hit parade con la canzone Siamo meridionali. Ha scritto pezzi per Fiorella Mannoia, Mia Martini, Zucchero, Gianni Morandi, Al Bano. Amico di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo mette al primo posto dei cantanti di interesse collettivo. Di recente ha collaborato con Pino Aprile nella trasposizione teatrale del best seller Terroni, pubblicandone poi i brani nel suo nuovo album Quando saremo fratelli uniti.

Presentazione di
Leo Tenneriello
Nato a Taranto nel 1964, laureato in Scienze Politiche, attualmente lavora in banca. Cantautore, ha pubblicato due album. Collabora con Mimmo Cavallo.

In videoconferenza l'autore
Antonio G. D'Errico

Non l'avevo capita bene Uh mammà, di Mimmo Cavallo, quando la ascoltai. Siamo meridionali era più immediata, comprensibile a tutti. Mimmo cantava una storia da "Soldato blu"; una brutta storia di vinti e vincitori, di vinti calpestati, di combattenti per la libertà che stavano dall'altra parte. Ci incontrammo, entrambi tarantini, appassionati di Sud e primitivo (inteso come vino...). Si mise a comporre e tirò fuori quella splendida raccolta che è Quando saremo fratelli uniti. (Dalla presentazione di Pino Aprile)

Evento
Gli attori Valentino Ligorio e Roberta Mele leggeranno dei brani dal libro.




Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it


30 novembre 2012

Uomini e donne del Sud, di Paolo Brogi


Se non ci fossero le prime trenta pagine al libro non mancherebbe nulla. In esse sono ripetuti i soliti e triti luoghi comuni sull'arretratezza del Sud al momento della nascita della cosiddetta unità d'Italia e sull'incapacità dei meridionali di oggi a voler cambiare. Pagine inutili. Bisognerebbe invitare l'autore ad eliminarle (salvando comunque alcune parti positive) da un'auspicabile seconda edizione.
Tutto il resto del libro in realtà è un'accattivante presentazione di tante eccellenze del Sud e di tante esperienze di uomini e donne meridionali, che testimoniano della positività dell'attuale meridionalità e fanno ben sperare in un futuro certamente migliore.
Il libro tratteggia in brevi capitoli tante realtà esistenti nel Meridione che cominciano a perdere l'alone della straordinarietà per diventare ordinarie e comuni. Ne sintetizzo e presento solo alcune, invitando alla lettura del libro per conoscerle tutte. Sono ritratti di vite straordinarie e dell'orgoglio meridionale, come recita il sottotitolo.
A Gravina di Puglia, in provincia di Bari, Antonio Cucco Fiore, un giovane che ha lasciato il lavoro presso l'Agenzia Kennedy Associates nella City di Londra, ha lanciato dal suo paese in tutto il mondo il «Pallone», un formaggio semiduro a pasta cruda prodotto con latte bovino. Questo formaggio è anche citato dall'Enciclopedia agraria del Regno di Napoli, edizione 1859.
In Calabria diverse donne sindaco sono state messe sotto scorta dopo aver subito vari attentati per la loro lotta contro la 'ndrangheta e il malaffare: Maria Carmela Lanzetta, farmacista, sindaco di Monasterace (Reggio Calabria) di 3.500 abitanti; Elisabetta Tripodi, avvocato, sindaco di Rosarno (Reggio Calabria) di 15.000 abitanti; Carolina Girasole, sindaco di Isola Capo Rizzuto (Crotone) di 16.000 abitanti; Anna Maria Cardamone, dirigente di un ufficio economico della regione, sindaco di Decollatura (Catanzaro) di 3.300 abitanti.
I prodotti consumati nel Sud provengono per la maggior parte dal nord e dall'estero. I soldi meridionali vanno ad arricchire il nord. L'architetto catanese Erasmo Vecchio lancia i supermercati CompraSud, dove vengono venduti solo prodotti provenienti dal Sud. Così i soldi dei meridionali rimangono nel Meridione e lo arricchiscono.
Mimmo Lucano, secondo il World Major Prize, nel 2010 è stato il terzo miglior sindaco del mondo. Suo merito è stato l'aver saputo accogliere nella sua Riace (Reggio Calabria) gli immigrati venuti dal mare: curdi, afgani, eritrei, somali, nigeriani, palestinesi. Loro hanno ridato vita ad un paese spopolato dall'emigrazione. Sono stati riaperti esercizi commerciali, scuole, bar. Molti altri comuni calabresi hanno seguito questo esempio. Gli immigrati non sono più visti come un problema ma come una soluzione.
Il cantautore napoletano Eugenio Bennato, ambasciatore della musica del Sud, accarezza l'idea di fare nel Mediterraneo quello che fu fatto con altri musicisti negli anni settanta nell'isola di Wight, far cantare su un grande palco fianco a fianco musicisti e cantautori italiani, marocchini, tunisini, arabi, greci, spagnoli, ecc. Un grande Festival del Sud, che ancora non c'è ma che andrebbe fatto.
Franco Cassano, professore dell'Università di Bari, sostiene che il Sud deve riassumere la sua dignità di pensiero e smettere di essere pensato da altri. E' questa la sintesi del suo ormai famoso libro Il pensiero meridiano. E in quest'ottica caldeggia la nascita di un giornale nazionale scritto dal Sud, per far conoscere e mettere in rete le tante eccellenze che qui vi sono.
In questa stessa direzione si muove Pino Aprile, l'autore di Terroni, che sta lavorando alla creazione del primo quotidiano nazionale del Sud. Il Sud ha bisogno di raccontarsi, senza che venga censurato. Bisogna rintuzzare le affermazioni dei signori del nord, Lega in testa. Per fare politica meridionalista occorre fare un giornale.
Antonio Ciano, autore del libro I Savoia e il massacro del Sud, ha fondato l'autonomista Partito del Sud a Gaeta, dove era finito il Regno delle Due Sicilie. Da assessore a Gaeta ha avviato una battaglia sul riscatto dei beni demaniali, sull'acqua pubblica, sul porto.
Nel libro di Brogi un capitolo è dedicato anche al sottoscritto (Rocco Biondi) e all'idea di un'unica Macroregione meridionale, che dovrebbe abbracciare l'intero territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia, parte del Lazio meridionale ed orientale. Sarebbe una risposta all'abbandono del Sud, voluto dalla nordica Italia unita.
Pagine sono anche dedicate ai sindaci Leoluca Orlando, Luigi De Magistris, Michele Emiliano, e a Nichi Vendola.
Il libro si chiude con un capitolo dedicato alla Notte della Taranta di Melpignano (Lecce).
Rocco Biondi

Paolo Brogi, Uomini e donne del Sud. Ritratti di vite straordinarie e dell'orgoglio meridionale, Imprimatur editore, Reggio Emilia 2012, pp. 220, € 16,00

14 novembre 2012

Smantelliamo Radio Padania dal territorio di Villa Castelli


Al Sig. Sindaco
del Comune di Villa Castelli
Avv. Francesco Nigro
Villa Castelli, 13.11.2012
Abbiamo appreso con sommo stupore che Radio Padania Libera ha installato nel territorio di Villa Castelli (Brindisi) un'antenna per la diffusione del suo segnale radio.
Riteniamo che questo costituisca una gravissima offesa ad una comunità cittadina nella quale, ormai da molti anni, vengono organizzati convegni, dibattiti e iniziative varie in difesa della nostra storia e della nostra terra.
L'associazione "Settimana dei Briganti - l'altra storia", infatti, ha organizzato, a partire dal 2006, prima tre settimane di studi sul Brigantaggio meridionale e poi, fino ad oggi, i "Sabati Briganteschi". Sono stati coinvolti, con la loro presenza fisica a Villa Castelli, i massimi studiosi del fenomeno, in modo particolare del brigantaggio postunitario: professori universitari, storici, giornalisti.
Il brigantaggio politico e sociale è stato un fenomeno di massa, che nel decennio 1860/1870 ha coinvolto la stragrande maggioranza degli abitanti dei territori appartenuti all'ex Regno delle Due Sicilie. I briganti di quell'epoca, uomini e donne che per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono stati insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità.
Tutto ciò confligge con ciò che la Lega Nord fa e dice contro di noi meridionali.
Non possiamo accettare quindi ciò che consideriamo nei fatti una provocazione.
L'antenna deve essere immediatamente smantellata dal nostro territorio.
Noi lotteremo con tutte le nostre forze affinché questo avvenga quanto prima.
Prof. Rocco Biondi
Presidente Associazione
"Settimana dei Briganti - l'altra storia" 

Smantelliamo l'antenna di Radio Padania dal territorio di Villa Castelli

2 novembre 2012

L'Italia si cerca e non si trova, di Enzo Di Brango

La ricorrenza, caduta nel 2011, dei 150 anni della cosiddetta e pseudo unità d'Italia ha portato con sé una rifioritura dei tanti movimenti meridionali esistenti e diversi libri che hanno riflettuto e fatto riflettere su quanto siamo stati costretti a subire, dall'annessione piemontese delle Due Sicilie fino ad oggi.
Il libro di Di Brango, offrendo una lucida e puntuale analisi del processo unitario e della formazione dell'attuale Stato italiano, dimostra come le contraddizioni di oggi abbiano la loro origine in quell'imperfetto processo che, «tra omissioni, censure, prevaricazioni e sopraffazioni ci restituisce, al presente, più italie divise e, spesso, le une contro le altre armate».
Il 17 marzo 1861, giorno in cui fu proclamato il regno d'Italia, venne ufficialmente sancita l'annessione del Meridione al regno di Sardegna, portando a compimento da parte dei Savoia una interessata conquista coloniale. I beni dell'ex Regno delle Due Sicilie salvarono l'economia piemontese.
Di Brango aggiunge che tutto quello che è avvenuto nella storia politica italiana, dal 1861 ad oggi, è stato condizionato dal modo perverso di raccontarlo sui libri e sui media, diversamente da quello che realmente è stato. Occorre rimettere a posto i cocci della nostra storia, per portare alla luce il nostro vero retroterra culturale e identitario.
A questo fine nel libro vengono affrontati, nell'ottica meridionalista, i temi caldi del Risorgimento, della repressione del Brigantaggio postunitario, del federalismo, della democrazia.
Gli eventi risorgimentali se da un lato determinarono dal punto di vista geografico l'unificazione del paese, dall'altro lasciarono immutate anzi accrebbero differenze e contraddizioni esistenti. Gramsci, Salvemini, Zitara hanno scritto in tal senso. Anche l'antiborbonico Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista e deputato, nel 1861 scriveva: «Non si dirà certo che il nostro sia un parlamento democratico! Vi è di tutto eccetto il popolo».
La guerra civile, tra i piemontesi invasori e i briganti meridionali che difendevano la loro terra, che si protrasse per oltre un decennio, nella storiografia ufficiale viene descritta come semplice repressione di un fenomeno delinquenziale. Si vuol far credere che il brigantaggio politico e sociale sia stato opera di pochi delinquenti e non fenomeno di massa che coinvolse la stragrande maggioranza degli abitanti nel territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie. Le bande armate, che tennero in scacco per dieci anni oltre la metà dell'esercito piemontese, registravano la partecipazione "trasversale" di borghesi, contadini e soldati.
Il federalismo propugnato, negli anni che la cosiddetta unità si stava formando, da Carlo Cattaneo, e più ancora da Giuseppe Ferrari, era tutt'altra cosa rispetto a quello voluto dagli attuali leghisti; quest'ultimi vogliono un federalismo per disaggregazione (ex uno plures), quelli volevano un federalismo per aggregazione (ex pluribus unum). Gli Stati italiani preunitari avrebbero conservato la loro autonomia ed indipendenza. Il federalismo avrebbe potuto e dovuto farsi 151 anni fa e non oggi.
Una vera democrazia, governo del popolo, non è mai esistita, tanto meno fu al centro degli eventi quando si approdò all'unità in Italia. Il processo unitario fu di fatto - scrive Di Brango - un processo élitario che ha ben poco a che fare sia con la democrazia che con la libertà, a meno che non si vogliano spacciare per elementi caratterizzanti dell'una i posticci plebisciti e dell'altra l'affrancamento da una monarchia alla quale ne subentrò, senza soluzione di continuità, un'altra. In certo qual modo, invece, democrazia esercitata dal basso fu la guerra civile combattuta dai contadini con il brigantaggio.
Nelle conclusioni Enzo Di Brango mette in rilievo l'importanza che i movimenti hanno assunto nella battaglia per la verità storica e nel riposizionamento equilibrato del Meridione in chiave economica, politica e sociale. Fare e promuovere cultura è il primo impegno dei movimenti, ma subito dopo bisogna sviluppare strutture organizzative per attività economiche, politiche e sociali.
Nella prefazione del libro Francesco Tassone pone come orizzonte, per ritrovare il nostro cammino di Meridionali, la fuoruscita dalla dipendenza da uno Stato che si è rivelato per noi un fossato buio e cieco, per non continuare a disperdere la nostra energia e la nostra identità, a cominciare dalla nostra radice contadina.
Nella postfazione Valentino Romano ci invita a fare del meridionalismo una scelta di vita e di impegno civile, pur dicendo pane al pane, pretendendo quello che ci spetta, senza acrimonia ma con lucida e pacata consapevolezza.
Rocco Biondi

Enzo Di Brango, L'Italia si cerca e non si trova. Unità Federalismo Democrazia di fronte alla colonizzazione del Sud. Cronaca di 150 anni, Qualecultura Edizioni, Vibo Valentia 2012, pp. 136, € 12,00

24 ottobre 2012

Ricomincio da Sud, di Lino Patruno

Dopo aver letto il libro di Lino Patruno sorge spontanea una domanda: ma noi del Sud che ci stiamo a fare ancora nell'Italia unita? Se è vero che i piemontesi entrarono in casa nostra con la violenza, rapinarono le nostre ricchezze, rovinarono la vita a chi ci abitava, costrinsero i nostri figli ad emigrare, perché li sopportiamo ancora? Come ci si libera dal virus iniettato in 150 anni di unità d'Italia, virus di colpe - scrive Patruno - tanto attribuite da essere state fatte proprie dalle vittime fino al punto di vergognarsene, se non ricorrendo ad un potente antivirus che potrebbe essere l'indipendenza?
Abbiamo mezzi e capacità per poter fare e stare da soli. Il libro ne elenca tantissimi: abbiamo grandi stabilimenti di chimica di base a Brindisi e in Sicilia, abbiamo impianti per l'estrazione di petrolio e gas, raffinerie di petrolio, industrie della gomma dei cavi della plastica del vetro della ceramica di fertilizzanti di detersivi, abbiamo l'avanzatissima industria aeronautica e aerospaziale, avionica, energie rinnovabili e alternative, domotica, produciamo materiale ferroviario, abbiamo a Catania un polo informatico di livello mondiale come l'Etna Valley, produciamo carta cemento prefabbricati, abbiamo un'avanzata industria cantieristica e navalmeccanica, la nostra buona tavola con la dieta mediterranea è stata iscritta dall'Unesco nel patrimonio dell'umanità, ormai sono conosciute in tutto il mondo le paste Divella De Cecco Amato Riscossa Granoro Gragnano, il caffè Saicaf di Bari e il Mauro di Calabria, il liquore Strega di Benevento, l'Amaro Lucano di Matera, siamo molto competitivi nel campo dell'abbigliamento (Versace dalla Calabria e gli abiti da sposa di Giovanna Sbiroli di Putignano), produciamo belle scarpe e bei mobili, abbiamo affermate case editrici.
Lino Patruno elenca ben 71 eccellenze che il Sud esprime come "sorprese che non ti aspettavi". Ne riporto alcune: la MerMec di Monopli (Bari) è l'unica azienda al mondo in grado di progettare, sviluppare e produrre veicoli e sistemi di altissima tecnologia per misurare, monitorare e ispezionare le infrastrutture ferroviarie, metropolitane e tranviarie; a Reggio Calabria vengono costruiti i moderni locomotori Etr 500 (primo treno ad alta velocità a cassa non oscillante d'Italia); la «Notte della Taranta» di Melpignano (Lecce) è il principale marchio italiano di spettacolo pubblico, con radici etniche e antropologiche; sono esportati nel mondo i pomodori, i legumi, i succhi di frutta «La Doria» dell'azienda di Angri (Salerno); l'azienda napoletana Olympus-Frp è fra le prime in Italia a utilizzare la fibra di carbonio nell'edilizia; si trova a Catania la «3Sun», la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici; si trova a Caivano (Napoli) il più grande stabilimento d'Europa per la produzione dei gelati Algida; è a Oppido (Potenza) la più grande cineteca privata italiana, organizzata da Gaetano Martino: 24mila film fra corti e lungometraggi, 50mila foto di scena, 10mila «pizze», 120 macchine da presa, 400 macchine da proiezione, 150mila manifesti e locandine, 160mila volumi e riviste sul cinema; associazione Movimento Turismo del Vino di Puglia, che accomuna ben 75 produttori di vino; la Amarelli di Rossano Calabro (Cosenza) è leader mondiale nella produzione di liquirizia; le tre migliori qualità di pane d'Italia si producono al Sud: Altamura (Bari), Valle del Dittaino (Enna in Sicilia), Matera; Francis Ford Coppola, regista del "Padrino", ha trasformato un edificio storico di Bernalda (Matera) in un albergo di lussso.
Più avanti nel libro Patruno elenca ben 29 saccheggi operati a danno del Sud, rendendolo così sempre meno competitivo. Fra essi: soppressione di treni da Sud a Nord, la quasi totalità delle banche del Sud è stata acquisita da banche del Nord, i fondi Fas destinati alle aree svantaggiate del Sud sono stati rapinati per opere del Nord, per il petrolio che viene estratto in Basilicata vengono pagate alla Regione le royalties più basse del mondo: solo il 7 per cento, nella spesa pubblica al Sud meno ferrovie meno strade meno linee elettriche meno gasdotti, la maggior parte delle imprese settentrionali che producono al Sud pagano le tasse al Nord dove hanno la sede legale, gli automobilisti del Sud pur essendo più disciplinati di quelli del Nord continuano a pagare un'assicurazione più cara.
Per riequilibrare questi furti a danno del Sud si propone di acquistare solo prodotti meridionali. Cominciano a nascere i supermercati «CompraSud». L'associazione «Nato Brigante» ha lanciato la suggestiva campagna pubblicitaria di andare controvento e fuori dal gregge, invitando ad acquistare solo prodotti dall'etichetta meridionale.
Il libro si chiude con l'affermazione che è anche nel sottotitolo: «Il Sud è il futuro d'Italia, il Sud conviene all'Italia, il Sud è la Terra Promessa di un Paese che senza Sud non sarebbe nella Topo Ten dei dieci più ricchi del mondo». Ma viene riportata anche la prospettiva di Marco Esposito che afferma: «O si cambia strada o converrà al Sud per primo pensare a una separazione concorsuale. Separazione significa riappropriarsi delle proprie responsabilità, significa gestire direttamente i fondi europei, significa anche eliminare gli alibi delle colpe dei governi a trazione nordista».
E una strada possibile potrebbe anche essere la costituzione di una grande macroregione meridionale. 
Rocco Biondi 

Lino Patruno, Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2012, pp. 252, € 14,00

10 ottobre 2012

Né con te né senza di te

Non avevo visto in televisione le due puntate della miniserie. Ma dopo che la mia edicolante e il piastrellista, che mi ha effettuato dei lavori, me ne hanno parlato con entusiasmo è nata la curiosità. In internet sul sito della Rai mi sono sorbito le tre ore e dieci minuti del replay dello sceneggiato.
E' la solita solfa risorgimentale. Siamo nello stato pontificio del 1848 quando nacquero i moti che portarono ai cinque mesi della mazziniana repubblica romana. Goffredo Mameli compone e accompagna al piano il canto dell'inno Fratelli d'Italia. Siamo ai conati della libertà e della repubblica.
La mia edicolante e il mio piastrellista, sapendo del mio interesse per il brigantaggio politico e sociale, mi avevano riferito della presenza nel filmato dei briganti, che in realtà ritengo siano i veri e unici personaggi positivi della vicenda. Come era già avvenuto e come avverrà poi si tenterà di manipolarli e utilizzarli per interessi di parte, ma i briganti vivono di una loro luce propria.
Nello sceneggiato, come purtroppo anche nella scuola, si continua con la mistificazione del desiderio popolare dell'unità d'Italia, che a noi meridionali ha arrecato solo danni. Ma noi non siamo stati capaci di vendere questa nostra verità, mentre gli invasori del nord l'hanno fatto e continuano a farlo con grande capacità e successo. Ci impongono e noi passivamente abbiamo accettato la loro verità. Ma le cose cominciano a cambiare, libri e movimenti mettono sempre più in luce gli aspetti positivi della nostra storia e del nostro essere. Bisogna continuare su questa strada, allargandola sempre più.

30 settembre 2012

Macroregioni: a noi interessa quella del Sud


Prima di Formigoni l'avevamo detto tante volte noi. In Italia 20 regioni sono troppe, basterebbe e sarebbe meglio che fossero solo 3: Sud, Centro, Nord. E non per le ragioni avanzate da Formigoni. Noi partiamo dal Sud e pensiamo a valorizzare il Sud. Quelli del Nord dicono che noi del Sud siamo la loro palla al piede. Bene, accettiamo la sfida. Vogliamo vedere a chi venderebbero i loro prodotti, se noi del Sud consumassimo solo prodotti del Sud. Per 151 anni ci hanno considerato loro colonia. Sarebbe ora di dire basta. Loro si consumino i loro prodotti, noi ci consumiamo i nostri.
Le nostre potenzialità sono alte. Il progresso delle esportazioni all'estero è molto più rapido da noi che da loro. Lo confermano i dati Istat degli ultimi due anni.
A noi, che siamo stati ignorati e insultati per 151 anni, dovrebbe interessare poco di salvare l'Italia, anche se facendo crescere il Sud contribuiremmo automaticamente a far crescere l 'Italia tutta. Daremmo una bella lezione ai leghisti, che fondano il loro successo sugli insulti a noi meridionali.
Della macroregione del Sud dovrebbe far parte l'intero territorio dello storico ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, parte dell'odierno Lazio meridionale ed orientale. 20milioni di abitanti farebbero sentire il loro peso.
La nascita di un'unica grande Regione meridionale servirebbe a riparare i danni che tutto il Sud ha subito dal 1860 ad oggi. Durante i 151 anni dell'Unità al Sud è stato tolto quello che aveva anziché essere dato il dovuto. Le casse delle Banche meridionali sono state svuotate, con l'emigrazione sono state tolte braccia e intelligenze.
Con le macroregioni verrebbero abbattuti i costi della politica e svecchiato l'attuale sistema istituzionale e amministrativo. Scomparendo le attuali regioni, si perderebbero poteri, clientele, assessorati, consiglieri. Calerebbero le spese improduttive degli apparati statali.
Oggi nel Sud si contano ben sette regioni, che moltiplicano per sette i quadri e gli organici per competenze uniformi, senza reali ed indispensabili compiti operativi.
Una grande “Regione delle due Sicilie” sarebbe la regione sud-europea capace di diventare la cerniera tra la vecchia Europa e i nuovi mondi e mercati emergenti.
Nell'unica grande Regione meridionale la scuola dell'obbligo potrebbe liberamente impegnarsi a far scoprire alle nuove generazioni le proprie radici, riproponendo la propria storia, eliminando le falsificazioni e i silenzi che una agiografica versione unitaria ha imposto.
La grande e unica Regione meridionale è disegnata nell'ambito dell'unità della Repubblica italiana. «Tuttavia nessuno si inganni - scriveva il meridionalista Pasquale Calvario - nel tenere, per debolezza, l'aspirazione del Sud ad una vera unità, cioè a rinfrancarsi delle delusioni patite. Nessuno dimentichi che la storia ci mette di fronte all'alternativa che si esprime nel provvedersi di "estremi rimedi", a fronte di "mali estremi"». Potrebbero far capolino la secessione e l'indipendenza.