10 febbraio 2019

La grande mattanza, di Enzo Ciconte


La storia della guerra al brigantaggio, dal Cinquecento ai primi decenni postunitari, è una grande mattanza (uccisione). Si tratta di una vera guerra sia contro criminali, assassini, ladri, tagliagole, sia folle di affamati e di disperati, artigiani, contadini, braccianti, giovani, ma anche contro nobili decaduti oppure espulsi dai circuiti del potere.
     Il termine brigante ha avuto un enorme successo; trasmigra dai francesi ai Borbone, che lo usano incuranti che con esso designano anche gli uomini che li hanno fatti ritornare sul trono di Napoli. A volte c’è uno scontro dichiarato, altre volte ci sono dialogo e convenienza reciproca.
     I briganti (o banditi) esistono in tutta la penisola da nord a Sud, li troviamo in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, in Veneto, nei territori pontifici, nel Regno di Napoli e in quello di Sicilia. Ma il fenomeno appare radicato specialmente nel Sud, e di questo Ciconte parla nel suo libro.
     Nelle pagine del libro i briganti rimarranno sullo sfondo, si parlerà diffusamente di coloro che hanno guidato ed effettuato la grande repressione, di coloro che guidano la caccia, ordinano fucilazioni, saccheggi, stragi ed incendi, imprigionano e perseguitano parenti e familiari dei briganti, emanano proclami, firmano indulti, condoni, amnistie, e trattano con i briganti per indurli a cambiare casacca e tradire gli amici. L’esercito attua sia politiche repressive che politiche apparentemente premiali; soldi in cambio di tradimento, premi per il brigante che uccide un altro brigante. Quando repressione e premi non basteranno si cercherà di coinvolgere i familiari dei briganti, nella speranza che qualcuno di loro possa cooperare alla cattura del congiunto; parenti contro parenti.
     Volgendo lo sguardo al brigantaggio di quei secoli si osserva come la guerra, intrapresa dai poteri costituiti contro i briganti, si rivolga quasi sempre contro le classi subalterne, i contadini affamati e senza terra, i braccianti senza lavoro, i poveri, i disperati; quasi a sancire che essere poveri sia una colpa grave da espiare.
     Le pagine di Ciconte descrivono le modalità della repressione, le ragioni che hanno spinto uomini in divisa a commettere atti riprovevoli, violenti, brutali, spesso peggiori di quelli commessi dagli uomini che combattono, i briganti appunto.
     “La repressione è tanto più dura e spietata perché c’è la convinzione che il Mezzogiorno d’Italia sia un territorio abitato da sanguinari e da selvaggi nei confronti dei quali la violenza è più che giustificata”.
     Gli uomini venuti dal nord ad abbattere il regime borbonico, considerato come il male assoluto, fanno ricorso a pratiche contro le leggi.
     Ciconte per narrare la storia della guerra al brigantaggio ricorre ai documenti presenti in vari archivi, in particolare nell’Archivio centrale dello Stato di Roma, nell’Archivio di Stato di Catanzaro, nell’Archivio di Stato di Torino, nel Museo del Risorgimento di Torino, nell’Archivio dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito di Roma.
     Anche se diverse sono le motivazioni che spingono al banditismo nel corso dei secoli, comuni più o meno sono le modalità con cui esso si manifesta; pur negli inevitabili mutamenti delle politiche e delle norme giuridiche esistenti nei vari regimi, vi è una continuità come quasi il tempo non sia passato o sia stato sospeso. La cultura della violenza, della repressione, della necessità del superamento della legalità penetrano nella società civile.
     Le teste mozzate, date come taglia in una politica premiale o appiccate nelle piazze, il camminare armati, le sevizie prima e dopo la morte con il taglio di pezzi dal cadavere, l’arresto dei parenti dei briganti, i cambiacasacca che passano dai banditi agli invasori, il suono delle campane a stormo per dare l’allarme contro i briganti, sono cose comuni alla repressione che tornano nei vari secoli. E anche lo Stato pontificio non ne è esente.
     Il cardinal Ruffo, che nel 1799 riporterà i Borbone sul trono di Napoli, accoglie fra le sue fila patrioti e criminali comuni. Nella sua armata c’è l’attaccamento al re borbone, la rabbia sociale dei contadini contro i galantuomini, i delinquenti fatti uscire dalle carceri, accomunati tutti dalla fede religiosa. Vi saranno scontri sanguinari tra i sanfedisti di Ruffo e i giacobini francesi; il 1806 questi ultimi ritorneranno sul trono di Napoli e vi rimarranno per un decennio. Continuano violenze, saccheggi, stragi, massacri e repressioni brutali; Manhès intraprende una guerra di sterminio contro i briganti.
     Dopo è la volta di briganti famosi: Antonio Gasbarrone, nato a Sonnino nello Stato pontificio, arrestato con inganno rimarrà in carcere per 45 anni fino alla breccia di Porta Pia del 1870, quando uscirà avvolto nella leggenda, per poi morire a 89 anni; Gaetano Meomartino, nato a Foggia, soprannominato Vardarelli, firma un accordo, ma è ucciso a tradimento con i suoi fratelli, (il suo amico Ciro Annichiarico viene fucilato a Francavilla Fontana); Giosafatte Talarico, studia prima in seminario e poi per fare il farmacista, uccide un uomo per ragioni di confini e si rifugia sui monti per evitare la cattura, divenuto imprendibile si decide di trattare per farlo consegnare, il 1845 con un atto sovrano di grazia gli vien concesso il “pensionamento” nell’isola di Ischia.
     In quel periodo a governare con il terrore contro i briganti per i Borbone vi sono i capi militari Francesco Saverio Del Carretto e Ferdinando Nunziante. Quest’ultimo è inviato in Calabria, regione verso la quale si rivolge per gran parte del libro l’interesse di Ciconte.
     Con il 1861 al tempo dei Savoia la guerra contro il brigantaggio si fa più spietata. Sono tante le fucilazioni e nessuno conosce il numero esatto dei morti. Enrico Cialdini e Pietro Fumel sono stati i due generali piemontesi che hanno usato i mezzi più barbari contro i briganti del Sud; stragi, eccidi, incendi sono i mezzi spietati e brutali usati nelle loro repressioni.
     Come nei secoli precedenti, e forse ancora di più dal 1860 al 1870, sono moltissimi i briganti che vengono uccisi durante i trasferimenti da un carcere ad un altro, adducendo il pretesto, troppo comune per non essere sospetto, d’aver essi tentato di evadere, come scrive un generale piemontese. Si induce il brigante a scappare per avere la scusa di ucciderlo.
     Sono frequenti i contrasti fra militari e giudici civili. Si mettono spesso briganti contro briganti; familiari contro i briganti. Ma i briganti sopravvivono.
     La legge Pica convalida la violenza repressiva e i metodi illegali da sempre usati da parte dei militari.
     Si parla dei briganti Crocco, Ninco Nanco, Palma.
     Ciconte chiude il suo libro affermando che il brigantaggio di marca borbonica e clericale è durato un paio di anni, mentre continua a sopravvivere il brigantaggio dettato dalla fame. Vi è differenza fra mafia e brigantaggio, che per altro operano in territori diversi. Ma i briganti si tramutano in emigranti.
Rocco Biondi

Enzo Ciconte, La grande mattanza, Storia della guerra al brigantaggio, Editori Laterza, Bari 2018, pp. 278

19 gennaio 2019

Il richiamo del merlo, di Enza Armiento


È un romanzo che pur partendo da fatti e nomi realmente esistiti, li sviluppa poi in modi inventati.
     Il racconto si svolge su due piani temporali: il 1861-1862 e il 2009-2013, a capitoli alterni. Concetta (Biondi) è la protagonista del primo periodo; mentre Michela Giordano lo è del secondo. Michela è la pronipote del capobrigante Cosimo Giordano, che tanta parte avrà nel primo racconto.
     Il verso del merlo era il segnale di pericolo, che le vedette inviavano ai briganti, per farli nascondere o scappare dal luogo in cui si trovavano, perché arrivavano i piemontesi.
     Concetta, una bambina di quattordici anni, fu stuprata dai soldati piemontesi, che costrinsero il padre a guardare legandolo ad un palo e poi lo uccisero. Concetta si salvò perché creduta morta e promise vendetta.
     Michela fa domanda per entrare nell’Esercito. Suo padre e tutti i suoi parenti sono contrari, perché il trisavolo (Cosimo Giordano appunto) si salvò dall’eccidio perché quel giorno non era in paese; e perciò non vogliono nemmeno che si nomini la parola Esercito, sarebbe come prestarsi ai nemici; ma il padre si convince «perché la figlia di un cafone non deve morire cafona».
     Concetta entra a far parte della famiglia dei briganti. Francesca, la donna di Cosimo, garantisce per lei. Francesca, dopo l’uccisione di Cosimo, diverrà capo della banda dei briganti.
     Michela diviene maresciallo dell’esercito e parte per la prima missione all’estero. Comunica tramite internet.
     Concetta, dopo aver ucciso i soldati che l’avevano stuprata, si sparò un colpo con la pistola e si uccise.
     Michela, ferita, sta trenta giorni in coma, durante il quale le compare Concetta e le mette al collo un medaglione con la sua foto.
     Questa è una possibile sintesi del romanzo, che si legge tutto d’un fiato. Tanti sono i personaggi che lo animano. Viene usato un linguaggio ricercato e talvolta onirico. L’autrice, pluripremiata, è certamente amante dei briganti.
Rocco Biondi
 

Enza Armiento, Il richiamo del merlo, Castelvecchi, Roma 2018, pp. 192

6 gennaio 2019

Dalle Calabrie agli Abruzzi, di Valentino Romano


Libro fondamentale per chi vuole conoscere la storia del generale legittimista José Borges. Il legittimismo si faceva fautore della restaurazione dei prìncipi e dei sovrani spodestati. Nel nostro caso appoggiava il ritorno del re borbonico Francesco II sul trono del Regno delle Due Sicilie, spodestato dal re piemontese Vittorio Emanuelle II.
     José Borges è stato uno dei maggiori protagonisti della reazione antiunitaria meridionale. Si narra nel libro “la malinconica epopea di uno sconfitto”, e “come l’unificazione dello stivale si sia poi realizzata più in punta di baionetta che con il dialogo, più con la sistematica repressione di ogni dissenso che con la ricerca di equilibri possibili, più con la brutale imposizione della forza che con il democratico coinvolgimento di tutte le popolazioni interessate nel processo formativo del nuovo Stato”.
     Borges era nato nel 1813 a Vernet, piccolo borgo della Catalogna, nel distretto di Artesa. Il padre era un ufficiale spagnolo, distintosi nelle guerre antinapoleoniche, e nominato capo dei volontari d’Artesa nella guerra civile iniziata nel 1833 tra i seguaci di Cristina e di don Carlos, fra cristini e carlisti; Borges raggiunge il grado di generale di brigata. La guerra va male per i carlisti, e Borges ripara in Francia, rifiuta di sottomettersi alla regina Isabella; per sopravvivere non si sottrae ai mestieri più umili. Anche la seconda guerra carlista del 1846 va male, e Borges è costretto a riparare nuovamente in Francia. Nel 1850 trascorre quasi un anno a Napoli e si impratichisce della lingua italiana. Nel 1855 è ancora in Spagna con le truppe carliste; ma anche questa volta è sconfitto e ripara ancora, in esilio, in Francia.
     Nel luglio 1860 è Roma e tenta di arruolarsi nell’esercito pontificio, ma invano.
     Nel 1861, dopo che Francesco II si era arreso e abbandonato Gaeta il 14 febbraio 1861 per recarsi a Roma ospite del papa Pio IX (le ultime fortezze del Regno delle Due Sicilie sarebbero cadute: Messina il 13 marzo e Civitella del Tronto il 20 marzo dello stesso anno 1861), Borges si prepara ad effettuare la sua spedizione.
     Intanto il sovrano Francesco II, eccettuata la vicinanza della regina Maria Sofia, è un uomo solo e mal consigliato, circondato da uomini incapaci e malfidati, anche quelli che fanno parte dei comitati borbonici.
     Borges, dopo aver ricevute le istruzioni del generale Clary (che in caso di successo vuol sostituirsi nei meriti allo spagnolo), raggiunge nel settembre 1861 l’isola di Malta, dove, come gli hanno fatto credere i comitati borbonici, si illude di radunare numerosi fuoriusciti politici e volontari. La realtà però è ben altra e del tutto sconfortante. Borges si rende subito conto di essere stato mandato allo sbaraglio, ma è troppo tardi per tirarsi indietro.
     Con solo una ventina di uomini nella notte del 13 settembre 1861 sbarca sulla costa ionica della Calabria, in una rada isolata alla foce della fiumara di Bruzzano, in contrada Manzo (oggi Marinella), poco più a nord di Capo Spartivento. Da lì inizia la sua marcia, che lo condurrà fino al confine dello Stato Pontificio.
     Inizialmente, sulla scorta di quanto scrive Borges nel suo diario, si riesce a conoscere il percorso e gli scontri effettuati con le truppe piemontesi, la guardia nazionale, i carabinieri. Il Diario si compone di una relazione indirizzata al generale Clary e di due piccoli taccuini. Il primo documento è la stesura finale degli appunti giornalieri del periodo tra l’11 e il 21 settembre 1861; il secondo, che consta di 105 carte numerate, va dal 22 settembre al 16 ottobre; il terzo consta di cento carte non numerate e va dal 17 ottobre al 1° dicembre. Quest’ultimo, nel verso contrario e con diversa grafia, riporta scritti vari, elenchi e note spese.
     La prima preoccupazione è quella di aumentare l’organico, e Borges si mette in contatto con il capobrigante Ferdinando Mittiga. Valentino Romano, contrariamente ad altri scrittori che ritengono che il compito di Borges sia quello di unirsi alla banda Mittiga per dare alla lotta un’impronta legittimista, scrive: “Borges si trova di fronte ad un’accozzaglia di poveracci, aggregati dal brigante Mittica con la promessa e la prospettiva di un consistente guadagno e con la promessa dell’agognata divisione delle terre”. Mittiga rappresenta l’unica possibilità per tentare di formare il nucleo iniziale della formazione in grado di contrastare l’esercito governativo. Ma il tentativo Mittiga fallirà.
     Borges peregrinerà in Calabria, con l’aiuto di guide pagate profumatamente, fino al 10 ottobre 1861. La sua missione, che doveva essere segreta, veniva conosciuta anticipatamente dai piemontesi, e talvolta era addirittura annunciata dai giornali. La repressione sabauda inesorabilmente lo inseguiva. Borges nel suo diario spesso lamenta lo stato di abbandono: “Se fossi sbarcato con 400 uomini, adesso avrei 15.000 uomini ai miei ordini”, oppure: “Se io disponessi oggi di qualche centinaio di migliaia di franchi, trecento uomini, e un certo numero di ufficiali, è molto probabile che diverrei il padrone della situazione”. Bruzzano, Precacore, Gerace, Cerri, Serra di Cucco, Nocella, Serrastretta, ecc., sono le tappe di questo peregrinare.
     In Basilicata, Borges dopo aver vagato senza una direzione precisa tra San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Noepli, San Giorgio Lucano, Colobraro, Grassano, incontra Carmine Crocco, che comanda molti uomini. Insieme assaltano e occupano diversi paesi: Trivigno, Calciano, Gagaruso, Salandra, Craco, Aliano; si tratta di un’occupazione provvisoria, perché subito arrivano le forze governative a rioccuparle. Nella piana dell’Acinella Borges e Crocco, benché in inferiorità numerica (circa quattrocento uomini), decidono di accettare lo scontro frontale in campo aperto con i nemici e vincono. Conquistano Stigliano, Cirigliano, Gorgoglione, Accettura, Grassano.
     Dopo questi successi si decide di occupare Potenza; la presa del capoluogo della Basilicata “avrebbe la naturale conseguenza di non considerare più del tutto completata la conquista piemontese e non ancora del tutto scomparso il Regno delle Due Sicilie”. Ma qualcosa va storto. Crocco ne è prontamente informato e si rende conto che la partita è persa per sempre. I notabili a lui vicini hanno abbandonato il progetto; la borghesia rurale si schiera con i “liberatori sabaudi”, che sono i vincitori.
     L’intesa fra Borges e Crocco è destinata a fallire; dopo alcune altre azioni in comune i due si lasciano e ognuno va per la sua strada. E Borges va verso la sua fine. Entra in campo il vice console francese Leon de Rotrou. Borges fa alcuni passi nella sua marcia che un comandante, esperto come lui, normalmente non farebbe. Si dirige con i suoi fuggiaschi verso Sante Marie, in località “La Luppa”, in una cascina posseduta dai Mastroddi, famiglia di possidenti locali, a circa quattro miglia dal confine pontificio (e quindi dalla salvezza). Qui si ferma inspiegabilmente per circa dieci ore. Il maggiore Franchìni, che comanda un battaglione di bersaglieri, dà ordine di circondare la cascina. Borges decide di arrendersi, e viene catturato con i suoi; viene condotto nella non lontana Tagliacozzo e fucilato con i suoi. Sono circa le sedici dell’8 dicembre 1861.
     Tanto altro contiene il libro di Valentino Romano, fra personaggi e ipotesi. Vaste furono le reazioni, sui giornali italiani e stranieri, sulla morte di Borges.
     Se un appunto deve essere fatto al libro, è quello che sarebbe stato opportuno tradurre (almeno in nota) i testi stranieri presenti: spagnoli, francesi, ecc.

Valentino Romano, Dalle Calabrie agli Abruzzi, Il generale José Borges tra i briganti di re Francesco II, D’Amico Editore, Nocera Superiore 2018, pp. 334

28 novembre 2018

Signora Ava, di Francesco Jovine


Il titolo Signora Ava non deriva da una protagonista del romanzo, né da un personaggio comprimario, ma da un canto popolare del Mezzogiorno, posto da Jovine ad epigrafe, che suona così: «O tiempo da Gnora ava / nu viecchio imperatore / a morte condannava / chi faceva a’mmore». Tale epigrafe, posta nella edizione del Tumminelli del 1942, scompare nell’edizione di Donzelli del 2010; edizione quest’ultima che è fedelmente esemplata su quella prefata e annotata nel 1967 da Dina Bertoni, la moglie di Jovine, nella collana «Letture per la Scuola Media» dell’Einaudi. Tale soppressione fa mancare il significato del titolo del romanzo. L’edizione di Donzelli ha la prefazione di Goffredo Fofi e la postfazione di Francesco D’Episcopo.
     Il romanzo è la ricostruzione storica della provincia molisana negli anni della spedizione garibaldina nel Mezzogiorno e dell’annessione al Regno d’Italia, osservata con gli occhi del mondo contadino, con giudizio negativo sul Risorgimento. Jovene proveniva dall’ambiente contadino.
     Signora Ava parla di cafoni ed è scritto dalla parte dei cafoni, scrive Fofi nella prefazione.
     Il romanzo si divide in due parti. Nella prima viene rappresentata la vita del paese Guardialfiera, dove è nato Jovine. Si narra della famiglia borghese dei de Risio: don Beniamino, il “Signor Zio”, un vecchio canonico, grasso e goloso; don Giovannino, il colonnello, ha vissuto l’epoca napoleonica e dirige la scuola del paese; don Eutichio, che è anche capo della polizia, dà a prestito ai contadini la semenza del grano da seminare; monsignor de Risio, al quale il prete don Matteo Tridone rivolge una supplica per fargli avere i soldi che gli spettano; Antonietta, figlia di don Eutichio, amerà Pietro e poi lo seguirà nella sua vita da brigante.
     Nella seconda parte viene narrata la vita dei briganti e delle loro donne, nell’anno 1860. Protagonisti sono il prete don Matteo Tridone e Pietro Veleno. Il primo riuscirà a riscattare la vita di povero prete incerto, consegnandosi ai soldati. Il secondo si trasformerà da servo dei de Risio in brigante. Ambedue, insieme ad Antonietta figlia dei padroni, entreranno nella grande Storia.
     Goffredo Fofi, nella introduzione, scrive che gli piace molto di più Signora Ava de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Ambedue gli autori ritengono che tutto deve cambiare affinché nulla cambi; ma la differenza è che Tommasi è un erede dei Gattopardi e Jovine dei Cafoni.
     Jovine si ispira a De Martino, a Carlo Levi, a Verga. La sua scrittura ricercata e la sua cultura richiamano la terra (in senso di terreno), da cui proviene.

Francesco Jovine, Signora Ava, Donzelli, Roma 2010, pp. XIV-224