24 febbraio 2009

Mills condannato, Veltroni si dimette

E' ben strana l'Italia. Viene condannato l'avvocato Mills che è stato corrotto dal capo della maggioranza Berlusconi, si dimette il capo dell'opposizione Veltroni. In questo modo vengono percepiti all'estero i fatti avvenuti in Italia nei giorni scorsi. Lo ha scritto Alexander Stille su la Repubblica.
Berlusconi aveva dato al suo avvocato inglese David Mills 600mila dollari per farlo mentire davanti ai giudici non dicendo la verità sui conti esteri della Fininvest. Di questo si era autoaccusato lo stesso Mills. Berlusconi viene iscritto tra gli indagati per corruzione in atti giudiziari. Le legge Alfano, approvata con tempestività, salva Berlusconi dal processo. La sentenza di primo grado condanna Mills, rimasto unico imputato, a 4 anni e mezzo di carcere per corruzione in atti giudiziari.
In qualsiasi altra parte del mondo civile, Berlusconi sarebbe stato chiamato a dimettersi da presidente del consiglio. Ma non in Italia.
La morale civile è stata cancellata dalla coscienza degli italiani. Berlusconi ha contribuito pesantemente a cancellare la morale nell'opinione pubblica. La maggioranza degli italiani è diventata amorale. Anche stampa e televisione ne sono rimaste condizionate. I giornalisti tacciono o scientemente sottovalutano notizie sgradevoli per Berlusconi.
Ovviamente la coincidenza della dimissioni di Veltroni da segretario del Partito Democratico con la condanna di Mills è puramente casuale. Veltroni non ha più retto alle guerre interne del Pd. Il progetto da lui avviato si è dimostrato velleitario nei fatti. Io, come tanti altri appartenenti ai Democratici di Sinistra, non ho mai aderito a quel progetto. Ho sempre pensato che Veltroni abbia sbagliato a lasciare la carica di Sindaco di Roma per diventare segretario del Pd.
Ma tornando a Mills e Berlusconi, io non mi rassegno al degrado delle coscienze degli italiani. Sono sicuro che ci si ravvederà. Berlusconi non è eterno. Spero che scompaia dalla scena politica italiana quanto prima. Nell'interesse di tutti.

19 febbraio 2009

Inchiesta Massari sul Brigantaggio, a cura di Tommaso Pedio

Il libro, come scrive nell’introduzione Tommaso Pedio, ripresenta un contributo documentario sulla società italiana negli anni immediatamente successivi all’Unità. Sono raccolte le lettere scritte da Aurelio Saffi alla moglie in occasione del viaggio fatto nel 1863 nelle province meridionali dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, alcuni articoli pubblicati nello stesso anno da Saffi, uno scritto dell’avvocato Pietro Rosano indirizzato ai componenti della Commissione d’inchiesta, la relazione della Commissione d’inchiesta letta dal deputato Giuseppe Massari alla Camera dei Deputati a Torino nella seduta segreta del 3 maggio 1863, l’altra relazione letta dal deputato Stefano Castagnola nella seduta segreta del 4 maggio 1863, una replica alla relazione Massari pubblicata su “La Civiltà Cattolica” dei Gesuiti sempre nel 1863.
La Commissione d’inchiesta sul Brigantaggio meridionale fu nominata dalla Camera il 22 dicembre 1862, su richiesta dell’allora Governo di Destra, per smentire le conclusioni cui era pervenuta una precedente Commissione che era stata nominata il 28 novembre dello stesso anno. La relazione di quest’ultima Commissione era stata elaborata e letta in seduta segreta dal deputato lombardo Antonio Mosca. In essa si sosteneva che il brigantaggio dell’Italia meridionale era una vera e propria rivolta dei ceti subalterni contro la borghesia terriera che aveva accettato l’annessione al Piemonte perché convinta che il nuovo regime le avrebbe lasciato le terre arbitrariamente usurpate. La miseria quindi aveva spinto i contadini alla rivolta e all’odio contro i ricchi galantuomini. Per superare questi contrasti bisognava avere il coraggio di togliere la terra agli usurpatori e distribuirla ai contadini che ne avevano diritto.
Questa conclusione non poteva essere gradita all’allora classe dirigente. I deputati meridionali, moderati o democratici, fautori o oppositori del Governo, erano essi stessi usurpatori delle terre demaniali. Il Governo, quindi, non poteva mettersi contro la borghesia meridionale.
Gli obiettivi della seconda Commissione sul brigantaggio erano già stati fissati quindi prima della sua nascita e prima del viaggio nell’Italia meridionale. La Commissione era nella sostanza filogovernativa. Entrarono a far parte della Commissione nove deputati appartenenti ai diversi gruppi parlamentari, dall’estrema sinistra all’estrema destra. Il viaggio della Commissione nel Meridione durò circa un mese nel febbraio/marzo 1863. Fu ascoltata soltanto la voce dei galantuomini filogovernativi, non furono ascoltati i briganti sfuggiti alla fucilazione presenti nelle carceri, non furono ascoltate le vedove e le madri dei briganti, non furono ascoltati i cosiddetti manutengoli fiancheggiatori dei briganti, non fu ascoltato il popolo del sud.
Il Massari con la sua relazione si industriò a non irritare né i moderati, né i democratici, né il Governo, né l’opposizione. Pur riconoscendo lo stato di profonda miseria in cui vivevano i braccianti e i contadini, si guardò bene dal porre fra le cause del brigantaggio l’egoismo e le prepotenze dei galantuomini, ridusse il tutto, a suo dire, al malgoverno degli spodestati Borbone e all’ignoranza, fanatismo e superstizione religiosa degli abitanti nelle campagne meridionali. Il brigantaggio venne declassato a volgare delinquenza comune, fomentata ed orchestrata dai sostenitori dei Borboni reazionari e retrivi, i quali ricevevano da Francesco II ordini e disposizioni e dalla Curia Romana uomini e denaro al fine di restaurare a Napoli l’antico regime.
La lunga relazione Massari è divisa in sei capitoli, che illustrano le cause ed il carattere del brigantaggio, la responsabilità del potere centrale, la religione politica, la carenza e disorganizzazione nella lotta contro il brigantaggio, nuovi sistemi da adottare, progetto di legge speciale sul brigantaggio. Gli assunti dei titoli sono vaghi e potrebbero portare indifferentemente a conclusioni opposte. Il Massari arriva alla conclusione che è questione completamente oziosa sforzarsi di capire se il brigantaggio possa avere carattere sociale, essendo evidente che esso viene adoperato e sfruttato dai filoborbonici per fini prettamente politici.
In tutta la relazione viene apertamente fuori l’odio e la supponenza dei piemontesi e dei filopiemontesi contro gli abitanti del sud che lottano per la loro sopravvivenza morale e fisica. Ecco come sono definiti i meridionali, briganti o no: “misero ceto, orde di masnadieri, infame banda, assassini, ladri, saccheggiatori, crudele flagello, contadiname, tristi, superstiziosissimi, predoni, volgari e miserabili scellerati, orde brigantesche, uomini lordi di sangue e macchiati dei più atroci delitti, facinorosi, malfattori, avventurieri e ribaldi di ogni risma, malviventi, abbietti, codardi, cannibali, belve selvagge, rotti ad ogni lascivia e turpitudine, pronti ad ogni delitto, bevitori di sangue, mangiatori di carni umane, sbandati, sanguinarie comitive, vera immondizia di plebe, volgari delinquenti, renitenti, disertori, masnadieri campestri, sciagurati”. Così venivano descritti i nostri padri meridionali dal Massari.
Un’affermazione della relazione giustifica la feroce ed inumana repressione perpetrata in quegli anni dai piemontesi contro l’intero popolo meridionale: «Il brigantaggio è una vera guerra, anzi è la peggior sorta di guerra che possa immaginarsi; è la lotta tra la barbarie e la civiltà», dove ovviamente i barbari erano i meridionali ed i civili i piemontesi. Quelle parole riecheggiamo ancora oggi a giustificazione delle barbare ed inumane guerre dei popoli ricchi contro i popoli poveri.
La relazione Massari si chiude con il progetto di una legge sul brigantaggio di ventinove articoli, proposta a maggioranza dalla Commissione d’inchiesta. In realtà poi la legge che viene approvata con procedura d’urgenza dal Senato nella seduta del 6 agosto contiene solo nove articoli. E’ la famigerata legge Pica, pubblicata il 15 agosto 1863. Viene assegnata ai Tribunali Militari la competenza per i reati di brigantaggio, si sancisce la fucilazione per chi oppone resistenza a mano armata, la condanna ai lavori forzati a vita per chi aiuta i briganti con notizie e viveri, il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti, i manutengoli ed i camorristi.
La relazione del deputato Castagnola, attraverso la lettura dei verbali di alcuni processi che venivano celebrati in quegli anni, mira a dimostrare che complici ed istigatori del brigantaggio sono Francesco II ed i comitati borbonici residenti a Roma, insieme al governo pontificio. Si parla tra l’altro della congiura di Frisa, del processo Bishop, dei processi contro la banda Pilone, contro il parroco Mancinelli, contro la principessa Barberini-Sciarra, contro monsignor Frapolla vescovo di Foggia, contro la banda del sergente Romano.
A chiusura del libro viene riportato un appassionato intervento della “Civiltà Cattolica”, con il quale si smonta l’intero apparato accusatorio della relazione Massari. Da altra fonte sappiamo che l’intervento è costituito da due articoli pubblicati sulla “Civiltà Cattolica” il 5 ottobre 1863 ed il 7 novembre 1863, a firma del gesuita padre Carlo Piccirillo.
Si sostiene che la causa principale del Brigantaggio sia politica e che esso non sia altro che la difesa della propria indipendenza. L’odio alla bandiera piemontese, la fedeltà a Francesco II che li aveva capitanati a Capua e a Gaeta, il disappunto nel vedere la propria patria caduta in mano ad uno Stato straniero, porta i Briganti ad affrontare una vita piena di stenti, di fatiche, di privazioni, di rischi, fino al sacrificio della propria vita, come per moltissimi avvenne.
La differenza tra i piemontesi ed il popolo meridionale, che ha nei cosiddetti briganti la propria mano armata, è che i primi sono venuti al Sud per rapinare un bene non loro, mentre il secondo vuol recuperare quel bene. Così scrive la “Civiltà Cattolica”: «Il ladro che m’entra in casa, e in parte sostenuto dalla violenza delle proprie armi, in parte aiutato dal tradimento de’ miei servitori, me ne caccia spietatamente, e vi asside padrone in luogo mio, qual diritto potrà invocare in favore suo se quindi a poco, rifatto animo e messomi in forze, io vengo ad assalirlo nella mal occupata casa, e cacciarlo dal non suo nido?»
I vinti riprendono cuore, conclude l’articolo della “Civiltà Cattolica”, ed aspettano d’ora in ora un’occasione favorevole per rinfrancarsi. Sono stati gli errori e le prepotenze dei vincitori piemontesi a generare il Brigantaggio, sono quegli errori e quelle prepotenze che faranno aumentare sempre più gli oppositori, fino al trionfo.
Sappiamo ora che la storia andò diversamente, ma i nostri padri Briganti meritano rispetto. Speriamo che prima o poi la Storia dia loro ragione.
Rocco Biondi

Tommaso Pedio, Inchiesta Massari sul Brigantaggio, Relazioni Massari-Castagnola, Lettere e scritti di Aurelio Saffi, Osservazioni di Pietro Rosano, Critica della “Civiltà Cattolica”, Lacaita Editore, Manduria 1998, pp. 372

1 febbraio 2009

Pranzo di ferragosto, film di Gianni Di Gregorio

Terzo film del Cineforum Grottaglie 2009

I vecchi non sono da buttare. Anche se si cerca di scaricarli, almeno per qualche tempo, per riconquistare un po' di libertà. C'è chi li accoglie, anche se controvoglia. E loro, i vecchi, sono ancora capaci di sorprenderci con il loro attaccamento alla vita, con la loro capacità di fare amicizia, con la loro ricerca ancora di qualche piccolo piacere. Il protagonista Giovanni ha la capacità di accoglierle ed accudirle con amore. Le vecchie signore del pranzo di ferragosto sono tutte attrici non professioniste e la loro naturalezza permette al film di svolgersi in un'aura genuina e neorealista.

Trama
Gianni, un uomo di mezz’età, figlio unico di madre vedova, vive con sua madre in una vecchia casa nel centro di Roma. Tiranneggiato da lei, nobildonna decaduta, trascina le sue giornate fra le faccende domestiche e l’osteria. Il giorno prima di Ferragosto l’amministratore del condominio gli propone di tenere in casa la propria mamma per i due giorni di vacanza. In cambio gli scalerà i debiti accumulati in anni sulle spese condominiali. Gianni è costretto ad accettare. A tradimento, l’amministratore si presenta con due signore, perché porta anche la zia che non sa dove collocare. Gianni, travolto e annichilito dallo scontro fra i tre potenti caratteri, si adopera eroicamente per farle contente. Accusa un malore e chiama un amico medico che lo tranquillizza ma, implacabile, gli lascia la sua vecchia madre perché è di turno in ospedale. Gianni passa ventiquattr’ore d’ inferno. Quando arriva il sospirato momento del congedo però le signore cambiano le carte in tavola...

Regia: Gianni Di Gregorio
Paese: Italia Anno: 2008
Durata: 75'
Genere: commedia
Distribuzione: Fandango
Data di uscita: 05.09.2008

Interpreti e personaggi
Gianni Di Gregorio: Giovanni
Valeria De Franciscis: donna Valeria, madre di Giovanni
Alfonso Santagata: Luigi, l'amministratore di palazzo
Luigi Marchetti: Vichingo
Marina Cacciotti: madre di Luigi
Maria Calì: zia Maria
Marcello Ottolenghi: medico dottore
Grazia Cesarini Sforza: Grazia, madre del dottore
Petre Rosu: senza casa

Premi
Mostra del Cinema di Venezia 2008: Leone del futuro - Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis"

Pranzo di Ferragosto - Trailer e Video del Film

27 gennaio 2009

La Chiesa ha perso la memoria

Papa Ratzinger riammettendo nella Chiesa i lefebvriani, e tra essi il negazionista monsignor Richard Williamson, si è iscritto al clan degli «assassini della memoria». Monsignor Lefebvre ed i suoi seguaci erano stati scomunicati nel 1988 da papa Giovanni Paolo II perché si erano schierati contro la dichiarazione della Chiesa sulla libertà religiosa e contro l’apertura verso l’ebraismo, libertà ed apertura volute dal Concilio Vaticano II. La memoria della Shoah subisce un’offesa diretta e frontale con questa decisione di papa Ratzinger.
Il vescovo Williamson, in una intervista al canale televisivo svedese Svt1, ha dichiarato che «le camere a gas naziste non sono mai esistite e che gli ebrei uccisi da Hitler non sarebbero stati sei milioni ma “solo” due o trecentomila». Queste affermazioni riecheggiano le spudorate pseudoteorie di David Irving, che ha sostenuto che «le camere a gas ad Auschwitz erano false e che erano state costruite nel 1948 per i turisti», che «Hitler era il migliore amico degli ebrei e senza di lui lo Stato di Israele non esisterebbe», che Auschwitz è «una Disneyland per turisti». Papa Ratzinger, revocando la scomunica a Williamson, nei fatti ha convalidato queste assurdità.
In Germania, patria di Ratzinger, la conferenza episcopale, le organizzazioni di base dei fedeli e i teologi sono scesi in trincea contro lo scivolone della Curia romana.
Il teologo ribelle Hans Kung sostiene che nella Chiesa romana di Ratzinger è in atto una generale restaurazione. Gli ultimi eventi sarebbero un segno del continuo irrigidimento del Vaticano e di una sua continua marcia indietro. Il Papa si sarebbe chiuso in un suo mondo appartato, lontano dagli uomini. Frutto di questo isolamento sarebbero le posizioni vaticane sulla morale sessuale, sulla cura pastorale delle anime, sulla contraccezione. Le pompose cerimonie nascondono un vuoto di idee. La Chiesa forse sta perdendo l’anima.
Tornando al negazionismo possiamo affermare che esso è una menzogna che dietro un’apparenza pseudo scientifica copre la sua vera origine: l’antisemitismo. La Chiesa del Vaticano II invece sosteneva che «gli Ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura». Gli Ebrei hanno diritto di cittadinanza come tutti gli altri uomini.
Ma venendo ai fatti dei nostri giorni, pur schierandomi anche dalla parte degli ebrei, non posso assolutamente accettare quello che gli israeliani stanno facendo contro i palestinesi. Non si può annientare con la forza un popolo, nascondendosi dietro l’alibi che in quel popolo vi sono dei terroristi. Ma chi è più terrorista: Israele o Hamas?

18 gennaio 2009

Un bacio romantico, film di Kar Wai Wong

Secondo film del Cineforum Grottaglie 2009

Grandissima maestria nell’uso del mezzo cinematografico per narrare delle storie banali, quasi macchiettistiche. Il regista cinese gira in America un film per gli americani, utilizzando vecchi stereotipi: il road movie, la giocatrice dal finto cuore di pietra, l'ubriacone dal cuore d'oro, il barista confidente. La recitazione degli attori però è ad alto livello, piacevolissima quella della protagonista: la cantante Norah Jones, per la prima volta sullo schermo. Accattivante la qualità dei movimenti della macchina da presa, che assecondano gli stati d’animo dei protagonisti. Molto riduttiva la traduzione in italiano del titolo. Non tutte le storie del film sono a lieto fine.

Trama
Dopo la dolorosa rottura di una relazione, Elizabeth (la cantante Norah Jones al debutto cinematografico) parte per un viaggio attraverso l'America. Si lascia alle spalle un bagaglio di ricordi, un sogno e un nuovo amico (il proprietario di un caffè interpretato da Jude Law) e va in cerca di una cura per il suo cuore spezzato. Durante il viaggio, Elizabeth lavora come cameriera e fa amicizia con diversi clienti - fra i quali un poliziotto tormentato (David Strathairn) e sua moglie che l'ha lasciato (Rachel Weisz), e una sfortunata giocatrice d'azzardo (Natalie Portman) con un grosso debito da saldare. Attraverso questi nuovi incontri Elizabeth arriva a conoscere i veri abissi della solitudine e dell'infelicità umana e capisce che il viaggio rappresenta solo l'inizio di una completa esplorazione del proprio io.

Crediti
Regia: Kar Wai Wong
Sceneggiatura: Kar Wai Wong, Lawrence Block
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: Ry Cooder, Shigeru Umebayashi
Montaggio: William Chang
Produttore: Damien Saccani, Mark Vahradian

Interpreti e personaggi
Norah Jones : Elizabeth
Jude Law : Jeremy
Rachel Weisz : Sue Lynne
Natalie Portman : Leslie
David Strathairn : Arnie Copeland
Chan Marshall : Katya

Note
Titolo originale: My Blueberry Nights
Lingua originale: Inglese
Paese: Francia/Cina/Hong Kong
Anno: 2006
Durata: 90 min
Genere: drammatico, romantico

FILM D'APERTURA AL 60^ FESTIVAL DI CANNES (2007).

Sito ufficiale
Trailer

11 gennaio 2009

La banda, film di Eran Kolirin

Primo film del Cineforum Grottaglie 2009

Film di poesia con vena di umorismo sottile e pungente. Si fa seguire e coinvolge. Opera prima di un regista israeliano, che volutamente ignora la guerra arabo-israeliana. Scrive Eran Kolirin: «Molti film affrontano le ragioni del perché non esiste la pace in Israele, nel mio film invece ho posto la questione del perché ci sia bisogno della pace». I luoghi e i personaggi sono quasi atemporali, vengono evitati riferimenti a date e situazioni precise. Noi spettatori, che abbiamo negli occhi e nella mente la tragedia di questi giorni dei bombardamenti israeliani sulla palestinese Striscia di Gaza, pensiamo che se nella finzione otto suonatori egiziani sono riusciti a far amicizia con degli israeliani frequentatori di un bar, forse nella realtà c'è ancora posto per un sogno di pace, per porre definitivamente fine al conflitto israelo-palestinese.

TRAMA
La banda musicale della polizia di Alessandria d'Egitto viene invitata a suonare all'inaugurazione del centro culturale arabo di una cittadina israeliana. All'aeroporto di Tel Aviv non c'è nessuno ad attendere il gruppo di musicisti, così il pragmatico direttore d'orchestra e colonnello Tewfiq decide di raggiungere il luogo con un autobus locale. Arrivato nella remota e desertica cittadina (una sorta di Las Vegas spoglia di luci scintillanti, giochi e schiamazzi) capisce che, per un difetto di pronuncia, ha sbagliato destinazione. Non si trova nella moderna Petah Tikva, bensì nell'arida Bet Hatikva. Poiché non c'è modo di andarsene da lì (c'è una sola corriera che passa una volta al giorno) gli otto egiziani sono costretti ad accettare l'ospitalità di Dina, la bella proprietaria dell'unico ristorante del posto.

CAST
Regia e Sceneggiatura: Eran Kolirin
Attori: Ronit Elkabetz (Dina), Sasson Gabai (Tewfiq), Uri Gavriel, Imad Jabarin, Ahuva Keren,
Rubi Moskovitz, Khalifa Natour (Simon), Eyad Sheety, Saleh Bakri (Haled)
Genere: Commedia
Distribuzione: Mikado Film
Musiche: H. Shehadeh Hanna
Fotografia: S. Goldman
Montaggio: A. Lahav Leibovitz
Titolo originale: Bikur Ha-Tizmoret
Nazione: Israele / Francia
Anno: 2007
Durata: 90′

PREMI
Ha ricevuto premi in molte rassegne di fim, da Gerusalemme a Tokyo, da Atene a Sarajevo a Copenaghen. E pure a Cannes, dove ha vinto il premio “Coup de coeur” della sezione “Un certain regard”.

Guarda il trailer

10 gennaio 2009

Cineforum Grottaglie 2009 - Programma

CINECIRCOLO “MONTICELLO”
Padri Gesuiti - Via K. Marx, 1 - Grottaglie (TA)

CINEFORUM 2009
"Nel mondo vi sono chissà quante varietà di lingue e nulla è senza un proprio linguaggio, ma se io non conosco il valore del suono, sono come uno straniero per colui che mi parla, e chi mi parla sarà come uno straniero per me " (dalla prima lettera di S. Paolo Apostolo ai Corinzi; 14,10- 11)

PROGRAMMA
11 Gennaio - La banda - Eran Kolirin
18 Gennaio- Un bacio romantico - Wong Kar Wai
25 Gennaio - Pranzo di ferragosto - Gianni Di Gregorio
1 Febbraio - Il falsario - Operazione Bernhard - Stefan Ruzowitzhy
8 Febbraio - Vogliano anche le rose - Alina Marazzi
15 Febbraio - Sangue Pazzo - Marco Tulio Giordana
1 Marzo - Mamma mia - Phylida Lloyd
7 Marzo - La classe - Laurent Cantet
15 Marzo - Juno - Jason Reitman
22 Marzo - Colpo d'occhio - Sergio Rubini
29 Marzo - I demoni di S. Pietroburgo - Giuliano Montaldo
5 Aprile - Cous cous - La graine et le mulet - Abdel Kechiche

Il programma può subire variazioni per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori.

QUOTE SOCIALI: Giovani (16-25-anni) €.23,00 - Adulti €. 28,00
Unica proiezione: ore 18:30 - eccetto quella del 22 marzo che inizierà alle ore 16,30. Teatro "Monticello" dei Padri Gesuiti - Va K. Marx,1 - Grottaglie

PRESENTAZIONE
All’inizio di questo 2009, anno critico che ci trova tutti più poveri, confusi, preoccupati per il futuro, siamo ancora qui con voi, cari amici spettatori, per vivere serenamente insieme le domeniche invernali. La potenza e il fascino dell’immagine, come sempre, ci porteranno in realtà diverse, in diverse percezioni dei problemi del nostro tempo, con cui avremo modo di misurarci, confrontarci e quindi dubitare delle nostre certezze o trovare conferma alle nostre convinzioni.
Il pensiero di San Paolo, riportato in apertura del programma, ci induce a sperare che possiamo tutti conoscere il valore del suono, in modo tale che ciascuno di noi, nel momento in cui parla all’altro e l’altro a lui, non si senta solo, straniero nell’impossibilità di comunicare con i propri simili.
Un augurio affettuoso per un sereno 2009 da tutti i responsabili del Cinecircolo Monticello.
I responsabili

31 dicembre 2008

2008: un anno nero

L’elezione del nero Barak Obama a presidente degli Stati Uniti d’America ha aperto uno spiraglio di luce nel buio mondiale di oggi. Oltre a rappresentare i “normali”, rappresenta i diversi, i più deboli, gli immigrati, i senza tetto, i disoccupati, quelli di religione diversa dalla nostra, chi ha perso il posto di lavoro, chi non riesce con i soldi che ha ad arrivare alla fine del mese, i ricercatori che sono costretti ad emigrare per poter lavorare, quelli che non rubano, quelli che aiutano gli altri a star meglio, le donne violentate, quelli che hanno un colore della pelle diversa dalla nostra, i nostri sogni che non riusciamo a realizzare. Tutti sperano che Obama possa fare miracoli, come un Messia laico: dar da mangiare agli affamati, curare i malati, posti di lavoro ai disoccupati, ordinazioni alle industrie, soldi alle banche. Ma i miracoli sono rari o forse non esistono. Gli americani però hanno avuto coraggio, si sono e ci hanno regalato un sogno.
Ma in contrapposizione a questo nero positivo, il 2008 ci ha lasciato un anno di nero buio negativo.
Gli israeliani stanno massacrando i palestinesi abitanti nella striscia di Gaza, con bombardamenti aerei indiscriminati, uccidendo anche donne e bambini. Dicono di voler annientare i terroristi di Hamas. Ma non potranno mai riuscirci. Hamas è un movimento politico che ha vinto le elezioni e rappresenta la maggioranza del mondo palestinese. Se gli attivisti di Hamas sono terroristi, allora tutti i palestinesi sono terroristi, e ciò non può essere vero. Ritengo invece che l’operazione “Piombo fuso” abbia come obiettivo quello di svuotare gli arsenali dell’industria bellica israeliana, per produrre nuove armi sempre più sofisticate. L’industria delle armi da guerra è forse la più fiorente attività economica israeliana. L’arsenale bellico di Hamas invece è costituito da poveri razzi Qassam, mortai imprecisi e migliaia di volontari pronti a morire. La sproporzione è enorme. E’ come se ad uno che ti dà un pugno tu gli spari in fronte. Nella striscia di Gaza si combatte la biblica battaglia di Golia israeliano contro Davide palestinese. Nel racconto biblico a vincere fu Davide, che prima tramortì Golia con una pietra lanciata da una fionda e poi lo uccise con la sua stessa spada. Non sempre vincono i più forti.
Il 2008 ci ha lasciato una delle più gravi crisi economiche mondiali dell’era contemporanea. Le grandi società economiche sono in crisi, quelle automobilistiche, quelle bancarie, quelle edilizie. Gli speculatori di Borsa stanno bruciando ingenti capitali. Ma la crisi è anche ambientale, culturale, politica, morale. Le conseguenze su di noi poveri e singoli consumatori sono pesanti. Il capitalismo senz’anima ha fallito.
All’Italia il 2008 ha riportato la grande sventura della vittoria di Berlusconi nelle elezioni di primavera. Il buio è pesto. Metà degli italiani ne sono consapevoli, l’altra metà ne è inconsapevole. L’attuale maggioranza di Governo, più che porre attenzione a migliorare le condizioni di vita dei cittadini italiani, è impegnata a risolvere i problemi giudiziari del Cavaliere. In Italia la democrazia reale è in pericolo. Il cielo è sempre più nero. Il buio italiano potrà cominciare a diradarsi quando Berlusconi scomparirà definitivamente dalla scena politica italiana.

24 dicembre 2008

Newsweek: il Berlusca non c’è

Il settimanale americano Newsweek ha stilato la lista dei 50 personaggi più potenti al mondo. A conferma di quello che noi pensiamo, che il Berlusca nello scacchiere mondiale valga quanto il due di bastone a briscola e cioè niente, il nostro PresDelCons non vi compare per niente. Per questo affronto, Lui è incazzato nero. A nulla sono valse le corna fatte al ministro degli Esteri spagnolo Josep Piqué durante la foto ricordo di una riunione della comunità europea, il cucù alla Merkel nel vertice italio-tedesco di Trieste, la corte alla presidente della Finlandia, le barzellette raccontate in giro per il mondo. Niente da fare, a Berlusconi nemmeno uno strapuntino come buffone di corte dell’intero mondo. E Lui si vendica minacciando di farsi eleggere Presidente unico ed assoluto dell’Italia unita.
Tutti gli altri paesi del G8 hanno loro rappresentanti nella classifica, manca solo l’Italia, per (de)merito di Berlusconi. Il presidente francese Sarkozy si è addirittura piazzato al 3° posto, dopo il presidente-eletto degli Usa Barack Obama (1°) ed il presidente cinese Hu Jintao (2°). Il capo della Chiesa cattolica romana, Papa Benedetto XVI Ratzinger, ospitato in territorio italiano, conquista un modesto 37° posto. Molto vicino al 42° posto del terrorista globale, leader di Al-Qaeda, Osama bin Laden. Il premier britannico Gordon Brown si piazza al 7° posto. All’8° posto la premier tedesca Angela Merkel.
Complessivamente le donne presenti in lista, compresa la già citata Merkel, sono solo sette: il prossimo segretario di Stato Usa Hillary Clinton (13°), il presidente del Partito del Congresso indiano Sonia Gandhi (17°), la moglie di Bill Gates Melinda Gates (23°), il presidente della Camera dei rappresentanti Usa Nancy Pelosi (24°), il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della salute Margaret Chan (44°), la regina dei talk-show tv Usa Oprah Winfre (47°). Pure le donne hanno annullato Berlusconi.
Se vuole contare qualcosa nel mondo, all’Italia urge liberarsi per sempre del Berlusca.

21 dicembre 2008

PD fusione a freddo

Certamente non farò come Berlusconi e i berlusconiani che, non essendo del Pd, pretendono di dettare i comportamenti che i “democratici” italiani devono tenere. Tantomeno voglio dare consigli. Sono interessato invece a che il Pd, la più grande forza della sinistra e attualmente l’unica presente nel Parlamento, esca dalle secche in cui si trova e prenda il largo, nell’interesse di tutta la sinistra e di tutti i democratici che vogliono far uscire per sempre l’Italia dall’involuzione e dal pericolo berlusconiani.
Quando dalla fusione a freddo tra Ds e Margherita nacque il Pd, io non vi entrai e segui Mussi nella Sinistra Democratica. Ma noi, insieme a tutti gli altri della cosiddetta sinistra radicale, abbiamo fatto una brutta fine. Come tanti altri, illudendomi di poter battere Berlusconi, votai Veltroni. Con conseguente doppia fregatura: Berlusconi vinse e noi della sinistra sparimmo dal Parlamento.
Ed ora che fare? Ipotesi e proposte sono tante e confuse. Una cosa però è certa. Finché andremo divisi e sparpagliati continueremo a perdere, lasciando per sempre l’Italia in mano al berlusconismo e condannandoci all’opposizione eterna.
Dopo aver auspicato che finiscano le guerre tra i big di sempre all’interno del Pd, pensiamo a trovare le medicine adatte per rivitalizzare noi della sinistra “radicale”. O moriremo tutti e per sempre.

13 dicembre 2008

Uniti contro la Carfagna

Se mi fossi trovato a Roma oggi sarei stato in Piazza Farnese. A manifestare contro il Disegno di legge recante “Misure contro la prostituzione”, promosso dal Ministero per le pari opportunità di Mara Carfagna. Erano presenti prostitute, gay, trans, operatori di strada, associazioni laiche e cattoliche. Contro il perbenismo di facciata e controproducente dell’attuale governo. “E' la loro morale che inquina le strade”, recitava uno striscione.
Il ddl, nelle intenzioni e nelle dichiarazioni della Carfagna, avrebbe voluto essere un “durissimo schiaffo” alla prostituzione. Nei fatti è un ritorno alle “case chiuse” di prima della Legge Merlin. La prostituzione non la si vuol far scomparire, la si vuol solo nascondere. «La tipica logica che porta a spazzare l’immondizia sotto il tappeto», ha detto Andrea Morniroli dei “Cantieri sociali”. E comunque sull’equazione “prostituzione uguale immondizia” si dovrebbe forse riflettere.
E’ stato gioco facile rinfacciare alla Carfagna la sua doppia morale; lei il suo corpo ha potuto venderlo posando nuda sui calendari, non possono venderlo invece le prostitute. Sono state vendute delle t-shirt con una foto del calendario dell'allora soubrette Mara Carfagna, sottotitolate: “Che orrore vendere il proprio corpo”. Sergio Ravasio di “Certi diritti” ha detto: «Il ministro Carfagna dovrebbe essere più coerente. Non può dire, in tono ripugnante, che non bisogna vendere il proprio corpo, quando in passato ha posato nuda per calendari».
Ci opponiamo al ddl della Carfagna perché con esso si vuole costringere le persone ad esercitare la prostituzione al chiuso, dove è più difficile difendersi dalla violenza e dove aumenta la precarietà. Con la sua impostazione esclusivamente repressiva toglie ogni prospettiva futura per chiunque voglia abbandonare la prostituzione. Chi esercita la prostituzione si vedrà drasticamente ridotte le possibilità di accedere all’assistenza e protezione sociale in quanto sarà sempre più irraggiungibile dagli operatori sociali ma anche dalle forze dell’ordine. Il ddl, criminalizzando la prostituzione, aumenta la stigmatizzazione e il pregiudizio verso chi la pratica, esponendo le persone a violenze, persecuzioni, discriminazioni e maggior emarginazione. Si limita la libertà, l’autodeterminazione e si ledono i diritti delle persone.
La prostituzione potrebbe sembrare un fatto marginale, ma forse non lo è se in Italia sono 9 milioni gli uomini che comprano sesso e 70 mila le prostitute che lo offrono.
In Italia si è creato un pericoloso clima di intolleranza verso tutte le persone socialmente più deboli, facendole diventare il capro espiatorio su cui sfogare le frustrazioni di un Paese che continua ad impoverirsi sempre più e non solo economicamente.
La “sicurezza” sta diventando l’abbaglio e il pretesto per escludere e discriminare i più deboli, idiversi e gli stranieri, nei confronti dei quali sono aumentate aggressioni, violenze, discriminazioni. Sulla paura e sull’insicurezza si costruiscono campagne che non risolvono ma ingigantiscono i problemi, dei quali si continua a non considerare le cause cercando semplicemente di eliminarne gli effetti.

11 dicembre 2008

Prima uomini poi briganti - Borges

La vigilia e la festa dell’Immacolata le ho passate sulle tracce dei briganti. Con l’amico avv. Vito Nigro, domenica 7 eravamo a Filiano, in provincia di Potenza, dove nella serata, presso la biblioteca comunale, partiva una settimana dedicata al brigantaggio. L’accattivante titolo del programma era “Prima uomini poi briganti, l’altro volto del Brigantaggio”. Questo tema è stato appunto trattato nel Convegno tenutosi domenica 7, dove hanno relazionato Pietro Golia, Costantino Conte, Valentino Romano, Edoardo Vitale. Tutti amici e studiosi che sono passati, tra i tanti altri, nelle tre settimane di studio sul brigantaggio meridionale, che abbiamo tenute negli anni scorsi a Villa Castelli (Brindisi). La nostra idea di una settimana intera dedicata ai briganti meridionali, nostri antenati che hanno dato la vita per la loro e nostra sopravvivenza di meridionali, sta facendo scuola. Ne siamo immensamente felici, e ci auguriamo che queste settimane si moltiplichino su tutto il territorio nazionale. I nostri padri briganti se lo meritano. Rivalutiamo il loro sacrificio e diamo il nostro contributo a riscrivere la storia che portò all’unità d’Italia, facendo conoscere anche le loro ragioni. Qualcuno ha scritto a proposito del brigantaggio meridionale: «Un popolo intero assumeva il titolo di brigante».
Lunedì 8 dicembre eravamo a Sante Marie, in provincia dell’Aquila, a circa 400 km da Filiano. A Sante Marie, nella cascina Mastroddi, il 7 dicembre 1861 fu arrestato dai piemontesi il generale legittimista José Borges, che il giorno successivo fu fucilato in una piazza di Tagliacozzo. Borges dalla Spagna era venuto nel meridione, per organizzare la rivolta contro i piemontesi, nella speranza di riportare i Borboni sul trono dell’ex Regno delle Due Sicilie. Da diversi anni ormai si celebra, attorno ad un cippo commemorativo nei pressi della cascina Mastroddi, il sacrificio di Borges. Organizzatore dell’evento è il neoborbonico “Comitato per la ricerca e la divulgazione della Verità storica”. I neoborbonici, anche se da un punto di vista molto di parte, sono attivamente e meritoriamente impegnati nella rivalutazione del brigantaggio meridionale. Il Sindaco di Sante Marie, nel suo intervento, affermava che Borges non era un brigante ma un soldato. Noi invece riteniamo che Borges sia stato un “brigante”, convinti che al termine brigante debba ormai essere data una connotazione positiva, nell’accezione di difensore degli oppressi del Sud.

7 dicembre 2008

Giù le mani da Internet

Berlusconi vuole regolamentare Internet. O forse l’affermazione di voler portare su questo tema una sua proposta al prossimo G8 è semplicemente frutto del suo narcisismo malato. Comunque bisogna vigilare. Internet è il più grande fenomeno mondiale dei nostri tempi. Chi si crede dio si sente autorizzato a dire la sua su di esso. E qualcuno potrebbe approfittare della stravaganza del barzellettiere di stato per tentare di mettere il bavaglio ad internet anche nei paesi “democratici” occidentali. Molti ne avrebbero interesse a farlo. A cominciare dal cavalier Berlusca, che farebbe oscurare tutti i siti e blog che parlano male di lui. In pratica quasi tutti quelli che si interessano di politica. Ma anche potentati economici potrebbero sperarne grandi vantaggi.
Nel mondo la mappa del controllo su internet è molto vario e frastagliato. La desumo da la Repubblica del 4 dicembre 2008. Si va dai paesi in cui vi è una censura totale, quali per esempio Bielorussia, Birmania, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam. In Italia ed in molti altri paesi sono stati istituiti dei filtri che bloccano l’accesso a siti sospetti di attività criminali. All’estremo opposto si trovano gli Stati Uniti d’America dove è in preparazione una legge che si prefigge di aiutare i provider che denunciano pressioni censorie da stati stranieri.
In Italia comunque eludere i filtri censori non è illegale. Non esiste infatti nessuna norma che lo vieti. Gli unici obblighi previsti, con le relative sanzioni, sono per i provider, non per gli utenti.
L’uscita di Berlusconi ha suscitato la reazione contraria degli internauti. Il web è insorto. Gli interventi nei blog sono stati spietati. In Facebook, nel giro di poche ore, si sono formati gruppi affollatissimi in difesa della libertà in internet. Un eventuale controllo può nascere solo dall’interno dei fruitori, non imposto dall’esterno. Siamo contrari a qualsiasi tipo di censura esterna. Il web non può che essere democratico.

29 novembre 2008

Social card: uno schifo

Lo straricco Berlusconi sputa in faccia ai poveri. E’ uno schifo usare la povertà per uno spot politico. La social card di 40 euro al mese (1,33 euro al giorno) è una squallida elemosina, che diventa un marchio infamante e mortificante per i poveri. L’erre moscia Tremonti annunzia la carta come una grande trovata pubblicitaria. Per lui ed il suo capo non conta il risultato ma l’effetto mediatico. Avvilisce la supponenza con cui annunciano una merdata come se fosse oro colato.
Senza alcun pudore vengono insultati i poveri. Possiederanno adesso il distintivo di appartenenza. Potranno andare al supermercato orgogliosi di avere e mostrare la carta dei poveri. Berlusconi e Tremonti dovreste vergognarvi, se ne foste capaci, della miserevole trovata.
La carta sociale non cambierà il tenore di vita dei poveri, non risolleverà la crisi dei consumi.
La social card è un’altra trovata italiana per fregare soldi allo stato. Solo una mente screativa come quella di Tremonti poteva partorirla. In realtà servirà ad arricchire chi la stamperà e chi incasserà la commissione sull’uso. Alla faccia dei poveri.
Se veramente si volevano aiutare i bisognosi bastava aumentare le pensioni sociali di quell’importo o far pervenire quei soldi direttamente nelle loro tasche.
Senza contare gli automatici imbrogli conseguenti alle false dichiarazione dei redditi. Verranno premiati gli evasori. Poca cosa, ma sempre premio ed imbroglio è.
L’attuale governo continua a mancare di serietà. Ma non è una novità. I governanti berlusconiani continueranno a vantarsi di essere stati votati. E questa volta non mentono. Altro discorso sarebbe vedere come hanno estorto quei voti.

23 novembre 2008

Dossier Brigantaggio, di Francesco Mario Agnoli

Agnoli con il suo libro intraprende un allegorico viaggio nell’Italia meridionale di quasi un secolo e mezzo fa. Le modalità del viaggio sono simili a quelle del settecentesco Grand Tour, i cui viaggiatori, prima della partenza, si informavano e raccoglievano quante più notizie possibili sui luoghi che avrebbero visitato. Il passaggio diretto su quei luoghi serviva però a controllare l’esattezza sul terreno delle notizie raccolte sulle carte e talvolta ci si dedicava alla stesura di “una nuova cartografia”. Si scoprivano percorsi o completamente nuovi o malamente riportati sulle carte preesistenti, venivano ricollocati nel giusto sito fiumi e montagne, venivano rettificate strade per non correre il rischio di smarrirsi. Si incontravano paesaggi mai visti, abitatori sconosciuti, monumenti nuovi.
Come guide per il suo viaggio l’Agnoli si sceglie sia storici e scrittori che guardano con simpatia ai protagonisti del brigantaggio meridionale postunitario prestando maggiore attenzione ai vinti del Risorgimento: Carlo Alianello, Silvio Vitale, ma anche scrittori filorisorgimentali utili per conoscere i fatti accaduti in quegli anni (dandone però una diversa interpretazione): Antonio Lucarelli, Emidio Cardinali. Ma si ascoltano anche testimonianze dei diretti protagonisti di quei fatti: José Borges, Carmine Donatelli Crocco, il Sergente Romano.
All’Agnoli viene rivolta l’accusa di ripetere cose ormai risapute ed accettate dagli storici. Lui controbatte dicendo che non è assolutamente vero che l’approccio revisionista sia ormai ampiamente condiviso fra gli storici e rivendica la necessità di una rivisitazione della nostra storia dalla Rivoluzione francese in poi.
Dal punto di vista storico continuano ancora a fronteggiarsi due opposte ed inconciliabili interpretazioni dei fatti che avvennero nel decennio che va dal 1860 al 1870. Quella ufficiale, risorgimentalista e liberale, che ritiene sostanzialmente volontaria la partecipazione del Sud al processo dell’unificazione italiana. L’altra interpretazione invece sostiene che quella piemontese fu una vera e propria occupazione, o addirittura una conquista, del Sud. In quest’ultimo contesto il cosiddetto brigantaggio meridionale fu un’autentica ribellione popolare contro un’ingiusta aggressione.
Nelle popolazioni del Sud era chiara la volontà di voler difendere, anche con le armi, la propria patria dall’invasore straniero. Gli abitanti del Sud, tramite il braccio armato dei briganti, intendevano difendere un intero mondo con la sua fede religiosa, le sue tradizioni, le sue cerimonie, i suoi costumi. Lottavano in difesa della loro cultura e del loro dialetto contro una cultura ed un dialetto per loro incomprensibile.
I plebisciti, voluti dai piemontesi, furono un tentativo truffaldino e violento di voler fare ratificare sotto forma di apparente consenso popolare una serie di meri atti di forza. Il vero plebiscito invece contro i piemontesi fu espresso con la guerriglia di popolo.
Gli unitari sabaudi per imporre la loro volontà istituirono i tribunali militari chiamati ad infliggere condanne capitali a chiunque venisse sorpreso armato. Fecero ricorso a fucilazioni indiscriminate, a prolungate carcerazioni di innocenti, senza risparmiare donne e bambini. Distrussero, incendiarono e saccheggiarono interi paesi, che avevano osato ribellarsi.
I mezzi usati dai piemontesi sono altrettanto e a volte più feroci di quelli cui fanno ricorso gli insorti meridionali. «Sicché - scrive Agnoli - o si attribuisce a tutte le parti in conflitto la qualifica di brigante indipendentemente dalla divisa indossata o, quanto meno, se ne esentano entrambe».
Le responsabilità dei sabaudi piemontesi soverchiano di gran lunga quelle dei briganti meridionali. La tristemente famosa legge Pica, già indegna di un paese civile nella formulazione, diviene ancora e di gran lunga peggiore nella sua applicazione.
I primi due ribelli che Agnoli incontra nel suo viaggio nell’ex Regno delle Due Sicilie sono il generale spagnolo José Borges e l’ex pastore di Rionero Carmine Donatelli Crocco, forse i principali protagonisti della rivolta del Sud, certamente i più noti. Due personalità e due modi di concepire la rivolta totalmente diversi, che non nutrono alcuna stima reciproca. Borges considera Crocco non un combattente legittimista, non un soldato, ma un ladro, anzi il re dei ladri. A sua volta Crocco riteneva che il generale Borges fosse un uomo inetto. Eppure l’obiettivo che si prefiggevano era comune e per un certo periodo collaborarono insieme.
Dopo alcuni successi militari contro i piemontesi, Borges e Crocco progettano l’assalto a Potenza. Progetto però che non intraprenderanno mai. Tale rinuncia quasi certamente fu concordata fra Borges e Crocco.
Borges certamente non è un inetto, ma Crocco non sbaglia a definirlo un illuso. Al di là del valore dei due personaggi - scrive Agnoli - non vi è dubbio che il cafone Carmine Donatelli Crocco rappresenti, nel bene e nel male, la rivolta meridionale all’invasione assai più a fondo del valoroso hidalgo José Borges.
Proseguendo il suo viaggio nelle terre del Sud l’Agnoli incontra tanti legittimisti stranieri, venuti in Italia da tutta Europa a sostegno di re Francesco II e della regina Maria Sofia. Quasi tutti appartenuti agli alti gradi dalla carriera militare. Fra essi l’ufficiale prussiano e poeta romantico Edwin Kalkreuth de Gotha, il generale bretone Augustin de Langlais, il marchese belga Alfred de Trazegnies, il generale spagnolo Rafael Tristany, l’austriaco Ludwig Richard Zimmermann, Theodor Friedrich Klitsche de La Grange, Emile Théodule de Christen; legittimista italiano è il tenente Achille Caracciolo di Girifalco.
Nel basso Lazio, ai confini con gli Abruzzi, combatteva il brigante Luigi Alonzi, detto Chiavone. Guardaboschi, nato a Sora, era riuscito a raccogliere nella sua banda fino a 500 uomini. Ottenne vari successi contro l’esercito piemontese. Con lui ebbero a che fare quasi tutti i legittimisti sopra citati. Fu contrastato dal Tristany e dallo Zimmermann, che lo fecero condannare a morte e fucilare. Ma anche Chiavone, come Crocco, è più vicino alla lotta meridionale di quanto non lo siano i legittimisti stranieri.
Proseguendo il suo viaggio nelle terre dei briganti l’Agnoli arriva in Puglia ed incontra Pasquale Domenico Romano, detto il Sergente Romano, «uno dei protagonisti più umanamente positivi, accanto allo spagnolo José Borges, dell’intera vicenda della ribellione meridionale all’invasione piemontese». Romano riuscì ad unire attorno a sé tutti i capi della ribellione barese e leccese: Rocco Chirichigno, Francesco Monaco, Cosimo Mazzeo Pizzichicchio, Giuseppe Valente Nenna-Nenna; ebbe contatti e fece delle azioni di guerriglia anche insieme a Crocco. Dopo diverse vittorie, Romano in un ultimo scontro fu ucciso dai piemontesi a colpi di sciabola.
Nella sua virtuale peregrinazione Agnoli va anche nella fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo borbonico; deviando poi per Napoli, partecipa alla congiura di Frisio, un luogo sulla costa di Posillipo, dove si tentò di organizzare una opposizione cittadina, aristocratica e borghese all’invasione piemontese; visita anche Montefalcione, vicino Avellino, dove nel 1861 vi fu una corale insurrezione popolare contro i piemontesi; partecipa ai moti siciliani del 1866; incontra poi le brigantesse Maria Lucia Di Nella, Filomena Pennacchio, Marianna Corfù, Maria Capitanio, Michelina Di Cesare, Maria Orsola D’Acquisto, Maria Oliverio ed anche l’ultima brigantessa del Sud: la regina Maria Sofia, la giovane moglie bavarese di Francesco II.
Rocco Biondi

Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio - Viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità, Controcorrente, Napoli 2003, pp. 390, € 20,00

15 novembre 2008

Carla Bruni, Obama “abbronzato” e Berlusconi

Per ricambiare la carineria fatta da Berlusconi nei confronti di Obama: «E’ giovane, bello e abbronzato», noi di Berlusconi potremmo dire: «E’ vecchio, brutto e pallido».
Arriverà il tempo che l’insulto che noi di «razza bianca» rivolgiamo ai neri: «Sporco negro di merda!» ci verrà ricambiato da quelli di «razza nera» con l’equivalente «Sporco bianco di merda!». Non ho fatta una ricerca approfondita, ma a naso dico che il colore della merda accomuna bianchi e neri.
Mario Pirani carinamente ha tentato di ingentilire il primo slogan tramutandolo in «sporco abbronzato di merda!». Io ho un’idea di come ingentilire, personalizzandolo, il secondo slogan, ma me la tengo per me.
Potrebbe arrivare il tempo che la «razza bianca» diventi «razza inferiore», rispetto alla nera. Forse ci potrebbe convenire annientare completamente il concetto di razza. Forse ci conviene parteggiare per gli abbronzati.
Carla Bruni, moglie del presidente francese Sarkozy, non ha dubbi, si schiera apertamente dalla parte dell’abbronzato Obama. «Mi fa uno strano effetto - ha detto la Bruni - quanto sento Silvio Berlusconi prendere l’avvenimento alla leggera e scherzare sul fatto che Obama è “sempre abbronzato”. E per questo sono felice di non essere più italiana».
Sono tantissimi gli italiani che sarebbero felici di non essere più italiani, per non essere spernacchiati alle uscite di Berlusconi. Almeno per il tempo che il Berlusca è pres del cons italiano.
Non si vergognano invece di essere berlusconiani Francesco Cossiga, Giorgia Meloni, Alessandra Mussolini e Roberto Castelli, che ha avuto il grandissimo acume di affermare: «la first lady di un paese importante dovrebbe pensare bene prima di parlare», che è appunto quello che in tutto il mondo pensano dovrebbe fare Berlusconi. In Francia ed in tutto il mondo civile, una battuta come quella di Berlusconi avrebbe provocato una tempesta politica e non avrebbe potuto essere liquidata come una carineria.
Ma l’uscita di Berlusconi può essere considerata una semplice cazzata? Non lo ritiene Mario Pirani, che afferma: «Non reputo una gaffe la desolante battuta del campione mondiale delle facce di bronzo, ancorché perfezionato da lifting, trapianti di chioma e tiraggi anti ruga». Quella battuta sottende una cultura sedimentata, che affonda le sue radici nel fascismo di Benito Mussolini, l’emanatore delle leggi razziali e che Dell’Utri ritiene «un uomo di valore dal punto di vista sia umano che culturale».
Il Regime fascista puniva con anni di carcere il concubinato tra un bianco e «una persona suddita dell’Africa orientale». Il Regime si rivolse anche al Vaticano «per evitare le nascite dei mulatti, che sono dei degenerati». Papa Pio XI approvò una direttiva che vietava «le ibridi unioni, per i saggi motivi igienico-sanitari intesi dallo Stato, la sconvenienza di un coniugio fra un bianco e un negro, le accresciute deficienze morali nel carattere della prole nascitura».
Queste cose qualcuno le avrà dette ad Obama.

8 novembre 2008

Raccolta differenziata: email al Sindaco di Villa Castelli

Ho ricevuta da Silvia la seguente email. La pubblico volentieri in questo mio blog, nella speranza che susciti qualche seria riflessione in chi legge e principalmente negli amministratori di Villa Castelli.

Salve,
sono una cittadina di Villa Castelli, anche se da qualche anno vivo a Lecce.
Volevo portarla a conoscenza di una email che ho mandato al signor Sindaco e che ho invano tentato di mandare ad altri consiglieri comunali, che però non dispongono di indirizzo email.
Poichè il suo blog è molto in vista, volevo chiederle di dare luce al problema della raccolta differenziata nel nostro paese, chissà che non si riesca a trarne qualcosa.
Io intanto resto in attesa di una gradita risposta dal signor Sindaco.
Di seguito l'email spedita.
Grazie per l'attenzione prestata.

Salve Signor Sindaco, avrei desiderio di sapere la politica del nostro paese per quanto riguarda la raccolta differenziata.
Manco da Villa Castelli da qualche anno per motivi di studio, e mi ha dato "fastidio" sentir nominare questo bel paese quale pecora nera nella raccolta differenziata (meno dell'1% dei rifiuti totali) nell'ambito pugliese.
La notizia l'ho appresa da un servizio di Raitre (se non sbaglio AmbienteItalia) lo scorso 1 novembre, e i dati sono stati confermati in questo sito http://www.rifiutiebonifica.puglia.it/dettaglio_trasmissione.php?IdComune=161&DataInizio=9
Volevo chiedervi dunque di poter prendere seri provvedimenti con iniziative di sensibilizzazione che coinvolgano attivamente il cittadino, in modo da risollevare i dati, e poter sentire notizie solo positive su questo bel paese!!!
Spero vivamente che possiate prendere in considerazione questo mio pensiero, visti i tempi che corrono....
La qualità dell'ambiente che ci circonda, l'aria che respiriamo, e che respireranno i nostri figli in futuro, dipende da tutto quello che noi cittadini, insieme ai comuni, ci impegnamo a fare...
Cordialmente
Lidia Urso

1 novembre 2008

Scuola: quant’è bona la Gelmini

Era prevedibile. Sarebbero nati i gruppi in difesa della Gelmini. Senza pudore e con la più grande faccia tosta. Il più colorito ed il più vuoto è quello nato su facebook intitolato “Gelmini: un ministro con le palle”. Alla signorina le palle gliele ha disegnate Tremonti, intimandole: “zitta e taglia”. E la signorina esegue.
Era prevedibile. Le manifestazioni di studenti, genitori e professori stavano andando bene. La popolarità del Berlusca andava in discesa libera. Ed allora vengono mandati i guastatori fascisti con le mazze ferrate a creare un po’ di scompiglio. Su ispirazione del guastatore-mazziere Cossiga.
Era prevedibile. I compari si schierano compatti in difesa della malcapitata Gelmini. Il più accanito difensore è il ministro della difesa La Russa, che chiama l’applauso: «Glielo abbiamo fatto per come ha contrastato le falsità sulla riforma della scuola». E ci mancherebbe, aveva imparato a memoria la lezioncina.
Era prevedibile. Gli appartenenti al clan Berlusca vogliono far fare agli altri quello che non fanno loro. Ed allora il primo articolo del famigerato decreto-legge 137 (ora legge) recita che nelle scuole devono essere attivate azioni di sensibilizzazione e di formazione finalizzate all’acquisizione delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, in tutte le aree, eccetto ovviamente nell’area dell’attuale maggioranza.
Era prevedibile. Gli studenti hanno detto che non si lasceranno intimorire e continueranno nella lotta. Speriamo che non si stanchino mai. Fino alla vittoria.

25 ottobre 2008

Berlusconi elmetto e manganello

Berlusconi ha perso il controllo di sé e della situazione. Ma non è una novità. Voleva mandare la polizia contro quei facinorosi di studenti che si permettono di contestare la sua Gelmini. Ma qualcuno gli ha fatto cambiare idea. Tanto lui ha la maggioranza in Parlamento ed andrà comunque avanti. Chissenefrega degli studenti, dei professori, dei rettori, dei genitori. Non c’è nessuna possibilità di dialogo. Berlusconi dice che quelle manifestazioni sono organizzate dall’estrema sinistra e dai centri sociali.
La Gelmini sostiene che chi difende la scuola e l’università di oggi è rimasto indietro. Ma lei è andata più indietro ancora, andando a resuscitare il maestro unico, morto quasi trenta anni fa. Povera Gelmini. Lei non sa cosa dice, ripete slogan che qualche altro le ha preparato.
Gli studenti dicono di non aver paura delle minacce di Berlusconi. Ed andranno avanti. Sostengono che è Berlusconi ad aver paura di loro. In questo muro contro muro, il potere potrebbe provocare qualche incidente. I media, che ora sono a favore dell’onda anomala degli studenti, potrebbero passare dalla parte dell’onda del potere.
Chi sosteneva che i giovani di oggi sono apatici e senza ideali, deve ricredersi. Un giovane ha detto: «Sai cosa c'è? Alla fine uno si rompe le balle di avere paura. Ho 22 anni e vivo ogni giorno a sotto ricatto. Paura di non farcela a riscattare tutti i crediti, del contratto da precario in scadenza, di non poter più pagare l'affitto e dover tornare dai miei, di non trovare un vero lavoro dopo la laurea, della crisi mondiale e dell'aumento delle bollette. Campo a testa china e tiro avanti sperando che domani sia migliore. Ma se mi dicono che domani non c'è più, l'hanno tagliato nella finanziaria, allora basta. Non mi spaventa più Berlusconi che dice di voler mandare la polizia. Non mi spaventa nulla, sono stufo. E finalmente, respiro». Ed allora avanti con le proteste e le occupazioni.
Non tutti vogliono vendersi l’anima e la dignità. Pochi sono figli di papà. Molti non li manda nessuno.
Ricordo che, quando moltissimi anni fa mi laureai, chiesi ad un professore-giornalista di darmi una mano per farmi entrare nel suo giornale, mi rispose che lui non aveva nessun potere. Avrebbe potuto aiutarmi, una volta dentro, solo se qualche altro mi avesse fatto entrare. Ma non mi mandava nessuno e rimasi fuori.
Qualche anno prima ero andato addirittura a parlare con Rossellini, allora direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, per chiedergli di aiutarmi ad entrare al Centro. Ricordo che mi guardò sorpreso. Forse, nell’al di là, sta ancora aspettando che qualcuno che conta mi presenti.
Riuscii invece ad iscrivermi ad un corso di giornalismo e cinematografia presso la Pro Deo di Padre Morlion. Ero uno dei pochissimi italiani iscritti, fra altri 250, quasi tutti stranieri. Correva l’anno accademico 1969/70. Erano gli anni della contestazione. Occupammo la Pro Deo per tre mesi. Auspicavamo l’arrivo della polizia. Ma Padre Morlion non la chiamò. L’occupazione si esaurì naturalmente. Gli ultimi ad abbandonare fummo io ed un ragazzo cileno.
Amarcord. Oggi i tempi sono cambiati. E forse peggiorati. Se non sei nessuno, rimani nessuno. Se non ti manda qualcuno, non vai da nessuna parte. Ma si sopravvive comunque. Meglio avere la schiena dritta e non arrendersi. Coraggio!

18 ottobre 2008

Il federalismo bossiano è una scorreggia

Mutuando una battuta del senatur padano Bossi contro Gianfranco Miglio (padre del federalismo alla polenta con gli osèi), potremmo dire che il contenuto del disegno di legge sul federalismo fiscale, sfornato dal consiglio dei ministri del 3 ottobre 2008, è una scorreggia nello spazio.
Il vero federalismo è quello che propugna l’unione di più stati nazionali per raggiungere più facilmente fini comuni. Il disegno di legge italiano invece vuole in pratica smembrare lo stato unitario in regioni autonome, che spendono nei propri confini le entrate fiscali, senza farle confluire al centro.
Eugenio Scalfari ha scritto che quel disegno di legge è soltanto una scatola vuota, che è già costata un bel po’ di soldi agli italiani. La berlusconiana abolizione dell’Ici era una totale sciocchezza populista, che sarebbe caduta sulle spalle di noi contribuenti, come è avvenuto e continuerà ad avvenire. Alla fine del processo, se non viene bloccato prima, avremo un’Italia a doppia velocità: il nord continuerà ad arricchirsi ed il sud diventerà sempre più povero. «Se c’era un momento - scrive Scalfari - in cui sarebbe stato insensato parlare di federalismo fiscale, quel momento è esattamente l’autunno del 2008 cioè i giorni e i mesi che stiamo vivendo».
Paolo Ferrero ha detto che il federalismo fiscale è una storica fregatura, che gli italiani pagheranno a lungo. Forse per sempre, dico io.
Quello che Bossi vuole fare oggi, sarebbe stato bene farlo nel 1860. Quando il sud dei re Borbone era molto più ricco del nord dei Savoia e degli altri stati e staterelli italiani messi assieme. Allora i piemontesi rubarono tutte le ricchezze del sud e se le portarono al nord. Con l’odierno federalismo il nord vuole perpetuare quel ladrocinio.
Negli anni in cui fu fatta l’unità d’Italia, si fronteggiavano due posizioni contrapposte: quella degli unitari, che sostenevano l’esigenza che l’Italia diventasse «una sola repubblica indivisibile» e quella dei federalisti, che ritenevano più opportuno dar vita agli «Stati liberi federati d’Italia».
Il maggiore esponente degli “unitari” fu Mazzini, che sostenne l’esigenza di un’Italia «unita, indipendente, libera e repubblicana». Sul fronte dei “federalisti” si schierarono, da una parte, Gioberti, con il suo progetto di “neoguelfismo”, che immaginava di mettere alla testa di una confederazione degli Stati italiani il Papa Pio IX, e dall’altra parte Balbo, Torelli, Durando, che propugnavano un federalismo nazionale moderato, di cui la monarchia avrebbe costituito l’elemento aggregante e unificatore.
Vinsero, purtroppo potremmo dire con il senno dipoi, gli unitari. Se avessero vinto i federalisti non avremmo avuta la guerra civile, che insanguinò l’Italia per un decennio (1860-1870), e che vide contrapposti gli italiani del sud, appellati spregiativamente “briganti”, e gli italiani del nord, esportatori di civiltà con le armi e con la forza bruta della legge Pica.
Massimo teorico del federalismo fu Carlo Cattaneo, che nel 1860 scriveva: «Io non ho sperato mai nella nuda unità: per me la sola possibil forma d’unità tra liberi popoli è un patto federale». Bisogna contrapporre - diceva ancora Cattaneo - la federazione alla fusione e mostrare che un patto fra popoli è la sola via che può avviarli alla concordia e all’unità: «ogni fusione conduce al divorzio e all’odio». Il sistema federale nasce “dal basso”, non può essere imposto.
Ed ancora Cattaneo, nel luglio del 1860, replicando a Crispi, diceva: «La mia formula è Stati Uniti, se volete Regni Uniti. Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua». Ed andava ancora oltre: «Avremo pace vera, quando avremo gli Stati Uniti d’Europa».
Le idee sul federalismo del Cattaneo sono d’altra tempra, rispetto alle scorregge di Bossi.