26 gennaio 2014

Società, politica e banditismo sociale, di Giuseppe Osvaldo Lucera



Lucera ha un modo di scrivere che rende avvincente e accattivante qualsiasi argomento tocca. Specie poi se tali argomenti sono già di per se interessanti, come certamente lo è quello del banditismo sociale, tema del libro che stiamo presentando. Anche perché il banditismo – come appropriatamente afferma Valentino Romano nella prefazione – contrariamente a quanto certa letteratura ricorrente lascia supporre, non è appannaggio esclusivo del Sud d’Italia, ma di tutti i Sud del mondo, cioè di tutte le terre laddove è più acuto il disagio sociale.
     Noi quando inizialmente ci siamo avvicinati al libro cercavamo, piuttosto semplicisticamente, le motivazioni che portarono al brigantaggio, dopo che i piemontesi nel 1860 invasero il Regno delle Due Sicilie. Ma man mano che andavamo avanti nella lettura il quadro si ampliava e diventava sempre più complesso. Lo stesso Lucera ci veniva incontro affermando: “In questo saggio non ci occuperemo, nello specifico, del brigantaggio socio-politico, poiché già oggetto di nostri precedenti lavori editi”. E ci tornava alla mente il suo ponderoso studio sul brigantaggio, in quattro volumi, dal titolo Vicende di un’altra storia.
     Il libro si divide in due parti, la prima studia come nascono e si organizzano le diverse società umane soffermandosi sul ceto della borghesia regolato dalla cosiddetta dottrina liberale, la seconda parte studia il comportamento di alcuni personaggi che si sono opposti al ceto borghese: i banditi sociali. Il periodo storico che viene analizzato è piuttosto ampio, parte dall’anno Mille fino ad arrivare al 1900 (il cosiddetto secolo breve).
     Sorvolo sulla prima parte dove sono riportati “appunti” di Sociologia con particolare approfondimento della civiltà contadina, dove si parla delle tre rivoluzioni borghesi: quella inglese, quella americana, quella francese, dove si approfondiscono le condizioni di coloro che nulla hanno, dove si sintetizzano i pessimi risultati della cosiddetta riforma agraria di Puglia, Lucania e Molise, dove si esaminano le rivolte di massa (ad esempio quella dei Ciompi a Firenze, quella dei pastorelli in Francia, quella della scarpa in Germania, quella degli Hussiti in Boemia, quella degli Ugonotti in Francia, e le quattro insorgenze vandeane nella Francia che si affaccia sulla costa atlantica).
     Cito però una frase, che mi ha fatto sorgere qualche dubbio e che avrebbe bisogno di qualche approfondimento: «le vicende attinenti al brigantaggio non accaddero all’interno di rivolte di massa, ad eccezione di quelle cittadine, ma furono delle vere e proprie azioni di guerriglia armata portate avanti da singoli uomini o gruppi di essi, contro invasori o governi ritenuti stranieri ed oppressivi».
     Il bandito sociale appartiene alla classe dei poveri e dei più deboli, che sono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale; per essi lotta contro il capitalismo e la borghesia. La cosiddetta giustizia in pratica difende i nobili e i borghesi, a rimetterci sono sempre i più deboli che non trovano altra strada se non quella di farsi giustizia da soli.
     Il bandito sociale è un uomo solo, che vive senza applausi e senza spettatori, fra monti, boschi, piogge, scontri, agguati, armi, freddo, neve, nascondigli sempre più angusti e sempre più isolati; vive di idealità, che rincorre valori astratti di difficile attuazione; si muove in grandi gruppi o isolatamente a seconda delle epoche e delle circostanze.
     Lucera dalla lunga schiera di questi indomiti ribelli e di questi romantici banditi, da quell’immenso mondo apparentemente scomparso e dimenticato, tira fuori alcuni significativi campioni, vissuti dal medioevo ad oggi.
     Alfonso Piccolomini è uno dei pochi esempi di un appartenente alla nobiltà che scelse la strada della sovversione, schierandosi dalla parte dei più deboli contro le prevaricazioni dei più forti. Nato nel 1558, era conte di Montemarciano nelle Marche, feudatario di Toscana e dello Stato Pontificio. Entrò in contrasto con il papa di allora e costituì una banda di guerrieri con il compito di lottare contro lo Stato Pontificio. La sua strategia di guerrigliero consisteva nell’attaccare le fonti di reddito dirette dello Stato del papa. A Palidoro perse l’ultima sua battaglia contro le truppe pontificie. Catturato, venne impiccato il 16 marzo 1591; aveva 33 anni. Con lui morì – scrive Lucera – il grande sogno di dare dignità ed onore a coloro sui quali l’intera società del tempo si appoggiava per vivere, sfruttandoli.
     Marco Sciarra, che da semplice pastore divenne un nemico implacabile degli spagnoli e dei papi, veniva definito, ai suoi tempi, flagello di Dio, e inviato da Dio contro gli usurai e quelli che posseggono denaro improduttivo. Nato in Abruzzo intorno al 1550, nel periodo di maggior splendore ebbe sotto il suo comando un migliaio di uomini e riuscì a ritagliarsi, all’interno dei possedimenti del viceré spagnolo di Napoli e dello Stato Pontificio, un piccolo regno al quale diede un’organizzazione di tipo statale, dove non esisteva la grande proprietà terriera avendo distribuita la terra ai contadini che la lavoravano, né si pagavano tasse. Considerava il potere temporale dei papi come la negazione di Dio sulla terra e il loro sfarzo come un’offesa alla povertà di tanta gente. La sua banda di guerriglieri, che rubava ai ricchi per distribuire ai poveri, incuteva paura e timore. Il campo d’azione fu molto esteso, oltre che al suo Abruzzo, si estendeva anche alle Marche, al Lazio, alla Campania, alla Puglia. Il mondo contadino lo definì Il Re della Montagna. Fu ucciso a tradimento dal suo luogotenente Battistello da Fermo. Per il suo tempo, Sciarra fu senz’altro un rivoluzionario e persino un politico.
     Venendo più vicino ai giorni nostri Lucera include fra i banditi sociali Domenico Tiburzi, detto Il Brigante della Maremma. Nato nel 1836 a Cellere, nell’alto Lazio, ebbe la fortuna di non vivere nelle regioni in cui il brigantaggio veniva combattuto a colpi di leggi eccezionali, dove i Tribunali Militari di Guerra emettevano sentenze di morte mediante fucilazioni immediate e repentine. Era un pastore e buttero, divenne una specie di Robin Hood della sua Maremma grossetana inventandosi perfino la tassa del brigantaggio che faceva pagare ai ricchi della zona in cambio della sua protezione. Aborriva la violenza e cercava di non uccidere i carabinieri poiché figli di uomini poveri e costretti ad arruolarsi per fame. Venne ucciso dai carabinieri il 24 ottobre 1896, all’età di 60 anni. Il suo cadavere fu vestito di tutto punto da brigante e fu legato a un palo, per potergli scattare la foto da conservare negli archivi militari.
     Lucera fa poi una capatina nel Nord Est del Brasile dove è vissuto fino al 1938 il più famoso, il più temerario e il più amato bandito sociale della zona: Virgulino Ferreira da Silva, detto Lampiao, che non era nato violento, era stato costretto a diventarlo. La popolazione lo chiamava Re del cangaço e Governatore del sertao. Lampiao venne ucciso insieme alla sua donna Maria Bonita, divenuta anch’essa una famosa cangaceira. Le loro teste furono esposte al pubblico per circa trent’anni a Salvador de Bahia.
     Il libro si chiude con cenni biografici dei banditi sociali Giuseppe Musolino: Il Re dell’Aspromonte, Salvatore Giuliano: Il Re di Montelepre, Graziano Mesina (Grazianeddu): Il Re di Supramonte.
     Nel libro di Lucera merito una citazione in nota (Rocco Biondi, da Villa Castelli) per una recensione che ho fatta nel mio blog del libro di Nicola Misasi Briganteide.
     Nelle conclusioni del libro i banditi sociali vengono definiti come «Uomini che hanno saputo accendere la fantasia, la leggenda, il destino fatalistico e ristoratore di una giustizia non divina ma terrena, feroce e crudele quanto si vuole, ma vista come raddrizzatrice dei torti subiti». Uomini rivoluzionari che oggi secondo Hobsbawm o stanno studiando o stanno dormendo oppure si stanno organizzando, e che per Lucera e noi certamente torneranno sotto nuove forme e prenderanno il posto degli antichi banditi e briganti, e questa volta forse vinceranno.
Rocco Biondi

Giuseppe Osvaldo Lucera, Società, politica e banditismo sociale. Dalle medievali rivolte contadine a “Grazianeddu”, Youcanprint, Tricase (LE) 2013, pp. 470, € 23,00
 

5 gennaio 2014

Briganti contro l’Italia, di Luciano Priori Friggi



Già dal titolo si intuisce la tesi del libro: i Briganti post-unitari hanno combattuto contro l’unità d’Italia. Ma questa affermazione può essere accettata sia dagli unitaristi che dagli antiunitaristi; acquista significato a seconda del campo in cui si milita. L’autore del libro è un unitarista e quindi il brigantaggio diventa un fenomeno sostanzialmente negativo. Per Friggi i revisionisti detrattori del Risorgimento, rivalutando il Brigantaggio meridionale, rivendicano maggiore autonomia per il Sud, quando non addirittura la separazione territoriale.
     La polemica sulla natura e sulle cause del brigantaggio post-unitario scoppiò con la nascita stessa del fenomeno e fu molto vivace nel primo decennio dell’unità. Successivamente l’animosità lasciò il posto, nei due campi, a più pacate indagini e discussioni, con conseguenti proposte per tentare di risolvere nel migliore dei modi i problemi del meridione.
     Solo nella seconda metà del Novecento – scrive Friggi – gli studi sul brigantaggio tornano di moda, arricchendosi di contributi che diverranno determinanti per la ripresa delle polemiche tra unitari e antiunitari. A riaccendere la miccia furono gli studi di Franco Molfese e di Renzo Del Carria; ma mentre il libro del primo è tutto incentrato sul brigantaggio, quello del secondo affronta la questione all’interno di una più ampia ricostruzione delle lotte proletarie. Anche se i due autori, entrambi d’impostazione marxista, hanno avuto un’influenza decisiva sulla formazione della generazione successiva, è stato solo nell’ultimo decennio che gli studi sulla questione del brigantaggio hanno avuto un’impennata, soprattutto ad opera degli studiosi più critici verso il processo unitario.
     E secondo Friggi, negli studi sul brigantaggio, alla vecchia impostazione sociale marxista si è sostituita quella clericale, nostalgica del regime borbonico. Ritengo però che questa sia una visione parziale e strumentale, che non rende merito ai tantissimi studiosi laici che continuano a privilegiare la componente sociale del brigantaggio senza alcuna nostalgia di un ritorno ai Borbone.
     Il libro di Friggi si compone di due parti: la prima, di carattere storico, tratteggia alcune figure significative del brigantaggio e parla di alcuni luoghi simbolo, la seconda, di carattere attuale, tenta di rispondere alla domanda su a chi giovi oggi recuperare il brigantaggio.
     Luciano Priori Friggi in questo suo libro riprende e fa proprie le tesi filopiemontesi del come e perché si sia arrivati all’unità d’Italia e del ruolo svolto dai briganti durante i primi anni unitari. Viene attaccato l’odierno revisionismo antirisorgimentale, che lui ritiene essere prevalentemente cattolico e filoborbonico, operando però in questo modo una grande semplificazione dei molti e variegati studi che si vanno facendo in questi ultimi anni. Sostanzialmente quindi non vi è nulla di nuovo nelle sue tesi.
     Riporto di seguito alcuni suoi pensieri. Il Regno borbonico delle Due Sicilie costituirebbe un grande ostacolo allo sviluppo dell’Italia una e quindi andava soppresso. Carmine Crocco era uno strumento in mano alla reazione borbonica e cattolica, a capo di una masnada brigantesca dedita al ladroneggio e a delitti efferati. Il piemontese generale Cialdini, quasi un salvatore, punta a restaurare nel napoletano l’ordine e a farlo rispettare. Pontelandolfo e Casalduni vengono giustamente puniti con la distruzione per essersi ribellati ai piemontesi; i morti bruciati furono una diecina e non migliaia. Borges è un generale spagnolo a cui i Comitati reazionari borbonici vogliono affidare la direzione della cospirazione, sottraendola al capo-brigante Crocco.
     Nella seconda parte del libro Friggi tenta di smontare le critiche contro i filopiemontesi. Per lui Lombroso è un celebre studioso e aggiunge: “E non si chiede solo la restituzione dei resti del Vilella, e la sua ‘degna sepoltura’, ma addirittura la chiusura del museo torinese, definito museo degli orrori”. Vengono attaccati i Gesuiti ed Angela Pellicciari, che hanno osato definire i briganti patrioti e i garibaldini delinquenti. Viene esaltato il filopiemontese ed unitarista Marc Monnier, che avrebbe fatto uno studio scientifico del brigantaggio (in realtà diciamo noi funzionale ai vincitori). Per Friggi sarebbero falsi i primati che vengono vantati dai sostenitori del Regno delle Due Sicilie; Pietrarsa, Mongiana, San Leucio sarebbero cattedrali nel deserto e per lo più in mano a stranieri.
     Vengono denigrati Pino Aprile, Antonio Ciano, Nicola Zitara, Lorenzo Del Boca, Antonio Pagano, Lino Patruno, Francesco Mario Agnoli; tutti revisionisti e antipiemontesi. Con una certa sorpresa anch’io (Rocco Biondi) vengo incluso in questa lista, anzi sarei (come Agnoli) doppiamente revisionista, in quanto in contrasto sia con la storiografia di ispirazione liberale, che con i resoconti e le valutazioni dei legittimisti più accreditati (Borges ma letto dalla parte filopiemontese).
     Di fronte a questa impressionante offensiva revisionista – scrive Friggi – qualche risposta dall’ambito accademico comincia ad arrivare; ma è in grado di citare solo Alessandro Barbero. Ovviamente lui Friggi è da includere su questo fronte.
     Il libro contiene nella parte finale la sintesi di tutto il pensiero di Friggi: i briganti strumentalizzati nel decennio post-unitario, lo sono ancora oggi. E il fenomeno è tutt’altro che residuale. Un numero molto grande di persone si onora di appellarsi brigante. “Ma, alla fin fine, che senso ha insistere tanto ai giorni nostri – si chiede Friggi – sul recupero del brigantaggio, sul sud e sui Borbone, vittime della rapacità del nord?”. L’obiettivo, secondo lui, sarebbe quello di far staccare il Sud dal resto dell’Italia, per riaffidarlo ai Borbone. E’ facile però controbattere che quelli che aspirano a questo sono una piccolissima parte del grande movimento meridionale.

Luciano Priori Friggi, Briganti contro l’Italia. Brigantaggio post-unitario: Mito, Leggenda o Storia? E, oggi, a chi giova recuperarlo?, Microinet Editore, 2a edizione, 2013, pp. 263, € 16,90

26 dicembre 2013

1861 Pontelandolfo e Casalduni, di Gigi Di Fiore

La prima edizione, ormai esaurita, di questo libro di Gigi Di Fiore fu pubblicata dall’editore Grimaldi di Napoli nel 1998. Ora il libro viene riproposto da Focus Storia. 
     A metà tra saggio e romanzo, viene rievocata la distruzione di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi campani, in provincia di Benevento, ad opera dell’esercito piemontese, il 14 agosto 1861. E’ una vicenda, tristemente famosa, legata agli anni del brigantaggio postunitario.
     I briganti furono ribelli che si opposero al nuovo ordine politico sabaudo, imposto con le armi agli abitanti del Regno delle Due Sicilie, senza dichiarazione di guerra. Ma erano anche ribelli alle ingiustizie sociali cui venivano sottoposte le classi soggette ad un secolare sfruttamento economico. I briganti sono stati i veri oppositori alla storia risorgimentale, che tanti danni ha arrecato alla società e alla economia meridionale. Dalla storia ufficiale sono stati considerati criminali, con conseguente giustificazione della repressione armata, con metodi che calpestavano ogni garanzia di diritto.
      Ma in anni più recenti diversi autori (Molfese, Pedìo, De Jaco, Nitti, Scirocco, Topa, Alianello, ecc.) hanno effettuato una lettura più serena e attenta su quelle vicende. I briganti meridionali sono stati partigiani ribelli, che si sono successivamente trasformati in emigranti. Finalità del libro di Di Fiore è quella di raccontare una delle tante storie di quei “vinti”.
      Scrive Di Fiore nella introduzione: “Per almeno due anni, dal 1861 al 1863, molti tra quelli che vennero definiti ‘briganti’ combatterono una loro guerra di Resistenza. Guerra civile contro i soldati ‘piemontesi’ e di classe contro i notabili dell’Italia meridionale. Ansie di riscatto, voglia di terra, fame, disillusione spingevano disperati, ex soldati borbonici sbandati, ex volontari garibaldini, contadini spogliati di fazzoletti di terra, pastori senza più pascoli e sorgenti per le loro greggi, a scatenare la prima guerra civile della nostra storia unitaria, mai abbastanza raccontata”.
      Il libro è una libera rielaborazione delle vicende storiche, ricostruite partendo e lasciando come sfondo un approfondito accertamento su documenti e testi originali. In appendice poi vengono riportati un profilo storico dei personaggi, una cronologia dei fatti narrati, alcuni brani di documenti e testi esaminati, una ricca bibliografia. Intento dichiarato da Di Fiore è quello di carattere divulgativo e non accademico, nel tentativo di incuriosire il lettore non specialistico per spingerlo verso successivi approfondimenti.
      Protagonista del romanzo-saggio è il brigante Pasqualino (nella realtà Ranaudo Pasquale detto Mattone) che si innamora della giovanissima Concetta (Concetta Biondi violentata e uccisa dai piemontesi). Pasquale finirà la sua vita in America, da emigrante.
      La storia d’amore ha come sfondo i tragici fatti che avvennero a Pontelandolfo e Casalduni nell’agosto del 1861. I piemontesi, con la farsa del plebiscito celebratosi il 21 ottobre 1860, camuffarono l’invasione e l’annessione dei territori del Regno delle Due Sicilie. Viene pubblicato dal Piemonte un bando di chiamata alle armi dei giovani del Regno delle Due Sicilie. In molti luoghi questo bando non viene reso noto. I piemontesi eseguono molte fucilazioni dei renitenti alla leva. Cominciano le fughe sulle montagne, alimentate anche dai soldati borbonici sbandati. I piemontesi fucilano meridionali senza nessun processo, distruggono paesi, formano liste di sospetti.
      La popolazione meridionale è ancora dalla parte di Francesco II, ultimo re borbone, anche a Pontelandolfo e Casalduni, ove i briganti capitanati da Cosimo Giordano e Angelo Pica entrano ben accolti dalla popolazione. Il parroco di Pontelandolfo e il sindaco di Casalduni erano di fede borbonica. Dagli uffici pubblici vennero abbattute le insegne sabaude e riposizionate quelle borboniche. Durante la rivolta furono uccisi alcuni “galantuomini” proprietari terrieri, sfruttatori del popolo.
      Le autorità militari piemontesi inviarono degli uomini, al comando del tenente Augusto Bracci, per verificare l’accaduto. Il tenente, non rispettando gli ordini ricevuti di tenersi lontano dai briganti, volle entrare in Casalduni, quasi a sfidarli. Venne ucciso insieme a quaranta suoi soldati.
      La morte di tanti soldati non venne lasciata passare liscia. Doveva essere impartita una solenne lezione a “quei cafoni ribelli”. E fu un massacro di tanti civili innocenti. Il generale Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele, fece inviare quattrocento soldati a Casalduni e cinquecento a Pontelandolfo con l’ordine: “Che di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra”. Fu appiccato il fuoco alle case con ancora molte persone dentro; chi usciva di casa veniva affrontato con le baionette, chi tentava di correre per mettersi al riparo veniva colpito da scariche di fucili. Fu un inferno. Era la legge degli invasori piemontesi: violenze, stupri, saccheggi, uccisioni di innocenti.
      Venne inviato al Comando generale il seguente dispaccio telegrafico: “Giovedì, 15 agosto 1861. Ieri, all’alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Quanti furono veramente i morti non si saprà mai. Forse un migliaio. Fu un massacro sul quale pian piano comincia a farsi luce. 

Gigi Di Fiore, 1861 Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato, Gruner + Jahr/Mondadori, Milano 2013, Edizione di Focus Storia, pp. 192

6 dicembre 2013

I briganti e la corte pontificia, di Emidio Cardinali

Ho finalmente terminata la fatica della lettura dei due volumi di Emidio Cardinali, pubblicati in Livorno dagli Editori Davitti con la data del 1862. Riportando però, alla fine del secondo volume, passi della relazione della Commissione d’inchiesta sul brigantaggio, letta dal deputato Massari nel Parlamento di Torino il 3 maggio 1863 e pubblicata negli Atti parlamentari il 9 agosto dello stesso anno, si suppone che il libro sia stato dato alle stampe alla fine del 1863.
     I briganti presenti nel titolo del libro di Cardinali sono solo un pretesto per scrivere contro il papato (Pio IX) e contro l’ex re delle Due Sicilie (Francesco II). Se si vogliono conoscere un po’ più approfonditamente i fatti del brigantaggio politico e sociale postunitario, anche se dal punto di vista piemontese e unitario, bisogna leggere altro.
     Per conoscere sia da che parte sta il Cardinali e sia il suo stile involuto di difficile lettura, leggiamo un passo del secondo volume, pagina 333: «La stagione dei fiori… nella primavera del 1862… e l’odorato profumo di quell’aere balsamico spirava il contagio mortale della polvere e de’ cadaveri insepolti di assassini bruttamente commisti alle salme benedette de’ martiri italiani immolati dalla ferocia barbarica dell’ultimo Borbone, in lega sacrilega col dominatore di Roma». Dove gli assassini sono i briganti meridionali, i martiri italiani sono i soldati piemontesi, l’ultimo Borbone è Francesco II, il dominatore di Roma è papa Pio IX. Notare anche le aggettivazioni con cui l’autore descrive i quattro protagonisti di quel periodo.
     Da alcuni passi del libro si apprende che Emidio Cardinali è romano, ha studiato nel seminario di Frascati, è stato ufficiale dell’esercito garibaldino, dal settembre 1859 è stato in esilio «balzato dal santuario pacifico dei suoi studi in una vita errante e penosa». Quando ha pubblicato il libro si trovava in esilio a Livorno.
     «Còmpito rigoroso della mia opera è la storia del brigantaggio dalla sua organizzazione presso la corte romana, col corredo di opportune riflessioni politiche», è l’incipit che rivela una lettura molto di parte del fenomeno, quella di un liberale acidamente anticlericale e antiborbonico. E comunque, come già detto, nell’economia generale del libro, al brigantaggio è riservato una spazio marginale, rispetto agli attacchi allo Stato pontificio, alla corte in esilio dell’ex Re delle Due Sicilie Francesco II, alla politica neutrale ed attendista del governo francese di Napoleone III.
     Riporto qui di seguito alcune osservazioni del Cardinali riguardanti il brigantaggio, tralasciando tutti gli altri temi.
     Il brigantaggio è un fenomeno endemico nel Napoletano, che ha infestato quelle provincie fin da remotissimi tempi. Cause ne sono state la configurazione del suolo per buona parte boschivo, la povertà degli abitanti che spingeva alla rapina e alle stragi, il gran numero di chi si trovava in quelle condizioni, la necessità di una gerarchia. «Il brigantaggio si eresse in sistema», scrive il Cardinali, e divenne camorra. Sono concetti ricorrenti in quegli anni, utilizzati per giustificare la repressione spietata ad opera dei piemontesi.
     Francesco II utilizzò e sfruttò i briganti per tentare di ritornare sul trono.
     Di Pontelandolfo e Casalduni il Cardinali, schierandosi apertamente con la ferocia dei piemontesi, scrive: «I due villaggi furono inesorabilmente condannati alle fiamme. Il nome di questi cannibali meritava esser abraso di mezzo al suolo italiano. Crollando le fondamenta de’ loro asili, doveva sperdersi anco la memoria di tanto misfatto».
     Nel libro del Cardinali sono trascritte, in italiano, le carte che il legittimista spagnolo José Borges portava con sé quando venne fucilato dai piemontesi l’8 dicembre 1861: la corrispondenza con il generale Clary, il memoriale, 6 lettere del generale Bosco, 5 lettere di una donna. Parte di questa documentazione era stata pubblicata poco prima da Marc Monnier, «che attesa la piccola mole del suo pregevole opuscolo quasi contemporaneo, poté precorrere la mia pubblicazione», scrive il Cardinali. A proposito del diario di Borges, dice il Cardinali: «Confesso che nel rifarmi più volte a leggere le sue memorie, ho pianto di compassione». Anche per lui le annotazioni di Borges costituivano un atto di accusa contro i briganti, così come i piemontesi avevano interesse a far credere. Anche se poi si contraddice quando afferma: «Egli (Borges) di fronte alla storia non potrà esimersi dal titolo di brigante».
     Contrariamente a quello che il governo piemontese voleva far credere, il Cardinali riteneva che: «Il brigantaggio poteva esser perseguitato, impedito ne’ suoi progressi, intralciato ne’ suoi progetti, ma spento non mai: le cagioni produttrici, dopo la sosta delle dispersioni, gli permettevano di ripullulare ad oltranza». Le cause del brigantaggio non erano estinte nella loro sorgente: la presenza di Francesco II a Roma e il potere temporale del papa che appoggiava e si alleava con il brigantaggio.

Emidio Cardinali, I briganti e la corte pontificia, Napoli 1971, Arturo Berisio Editore, Vol. I (pp. 580), Vol. II (pp. 460), ristampa edizione Editori L. Davitti e C. del 1862

22 settembre 2013

Brigantaggio, di Marc Monnier

"Io non faccio qui la storia del brigantaggio. Noi marciamo dietro al generale Cialdini". Questa frase del Monnier manifesta chiaramente da quale parte sta. E' dalla parte dei piemontesi e degli unitaristi, contro il brigantaggio e i meridionali.
Il libro, pubblicato a Parigi nel 1862 in francese, nello stesso anno venne tradotto in italiano. Ebbe grande notorietà e fortuna, stampando molte edizioni.
Io ho fra le mani l'edizione napoletana di Berisio Editore del 1965, quella dell'editore romano Borzi del 1969 (ristampa anastatica della seconda edizione di Barbera editore del 1862), l'edizione del 2001 di Capone editore di Cavallino (Lecce), l'edizione Osanna di Venosa del 2004, ed infine l'edizione di Capone & del Grifo del 2005.
L'edizione più vicina a quella originale francese (che ho potuto consultare in books.google.it) è quella di Osanna. E' l'unica che traduce e riporta l'avvertenza iniziale, la nota n. 1 del cap. I, il post scriptum al libro. Nell'avvertenza Monnier sostiene di aver lavorato con pazienza e in modo coscienzioso, sforzandosi di essere imparziale ed esauriente. Io però ritengo che imparziale non sia riuscito ad esserlo.
L'operazione nuova e più interessante del libro di Monnier è certamente la pubblicazione che viene fatta in esso, per la prima volta, del Diario del catalano José Borges, legittimista borbonico fucilato dai piemontesi a Tagliacozzo l'8 dicembre 1861. Monnier aveva chiuso la sua storia del brigantaggio nel novembre del 1861, ma venuto in possesso nel marzo 1862 di una copia del Diario di Borges, la inserisce nel suo libro, pubblicato verso la metà del 1862.
Il governo italiano aveva interesse a pubblicare il Diario, in quanto rinveniva in esso motivazioni a sostegno della propaganda unitaria e contro il fenomeno del brigantaggio che stava coinvolgendo tutto il territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie. Qualcuno ritiene che Monnier fosse al soldo del governo piemontese.
Monnier sostiene che nel Mezzogiorno il brigantaggio sia sempre esistito e nei primi due capitoli scrive del brigantaggio preunitario, parlando dei briganti Antonelli, Taccone, Bizzarro, Parafante e del generale murattiano Manhès che li combatté.
Poi si parla piuttosto sommariamente del brigantaggio postunitario: dei primi moti negli Abruzzi dell'ottobre 1860, del legittimista tedesco Lagrange, del capo brigante Giorgi e del generale piemontese De Sonnaz, del partigiano legittimista De Christen, di Cipriano della Gala.
Successivamente Monnier parla del brigantaggio politico, della reazione antisavoia del clero, del capobrigante della Basilicata Carmine Crocco, del brigante Giuseppe Nicola Summa, della famiglia aristocratica degli Aquilecchia che appoggiavano il sogno di restaurazione di Francesco II, della presenza delle donne nei moti briganteschi, del capobrigante Chiavone, dei comitati borbonici. Vengono poi elogiate le Guardie nazionali, schierate dalla parte piemontese. Si parla infine della repressione operata dai piemontesi contro Pontelandolfo e Casalduni, due paesi interamente bruciati.
Monnier, prima dell'inserimento del Diario di Borges, chiude il suo libro con la seguente affermazione: «Così i briganti, cacciati dapprima nelle pianure, poi respinti sulle alture del Gargano, del Matese, di Nola, di Somma, del Taburno, della Sila, si son resi in frotte, specie i soldati sbandati, i disertori, i refrattari, dei quali 30 mila almeno son già partiti alla volta dell'Italia settentrionale». Monnier era dal suo punto di vista ottimista e riteneva che il brigantaggio volgeva alla fine. Ma così non fu.
Dovettero passare ancora parecchi anni prima che il brigantaggio finisse. Il giornalista Max Vajro, introducendo l'edizione del libro di Monnier edito da Berisio nel 1965, scrive: «Fucilati via via i briganti, il brigantaggio non morì, permanendo i motivi sociali e politici che lo avevano fomentato».
Monnier, nato in Italia a Firenze da padre francese e madre svizzera, naturalizzato svizzero, scriveva in francese; di formazione cosmopolita, soggiornò a lungo in Italia, gli fu concessa la cittadinanza onoraria a Napoli, morì a Ginevra nel 1885.

Marc Monnier, Brigantaggio: storia e storie, Edizioni Osanna, Venosa 2004, pp. 162