25 luglio 2010

I Savoia e il Massacro del Sud, di Antonio Ciano

Al Piemonte non interessava per niente l'Unità d'Italia. Al Piemonte interessava la conquista delle ricchezze del Sud, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche. Per avvalorare questa affermazione Ciano apre il suo libro con delle tabelle statistiche. Nel 1860, anno dell'annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, le monete di tutti gli Stati italiani ammontavano complessivamente a 668,4 milioni, dei quali ben 443,2 (66,31% del totale) appartenevano al Regno delle Due Sicilie; il Regno di Sardegna/Piemonte ne possedeva solo 27,0 milioni. Dal primo censimento del Regno d'Italia, tenutosi nel 1861, risulta che nelle province napoletane e siciliane la popolazione occupata nell'industria era 1.595.359, nell'agricoltura 3.133.261, nel commercio 272.556, mentre in Piemonte, Liguria e Sardegna (messi insieme) era rispettivamente di 376.955 (industria), 1.501.106 (agricoltura), 119.122 unità (commercio). La città più popolosa era Napoli con 447.065 abitanti, Torino di abitanti ne aveva 204.715, Roma 194.587. Nella Conferenza Internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo l'Inghilterra e la Francia, per sviluppo industriale.
Oggi - scrive Ciano nel suo libro - abbiamo due Italie, una del Nord ed una del Sud, una ricca ed una povera. Rispetto al 1860 si sono invertiti i ruoli. Il Nord ha rubato tutto al Sud, che fu invaso militarmente e colonizzato. Ora è tempo di cambiare. Il Sud ha bisogno di liberarsi del colonialismo instaurato dalla borghesia del Nord; ha bisogno di liberarsi del sistema fiscale impostogli dal Piemonte nell'Ottocento; ha bisogno della sua piena autonomia per far sprigionare la fantasia imprenditoriale dei suoi abitanti. Ma il Sud prima di separarsi dovrà chiedere al Nord il conto dei danni subiti, che sono tanti.
Il libro di Ciano, scritto nel 1996, conserva ancora oggi la sua validità e la sua freschezza d'invettiva contro i soprusi compiuti dai Piemontesi per imporre con la forza agli abitanti del Sud una unità non voluta e non sentita.
Il 1861 è un anno che ogni Meridionale deve ricordare, non per la pseudo unità imposta con la forza, ma perché quell'anno i Savoia iniziarono il massacro del Sud. Cannoni contro città indifese; baionette conficcate nelle carni di giovani, preti, contadini; donne violentate e sgozzate; vecchi e bambini trucidati. Case e chiese saccheggiate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse.
La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871, scrive Ciano, un milione di contadini furono abbattuti; anche se i governi piemontesi su questo massacro non fornivano dati, perché nessuno doveva sapere.
Il brigantaggio fu un grande movimento rivoluzionario e di massa, che lottò contro l'invasione piemontese. I briganti furono partigiani che difendevano la loro patria, la loro terra, il loro Re Borbone e la Chiesa cattolica. Dovevano essere annientati perché si opponevano alle mire colonialistiche dei piemontesi.
Generali ed ufficiali piemontesi furono dei criminali di guerra, che praticarono lo sterminio di massa. I contadini dovevano essere fucilati; imprigionarli non era conveniente, perché, se in galera, lo Stato doveva provvedere al loro sostentamento.
Il Sud sta pagando ancora lacrime e sangue. L'ultimo Re Francesco II, partendo da Gaeta il 14 febbraio 1861, disse: “Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”.
Nel 1861 il Sud è stato invaso dalle truppe piemontesi, ed oggi, anche se in modo diverso, continua ancora ad essere invaso. Scrive Ciano: «Una volta i generali savoiardi fucilavano i nostri contadini, oggi, massacrano le nostre menti con le televisioni i cui proprietari sono i liberal massoni di ieri. Non è cambiato niente».
E' giunto il momento - scrive ancora Ciano - di dire basta e di chiamare a raccolta tutti i meridionali sensibili e orgogliosi. E' il momento di compattarci, di rivalutare la nostra storia, di processare l'invasione piemontese del 1860-61, di processare coloro che fucilarono, imprigionarono, deportarono un milione di contadini del Sud etichettandoli briganti.
Più amara della sconfitta è stata la falsa storia raccontata dai prezzolati sabaudi, scrive Lucio Barone nella prefazione del libro. Tutto ciò che apparteneva al Piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva additato al pubblico disprezzo.
Ispiratrice e suggeritrice della politica italiana di quegli anni fu la massoneria inglese, che aveva come obiettivo la costituzione di un nuovo ordine mondiale che non prevedeva più la presenza della Chiesa cattolica. Per l'Italia questo compito fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia. Alla massoneria, infatti, appartenevano i cosiddetti padri della patria che diedero vita alla cosiddetta unità d'Italia: Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi.
“Nord ladro” è il titolo del capitolo che introduce la rassegna delle grandi opere industriali presenti nel Sud prima dell'unificazione al Piemonte.
La Campania nel 1860 era la regione più industrializzata del mondo. Il Reale Opificio meccanico e politecnico di Pietrarsa, con i suoi mille operai specializzati, era il fiore all'occhiello dell'industria partenopea; lì si producevano, con tecnologie avanzate, treni e locomotive. In Castelnuovo operava la Real fonderia con 500 operai, a Torre Annunziata la Real Manufattura delle armi con 500 operai, a Castellamare il Cantiere Navale con 2.000 operai.
A Mongiana in Calabria erano presenti le Ferriere, con 1.500 operai e stabilimenti a Pazzano e Bigonci; quattro altiforni producevano 21.000 quintali di ghisa. Sempre in Calabria, nello Stabilimento metalmeccanico di Cardinale, 200 operai specializzati producevano 2.000 quintali di ferro.
Altri centri siderurgici e meccanici erano sorti a Fuscaldo (Calabria), Picinisco (Terra di Lavoro), Picciano (Abruzzo), Atripalda (Avellino). In Puglia, a Lecce, Foggia, Spinazzola, vi erano officine che producevano macchine agricole.
Ma quasi in ogni paese del Sud nacquero piccole industrie, che costituirono il nerbo dell'economia del Regno delle Due Sicilie. Di notevole importanza erano le industrie per la lavorazione del cuoio e per la produzione di colori, della pasta alimentare, delle maioliche, di vetri, cristalli, cappelli, acidi, cera, corallo, metalli preziosi, stoviglie, saponi, mobili, strumenti musicali.
Nel 1860 - scrive Ciano - i settentrionali scannarono il Sud. Oggi, che non c'è più niente da scannare, paghi chi non ha mai pagato, paghi il Nord che ha sempre rubato. Il Sud ha pagato un prezzo enorme alla causa unitaria: un milione di morti, tra fucilati, incarcerati, impazziti, deportati; 20 milioni di emigranti le cui rimesse sono state dilapidate dal Nord; tutti i risparmi dei Meridionali rapinati dal Nord.
E i pennivendoli di regime continuano a scrivere libri di storia menzogneri, sperando di poter continuare a mettere un velo sull'intelligenza umana, di voler continuare a nascondere le miserie del Nord, gli eccidi perpetrati dagli invasori piemontesi, le prepotenze dei liberal massoni di ieri e di oggi; e soprattutto vogliono farci dimenticare che il Sud era ricco e che il Nord era pezzente.
La parte centrale del libro è dedicata alla descrizione dei massacri operati dai piemontesi nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi oggi in provincia di Benevento, distanti fra loro circa 5 chilometri. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; oggi il numero degli abitanti sia nell'uno che nell'altro paese è dimezzato.
Come in un diario vengono annotati e commentati i tragici avvenimenti che portarono nell'agosto del 1861 alla distruzione dei due paesi.
Per capire con quale spirito i piemontesi erano venuti nel Meridione, basta leggere il contenuto di un bando che un capitano dei bersaglieri piemontesi aveva fatto affiggere per le vie di un paese. Eccolo: «1) Chiunque tratterà o alloggerà briganti sarà fucilato. 2) Chiunque darà segno di tollerare o favorire il più piccolo tentativo di reazione sarà fucilato. 3) Chiunque verrà incontrato per le vie interne o per le campagne con provvigioni alimentari superiori ai propri bisogni, o con munizioni da fuoco per ingiustificato uso, sarà fucilato. 4) Chiunque, avendo notizie dei movimenti delle bande non sarà sollecito di avvisare il sottoscritto, verrà considerato nanutengolo o come tale fucilato». I piemontesi vennero ad imporre la loro inciviltà con i fucili.
E i meridionali si opposero. Preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte.
Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro insorsero, abbatterono le insegne savoiarde ed issarono nuovamente le bandiere borboniche. In quei giorni caldi di agosto, il Sud era quasi libero dal gioco piemontese. Le truppe sabaude venivano regolarmente battute dai partigiani-briganti. I popoli meridionali - scrive ancora Ciano - sono sempre stati civili, non hanno mai invaso territori altrui e sono diventati belve quando hanno visto insidiate le loro donne e la loro libertà.
Il generale piemontese Cialdini, da Napoli, diede ordini precisi di stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione. Una compagnia, composta da quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, fu mandata a ristabilire l'ordine piemontese a Pontelandolfo. Anche per l'inesperienza del loro comandante Bracci, furono tutti fucilati. In un sommario processo furono giudicati colpevoli per aver invaso un regno pacifico senza dichiarazione di guerra e per aver fucilato migliaia di contadini e di giovani renitenti alla leva piemontese. Erano le 22,30 dell'11 agosto 1861.
La rappresaglia piemontese scattò rabbiosa. Un generale piemontese sentenziò: «Per ogni soldato ucciso moriranno cento cafoni». Una prima colonna di piemontesi, composta da 900 bersaglieri, si diresse verso Pontelandolfo, un'altra colonna, composta da 400 uomini, si diresse verso Casalduni. Era l'alba del 14 agosto 1861. E cominciò la mattanza.
Spararono contro vecchi, donne e bambini, sorpresi nel sonno. Diedero fuoco a tutte le case. I paesi divennero un immenso rogo. Uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla, saccheggi. Il massacro durò l'intera giornata.
Non si è mai saputo quanti furono i morti di Pontelandolfo, di Casalduni e degli altri paesi vicini. Certamente furono migliaia.
E così i piemontesi fecero l'unità d'Italia.
Rocco Biondi

Antonio Ciano, I Savoia e il Massacro del Sud, Grandmelò, Roma, 2a Ediz. Ottobre 1996, pp. 256

10 luglio 2010

Giuseppe Schiavone - Brigante post unitario

Il brigante post unitario Giuseppe Schiavone, da Franco Molfese definito «ardito e abile, batté ripetutamente truppe e guardie nazionali», nacque a Sant’Agata di Puglia (nell’attuale provincia di Foggia) il 19 dicembre 1838. Agì tra il 1861 e il 1864, collaborando anche con Michele Caruso e Carmine Crocco. Fu fucilato a Melfi dai piemontesi il 29 novembre 1864. Aveva solo 26 anni.
Non troviamo parole migliori per qualificare Giuseppe Schiavone che quelle di Giuseppe Osvaldo Lucera: «Nella realtà Schiavone è stato un insorgente diverso rispetto a quelli che apparvero, subito dopo l’Unità, nel nostro Meridione d’Italia. Questa diversità consiste in un diverso modo d’interpretare il suo ruolo e di condurre la sua azione. Questa sua peculiarità lo ha dimostrato con atti ed atteggiamenti che hanno quasi tutti un forte contenuto umanitario misto ad una specie di solidarietà con la vittima, non comune e per niente diffusa in quel mondo; quasi un comportamento con evidenti connotati francescani nei confronti dei suoi stessi avversari. Non è entrato nell’Olimpo dei capibanda più rappresentativi del periodo postunitario perché non gli riuscì mai di raggiungere l’intuito militare, misto al disprezzo per il nemico, di un Caruso o il militarismo acceso e non scalfibile di un sergente Romano, come non riuscì mai a sprigionare una carica politica e carismatica che invece riuscì a possedere un personaggio come l’avvocato Tardìo, né tanto meno fu un trascinatore di uomini come invece seppe fare Crocco, nella sua Lucania. Ma pur rimanendo alle falde del monte Olimpo, oppure ad oltre metà strada dalla vetta, Schiavone si è comunque distinto non solo per le sue qualità d’animo di brigante buono, riconosciute anche dall’immaginario collettivo che lo colloca tra i migliori interpreti di quella favolosa epopea, ma quanto per la purezza rivoluzionaria, o meglio per essere stato un fedele interprete del ribellismo contadino di indubbia efficacia».
Noi crediamo che l’opera di Lucera su Giuseppe Schiavone contribuirà a far ascendere questo brigante pugliese nell’Olimpo dei protagonisti del brigantaggio post unitario. Come merita.
Schiavone entrò nell’esercito borbonico come militare di leva nell’anno 1859. All’arrivo di Garibaldi, nel 1860, il comandante del suo reggimento si consegnò al Nizzardo senza sparare un colpo di fucile. Schiavone, nel frattempo diventato sergente, rimase consegnato in caserma fino alla caduta di Gaeta nelle mani dei piemontesi. Disciolto l’esercito borbonico, fu congedato e costretto a tornare a casa. Senz’arte né parte. Decise allora, come tanti altri, di darsi alla macchia, anche per non rispondere alla leva obbligatoria voluta dai piemontesi.
La banda di Schiavone aveva un numero di componenti che variava tra le 40 e le 50 unità, tutte a cavallo. Ne facevano parte ex soldati, contadini, ecclesiastici, perseguitati dalla giustizia, fuggiaschi e molte donne. Unito ad altre bande riuscì a comandare fino a 250 uomini armati, tutti a cavallo.
Quando la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Brigantaggio scese in Puglia, alla fine del gennaio 1863, Giuseppe Schiavone si mise ad osservare, dall’altura di un colle, la lunga colonna di soldati che l’accompagnavano. Scrive Lucera: «I commissari avevano soltanto sentito parlare di briganti, ma non ancora li avevano incontrati. L’unico a farsi vedere sui colli della sua Puglia fu proprio il brigante di Sant’Agata, tutto agghindato a festa per l’occasione».
Giuseppe Schiavone amò tante donne, ma quelle che segnarono la sua vita furono Rosa Giuliani e Filomena Pennacchio. La Giuliani lo consegnò ai boia piemontesi quando seppe che Filomena aspettava un figlio da Schiavone.
Prima di essere fucilato, Giuseppe Schiavone lanciò un grido disperato: «Popolo! Tu solo puoi ancora salvarmi, per te ho sempre combattuto!». Ed il popolo, perpetuandone la memoria fino a noi, lo ha salvato dalla morte.

Rocco Biondi
(Dalla mia prefazione al libro di Giuseppe Osvaldo Lucera: Giuseppe Schiavone - Brigante post unitario)

6 luglio 2010

Briganti meridionali

La storia del brigantaggio meridionale post unitario continua ad offrire a storici e ricercatori un vasto campo per approfondimenti e nuove scoperte. Gli archivi storici, che pur con riserva vengono messi a disposizione degli studiosi, svelano fatti ed avvenimenti che gli storici ufficiali e di regime hanno scientemente voluto ignorare e coprire.
L’aprioristica scelta di giustificare e convalidare comunque l’intervento piemontese nel Meridione d’Italia viene con progressivo e sempre maggiore vigore contestata sia da storici accademici che irregolari.
Cavour, Garibaldi ed altri personaggi, che la prosopopea risorgimentale ha voluto mitizzare, vengono declassati e valutati per il reale contributo che hanno fornito a quella che ormai molti chiamano la malaunità d’Italia.
Quella parte di storia italiana che inizia dal 1860 si arricchisce di nuovi personaggi e nuovi protagonisti che se avessero avuto il sopravvento avrebbero evitato a noi meridionali tanti lutti e tante sventure che durano fino ai giorni nostri.
Giuseppe Osvaldo Lucera ha sviluppato questi temi in quattro ponderosi volumi intitolati Vicende di un’altra storia. In essi ha affrontato le varie questioni attinenti all’Italia risorgimentale e alla volontà espansionistica savoiarda, dandone una lettura diversa da quella di regime. Mazzini, Cavour, Garibaldi vengono qualificati come “cattivi maestri”. La spedizione dei Mille viene descritta per quello che veramente è stata: storia di tradimenti, corruzioni, truffe, frodi, inganni, soprusi.
Nuovi personaggi irrompono legittimamente sulla scena storica. Sono la stragrande maggioranza degli abitanti che nel 1860 vivevano nel Regno delle Due Sicilie, aggredito, invaso ed annientato senza alcuna dichiarazione di guerra. Per la maggior parte erano contadini.
Essi non vennero chiamati ad esprimere la loro opinione nel plebiscito di adesione al Regno del Piemonte. In quel plebiscito-truffa votarono solamente i “galantuomini”.
Quasi tutti gli abitanti del Sud si opposero e si ribellarono. Il braccio armato di questa resistenza ai sardo-piemontesi furono i briganti, che per noi hanno solo ed esclusivamente una connotazione positiva. Erano insorgenti, resistenti, giustizieri, guerriglieri e non delinquenti.
Il brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di sollevazione di popolo, con aspetti fortemente sociali e politici.
Moltissime furono le bande di briganti che operarono in tutte le regioni del Sud d’Italia.
In Basilicata agirono Carmine Crocco Donatelli, Giuseppe Nicola Summa (Ninco-Nanco), Michele Volonnino, Donato Tortora, Caporal Teodoro Gioseffi e molti altri.
In Puglia operarono il sergente Pasquale Romano, Cosimo Mazzeo (Pizzichicchio), Giuseppe Nicola La Veneziana, Antonio Lo Caso (Il capraro), Riccardo Colasuonno (Ciucciarello), Francesco Monaco, Giuseppe Valente (Nenna-Nenna), Michele Caruso, Angelo Maria Villani (lo Zambro).
Altri importanti briganti meridionali post unitari furono Luigi Alonzi (Chiavone), Giuseppe Tardìo, Francesco Guerra, i fratelli Cipriano e Giona La Gala, Agostino Sacchitiello, Gaetano Manzo, Antonio Cozzolino (Pilone) e tanti altri.
Franco Molfese nella sua fondamentale Storia del Brigantaggio dopo l’Unità individua ben 388 bande, dalle piccole, composte di pochi individui (5-15), fino alle grandi, che raggiunsero e superarono talvolta i 100 uomini, con punte fino a 300-400 componenti.
Sul teatro di guerra della resistenza meridionale antipiemontese, a fianco dei briganti, entrarono in scena anche molti stranieri (quasi tutti ufficiali di eserciti vari): José Borges, Alfredo de Trazegnies, Rafael Tristany, Edwin Kalkreuth, Emile de Christen, Ludwig Richard Zimmermann e altri.

Rocco Biondi
(Dalla mia prefazione al libro di Giuseppe Osvaldo Lucera: Giuseppe Schiavone - Brigante post unitario)

15 giugno 2010

Pino Aprile e Antonio Ciano ai Sabati Briganteschi

Sabato 26 giugno 2010 - Ore 19,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”,
PINO APRILE, Scrittore e Giornalista, presenta il suo libro edito da Piemme "Terroni" - Quello che gli italiani venuti dal Nord ci fecero fu spaventoso. I briganti reagirono.
ANTONIO CIANO, Segretario nazionale del “Partito del Sud”, parlerà sul tema "Le stragi fatte dai Savoia contro il Sud".

Pino Aprile è nato a Gioia del Colle (Bari), Giornalista e scrittore, è stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale di approfondimento del Tg1 “Tv7”. Dopo le dimissioni da Gente, si è dedicato alla sua “grande passione”, la vela. Ha diretto il mensile Fare Vela e scritto libri di mare e vela.

Il recente libro di Pino Aprile “Terroni” sta ottenendo un grandissimo successo editoriale. E’ un libro di guerriglia culturale in difesa del Sud.
I piemontesi, quando centocinquant'anni fa invasero il nostro Meridione, fecero terra bruciata (in alcuni casi letteralmente) di tutto ciò che di buono avevamo. Saccheggiarono le nostre città, stuprarono le nostre donne, rasero al suolo e bruciarono tanti paesi, praticarono la tortura più spietata, fucilarono tanti contadini senza processo e senza condanna, incarcerarono donne e bambini, aprirono al Nord campi di concentramento e sterminio dove tormentarono e fecero morire tanti italiani del Sud squagliandoli poi nella calce viva; quelli del Nord s'inventarono leggi speciali per annientare noi meridionali, venne depredato tutto l'oro del Regno delle Due Sicilie, vennero trafugate le opere d'arte dei ricolmi nostri musei.
L'impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell'Unità d'Italia.
I nostri padri briganti tentarono di reagire a questi immani soprusi e in alcuni momenti sembrò che potessero avere il sopravvento, ma così non fu. I piemontesi schierarono contro di noi nel Sud i due terzi dell'intero esercito italiano. E fu una carneficina.
Ma la storia ufficiale ignora queste verità. I libri di storia che circolano nelle scuole di ogni ordine e grado tacciono. I documenti che ancora non sono stati distrutti vengono nascosti. I meridionali, man mano che ci si allontanava dai tempi in cui quei fatti accaddero, dimenticavano e rimuovevano.
Qualcosa però sta cambiando negli ultimi anni. Vengono fatti tantissimi convegni dove si dibatte del Regno delle Due Sicilie, del Brigantaggio, degli eccidi patiti, della storia dimenticata.
Le famiglie meridionali si sentono onorate se scoprono di aver avuto fra i loro antenati un brigante. Il termine “brigante” comincia ad assumere una connotazione positiva, come deve essere.

Antonio Ciano è autore de "I savoia e il massacro del Sud", " Le stragi e gli eccidi dei Savoia", "Per il sangue di Tata" e, assieme ad altri autori, di "Briganti& Partigiani". E' segretario nazionale del “Partito del Sud”. E' assessore a Gaeta, città-simbolo della resistenza all'invasione piemontese, eletto nella lista del “Partito del Sud”.

Antonio Ciano parlerà dei massacri commessi dai Savoia contro il Sud: Casalduni, Pontelandolfo, Gaeta, Fenestrelle, delle stragi e degli eccidi compiuti durante il loro regno. Non solo quelli commessi nel Sud, ma anche nel Nord, in Jugoslavia, in Libia, in Etiopia. Parlerà della questione Meridionale, di quella Romana e di come il Sud deve affrontare politicamente tali questioni.

Rocco Biondi
Presidente Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”

26 maggio 2010

Giuseppe Pennacchia ai Sabati Briganteschi

Sabato 29 maggio 2010 - ore 19,00
Biblioteca Scolastica “Giovanni Neglia” - Piazza Ostillio – Villa Castelli (Brindisi)

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”, Giuseppe Pennacchia, Storico del Brigantaggio e Docente di Igiene Ambientale presso l’Università La Sapienza di Roma, terrà una conferenza sul tema: “Flashback sui briganti: vendicatori giustizieri guerriglieri”.

Una storia del brigantaggio può essere delineata sin dagli albori dell’umanità, quando nel consesso sociale cominciarono a differenziarsi ruoli e comportamenti, il cui giudizio, non fermato alla sola natura etica del ruolo, va approfondito in termini di effettivo contributo allo sviluppo della nostra storia, che spesso coincide con quella dei vinti. Lo stesso immaginario mitologico consolida questa figura, ponendola nel panteon divino, con qualità e missioni ben precise, a dimostrazione di quanto sia tenuta in considerazione la sua attività. Solo attraverso l’esame degli aspetti sociologici, antropologici, e se vogliamo anche letterari del fenomeno, si può dipanare quel fil rouge che accompagna la storia ufficiale fino ai giorni nostri, con l’emergere di questi eroi della contro-storia, o, meglio, di questi contro-eroi della storia. Gli aspetti essenziali dell’uomo-brigante si imperniano su quattro punti essenziali: lo switch ovvero il mutamento radicale ed improvviso del tipo di vita, le ragioni dell’inizio dell’attività brigantesca, la natura della leadership, la morte. Ed è proprio la morte, attraverso un flashback della vita del brigante, che vede quel corpo pesantemente abbattuto sul terreno, rialzarsi riprendere vita, per far riflettere ed ammonire, per dare qualche speranza a chi più non ce l’ha. Il contro-eroe, tale solo perché inviso al potere, rimette in piedi tutti i nodi di una storia sommersa che nella sublimazione eroica combatte la supremazia del forte contro il debole. Occorre riconsegnare al fenomeno del brigantaggio la concretezza della versione popolare, senza perdere di vista, di fronte alla corposità del fatto, il senso ed il significato della Storia, ma solo per arricchirlo.

Giuseppe Pennacchia, pronipote di Michele Pezza di Itri, detto Fra’ Diavolo, nato ad Ascoli Piceno nel 1944, ingegnere, dirigente d’azienda, è autore di numerose pubblicazioni nel campo dell’ingegneria dell’ambiente e dell’energia, ed è docente di Igiene Ambientale presso la Facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma. E’ stato Sindaco del comune di Giove (Terni).

Opere di Giuseppe Pennacchia:
L’Italia dei briganti, intr. Di Paolo De Nardis (Rendina, Roma, 1999)
La guerra lampo del Tevere del 1798 (Punto Uno, Terni, 2004)
Briganti in Terra di Santi, Storie e leggende di fuorilegge in Umbria (Punto Uno, Terni, 2005)
Fra’ Diavolo. Nascita di un mito (Odisseo, Itri, 2006)
Brigantaggio in Basilicata (Odisseo, Itri, 2007)
Storie di Briganti. Dieci sceneggiati sui briganti italiani: Musolino, Crocco, Ninco Nanco, Chiavone, Tiburzi, Mayno della Spinetta, Michelina De Cesare, Francesca La Gamba (la Capitanessa), Giovanni Tolu, il Passatore (Produzione RAI International per il programma Racconto Italiano, 2009).

Sin dal mattino del 29 maggio 2010, presso i locali della Scuola Elementare in Piazza Ostillio, sarà allestita una mostra iconografica (incisioni, acqueforti, stampe) sul tema “Briganti & Brigantaggio tra '800 e '900”.

Rocco Biondi
Presidente Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”

5 maggio 2010

Noi non celebriamo l'unità d'Italia, ma ricordiamo

Noi meridionali non celebriamo, né possiamo celebrare, nessuna unità d'Italia. Ricordiamo fatti e misfatti che portarono a quell'unità, realizzatasi solo sulla carta e non nella realtà.
Il cosiddetto Risorgimento è una serie infinita di bugie che gli storici di regime hanno inculcato attraverso i libri di testo nelle scuole italiane.
Il Sud fu conquistato dai piemontesi con la forza, senza alcuna dichiarazione di guerra.
Il cosiddetto Plebiscito del 21 ottobre 1860 sull'annessione al Piemonte del Regno delle Due Sicilie fu una tragica farsa. Fu pilotato ed imposto con la forza.
Su Garibaldi ci hanno raccontato, e continuano a raccontarci, un sacco di menzogne. Nei fatti fu pirata e corsaro, mercenario e negriero, artefice di saccheggi omicidi e ruberie varie, probabile complice dell’assassinio di sua moglie Anita, amministratore incapace. Solo una propaganda interessata e gigantesca ha potuto trasformarlo in eroe nazionale.
All'annessione piemontese si opposero i Briganti, che non erano, come si volle far credere, dei criminali. Il Brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di sollevazione di popolo, con forti aspetti sociali e politici.
La Commissione d'inchiesta sul Brigantaggio, mandata nel Sud nel 1863, ascoltò solo i cosiddetti “galantuomini” della classe borghese, che si schierò con gli invasori piemontesi per salvaguardare i loro interessi economici. Non fu ascoltato il popolo. La colpa di tutto veniva data agli spodestati Borbone e all'ignoranza degli abitanti nelle campagne meridionali. Il brigantaggio veniva considerato delinquenza comune.
La legge Pica, in vigore dal 15 agosto 1863 al 31 dicembre 1865, sospese tutti i diritti. I reati di brigantaggio venivano giudicati dai Tribunali militari. Chi veniva trovato con le armi in mano veniva punito con la fucilazione immediata. Veniva condannato al carcere o al confino chiunque aiutava i briganti.
Il brigantaggio mise in crisi il neonato Stato unitario e per poco non riuscì a spezzarlo.
La carneficina degli “italiani” del Sud, ad opera dei piemontesi, fu immane. Statistiche ufficiali riportano che, tra il 1861 e il 1872, ci furono 154.850 caduti in combattimento, 111.520 fucilati o morti in carcere, con un totale di perdite quindi tra i Briganti di 266.370 unità. Le perdite piemontesi furono invece di solo 23.013 unità.
Altri italiani del Sud furono internati nei “lager dei Savoia”. In totale circa 58.000 uomini, fatti prigionieri, furono deportati al Nord. Il più famigerato di questi campi di concentramento fu Fenestrelle, una vecchia fortezza nella Val Chisone a 2.893 metri di altitudine, in provincia di Torino. Da quella fortezza nessuno riuscì mai ad evadere. I morti venivano gettati, per motivi igienici, in un’enorme vasca di calce viva.
L'unità d'Italia ha costretto dopo il 1861 diversi milioni di meridionali ad emigrare all'estero.
Noi non festeggiamo, ma ricordiamo.

21 aprile 2010

Valentino Romano ai Sabati Briganteschi

Sabato 24 aprile 2010 - ore 19,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”, Valentino Romano presenta in prima assoluta il suo libro “Nacquero contadini, morirono briganti”, edito da Capone Editore.
Introdurranno Flavia Perrotti, docente di Lettere presso il Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti, e Annalisa Montinaro, editore e scrittrice.

Per comprendere pienamente il brigantaggio postunitario meridionale, liberandolo da ogni orpello ideologico bisogna calarsi nel mondo contadino dell’epoca che ne è il substrato culturale e sociale. Le storie riportate, sono state recuperate pazientemente in anni di scavi archivistici da Valentino Romano e aprono uno squarcio interessante, spesso inedito, su questo mondo nel quale convivono e si scontrano tutti insieme cafoni e galantuomini, idealisti e profittatori, ultimi eroi romantici e avventurieri di sempre, mestatori e doppiogiochisti, briganti e soldati, vittime e carnefici, sbirri e grassatori, giudici e imputati, carnefici e condannati, preti avidi e monaci intriganti, mogli e amanti, eroine e puttane: comparse che affollano il Sud, palco di speranze, di illusioni e di delusioni sul quale, malinconicamente dissoltosi il Regno delle Due Sicilie, va in scena la nuova Italia. I briganti ci appaiono come feroci e sanguinari individui e sono conosciuti soltanto per le loro imprese o per la loro fine tragica. Ma della loro umanità, delle loro passioni, delle loro debolezze quasi mai nessuno se ne è occupato. A questo vuoto ideologico, dice Zanetov nella sua prefazione, ha rimediato Valentino Romano e nelle pagine che ha scritto “ci sono dolore e leggerezza insieme, crudeltà e amore: c’è umanità e disumanità come antinomia della stessa essenza: quella della realtà fatta di carne, delle sue pulsioni…”, come ha aggiunto la Mazzitelli nella sua postfazione.
Valentino Romano ha voluto dimostrare anche che in una storia tragica ed esaltante come quella del brigantaggio non ci sia bisogno di inventare nulla, è sufficiente leggere le carte e raccontarle. Così le storie che ha tratto dagli archivi sono assolutamente vere e rappresentano squarci di un affresco del mondo contadino, della sua rabbia, delle sue rivolte, delle sue tenerezze, dei suoi limiti. Le storie sono il pretesto a cui l’autore ricorre per avvicinare il lettore alle problematiche del periodo, dapprima per coinvolgerlo emotivamente e poi per farlo riflettere sui silenzi e sulle mistificazioni della storia ufficiale.
Lo sforzo di Valentino Romano non è tanto quello di giustificare o esecrare, ma scavare nelle stratificazioni ideologiche e riportare alla luce l’uomo del Sud di ieri, con i suoi pregi e i suoi limiti, e riproporlo a quello di oggi; e a questi, ad esempio, fa chiedere da Ninco Nanco, attraverso un documento inedito da lui scoperto: “voi al posto mio che cosa avreste fatto?”.

Dopo la presentazione del libro di Valentino Romano verrà inaugurata la sede dell'Associazione "Settimana dei Briganti - l'altra storia", sita nella strada Pasquale Romano / Sergente Brigante. Questa strada era un vicolo di Via Garibaldi ed è la prima in tutta l'Italia che viene intitolata al Sergente Romano, un brigante legittimista nato a Gioia del Colle (Bari) nel 1833 e morto ucciso dai piemontesi il 5 gennaio del 1863.
L'iniziativa dell'intitolazione di una strada al sergente brigante Pasquale Domenico Romano in Villa Castelli (Brindisi) è dell'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”.

3 aprile 2010

Terroni, di Pino Aprile

“Terroni” di Pino Aprile è un libro di guerriglia (culturale), che se applicata potrebbe liberare noi meridionali dalla minorità alla quale ci hanno educato durante i centocinquant'anni di unità d'Italia. Da questa prigione si può evadere, la porta non è chiusa. E qualcuno comincia a sbirciare fuori.
Bisogna tornare a ricordare chi eravamo. Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie era dal punto di vista industriale al terzo posto nel mondo dopo Gran Bretagna e Francia ed addirittura al primo in molte innovazioni tecniche e libertà civili. I Savoia piemontesi ci hanno espropriato di tutto. Un esempio per tutti è quello che hanno fatto di Mongiana, il più ricco distretto minerario e siderurgico dell'Italia intera, situato in Calabria. L'acciaio di Mongiana rese autonomo il Regno nella produzione di travi per la costruzione di ponti sospesi in ferro e per la cantieristica della seconda flotta mercantile al mondo, dopo quella inglese. L'arsenale di Castellamare era il più grande del Mediterraneo. L'acciaio calabrese forniva i binari per l'industria ferroviaria napoletana di Pietrarsa, dove venivano fabbricate anche motrici navali. La siderurgia calabrese fu soppressa dal governo unitario solo perché era situata nel Meridione; l'industria italiana doveva essere settentrionale. A Mongiana, quando fu chiusa, lavoravano 1.200 operai.
I piemontesi, quando centocinquant'anni fa invasero il nostro Meridione, fecero terra bruciata (in alcuni casi letteralmente) di tutto ciò che di buono avevamo. Saccheggiarono le nostre città, stuprarono le nostre donne, rasero al suolo e bruciarono tanti paesi, praticarono la tortura più spietata, fucilarono senza processo e senza condanna tanti contadini, incarcerarono donne e bambini, aprirono al Nord campi di concentramento e sterminio dove tormentarono e fecero morire tanti italiani del Sud squagliandoli poi nella calce viva, quelli del Nord s'inventarono leggi speciali per annientare noi meridionali, venne depredato tutto l'oro del Regno (le lire-oro napoletane costituivano i due terzi della ricchezza di tutta l'Italia messa insieme), vennero trafugate le opere d'arte dei ricolmi nostri musei.
L'impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell'Unità d'Italia.
I nostri padri briganti tentarono di reagire a questi immani soprusi e in alcuni momenti sembrò che potessero avere il sopravvento, ma così non fu. «Fummo calpestati e ci vendicammo», disse per tutti un brigante. I piemontesi schierarono contro di noi nel Sud i due terzi dell'intero esercito italiano. E fu una carneficina. Secondo alcuni vi furono circa un milione di morti fra i meridionali.
Ma la storia ufficiale ignora queste verità. I libri di storia che circolano nelle scuole di ogni ordine e grado tacciono. I documenti che ancora non sono stati distrutti vengono nascosti. I meridionali, man mano che ci si allontanava dai tempi in cui quei fatti accaddero, dimenticavano e rimuovevano. «Noi non sappiamo più chi fummo - scrive Aprile -. Ed è accaduto che i meridionali abbiano fatto propri i pregiudizi di cui erano oggetto. E che, per un processo d'inversione della colpa, la vittima si sia addossata quella del carnefice».
Qualcosa però sta cambiando negli ultimi anni. Vengono fatti tantissimi convegni dove si dibatte del Regno delle Due Sicilie, del Brigantaggio, degli eccidi patiti, della storia dimenticata. Sono nate case editrici specializzate su questi argomenti, come “Controcorrente” e “Editoriale Il Giglio”. Vengono pubblicati periodici come “L'Alfiere”, “Due Sicilie”, “Il Brigante”, “Nazione Napoletana”, “Nuovo Sud”. Sul Web fioriscono siti e blog che fanno informazione militante. Il silenzio-assenso del Meridione sta per finire. Forse siamo condannati all'ottimismo, scrive Aprile.
Le famiglie meridionali si sentono onorate se scoprono di aver avuto fra i loro antenati un brigante. Il termine “brigante” comincia ad assumere una connotazione positiva, come deve essere.
Pino Aprile è nato a Gioia del Colle, la patria del Sergente Romano, in provincia di Bari. Suo padre gli parlava del Romano come di un messia, non come di un delinquente. Era imprendibile, coraggioso, abile in campo aperto, ma più in azioni di commando, trasformò il brigantaggio in guerra civile e legittimista. I piemontesi occupanti dovettero impiegare migliaia fra soldati, carabinieri e guardie nazionali, per riuscire a isolare, catturare e uccidere Pasquale Domenico Romano, ex ufficiale borbonico.
Alessandro Romano, un discendente di Pasquale Domenico Romano, raccoglie e conserva cimeli appartenuti al famoso capo brigante legittimista e rinverdisce riattualizzandoli fatti ed episodi del Regno delle Due Sicilie. Ma più ancora vuole trovare le prove della memoria perduta, setacciando archivi comunali, notarili, ecclesiastici, biblioteche. Suo zio Salvatore gli aveva detto: «Quello che sta nei libri di storia so' bugie: i piemontesi non hanno unificato l'Italia, hanno allargato il Piemonte e a noi Romano c'hanno rovinato. Non è vero che Garibaldi fu accolto come liberatore. Non è vero che i Borbone erano tiranni. Non è vero che al Sud c'erano fame e miseria: dal Sud non se ne andava nessuno. Allora». E Alessandro sta scoprendo e comunicando agli altri che tutto quello che gli diceva zio Salvatore era vero. «Noi siamo per l'Italia una e indivisibile - conclude Alessandro -, è nata con i soldi che ci hanno preso e col nostro sangue. La federazione andava fatta prima, non dopo che ci hanno fregato tutto. Ma la verità la voglio. Bisogna riequilibrare la storia».
Altri vogliono accelerare i tempi. Antonio Ciano, di Gaeta, è il fondatore del “Partito del Sud”, che è presente in Lazio, Campania, Sicilia e vorrebbe allargarsi a tutto il Sud. Nelle ultime elezioni amministrative a Gaeta, città-simbolo della resistenza all'invasione piemontese, il Partito del Sud di Ciano e una lista civica vinsero. «Dopo centoquarantasette anni ci siamo ripresi la fortezza» proclamò Ciano. E per i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia, la città di Gaeta ha avviato le procedure per chiedere ai Savoia il risarcimento dei danni dell'assedio del 1861: duecentosettanta milioni di euro. Oltre ai bombardamenti, quell'anno i piemontesi per riscaldarsi distrussero centomila ulivi. Di trecento frantoi non ne rimane uno. Ed ora, conclude Ciano, siamo per l'Italia unita. «L'Italia fu unita col sangue nostro, i soldi nostri rubati e portati al Nord. E mo' ce la teniamo: l'abbiamo pagata. Siamo repubblicani e unitaristi».
La mala unità ha diffuso i suoi malefici effetti per centocinquant'anni, dal 1861 ai giorni nostri. I nordisti italiani hanno sfruttato noi meridionali e continuano a farlo. Giustino Fortunato nel 1923 scriveva a Benedetto Croce: «Non disdico il mio unitarismo. Ho soltanto modificato il mio giudizio sugli industriali del Nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri».
Con i soldi del Sud furono pagati i debiti del Nord. Fu demolita un'economia promettente e minata la sua rinascita con meccanismi di preclusione che funzionano ancora dopo centocinquant'anni. Il fascismo prima ed il berlusconismo oggi hanno portato avanti quest'impresa. I soldi dell'intero paese vengono dirottati in una sola parte del paese: da Roma in su. Solo lì si investe in strade, ferrovie, scuole, spese militari, porti, bonifiche. Dal 1860 al 1998 lo stato italiano ha speso in Campania duecento volte meno che in Lombardia, trecento volte meno che in Emilia, quattrocento volte meno che in Veneto. Nel 1996 si scoprì che l'Isveimer, banca nata per aiutare lo sviluppo del Sud, finanziava la Fininvest di Berlusconi, con quattrocentocinquanta miliardi.
Un esempio mastodontico della chiusura dell'Italia unita verso il Mezzogiorno è la costruzione della strada Salerno-Reggio Calabria, dai tempi biblici. La Cgil ha calcolato che, con l'attuale ritmo di sette chilometri all'anno, la Salerno-Reggio Calabria sarebbe stata completata nel 2040. Se tutto va bene. I gruppi che si aggiudicano i lavori sono sempre gli stessi, con successiva parcellizzazione in una miriade di subappalti, governati dalla 'ndrangheta, che è diventata la più moderna e internazionale delle mafie. Le cosche riscuotono, federate, il 3 per cento degl'importi. A chi paga non succede niente. Successivamente questi soldi tolti al Sud vengono investiti al Nord; né più né meno di come avviene con le banche e con Tremonti. Fermando la 'ndrangheta forse si fermerebbero per anni i lavori sull'autostrada. E questo non conviene a nessuno. Non converrebbe all'Anas, ai grandi gruppi nazionali, alla politica, agli stessi calabresi. C'è forse un interesse collettivo a non finire l'autostrada. La Salerno-Reggio Calabria, così letta, è uno strumento nazionale e locale di educazione alla minorità meridionale.
Che fare? Come ribellarsi all'oppressione dei nordisti che considerano noi meridionali “ottentotti”, “irochesi”, “beduini”, “peggio che Affrica”, “degenerati”, “ritardati”, “selvaggi”, “degradati”? Pino Aprile una soluzione la suggerisce. Tornare soli. Se si dovesse giungere alla separazione Nord-Sud, in Italia, i conti andrebbero fatti finalmente e dovrebbero contemplare i danni e i furti dell'invasione e quelli di centocinquant'anni di strabismo di stato alpino. Ma quanto varrebbe il Meridione, staccato dal resto d'Italia? Poco. Ma da soli, avremmo la possibilità di trasformare i nostri ritardi in occasioni di sviluppo. Non dovendo più “far media” con il reddito del Nord, diverremmo immediatamente il paese europeo ad avere maggiore diritto agl'incentivi economici per lo sviluppo; con un impagabile vantaggio aggiuntivo: che i soldi dell'Europa per il Sud, resterebbero al Sud. Solo dopo ci si potrebbe rimettere insieme, ma da pari.
Ma nell'attesa di questa radicale soluzione, l'emigrazione - scrive Aprile - può essere un giacimento di valori (anche economici), una ricchezza, se si riannodano i fili con chi, dei nostri, ha mostrato capacità in tanti campi, altrove. E se riusciamo a coinvolgerli in progetti che li riportino al Sud, con la quantità e varietà delle esperienze maturate.
In conclusione un'annotazione su di una cosa che non condivido: la larvata simpatia di Aprile per don Liborio Romano, l'uomo di Patù che consegnò il Regno delle Due Sicilie ai piemontesi. Per me don Liborio rimane un cattivo maestro risorgimentale insieme a Garibaldi, Cavour, Mazzini.
“Terroni” di Pino Aprile è un libro eccezionale da far leggere a tutti i Meridionali, anche con eventuali sunti alla Bignami per i più infingardi.
Rocco Biondi

Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che é stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero "meridionali", Piemme, Milano 2010, pp. 306, € 17,50

22 marzo 2010

Mario Spagnoletti ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 marzo 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Mario Spagnoletti, professore di Storia Contemporanea presso l'Università di Bari, parlerà sul tema:
“Risorgimento e Brigantaggio. Commissione d'inchiesta sul brigantaggio e legge Pica”.

Il Risorgimento italiano continua a perdere quell'alone aprioristicamente positivo che per molto tempo gli è stato riservato. Storici e studiosi, basandosi su una mole immensa di documenti per molti anni nascosti o trascurati, danno una valutazione più critica sui fatti che hanno portato all'unità d'Italia. Si prende atto che quell'unità più che anelito di popolo è stato il frutto delle mire espansionistiche dei Savoia piemontesi, avallate da plurimi interessi dei grandi Stati che all'epoca governavano l'Europa. Viene fuori prepotentemente il movimento popolare che nel Meridione si oppose a quell'annessione: il brigantaggio politico e sociale.
Dice il professore Spagnoletti: «Nel 1931, in un saggio apparso su “Archivio Storico per le Province Napoletane”, Gino Doria liquidò sin troppo sbrigativamente e perentoriamente il brigantaggio meridionale postunitario come un fenomeno criminale puro e semplice, da espungere dalla più vitale storia dell’Italia. Bisognerà attendere la caduta del fascismo e il secondo dopoguerra perché la storiografia, specie quella più attenta alla storia politico-sociale, cominciasse a dedicarsi con attenzione e continuità alla storia della società italiana post-unitaria, privilegiando le ricerche più strettamente legate all’analisi dei rapporti tra stato e società civile e, più in particolare, di quelli tra Mezzogiorno e Stato unitario».
Insieme alle fragilissime basi di consenso su cui poggiava l’ossatura del nuovo organismo statale, anche a causa del ristrettissimo suffragio elettorale, dai nuovi studi e scavi archivistico-documentari veniva approfondita e arricchita la conoscenza del significato che ebbe la contrapposizione tra “paese legale” e “paese reale”, già denunciata dai contemporanei.
Non è casuale, con riferimento al Mezzogiorno, che la corretta sottolineatura della frattura tra “governanti” e “governati” approdasse ad una rinnovata attenzione al problema del brigantaggio, visto come prisma attraverso cui leggere la storia delle province meridionali nei mesi immediatamente successivi al Plebiscito.
La violenta opposizione del sud ai nuovi reggimenti politici e istituzionali, d’altronde, costituiva oggettivamente un osservatorio privilegiato per valutare i caratteri dell’opera di governo della Destra storica, impegnata in un difficile tentativo di armonizzazione dei diversi tronconi degli stati italiani pre-unitari.
Il quinquennio 1861-1865, coincidente nelle province meridionali con la stagione del “grande brigantaggio”, non solo non può essere enucleato dalla storia italiana contemporanea, ma esso costituisce, anzi, una fondamentale cartina di tornasole per valutare a fondo le linee politiche riuscite vincenti nei tormentati anni a cavallo dell’unificazione e che avranno una permanenza relativamente lunga nella successiva storia nazionale.
In un quadro che sembrava porre a rischio l’unità appena realizzata, le classi dirigenti liberali ridussero sostanzialmente il Mezzogiorno - prima e dopo la legge Pica - ad un mero “problema di ordine pubblico”, dimenticando il monito cavourriano di imporre l’unità anzitutto attraverso la “forza morale”.
Gli eredi di Cavour – conclude Spagnoletti – utilizzarono senza limiti il ricorso alla coazione militare più ancora che giuridica, dando vita ad una legislazione di emergenza che, oltre ad accentuare paradossalmente una sorta di “costrizione alla libertà”, deviò bruscamente dallo Stato di diritto, denegò i diritti pubblici soggettivi pur garantiti dallo Statuto del Regno, annullò l’allora vigente diritto positivo, segnò negativamente anche per il futuro i rapporti tra governanti e governati, tra autorità e libertà.

Dopo l'intervento del professor Spagnoletti verrà proiettato il documentario “Carmine Crocco - dei briganti il generale”, realizzato da Antonio Esposito e Massimo Lunardelli.

20 marzo 2010

Vicende di un'altra storia, di Giuseppe Osvaldo Lucera

Opera quasi monumentale sul brigantaggio meridionale, composta di quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Il sottotitolo, a chiarimento, recita: “Insorgenza, Risorgimento, Unità d'Italia, Brigantaggio. Studio e critica di un periodo oscuro della nostra Storia Patria”. Il periodo oscuro è in senso lato il cosiddetto Risorgimento, in senso più ristretto riguarda il decennio postunitario 1860-1870 che registrò in tutto il Mezzogiorno d'Italia una forte reazione di massa contro quella che veniva percepita come una invasione-annessione da parte del Regno piemontese dei Savoia.
L'unità d'Italia fu per il Meridione un'immane tragedia, che costò la vita di tantissimi uomini, donne, vecchi, bambini, rei soltanto di difendere la propria terra e le proprie tradizioni, che furono cancellate con una guerra d'invasione e con un plebiscito pilotato e imposto con la forza.
La storiografia ufficiale sui fatti accaduti in quegli anni si è sempre preoccupata di far piacere al Potere, distruggendo ed eliminando tutto ciò che al Potere non aggrada, finendo così inevitabilmente con lo scrivere una storia parziale e per niente obiettiva. Lucera ha fatto del Risorgimento uno studio alternativo, da un'altra angolazione e da un altro punto di vista, cercando di mettere in evidenza tutto ciò che dagli storici di regime è stato volutamente nascosto; ha cercato di smentire l'infinita sequela di bugie che sono state inculcate nelle scuole italiane con i libri di testo. Ha voluto stilare, per una corretta e giusta giustizia storica, una versione meridionale di quella che fu la conquista del Sud da parte dei Savoia piemontesi.
Come premessa vengono presentate ed esaminate una serie di questioni che hanno caratterizzato la politica e la società degli anni in cui veniva costituendosi il nuovo Stato italiano, con conseguenze negative che arrivano fino ai giorni nostri.
L'Italia dell'Ottocento era suddivisa in tanti piccoli stati, regni e ducati. Il più grande era il Regno delle Due Sicilie, che comprendeva la Campania, l'Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Puglia, la Calabria e la Sicilia. Seguiva lo Stato Pontificio, che comprendeva grosso modo il Lazio, le Marche e l'Umbria. L'altro Regno era quello di Sardegna, formato dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Sardegna, dalla Savoia e dalla contea di Nizza. Il Regno Lombardo-Veneto era sotto l'influenza austriaca, e per esso si combattettero le guerre d'indipendenza. Vi erano ancora presenti in Italia, con una loro indipendenza, il Granducato di Toscana, e i ducati di Modena e di Parma.
A volere l'unificazione dell'Italia, sotto l'egida dei Savoia, fu una piccola e sparuta minoranza borghese, aiutata in minima parte dall'aristocrazia e da una piccolissima fetta della nobiltà, soprattutto quella terriera e provinciale. La borghesia era la classe intermedia tra la nobiltà rurale, cittadina o aristocratica e il mondo dei contadini. La borghesia appariva molto equilibrata e molto moderata. Sue caratteristiche erano un esasperato ed esteriore moralismo, che sfociava nell'ipocrisia religiosa.
Molteplici in quegli anni erano in Italia le correnti d'opinione, che possono raggrupparsi in due grandi movimenti: quello dei conservatori dello status quo (aristocratici e nobili, uniti all'intero mondo contadino) e quello che auspicava un'Italia unita, governata da un potere borghese e monarchico (unionisti, annessionisti, federalisti, teocratici).
I piemontesi, i liberali, i galantuomini risolsero il tutto dando inizio, il 6 maggio 1860, all'invasione dei territori del Regno delle Due Sicilie. Scrive Lucera: «Non si andava a soccorrere nessuno, perché nessuno aveva chiesto aiuto. Non si andava ad abbattere nessun sovrano assoluto perché non si sostituisce un sovrano assoluto con un altro dello stesso genere. Non si andava a liberare nessun paese, perché nessun paese era occupato da un altro popolo straniero».
Fu una pura e semplice annessione. I “cattivi maestri” di questa losca operazione furono Giuseppe Garibaldi (eroe o pavido?, ateo e negriero?, esperto finanziere o ladro?), Camillo Benso conte di Cavour (lo spergiuro), Giuseppe Mazzini (il “rivoluzionario”), Liborio Romano (l'uomo di Patù); a cui si possono aggiungere Carlo Pisacane e i fratelli Bandiera. A tutti questi personaggi Lucera, nei suoi libri, dedica molte e chiarificatrici pagine.
A questa annessione si opposero i
Briganti, che avevano dalla loro parte il popolo (contadini ed ex militari borbonici) ma anche il Clero e i Comitati borbonici. Questa resistenza del Sud contro i Savoia non ebbe successo per l'abissale differenza delle forze in campo: 8.000 briganti contro 120.000 soldati piemontesi. Eppure la resistenza durò parecchi anni. I piemontesi riuscirono a sconfiggerla solo ricorrendo a strumenti di repressione inauditi: legislazione d'emergenza, stato d'assedio permanente, tribunali militari, legge Pica (codice penale contro i “reati” di brigantaggio), distruzione ed incendio di interi paesi con relativa popolazione, deportazioni in campi di concentramento non solo di militari del disciolto esercito borbonico ma anche d'intere famiglie colpevoli soltanto di essere parenti dei briganti, condanne al carcere di donne e bambini; ma lo strumento peggiore di tutti fu la fucilazione sommaria, immediata e repentina, senza processo.
Il
brigantaggio, secondo Lucera, non fu nient'altro che la primissima manifestazione di quella lotta di classe che iniziava a mettere le radici in una società totalmente squilibrata e a vantaggio della borghesia e della nobiltà. Il brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di sollevazione di popolo, un evento d'insorgenza puro e semplice, con aspetti fortemente sociali, ma anche e soprattutto con valenze politiche di estrema importanza.
Nei volumi vengono descritte estesamente non solo le vicende riguardanti quattro briganti postunitari, ma anche quelle di tre briganti preunitari.

Michele Caruso, commerciante di cavalli, era nato nel 1837 a Torremaggiore in provincia di Capitanata (oggi Foggia). Divenne brigante perché voleva emanciparsi e sradicarsi dalla condizione di povertà e miseria in cui era nato, nella speranza di poter cambiare la sua condizione sociale e quella del mondo contadino. Riuscì a tenere in scacco, per tre lunghissimi anni, tutti i distaccamenti militari piemontesi di stanza nella sua zona. Arrivò a comandare fino a trecento uomini. Ebbe intensi rapporti con molti capi briganti dell'epoca, che lo elessero
capo fra i capi. Finì la sua carriera di brigante insieme ad un solo compagno. Fu catturato perché tradito. Il suo processo durò solo cinque ore. Fu fucilato a Benevento dai bersaglieri di Pallavicini il 12 dicembre 1863. Prima della fucilazione gli furono scattate diverse fotografie. Per i giovani del tempo, poveri e contadini, gli uomini come Caruso erano considerati come esseri superiori, come dei miti da eguagliare.
Pasquale Domenico Romano, detto
il sergente Romano, era nato a Gioia del Colle in provincia di Bari nel 1833. Figlio di un pastore, entrò nell'esercito borbonico, dove trascorse dieci anni conseguendo i gradi di sergente e di alfiere. Durante questi anni imparò a leggere e a scrivere. Dopo il plebiscito del 1860 e l'arrivo dei Savoia il Romano fu esautorato dai suoi compiti militari e rispedito a casa. Entrò a far parte del molto attivo comitato borbonico di Gioia e da questo venne nominato Comandante Generale. Riuscì a formare una banda di briganti che non volle superasse mai le duecento unità. Entrò in contatto con tutte le altre bande operanti nel Meridione d'Italia. Conseguì vari successi in vari scontri con i piemontesi, anche se la sua avventura brigantesca era iniziata con il tragico massacro avvenuto nel suo paese il 28 luglio 1861. Affiancarono il Romano valenti capi briganti: Nenna Nenna, Pizzichicchio, La Veneziana, 'u Crapare, Munzegnore. Fu ucciso a sciabolate da un bersagliere lombardo il 5 gennaio 1863 nel bosco di Vallata, in tenimento di Gioia del Colle. Il Romano è considerato il più importante brigante legittimista italiano postunitario.
Giuseppe Maria Tardìo, nato a Piaggine (Salerno) nel 1834, fu un capo brigante laureato in legge. Maturò la sua vocazione brigantesca nel carcere di Poggio Reale, a contatto di un frate cappuccino acceso sostenitore di Francesco II. Fuggito dal carcere seppe diventare il capo indiscusso di una fiumana di persone: da due a tremila uomini. Fu artefice di sole due grandi operazioni militari: vinse la prima, fu sconfitto nella seconda. Morirà avvelenato il 23 giugno 1892, nel carcere di Favignana in Sicilia. Può essere definito un
aristocratico della rivoluzione; un insorgente diverso e profondamente più politico rispetto ad altri. E' uno dei pochi briganti al quale è stata intestata una piazza, nel suo paese Piaggine. Anche una fondazione porta il suo nome.
Josè Borjès fu un generale spagnolo legittimista, che corse in aiuto del Re Borbone spodestato. Secondo il piano dei Comitati borbonici avrebbe dovuto assumere il comando di tutti i movimenti di rivolta contro i Savoia, presenti in tutto l'ex Regno delle Due Sicilie. Ma così non fu perché i capi briganti, e più di tutti Carmine Crocco, mal sopportavano di essere comandati da altri, specie se stranieri. La vicenda italiana di Borjès dura meno di quattro mesi e viene da lui narrata nel suo
“Diario”. Proveniente da Malta, sbarcò con una ventina di ufficiali il 13 settembre 1861 in Calabria, dove incontrò il brigante Mittica. Il 22 ottobre 1861, in Lucania nel Bosco di Lagopesole incontra Carmine Crocco. Rimase sostanzialmente solo, da nessuna parte incontrò le masse di popolo, che gli erano state promesse, per riportare i Borbone sul trono. Fu fucilato alle spalle dai piemontesi l'8 dicembre 1861, a Tagliacozzo in Abruzzo.
I briganti preunitari, dei quali Lucera parla, sono quelli che si opposero all'invasione napoleonica del Regno delle Due Sicilie, avvenuta nei primi anni del 1800: i fratelli Meomartino detti
i Vardarelli che operarono fra Capitanata e Molise, il prete don Ciro Annicchiarico attivo in Terra d'Otranto, i fratelli Di Franco presenti sui monti della Daunia.
Uno studio approfondito Lucera dedica anche a briganti pre e post unitari della sua nativa Biccari in Capitanata (Foggia).

Nei quattro libri sul brigantaggio si incontrano anche diversi parallelismi con avvenimenti più a noi vicini: fascismo e berlusconismo, movimenti di liberazione sud americani, avvenimenti iracheni e palestinesi, centri di accoglienza temporanei,
clandestini, irregolari, abusivi, extra comunitari.
La finalità generale dei quattro volumi di Lucera potrebbe sintetizzarsi in una sua stessa affermazione:
«La nostra non è una missione esclusivamente pro briganti, ma è una missione chiarificatrice di come l'Unità ebbe luogo sulla nostra terra».
L'interessante, significativa e meritoria opera di Lucera potrebbe essere organizzata in tanti altri modi, per esempio con una successione cronologica degli avvenimenti. Come pure da essa potrebbero essere tratte opere monografiche su svariati argomenti.

Rocco Biondi

Giuseppe Osvaldo Lucera, Vicende di un'altra storia ovvero Insorgenza, Risorgimento, Unità d'Italia, Brigantaggio, Edizioni Simple, Macerata 2009, Vol. I (pp. 448), Vol. II (pp. 466), Vol. III (pp. 472), Vol. IV (pp. 190)


8 marzo 2010

Mughini e i neoborbonici

Ho già scritto e ripeto che non sono né borbonico né neoborbonico, ma quello che ha detto Giampiero Mughini contro Alessandro Romano e Gennaro De Crescenzo, intervistati per la trasmissione di Rai1 “L'arena” condotta da Giletti di domenica 7 marzo 2010, mi ha profondamente indignato. Li ha accusati di essere dei pazzi da internare in manicomio.
Romano e De Crescenzo avevano garbatamente espresso una loro da me condivisibile opinione sulle malefatte dei Savoia al momento dell'annessione del Sud per fare l'unità d'Italia.
Mughini dimostrando un'assoluta ignoranza dei tragici fatti avvenuti nei primi anni della cosiddetta unità d'Italia (1860-1870), con il suo solito spocchioso comportamento, ha irriso alla verità storica che lentamente comincia a venire alla luce.
Così facendo Mughini si è dimostrato un degno emulo del criminologo Lombroso, che sezionando crani di briganti, massacrati dai piemontesi, tirò fuori l'aberrante teoria che quegli insorgenti meridionali erano dei delinquenti nati.
A quei tempi, ma anche dopo e forse ancora oggi, quelli del nord considerano noi meridionali “vaiolosi”, “beduini”, “cancrena”, “barbari”, “Africa!”. E a questo coro si aggiungono anche dei meridionali rinnegati, trapiantati al nord. E Mughini è uno di questi ultimi.
Quello che è avvenuto durante la trasmissione è profondamente scorretto. Dei “neoborbonici” è stata mandata in onda una intervista precedentemente registrata. A loro non è stato concesso di replicare alle cazzate dette in diretta nello studio. Non ci si poteva forse aspettare che gli ospiti presenti nel salotto di Giletti stigmatizzassero le ingiuriose frasi di Mughini. Ma Giletti doveva farlo e non lo ha fatto.
Mughini, da ignorante patentato, non ha offeso solo Romano e De Crescenzo, ma ha offeso i meridionali.
Sono infine profondamente rammaricato dal fatto che Mughini dica di essere tifoso juventino, come me. Bisognerebbe togliergli questa “patente”. Mughini non rende un buon servizio alla “società juventina”, anzi ne rende uno pessimo e squalificante.

24 febbraio 2010

Marisa Ingrosso ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 febbraio 2010 - ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Marisa Ingrosso e - in videoconferenza - Vittorio Macioce e Raphael Zanotti affrontano il tema “MEDIA - Il ritorno dei Briganti"

Come 150 anni fa, quando le loro gesta erano raccontate su pubblicazioni come il "Corriere di Napoli" e "Civiltà Cattolica", i Briganti oggi sono tornati protagonisti delle pagine d'attualità. Si moltiplicano le analisi critiche, ma anche gli "scoop storici", ed articoli e servizi televisivi, sempre più spesso, abbandonano la loro nicchia tradizionale, ovvero la Sezione Cultura di giornali e Tg, per migrare negli spazi dedicati alla Cronaca e al dibattito politico. Inoltre, complici le nuove "piazze virtuali" nate sul Web, anche i giovanissimi iniziano a subire il fascino del Brigantaggio risorgimentale.
Ma "chi" erano i Briganti? E "chi" sono oggi i Briganti cui guardano il Nord e il Sud Italia? Come vengono presentati e raccontati dalle grandi Testate italiane? Quali i punti di solida condivisione? Quali le inconciliabili divergenze?
Sabato prossimo, 27 febbraio, nell'ambito de "I Sabati Briganteschi" tre giornalisti di altrettante grandi Testate italiane faranno il "punto" di questo "Ritorno dei Briganti" sui mezzi di comunicazione di massa. All'incontro (alle ore 18, presso la Sala consiliare comunale di Villa Castelli (Brindisi), prenderanno parte Marisa Ingrosso de "La Gazzetta del Mezzogiorno" e - in videoconferenza - Vittorio Macioce (vicedirettore de "Il Giornale") e Raphael Zanotti de "La Stampa".
Marisa Ingrosso, dalle colonne del quotidiano più influente di Puglia e Basilicata, nonché dal sito web del giornale, ha dedicato decine di approfondimenti a questo tema. Ha spulciato i libri di testo usati nelle scuole del Mezzogiorno per scoprire le mezze verità e le clamorose falsità su cui si sono formate le nuove generazioni; ha recuperato preziosi documenti dagli Archivi del Ministero degli Esteri; ha denunciato la presenza di dozzine di scheletri di Briganti senza nome nelle viscere del Museo Lombroso di Torino. In breve, ha condotto "inchieste" storiche, attualissime, sui criminalizzati insorgenti meridionali post-1860.
Ma è stato proprio grazie ad un intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidato l'estate scorsa a "La Stampa", che l'attenzione del Paese è tornata sull'Unità d'Italia e sui personaggi che segnarono quell'epoca. Come spiega Raphael Zanotti, «l'interesse de "La Stampa" per quel periodo storico e per il fenomeno del Brigantaggio, non è mai scemato. Innumerevoli i motivi. Si va dal passato Sabaudo di questa regione, al lager di Fenestrelle, passando per Cesare Lombroso. Eppoi, non c'erano soltanto Briganti del Centro-Sud, pochi sanno infatti che c'è stato anche un Brigantaggio piemontese».
E Vittorio Macioce aggiunge: «Chi erano i briganti? Solo reazionari che combattevano i piemontesi in nome dei borboni? La riscoperta delle “insorgenze” meridionali – che il Giornale, il quotidiano per cui lavoro, ha portato negli anni ’90 all’attenzione dell’opinione pubblica – si limita solo a un revisionismo nostalgico o a una questione meridionale in chiave leghista? No, non è solo questo. Forse c’è qualcosa di più. I briganti italiani ricordano da vicino le battaglie dei “mascalzoni andalusi” che combatterono non per la reazione, ma per la libertà. Una libertà anarchica, anti Stato, individualista, popolare, con forti caratteristiche di rivolta sociale. E’ questo un terreno ancora da definire. E’ qui che si trova una lettura innovativa sul Mezzogiorno e sui suoi mali».

A conclusione della conferenza l'attore Valentino Ligorio reciterà dei brani tratti dalle “Memorie - la mia vita da brigante” di Carmine Crocco.

22 febbraio 2010

Sanremo: i meridionali fischiano i Savoia

L'amico Alessandro Romano, nella sua “Rete Regno Due Sicilie”, ha pubblicato un interessante e chiarificatore resoconto di quanto avvenuto a Sanremo contro l'improvvisato cantante Emanuele Filiberto, intitolato “Commando Neoborbonico a Sanremo”.
Io non sono né borbonico né neoborbonico, ma condivido le finalità che i neoborbonici riportano sul loro sito internet: “Il
Movimento Neoborbonico è un movimento culturale che nasce per ricostruire la storia del Sud e con essa l'orgoglio di essere meridionali.
Per troppo tempo sui libri delle scuole elementari come delle università è stata raccontata una storia falsa e mistificata cancellando i nomi di chi, da Francesco II di Borbone all'ultimo dei briganti, ha creduto negli ideali di un'altra storia, stando dalla difficile parte dei vinti e non da quella assai conveniente dei vincito
ri.
Il Movimento Neoborbonico non è un movimento politico-elettorale perchè è indispensabile prima una ricostruzione della coscienza storica dei Meridionali;
non è federalista perchè tutte le forme di federalismo proposte sono funzionali solo agli interessi del Nord; non è separatista perchè il Sud ha contribuito in massima parte alla formazione di questa nazione e i conti unitari sono ancora aperti; non è monarchico perchè i Borbone sono soprattutto dei simboli della storia e della cultura del Mezzogiorno”.
Ed ecco il resoconto di Alessandro Romano, corredato dalla testimonianza di un “guastatore” attore diretto della contestazione.


Commando Neoborbonico a Sanremo
Quando il compatriota Antonio Randazzo giorni fa ci aveva manifestato la sua intenzione di andare a Sanremo per rovinare la festa al giovane rampollo di Casa Savoia, abbiamo avuto qualche perplessità soprattutto per quanto riguardava la riuscita dell’impresa canora del savoiardo.

Con grande meraviglia di tutti, compresa la nostra, il trio invece è arrivato in finale dove, però, c’era puntuale e testardo ad attenderlo un nutrito gruppo di agguerriti neoborbonici che, dopo aver pagato un caro biglietto di accesso, si era strategicamente disseminato su tutta la parte alta del teatro Ariston, la famosa “galleria”.

Nonostante gli accurati tagli di “mamma Rai”, gli effetti li abbiamo visti e sentiti tutti: fischi, urla e slogan innescati dai "nostri" in un formidabile effetto domino, hanno incorniciato la finale della maggiore manifestazione canora italiana e, nonostante la presentatrice ed il cantante Pupo esprimessero stupore ed incomprensione per quella inaspettata reazione, i nostri amici neoborbonici sono riusciti a dimostrare veramente a tutti che di quella generazione non ne vogliamo sentire parlare più nemmeno nelle barzellette.

Cap. Alessandro Romano

Caro capitano,

missione compiuta!!!

Ieri sera eravamo in 20 più una decina di indipendentisti della Liguria. Ci siamo sistemati in galleria tra la gente e distanti uno dall’altro con l’intesa di non perderci mai di vista.

Ai primi fischi ed alle prime urla che abbiamo fatto è arrivato il servizio d’ordine con la polizia ma mentre facevano la ramanzina e chiedevano i documenti ad alcuni dei nostri, gli altri che come d’accordo si sono mantenuti lontani, si sono scatenati insieme ai liguri. Insomma un tiro incrociato che si è propagato a tutta la sala compreso l’orchestra che ha strappato gli spartiti e li ha tirati sul palco. Una vera rivolta di fischi e di urla. Ci hanno preso la bandiera e 6 dei nostri sono stati accompagnati fuori ma la festa gliel’abbiamo rovinata. Savoia boja e venduti sono stati il nostro grido.

Sono senza voce senza bandiera senza soldi ma soddisfatto, molto soddisfatto.

Antonio Randazzo (Genova)


Quello che è successo all’Ariston di Sanremo

http://www.youtube.com/watch?v=z_-qUA0vnMY


4 febbraio 2010

Boffo e Feltri a pranzo insieme

Se l'informativa sfornata da Feltri sul Giornale contro Dino Boffo è una pura bufala, perché Boffo non ritorna a dirigire l'Avvenire, giornale della Cei? Domanda forse retorica ed ingenua.
Dico subito che mai ho creduto al contenuto di quella informativa, per me dal primo momento era chiarissimo che quella era una pura montatura.
E aggiungo che, per la nessunissima stima che ho per Feltri e per il suo padrone Berlusconi, sono convinto che quella sia stata una carognata di questi ultimi due contro Boffo che si era permesso di criticare gli immorali comportamenti (e non solo sessuali) di Berlusconi.
Ma intanto Feltri, durante lo strano pranzo consumato nei giorni scorsi a Milano con Boffo, ha sostenuto che quella notizia gli fosse stata consegnata da una persona affidabile della Chiesa ed ha rivolto a Boffo queste domande: «Perché Bertone ce l'ha tanto con te? Perché Vian ce l'ha tanto con te?». Era ovvio che volesse far capire a Boffo ed al mondo intero che a passargli quella notizia sia stato Gian Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, spinto dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano. Una resa dei conti insomma di Bertone, filoberlusconiano, contro il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, antiberlusconiano.
Un complotto intraecclesiale degno di papa Borgia e di sua figlia Lucrezia, ha scritto Vito Mancuso su Republica.
Io modestamente continuo ad essere convinto che l'accenno di Feltri agli intrichi vaticani serva solo a sviare l'attenzione. Lui ed il Berlusca hanno capito di averla fatta grossa e la sparano più grossa ancora, per tentare di uscirne fuori.
Giustamente Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi di Comunione e liberazione, ha scritto che è illogico che pezzi grossi della Chiesa «si mettano a brigare in ruoli di bassa cucina quando incarnano poteri d'altro tipo e potrebbero tranquillamente tagliare la testa a Boffo senza passaggi bizantini».
Ma intanto Papa Ratzinger, nell'udienza generale di mercoledì 3 febbraio 2010, si è posta la domanda: «Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa?»; e si risponde: «nella Chiesa molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità lavorano per se stessi e non per la comunità».
Ma tolto il Papa, che pare alludere indirettamente, nessuno nella Chiesa ha aperto bocca per rispondere alle bordate di Feltri.
Ed allora mi nasce il dubbio su quanto viene servito nelle basse cucine vaticane. Non escludendo porzioni di bassa macelleria.
Ma forse bisogna dare ragione a Vito Mancuso quando afferma: «La vera Chiesa è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti».
Ma questa vera Chiesa esiste? E' mai esistita?
Insomma, un gran casino.

26 gennaio 2010

I sabati briganteschi

La vera storia del Brigantaggio meridionale
Sabato 30 gennaio 2010. Ore 18,00. Sala consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)

Negli anni precedenti l’Associazione “Settimana dei Briganti - l’altra storia” ha organizzato tre settimane di studi sul brigantaggio politico-sociale, che si è sviluppato nell’Italia meridionale nel decennio 1860-1870, in seguito all’occupazione da parte dell’esercito piemontese. In quegli anni fu imposta ai meridionali una unità poco sentita e poco voluta.
Studiosi “accademici” ed “irregolari” si sono confrontati, rileggendo gli avvenimenti di quegli anni spogliandosi dalla prosopopea risorgimentale. Sono stati presentai nuovi studi e ricerche su documenti inediti, scoperti negli archivi polverosi e volutamente resi inaccessibili fino ai giorni nostri. La storia è stata studiata anche dalla parte dei vinti meridionali. E’ stata data voce alla stragrande maggioranza dei meridionali che non capivano e non volevano quell’unità d’Italia, ma che furono violentati a subirla. I briganti furono la parte armata dei meridionali che si difesero dall’aggressione piemontese.
Sono intervenuti i professori universitari Ettore Catalano, Vincenzo Padiglione, Domenico Scafoglio, Fulvia Caruso, Francesco Gaudioso, Gennaro Incarnato. Hanno tenuto relazioni gli studiosi Raffaele Nigro, Valentino Romano, Rosario Quaranta, Ulderico Nisticò, Alessandro Romano, Michele Prestera, Giuseppe Clemente, Augusto Conte, Erminio de Biase, Gaetano Marabello, Gianni Custodero, Costantino Conte e tanti altri.
Ora per le giornate di studio sul brigantaggio meridionale è stata adottata una nuova formula. Si terrà una iniziativa l’ultimo sabato di ogni mese: i sabati briganteschi appunto.
Si inizia sabato 30 gennaio con l’intervento di Giuseppe Osvaldo Lucera, studioso del Brigantaggio e del Controrisorgimento. Relazionerà sul tema: “Vicende di un’altra storia ovvero Insrorgenza, Risorgimento, Unità d’Italia, Brigantaggio”. Su questo tema Lucera ha scritto quattro volumi per un totale di 1.576 pagine. Vengono studiati e presentati criticamente i briganti pre-unitari: Vardarelli, don Ciro Annicchiarico, Di Franco, i cattivi maestri risorgimentali: Garibaldi, Cavour, Mazzini, Liborio Romano, la spedizione dei cosiddetti “Mille”, i briganti post-unitari: Michele Caruso, Pasquale Romano, Giuseppe Tardo, José Borges, i fatti di Bovino, Bronte, Lauria, Pontelandolfo, Vieste, Biccari.
Per i mesi successivi sono già programmati gli interventi della giornalista Marisa Ingrosso, del professore universitario Mario Spagnoletti, dello storico del brigantaggio Valentino Romano.
Ad epigrafe del programma de “i sabati briganteschi” sono state poste due famose e significative frasi. La prima è di Franco Molfese: «Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu, nel suo aspetto di massa, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento». La seconda frase è di Antonio Gramsci: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
“I sabati briganteschi” vogliono essere un contributo critico e dalla parte dei meridionali in occasione del prossimo 150° anniversario dell’unità d’Italia.
Rocco Biondi

17 gennaio 2010

Cineforum Grottaglie 2010 - Programma

CINECIRCOLO “MONTICELLO”
Padri Gesuiti - Via K. Marx, 1 - Grottaglie (TA)

CINEFORUM 2010
“Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità” (Muriel Barbery, l’eleganza del riccio)

PROGRAMMA
Domenica 10 Gennaio - Ti amerò sempre - Philippe Claudel
Venerdì 15 Gennaio - La siciliana ribelle - Marco Amenta
Venerdì 22 Gennaio - Libano - Samuel Maoz
Venerdì 29 Gennaio - L’uomo nero - Sergio Rubini
Domenica 7 Febbraio - Lo spazio bianco - Francesca Comencini
Venerdì 12 Febbraio - Diverso da chi? - Umberto Carteni
Domenica 14 Febbraio - Il dubbio - John Patrick Shanley
Domenica 21 Febbraio - Vincere - Marco Bellocchio
Sabato 27 Febbraio - Il giardino dei limoni - Eran Riklis
Domenica 14 Marzo - Galantuomini - Edoardo Winspeare
Domenica 28 Marzo - La felicità porta fortuna - Mike Leigh
Domenica 11 Aprìle - La duchessa - Saul Dibb

Il programma può subire variazioni per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori.

QUOTE SOCIALI: Giovani (16-25-anni) €.20,00 - Adulti €. 25,00
Unica proiezione: ore 18,00 - Teatro "Monticello" dei Padri Gesuiti - Via K. Marx,1 - Grottaglie
Servizio gratuito di baby sitter.

Tessere sociali disponibili presso: Segreteria Associazione S. Francesco de Geronimo - Centro Padri Gesuiti - Via K. Marx,1 - Grottaglie
Lun - mar - gio - ven - ore 10,00 - 12,30 / giov ore 18,00 – 20,00 - Tel. 0995610002
La Casa del libro, via Trieste, 20 - Grottaglie - Tel. 0995638128

11 dicembre 2009

Obama c'entra poco con la pace

Obama non è Bush, ma non è nemmeno meritevole di ricevere il premio Nobel per la pace.
Chi invia altri 30mila soldati in Afghanistan, ad ammazzare e a farsi ammazzare, ha poco a che fare con la pace.
Chi sostiene che possono esserci guerre giuste, contraddice il principio fondante della pace.
Chi afferma che l'uso della forza è necessario e moralmente giustificato, nei fatti non si impegna per la pace.
Chi dice che la guerra è l'espressione della follia umana, ma la fa, si autoproclama folle.
Chi asserisce che gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace, non sa cosa cosa dice.
La Commissione di Oslo che ha deciso di assegnare il premio Nobel per la pace a Barack Obama non ha reso un buon servigio alla pace. Obama in qualche modo ne era consapevole quando ha affermato che «il problema maggiore, riguardo al conferimento di questo premio, è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre».
La Norvegia questa volta, anziché insignire con il premio chi ha veramente lavorato per la pace, ha voluto autogratificarsi premiando il Presidente degli Stati Uniti d'America.
Con la inopportuna ed ingiustificata premiazione di Obama il Premio Nobel ha perso un po' del suo prestigio.

8 dicembre 2009

Berlusconi vattene

La goccia scava la pietra. Ma quello che è avvenuto a Roma, sabato 5 dicembre 2009, è più di una goccia. Sono state dieci, cento, un milione di gocce che sono cadute sulla testa tosta di Berlusconi. L'onda viola autoconvocatosi, tramite internet, per il “No Berlusconi Day” ha certamente contribuito e contribuirà ad accelerare la fine di Berlusconi e del berlusconismo purtroppo ancora pesantemente presente in Italia.
L'emerito stronzo leghista Calderoli, degno emulo del suo boss Berlusconi, ha detto che se un milione di persone stavano in Piazza San Giovanni gli altri 59milioni stanno col governo di Berlusconi. E' ovviamente una colossale cazzata. Nelle ultime elezioni, fra chi gli ha votato contro e chi non l'ha voluto astenendosi, la maggioranza degli italiani è stata contro Berlusconi.
E' stato detto, mutuando un'affermazione del Berlusca, che il il 5 dicembre scorso a Roma si è svolto “il migliore corteo degli ultimi 150 anni”. Certamente è entrata in campo una forza “politica” nuova, che non si lascia soggiogare dalle televisioni ma vive e si forma in internet, il popolo della rete appunto. Uno degli organizzatori del “No-B day” ha detto: «Il successo della manifestazione conferma che Internet è lo strumento fondamentale per superare la barriera delle tv in mano a Berlusconi. Sarà la piattaforma base per superare il berlusconismo e la sua cultura». Noi auspichiamo che questo processo avvenga rapidamente. Tutti quelli che lo sperano devono dare fattivamente il proprio contributo.
Dario Fo ha detto: « E' stata una giornata storica, è solo l'inizio, ve ne ricorderete».
Ecco alcuni slogan gridati o inalberati che rendono bene l'aria che tirava in Piazza San Giovanni: «Berlusconi dimissioni», «Berlusconi ci hai rotto i coglioni», «Pussa via puzzone», «Donne, vi aspettano grandi carriere, se darete la passera al Cavaliere», «La destra va a troie, la sinistra a trans e l'Italia a puttane», «Il vilipendio alle istituzioni è Berlusconi capo del governo», «La criminalità lo ha messo lì...», «Ci sei tu dietro le stragi», «Berlusconi non scappare, devi farti processare», «Iddu pensa solo a iddu», «Con infamia senza lodo», «Mangano e Dell'Utri a voi, Falcone e Borsellino a noi».
Giorgio Bocca in video alla manifestazione ha detto: «Questa è la prima opposizione vera che ci sia!».
Il magistrato Domenico Gallo: «C'è una compagnia di ventura che sta devastando il paese».
La cantante Fiorella Mannoia: «Voglio un paese di cui non vergognarmi».
Moni Ovadia: «Dunque, l'Italia è viva! Non ci sono solo servi e sudditi».
Non ci deve preoccupare il mal di pancia di quelli del Pd di Bersani. Siamo più forti di loro, verranno con noi. Qualcuno già c'era: «Rosy Bindi, hai le palle, sei venuta».
Curzio Maltese dei partecipanti alla manifestazione di Roma ha scritto: «Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l'Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sue storie personali e le scelte pubbliche, l'elogio dei dittatori, il conflitto d'interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Domani non torneranno a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi».
Berlusconi vattene. E se non se ne va lui, lo dobbiamo cacciare noi.

3 dicembre 2009

Moana Pozzi e Violante Placido, film Sky

Il vero e il verosimile sono rimasti lontanissimi tra loro. La mini serie in due puntate realizzata da Sky, andata in onda l'1 ed il 2 dicembre 2009, non ha reso un buon servizio a Moana.
Noi che già conoscevamo ed amavamo Moana non l'abbiamo ritrovata nella volenterosa interpretazione di Violante Placido. Moana era altro.
L'unica cosa, parzialmente positiva, è stata che di Moana se ne sia comunque parlato. Ma non so che impressione ne abbia potuta avere dal film chi non la conosceva o la conosceva poco. Temo che, nella migliore delle ipotesi, abbia lasciato indifferenti. Moana meritava di più.
Ne è venuta fuori una interpretazione complessivamente grottesca e macchiettistica. Gli unici attori ai quali do una se pur piccolissima valutazione positiva sono Violante Placido (Moana) e Giuseppe Soleri (Mario/Maddalena - truccatore e amico-a di Moana). Tutti gli altri sono da dimenticare e più di tutti Fausto Paravidino (Riccardo Schicchi).
Non solo è stata mal rappresentata la vera vita di Moana, ma addirittura si è pure voluto inventare. Sono inesistenti nella vita di Moana il pusher cocainomane che le muore fra le braccia e forse anche la rivalità con Ilona Staller che con lei fondò il partito dell’Amore.
Sulla morte di Moana il film accetta la versione del cancro al fegato. Come pure viene avvalorata la versione del marito di Moana, Antonio Di Ciesco, che l'avrebbe aiutata a morire in ottemperanza del desiderio espresso dalla stessa Moana.
A testimonianza dei suoi rapporti sessuali con tanti uomini importanti, nel film si indugia su quelli con un uomo politico di quegli anni (Craxi, che comunque lei non nomina mai direttamente nel suo libro La mia filosofia, cosa che fa invece per tanti altri).
Moana Pozzi, di estrazione borghese e di educazione cattolica, è riuscito ad unificare in sé l'essere ed il volere. Donna libera in tutto, anche nel sesso, ma raziocinante. Riusciva a dialogare non solo con uomini comuni ma anche con intellettuali di rango. Gli uomini con lei erano a loro agio, lei non era la puttana di strada ma la donna dei sogni, completa in tutto. Le donne l'ammiravano perché lei era quello che loro avrebbero voluto ma non riuscivano ad essere.
Molti di noi, uomini e donne che la stimiamo ed amiamo, continuiamo a credere che non sia morta veramente ma che continui a vivere in un mondo lontano, senza le fatiche della vita quotidiana.
Per chi voglia conoscere meglio Moana riporto dal mio blog il link http://roccobiondi.blogspot.com/2008/08/moana-pozzi-amata-sempre.html, sotto il quale ve ne sono tanti altri della mia Moana.