24 aprile 2011

Convegno "Il Meridione, problema o risorsa?"



Sabato 30 aprile 2011 - Ore 17,00 / 20,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

ORDINE DEGLI AVVOCATI
DI BRINDISI

Associazione
Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (BR)

O R G A N I Z Z A N O

Convegno sul tema
Il Meridione, problema o risorsa?


Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu, nel suo aspetto di massa, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l'ingiustizia, l'oppressione e lo sfruttamento. Franco Molfese

Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di “briganti”. Antonio Gramsci

Introduce Avv. Vito Nigro
Coordina Prof. Rocco Biondi

Saluti
Avv. Francesco Nigro - Sindaco di Villa Castelli
Avv. Carlo Panzuti - Presidente Ordine degli Avvocati di Brindisi
Prof. Rocco Biondi - Presidente Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”

Relatori

MARIO SPAGNOLETTI
Professore di Storia Contemporanea presso l'Università di Bari
Commissioni d'inchiesta sul brigantaggio: Mosca e Massari. La legge Pica
Il Risorgimento italiano continua a perdere quell'alone aprioristicamente positivo che per molto tempo gli è stato riservato. Storici e studiosi, basandosi su una mole immensa di documenti per molti anni nascosti o trascurati, danno una valutazione più critica sui fatti che hanno portato all'unità d'Italia. Si prende atto che quell'unità più che anelito di popolo è stato il frutto delle mire espansionistiche dei Savoia piemontesi, avallate da plurimi interessi dei grandi Stati che all'epoca governavano l'Europa. Viene fuori prepotentemente il movimento popolare che nel Meridione si oppose a quell'annessione: il brigantaggio politico e sociale. Per sconfiggerlo fu usata una immane forza militare, che utilizzò strumenti impropri ad una società civile. La legge Pica fu uno di quegli strumenti, che condannava (molto spesso a morte per fucilazione) non solo i Briganti ma anche donne, bambini e lo svariato mondo che appoggiava quegli insorgenti, senza un processo.

DORA LIGUORI
Storica, Segretario Generale UNAMS (Unione Nazionale Arte Musica Spettacolo)
Unità d'Italia fra menzogne, fantasie e verità nascoste
Dal 1860 ad oggi, una spessa coltre è stata fatta volutamente calare per coprire le azioni, tutt’altro che limpide, che comportarono la sofferta unificazione nazionale. A propugnare questa unione furono movimenti fortemente idealistici, figli dell’illuminismo che, abilmente strumentalizzati, finirono col fare gli interessi di forti poteri internazionali, miranti a impadronirsi del Regno delle due Sicilie, ricco e strategicamente rilevante nel Mediterraneo, possessore anche del preziosissimo zolfo siciliano. A fare il “gioco sporco” per tutti, fu chiamato il regno del Piemonte il quale, per problemi di sopravvivenza finanziaria, da tempo mirava a conquistare il Sud della penisola. L’impresa, poi, assunse i contorni, non già della bella unione sognata dai liberali, ma di una feroce oppressione di un popolo contro un altro. I Meridionali si opposero all'invasione piemontese. I briganti furono il braccio armata di questa ribellione. E fu la guerra civile. Dopo decenni di falsi storici, riproporre la verità è un atto di giustizia, nonché il vero modo per celebrare, appunto, l’Unità italiana.

LINO PATRUNO
Giornalista, già direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”
Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali
C'è un “Fuoco del Sud” che arde sotterraneo e che potrebbe irrompere proprio mentre si celebrano i 150 anni dell'Unità d'Italia. Un “fuoco” tanto sofferto quanto ignorato. Si alimenta di centinaia di movimenti, associazioni, comitati, gruppi, intellettuali che un secolo e mezzo dopo chiedono ancòra rispetto per il sacrificio imposto al Sud nella nascita della nazione, che si battono per liberare il Sud dalla sudditanza subìta sull'altare del patriottismo e della retorica. Sono i “nuovi briganti” della comunicazione e dell'indignazione di cui il Sud ha bisogno. E che grazie anche alle moderne armi di Internet raccolgono e diffondono sia un ritrovato orgoglio meridionale, sia la rabbia per la storia taciuta dalle reticenze degli archivi e delle accademie. Con la denuncia delle clamorose responsabilità dei governi nel disegno preordinato e sistematico di un Sud da mantenere arretrato.

Presentazione
Rivista trimestrale storico culturale Brigantaggio politico e sociale”
L'obiettivo che noi ci proponiamo con questa nuova rivista è principalmente di carattere culturale. Per capire verso dove si deve andare per migliorare le proprie condizioni di vita, bisogna conoscere da dove si proviene. Sapere chi erano i nostri padri, scoprire per cosa hanno lottato, conoscere i risultati positivi che hanno conseguiti, riflettere sulle loro sconfitte, ma anche studiare le cause e le concomitanze che hanno portato a quelle sconfitte, è necessario e fondamentale sia per prendere coscienza dei valori positivi che devono guidarci, sia per conoscere gli ostacoli e da chi sono stati frapposti per chiederne il dovuto conto, ma anche per non ripetere gli errori da loro commessi. I briganti di quell'epoca, uomini e donne che per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono stati insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Noi dobbiamo partire da dove i nostri padri briganti furono costretti a lasciare. (Rocco Biondi)

Per la partecipazione Avvocati e Praticanti abilitati devono far pervenire la domanda di partecipazione presso la Segreteria dell'Ordine ovvero prenotarsi tramite la propria area riservata “Riconosco” entro e non oltre 4 giorni prima dell'incontro.
L'accesso e l'uscita dalla sala avviene con l'utilizzo del tesserino magnetico.
Verranno attribuiti 3 crediti formativi.

Ingresso libero anche per il pubblico normale.

Il Presidente
Ordine degli Avvocati
Avv. Carlo Panzuti

Il Presidente
Settimana dei Briganti - l'altra storia
Prof. Rocco Biondi

17 aprile 2011

Fuoco del Sud, di Lino Patruno


I “fuochisti” che vorrebbero portare il Sud alla riscossa continuano ad aumentare in numero quasi esponenziale. Testimonianza ne sono libri, giornali, convegni, ma soprattutto siti internet che si fanno portavoce di movimenti e associazioni che fanno del meridionalismo il loro campo di ricerca e di azione. Lino Patruno nel suo libro ha selezionato alcuni autori significativi, che fanno parte di questa “ribollente galassia”, e li ha seguiti lungo vari percorsi di storia, di protesta, di proposta. Sono i “nuovi briganti” del Sud, non più armati di fucili ma di megafoni digitali che diffondono la conoscenza, stimolano le coscienze, suscitano la reazione.
Ecco alcuni nomi di “nuovi briganti”, scelti fra i tanti citati da Patruno: Pino Aprile, Gigi Di Fiore, Dora Liguori, Gennaro De Crescenzo, Vincenzo Gulì, Fara Misuraca, Alfonso Grasso, Nicola Zitara, Franco Tassone, Michele Ladisa, Francesco Romano, Domenico Iannantuoni, Enzo Riccio, Antonio Ciano, Beppe De Santis, Massimo Tartaglia, Girolamo Foti, Renato Rinaldi, Andrea Santopietro, Salvatore Musumeci, Giuseppe Scianò, Silvio Vitale, Edoardo Vitale, Pippo Callipo, Alessandro Romano, don Paolo Capobianco, Nando Dicè, Pietro Golia, Paolo Guaglione.
Lungo la strada verso la conoscenza della verità la prima grande muraglia che si cerca di abbattere è quella delle bugie risorgimentali. Viene lanciata e motivata una serie di “non è vero” contro le affermazioni degli storici ufficiali, asserviti ai vincitori piemontesi. Non è vero che il Regno d'Italia, proclamato dal Parlamento di Torino il 17 marzo 1861, non potesse avere connotazioni diverse; persino Cavour e Napoleone III pensavano a tre Regni confederati: quello dell'Alta Italia, quello dell'Italia Centrale, quello delle Due Sicilie. Non è vero che l'annessione del Regno delle Due Sicilie fu decisa col plebiscito; il Regno fu conquistato con le armi, senza neanche una dichiarazione di guerra. Non è vero che i garibaldini, sbarcati in Mille in Sicilia, divennero in breve tempo 53 mila per l'apporto entusiastico della popolazione; la massoneria siciliana mise a disposizione l'apparato mafioso, tantissimi soldati sabaudi misteriosamente “congedati” indossarono la “camicia rossa”, alcuni meridionali si unirono a Garibaldi per la promessa poi non mantenuta di assegnazione delle terre. Non è vero che i soldati borbonici rinunciarono a combattere; fu loro scientificamente impedito di combattere dagli ufficiali borbonici comprati e passati con i piemontesi. Non è vero che Garibaldi fosse quell'eroe senza macchia e senza paura del quale la retorica risorgimentale ha sempre parlato; fu invece un impostore e vile servo della monarchia sabauda. Non è vero che il Sud ebbe una rappresentanza adeguata nel nuovo Parlamento nazionale, eletto il 27 gennaio 1861; per prima cosa a votare fu solo meno del 2 per cento della popolazione italiana ed i pochi eletti meridionali erano rappresentanti dei proprietari terrieri e dei notabili locali, che avevano appoggiato l'annessione per difendere i loro privilegi, contro il popolo e i contadini meridionali. Non è vero che il brigantaggio postunitario sia stato un semplice fenomeno delinquenziale; non si spiegherebbe perché i piemontesi impiegarono contro di esso 120 mila uomini; fu invece una rivolta sociale del popolo nel tentativo di farsi riconoscere i propri diritti ed anche una vera guerra civile contro l'occupazione piemontese; i briganti ebbero dalla loro parte la popolazione, che li aiutava in ogni modo, altrimenti non si spiega perché i piemontesi impiegarono dieci anni per sconfiggerli. Non è vero che le atrocità furono commesse solo dai briganti, anzi le loro erano solo una difesa contro le atrocità ben più gravi compiute dall'esercito piemontese; ecco come Patruno sintetizza le atrocità perpetrate in quegli anni dai piemontesi contro i meridionali: «Cadaveri evirati o fatti a pezzi, teste mozzate e infilate in cassettine per mostrarle in giro o infilate su pali per lezione a tutti, impiccagioni con i corpi lasciati a penzolare per giorni, crocifissioni, donne stuprate e sbudellate, donne legate nude a disposizione della truppa e lasciate morire nella vergogna e nel dolore, briganti inchiodati alle porte o agli alberi, torture, paesi e masserie bruciati con i loro occupanti, famiglie separate per sempre e deportate, decine di migliaia di profughi in fuga, intere greggi sterminate, raccolti incendiati, saccheggi, depredazioni»; senza distinzione tra vecchi e bambini, uomini e donne, preti e suore; per i piemontesi erano tutti briganti.
Poi quando nel 1870 il brigantaggio fu sconfitto cominciò la grande emigrazione di massa dal Sud: «o briganti o emigranti».
Il Sud nel 1860, al momento dell'Unità, economicamente non stava male; vantava un molto evoluto sistema finanziario; i titoli delle Due Sicilie erano trattati nelle principali piazze finanziarie d'Europa. Il Regno delle Due Sicilie, con 9 milioni di abitanti, possedeva i due terzi di tutto l'oro del resto d'Italia, che contava 22 milioni di abitanti; cioè 443 milioni di lire-oro sui 664 milioni di tutta l'Italia unita. Se si tiene conto delle lire-oro trafugate al Banco di Napoli, delle ricchezze personali sottratte al re Francesco II e degli interessi da allora ad oggi, è stato calcolato che la rapina fatta dai piemontesi a danno dei meridionali ammonta a 500 miliardi di euro; se poi si aggiungono le razzie dell'esercito piemontese rientranti nella criminalità comune si arriva a 1500 miliardi di euro.
Dopo di allora fu fatta vivere ai meridionali del Sud un'atroce Via Crucis, costringendoli a percorrere le quattordici stazioni di cristiana memoria: dalla flagellazione alla sepoltura. Le tasse dalle cinque esistenti nel Regno delle Due Sicilie divennero 37 (trentasette): il Sud pagava più del Nord, i ricchi vivevano sulle spalle dei poveri, il Nord sulle spalle del Sud. Fu adottata la tariffa doganale piemontese, che diede un colpo mortale all'industria meridionale, favorendo l'industria del Nord e la concorrenza estera. Con l'accettazione acritica dell'ideologia liberale le opere di bonifica del territorio vennero affidate a privati del Nord che programmarono tenendo presente il contesto padano: pianure e grandi fiumi. Nel 1887 il governo Crispi impose la tariffa protezionistica, utile all'industria ormai concentrata al Nord e mortale per l'agricoltura del Sud. Iniziò l'esodo biblico della Grande Emigrazione meridionale: si calcola che oltre venti milioni di meridionali abbiano abbandonato l'Italia; le loro rimesse arricchirono soprattutto il Nord, che piazzò i suoi prodotti al Sud dove veniva crescendo la capacità di consumo. Poi le politiche speciali per il Sud furono sterili inganni: rattoppi per non cambiare nulla. Le Grandi Guerre del '15-18 e del '39-45 furono fatte per favorire le industrie belliche del Nord; i meridionali ebbero solo morti; al Nord andarono anche i milioni di dollari degli Alleati per i danni di guerra al Sud. Con il fascismo il Sud fu abbandonato a se stesso: niente interventi statali, niente opere pubbliche, niente sostegno all'industria e alle banche; i miserabili meridionali se ne vadano in Etiopia ed in Abissinia. Nel dopoguerra nascono nel Sud le famose «cattedrali nel deserto», Italsider di Taranto in testa; scende l'occupazione al Sud che in quegli impianti ne impiegava poca, sale al Nord nelle industrie manifatturiere che alimentano gli impianti. Nel Sud l'intervento straordinario sostituisce quello ordinario. L'ultima stazione della Via Crucis meridionale è il federalismo fiscale imposto dalla Lega Nord: chi sta bene (il nord) starà meglio, chi sta male (il sud) starà ancora peggio.
Ma una volta conosciuti i fatti e presa coscienza della subalternità alla quale ci hanno costretti, noi meridionali cosa dobbiamo fare? Lino Patruno e i movimenti meridionali alcune proposte le fanno. Il primo passo è la formazione di meridionali finalmente consapevoli, fieri, radicati, arrabbiati e dotati di grande senso di appartenenza verso il loro territorio. Il Sud deve costituirsi in maxiregione autonoma o in Stato indipendente con gli stessi confini del Regno delle Due Sicilie, deve tornare unito per sommare le enormi risorse del territorio (petrolio, energie alternative, agricoltura, turismo) gestendole in modo proprio e con la propria soggettività. Bisogna costruire alleanze con chiunque abbia a cuore il riscatto del Sud e sia alternativo alla “casta risorgimentale” di destra, centro o sinistra. Bisogna partecipare al superamento del berlusconismo.
Il Sud ha bisogno di “nuovi briganti”.
Il racconto della ribollente galassia dei Movimenti meridionali - conclude Lino Patruno - annuncia una insurrezione non soltanto delle coscienze.
Rocco Biondi

Lino Patruno, Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti meridionali, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2011, pp. 206, € 14,00

3 aprile 2011

Il brigantaggio postunitario, di Raffaele Nigro


Nel libro viene raccontata la storia del brigantaggio postunitario, esaminando la letteratura sul tema. Vengono presentati gli scritti, contemporanei agli avvenimenti e successivi, inquadrandoli e classificandoli di volta in volta fra quelli a favore dei rivoltosi meridionali e quelli a favore degli invasori piemontesi.
L'anno di partenza è il 1860. «Un anno di azioni, militari e politiche, straordinarie. A raccontarlo, anche in poche parole, sembra un romanzo», scrive Raffaele Nigro.
Garibaldi sbarca in Sicilia e, senza una vera opposizione militare, risale le regioni meridionali fino Napoli. Francesco II, ultimo re borbone, si rifugia a Gaeta, da dove dopo una strenua resistenza ripara a Roma. Nelle campagne dell'Abruzzo, del Molise, della Basilicata, della Campania e della Puglia si scatena, contro i piemontesi, una violenta reazione armata, da parte di contadini, artigiani, pastori, renitenti alla leva, soldati sbandati, idealisti stranieri; una guerriglia che terrà impegnato l'esercito piemontese per diversi anni e porterà alla promulgazione di leggi speciali.
Capi di questa rivolta furono, tra gli altri, il lucano Carmine Crocco di Rionero, il pugliese Pasquale Romano di Gioia del Colle, Luigi Alonzi nato a Sora ai confini con l'Abruzzo, il legittimista spagnolo Josè Borges, il campano Gaetano Manzo di Acerno.
A fare luce su molti avvenimenti di quegli anni fu l'Autobiografia, scritta dal capobrigante Carmine Crocco, detenuto nel carcere di Portoferraio, e revisionata dal capitano medico Eugenio Massa, pubblicata nel 1903. Nel 1862 il ginevrino Marc Monnier aveva pubblicato a Parigi il Giornale di Borjes, poi tradotto in italiano; era un diario nel quale il generale catalano Borges annota la sua triste avventura dallo sbarco in Calabria sul finire del settembre 1861 ad alcuni giorni prima di essere fucilato a Tagliacozzo l'8 dicembre dello stesso anno; nel diario si rende anche conto del tentativo fallito di trovare un'intesa con Carmine Crocco. Nel 1868 l'ufficiale tedesco Ludwig Richard Zimmermann pubblicava a Berlino un libro di Memorie della sua vita tra i briganti nel biennio 1861-62 fra i monti abruzzesi, dove operava il capo brigante Chiavone (Luigi Alonzi) fucilato il 28 giugno 1862; il libro di recente è stato tradotto dal tedesco in italiano da Erminio De Biase. Utile per conoscere come vivevano i briganti è il diario di William Moens, un agente di borsa inglese, che nel maggio del 1865 venne sequestrato fra i monti dell'Irpinia dalla banda di Gaetano Manzo; rimasto prigioniero per tre mesi, venne liberato dietro pagamento di un forte riscatto; il diario venne pubblicato nel 1866 a Londra e tradotto successivamente in italiano col titolo di Briganti italiani e viaggiatori inglesi.
Raffaele Nigro dà poi conto di diversi scritti filopiemontesi. A cominciare dal libro che il giornalista ginevrino Marc Monnier pubblica nel 1862 prima a Parigi e poi Firenze: Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane dai tempi di fra Diavolo sino ai nostri giorni; era un libro utile alla causa liberale e al progetto unitario di Cavour. Basilide Del Zio, medico di Melfi ed esponente della media borghesia, pubblica nel 1905 Melfi - le agitazioni del Melfese - Il brigantaggio. Documenti e note; nel libro Del Zio segue le vicende dei briganti casale per casale in una ricostruzione minuta e con l'intento di mostrare la partecipazione dei lucani alla difesa dell'unità d'Italia contro il legittimismo di una parte dei contadini e di una piccola schiera di borghesi. Il maggiore Carlo Melegari, che partecipò con i piemontesi all'eccidio di Casalduni e Pontelandolfo, trentasei anni dopo quegli avvenimenti pubblica in forma anonima i Cenni sul brigantaggio. Ricordi di un antico bersagliere; ovviamente negativo è il giudizio che dà della resistenza dei briganti. Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, ufficiale dell'esercito piemontese, nel 1864 dà alle stampe Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863 studio storico-politico-statistico-morale-militare; il libro ha un dettagliato dizionario biografico dei capibanda che operano nel centro Italia e prova a spiegare come francesi e papalini siano i veri manutengoli di queste bande; per Jorioz i briganti sono solo delinquenti pronti alla razzia.
Dall'altra parte vi sono scrittori che danno del fenomeno del brigantaggio una lettura diversa, attribuendogli un significato sociale e politico. Il capitano borbonico Tommaso Cava De Gueva nel 1865 pubblica Analisi politica del brigantaggio attuale nell'Italia meridionale; viene esaltato l'operato dei legittimisti, che hanno provato a far insorgere il Regno di Napoli dopo la disfatta. Pasquale Villari, un liberale moderato, nelle sue Lettere meridionali pubblicate nel 1878, sostiene che il brigantaggio è la conseguenza di una questione agraria e sociale, che travaglia quasi tutte le province meridionali; la condizione di vita dei contadini meridionali è tale che essi non hanno alternativa, la fame o il brigantaggio. Enrico Pani Rossi, funzionario settentrionale trasferito a Potenza per lavoro, nel suo volume La Basilicata ritiene che il brigantaggio sia una risposta sociale al disinteresse della politica e una reazione alla miseria. Francesco Saverio Nitti, lucano di Melfi e presidente del consiglio prima del fascismo, nel suo saggio Eroi e briganti del 1899 scrive: «Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie». Giustino Fortunato, parlamentare lucano nato a Rionero nel 1848, ripeteva che il brigantaggio era stato la reazione di una gente stanca di subire quotidiani soprusi. Gaetano Salvemini, pugliese di Molfetta, storico e antifascista, era convinto che la depressione del sud fosse funzionale al decollo economico avviato da Giolitti nelle aree settentrionali; intervenne sul tema del brigantaggio con un'analisi della vita del brigante Michele Di Gè.
La questione meridionale e il brigantaggio furono affrontati, negli anni del fascismo e immediatamente dopo, in parecchi romanzi. Non più letteratura popolare, ma letteratura funzionale alla lotta politica contro il fascismo, che si era schierato con la borghesia e con gli agrari contro i lavoratori della terra. Corrado Alvaro pubblica nel 1930 Gente in Aspromonte; non c'è nulla di leggendario e di esaltante nella vita del brigante, perché al fondo di questa scelta c'è la vita del pastore e del bracciante; ad Alvaro preme raccontare le ragioni che spingono un giovane al banditismo, non ciò che avviene quando un individuo ha superato l'argine della legalità; se non esiste una Giustizia nella società ognuno se la inventi con le sue mani. Nel 1933 Ignazio Silone pubblica in lingua tedesca Fontamara, che uscirà in Italia in italiano solo nel 1953; è la storia della vita del brigante Berardo Viola, che reagisce al proprio destino di immobilismo lottando, a favore del ritorno dei Borboni, fra le montagne dell'appennino abruzzese; arrestato morirà in carcere nel 1906. Nel 1942 Riccardo Bacchelli pubblica il racconto lungo Il brigante di Tacca del Lupo; in esso si riassume l'epopea brigantesca del Sud e la difficoltà di unificazione nazionale. Francesco Jovine pubblica nel 1942 il romanzo Signora Ava; si spiegano le ragioni dei fenomeni rivoluzionari e briganteschi mutuando la visione gramsciana della storia; i contadini combattono contro gli aristocratici e i borghesi per il possesso della terra; il romanzo è un affresco della provincia molisana nel periodo 1859-1862, sulle orme delle gesta di Pietro Veleno, contadino fattosi brigante suo malgrado. Ancora nel 1942 Carlo Alianello pubblica L'alfiere, epopea epica nella quale il brigantaggio veniva presentato come questione sociale e politica: quella dei briganti era stata una resistenza vera e propria contro l'invasione dell'esercito piemontese; nel 1952 Alianello ritorna sul tema del brigantaggio con Soldati del re; poi nel 1963 Alianello vince il premio Campiello con il romanzo L'eredità della priora, in esso si parla di briganti che comunque non diventeranno mai protagonisti, le loro azioni si svolgono sullo sfondo; Alianello ha l'opportunità di dichiarare la propria posizione antiunitaria e antinordista: i grandi ideali dell'Unità d'Italia sono naufragati con la guerra fatta dai piemontesi contro il Meridione.
Nel secondo dopoguerra molte pubblicazioni affrontano il tema del brigantaggio. Nel 1959 lo storico inglese Denis Mack Smith, nella sua Storia d'Italia, inserisce il paragrafo Controrivoluzione e brigantaggio (1860-65); nel 1959 Michele Topa pubblica vari articoli sul brigantaggio, poi raccolti nel 1993 in volume sotto il titolo I Briganti di sua Maestà; nel 1964 Franco Molfese pubblica Storia del Brigantaggio dopo l'Unità; Tommaso Pedio nel suo monumetale Dizionario dei patrioti lucani. Artefici e oppositori (1700-1870) inserisce moltissimi briganti; nel 1969 Aldo De Jaco pubblica Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d'Italia; nel 1974 Maria Rosa Cutrufelli pubblica L'unità d'Italia - guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud; nel 1980 esce di Roberto Martucci Emergenza e tutela dell'ordine pubblico nell'Italia liberale; nel 1999 inizia la pubblicazione in tre volumi della Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli archivi di Stato. 
Il libro, pubblicato da Adda in bella veste grafica, è in parte una risistemazione aggiornata del materiale sul brigantaggio postunitario presente nell'opera magna sulla letteratura del brigantaggio pubblicata da Nigro nel 2006 presso Rizzoli con il titolo Giustiziateli sul campo. Sono state aggiunte le cronache delle visite fatte ai luoghi borbonici e banditeschi. Questa nuova edizione si arricchisce con un vasto apparato iconografico che raccoglie foto, incisioni, pitture, pagine di giornali, copertine di libri, fotogrammi di film sul brigantaggio. 
Facendo la cronaca della manifestazione che si svolge ogni anno nel bosco di Gioia del Colle, presso il monumento al Sergente Romano, Raffaele Nigro afferma, dimostrando la sua simpatia per Garibaldi: «Mi infastidisce ascoltare da Nisticò che il vero bandito sia stato Garibaldi»; ma io e tantissimi altri la pensiamo come Ulderico Nisticò. 
Fra le aggiunte, rispetto al libro del 2006, mi piace notare la citazione dell'attività dell'associazione “Settimana dei Briganti” di Villa Castelli, della quale mi onoro essere presidente. 
Rocco Biondi 

Raffaele Nigro, Il brigantaggio postunitario. Dalle cronache al mito, Mario Adda Editore, Bari 2010, pp. 200, € 20,00

14 marzo 2011

Orfani di patria - Spettacolo 150 anni

Associazione
“Settimana dei Briganti - l'altra storia”
VILLA CASTELLI (BR)

in collaborazione con
Associazione “Euclidea” - Villa Castelli

presenta

Giovedì 17 marzo 2011
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Ostillio
Ingresso ore 18,30 - Inizio ore 19,00

Orfani di Patria
17 marzo 1861
Spettacolo teatrale/musicale ideato da Dante Roberto

Attori
Angelo Bommino - voce narrante
Franco Nacca - emigrante
Mimmo Fornaro - emigrante

Musicisti
Dante Roberto - pianoforte
Gianni Locorotondo - tenore
Angelo Pignatelli - bandoneòn
Mino La Penna - pianoforte

I testi sono estratti da “Terroni” di Pino Aprile
e da “Viaggio verso la luna...solo andata. Rodolfo Valentino, un Mito” di Rina La Gioia

I Meridionali, prima dell'arrivo dei Savoia, avevano una loro patria; dopo non sono riusciti ad acquisirne un'altra. Il 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II si proclama re d'Italia, i Meridionali diventano orfani di Patria.
In quell'anno il Sud venne annesso con la forza al Regno sabaudo. Ci vollero ancora altri dieci anni prima che lo Stato Pontificio venisse annesso nel nuovo Stato.
Impropriamente quindi si fa risalire a quella data l'unità d'Italia. L'Italia non è stata mai veramente unita e non lo è tuttora.
«Sono centocinquant'anni - scrive Pino Aprile - che l'Italia è un paese unito a mano armata, sull'idea della minorità del Meridione e dei meridionali. Le regole nuove sono quelle del vincitore ed è lui che le governa; le vecchie scompaiono e, anche se resistono, sono quelle del vinto. Il Sud vide lacerare il suo tessuto sociale dalle stragi dell'Unità, poi dai milioni di emigrati a cavallo del Novecento; poi dai milioni di emigrati “interni” e “clandestini” durante il fascismo; poi da quelli del “miracolo economico”; oggi dai giovani laureati in fuga. Un baratro è stato scavato nel nostro paese; non è mai stato riempito».

Lo spettacolo verrà introdotto da esibizioni degli allievi/musicisti del C.A.M. di Villa Castelli

25 febbraio 2011

Uniti per forza, di Federico Pirro


Come recita il sottotitolo del frontespizio, il libro di Federico Pirro è un saggio antologico, ampiamente commentato, di brani di scrittori importanti che hanno parlato dei fatti che portarono alla cosiddetta unità d'Italia. Sono presenti oltre ad autori a noi contemporanei anche autori contemporanei ai fatti che si svolsero 150 anni fa. Se ne deduce che non tutti gli autori sono stati organici al potere e tromboni della storia scritta dalla parte dei vincitori e per osannarli. Anche se chi ha tentato di presentare e spiegare le ragioni dei vinti non ha avuto gli spazi, accademici e divulgativi, degli altri. Anzi sono stati boicottati o ignorati. Ora qualcosa sta cambiando e il libro di Pirro ne è testimonianza. Sono tanti i volumi di questo tipo, freschi di stampa, che stanno occupando significativi spazi negli scaffali delle librerie. Per tutti cito solo alcuni autori “popolari” che danno, anche se con gradi diversi, voce ai vinti del cosiddetto risorgimento: Pino Aprile, Giordano Bruno Guerri, Antonio Caprarica, Gigi Di Fiore, Eugenio Bennato, Lino Patruno; ma sono tanti altri i libri, pubblicati da case editrici di ogni grandezza, che parlano dei “briganti” postunitari del Sud. I “briganti” di quell'epoca, lo ripeto ancora una volta, per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono infatti insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità. Scrive Pirro: «Può dunque dirsi, fuori da ogni faziosità, che il termine “brigante”, per l’evoluzione che hanno avuto gli avvenimenti, si distanzia sempre più da “bandito” per avvicinarsi sempre più a “partigiano”».
Federico Pirro ritiene che l’unità d’Italia era ineluttabile. «Infatti, – scrive – se, nonostante gli errori, l’elitarietà dei sostenitori, le brutalità, se, nonostante tutto questo, la penisola è diventata una, abbiamo la riprova evidente del fatto che, prima o poi, si sarebbe giunti a questo risultato». Anch’io, fino a non molto tempo fa, ero convinto che l’unità d’Italia andava fatta, ma non con le modalità con cui praticamente fu fatta. Ora comincio a dubitare di questa ineluttabiltà. Comunque però è assolutamente necessario far venir fuori l’altra storia, quella della stragrande maggioranza degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, a cui l'unità fu imposta con la forza, con le armi. Come dice Eugenio Scalfari, citato da Pirro, il Risorgimento fu opera di una minoranza e questa è la sua debolezza. Le masse cattoliche, contadine, operaie, furono assenti ed escluse dalle istituzioni.
Luigi Pirandello scrive che la sua Sicilia venne trattata come terra di conquista: «Poveri isolani, trattati come barbari che bisogna incivilire!».
Ma tutto il Regno delle Due Sicilie venne criminalizzato per fornire l’alibi per una guerra di conquista. Tale Regno non era il paese di Bengodi, scrive Pirro, ma non era affatto peggiore degli altri, anzi, per molti versi forse era anche migliore. La decadenza del Meriodione iniziò con la calata dei piemontesi e la loro guerra di conquista.
La prima ferrovia italiana fu realizzata nel Sud nel 1839 (la Napoli-Portici, che non era assolutamente, come la propaganda savoiarda la definì, un “balocco reale”) e prevedeva nel progetto di Ferdinando II due grandi dorsali. La prima doveva collegare Brindisi a Napoli, quindi spingersi fino a Pescara, Ancona e Bologna e, passando per Venezia, unirsi alle reti danubiane e renane. La seconda dorsale, partendo dalla Calabria e dalla Basilicata, si sarebbe collegata con Roma, Firenze, Genova e Torino. Questo piano ferroviario poggiava sulle miniere calabresi di Mongiana, che producevano acciaio, e sulla crescita tecnologica del complesso metalmeccanico della napoletana Pietrarsa.
Durante il Regno borbonico fu costruito sul Garigliano il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell'Europa continentale (1832), fu realizzata a Napoli la prima illuminazione a gas d'Italia (1839), fu installato sul Vesuvio il primo osservatorio vulcanico del mondo (1841), fu varato il primo battello a vapore con propulsione a elica che abbia solcato il Mediterraneo (1847).
Al momento dell'unificazione il patrimonio del Regno delle Due Sicilie era di 443 milioni di ducati oro, che all'epoca corrispondeva al 60% del patrimonio di tutti gli Stati e Staterelli preunitari messi insieme.
Ma nella nazione che allora contava di più nel mondo, l'Inghilterra, fu deciso, per propri interessi economici, che il trono del Regno delle Due Sicilie doveva essere annientato. L'operazione - scrive Lorenzo Del Boca nel suo “Maledetti Savoia” - fu lungamente meditata e scientificamente pianificata in segreto. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti d'America e in Canada vennero raccolti tre milioni di franchi francesi, equivalenti a 29 miliardi di lire. Con quella ingente somma venne finanziata l'operazione Garibaldi (cosiddetta spedizione dei Mille) e furono comprati quasi tutti gli ufficiali dell'esercito borbonico.
L'annessione piemontese, scrive Pirro, ha avuto caratteri che non divergono molto dai genocidi seguiti, nei millenni, a ogni conquista. Il Sud lo si può ben raffigurare come una sorta di riserva indiana, simile a quei campi di concentramento che videro la graduale eliminazione fisica dei Pellerossa. Al minimo tentativo di ribellione, si organizzavano deportazioni verso le fortezze del Nord (i lager dei Savoia a Fenestrelle, dove furono fatti morire migliaia di prigionieri della guerra del Sud e disertori napoletani che non vollero passare nelle file dell'esercito nemico); chi non si fidava del “nuovo”, diveniva un brigante da giustiziare senza processo. Era prevista la fucilazione immediata se un contadino veniva sorpreso con una porzione di pane superiore a quella che, a parere dei boia piemontesi, doveva essere sufficiente per un giorno, perché quel di più nella bisaccia era la prova che si foraggiavano i soldati borbonici datisi alla macchia.
Antonio Gramsci così bollò con vigore la ferocia piemontese: «Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti».
I briganti più noti, sintetizza Pirro, sono stati il pugliese Pasquale Romano e il lucano Carmine Crocco, che con i loro uomini hanno dato per diversi anni filo da torcere all'esercito piemontese. Ai briganti meridionali si affiancarono generali e ufficiali stranieri; il più famoso fra questi fu lo spagnolo José Borges.
Pontelandolfo, Casalduni e tanti altri paesi furono rasi al suolo e bruciati perché osarono ribellarsi ai “liberatori”.
Più si leggono i dati relativi alla nascita dello Stato italiano – scrive ancora Pirro – e più ci si convince che la “questione meridionale” è nata appunto con le ruberie dei piemontesi a danno delle genti meridionali.
E i meridionali per fuggire dalla miseria e dalle condizioni da rapina imposte dal nuovo Stato furono costretti ad emigrare. Solamente nel decennio dal 1906 al 1915 lasciarono l'Italia sei milioni di poveri meridionali. Era questo il risultato di decenni di abbandono e sfruttamento delle aree politicamente più deboli. Ridotte allo stremo dalla rapacità piemontese, che s'impossessò finanche dei binari per trasferirli al Nord. E l'esodo biblico dei meridionali è continuato anche negli anni successivi.
Nel 1899 Gaetano Salvemini scriveva che la spedizione garibaldina fu un atto di conquista vera e propria; il Napoletano e la Sicilia, quando entrarono a far parte dell'Italia una, non avevano debiti; i meridionali furono obbligati a pagare gli interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell'Unità. L'Unità d'Italia – scriveva ancora Salvemini – è stata per il Mezzogiorno un vero disastro e aveva ragione l'ultimo re dei Borboni, quando, fuggendo da Napoli a Gaeta, diceva ai suoi antichi sudditi: «Io perdo il regno, ma a voi i Piemontesi lasceranno solo gli occhi per piangere».
Nel libro di Federico Pirro vengono affrontati tanti altri argomenti, fra i quali Cesare Lombroso, i Fasci Siciliani dei Lavoratori, il Federalismo fiscale, la Cassa per il Mezzogiorno, la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la Resistenza nel Meridione d'Italia.
Chiudo questa recensione con la considerazione con cui Federico Pirro chiude la cronologia ragionata degli eventi avvenuti in Italia dal 1800 al 1861, posta alla fine del libro: «Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele assume per sé e per i suoi discendenti il titolo di re d'Italia, ma rimane II e non I, come sarebbe stato giuridicamente e politicamente corretto essendo nata una nuova realtà. Questo particolare conferma che si trattò di una conquista e non di un'unificazione. Tutte le ingiustizie seguite agli eventi elencati, ancora vive a 150 anni di distanza, sono state l'inevitabile effetto di questi primi atti».
Rocco Biondi

Federico Pirro, Uniti per forza, 1861-2011, Saggio antologico, Progedit, Bari 2010, pp. 182, € 20,00

19 febbraio 2011

Federico Pirro ai Sabati Briganteschi


Sabato 26 febbraio 2011 - Ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”,

FEDERICO PIRRO
Caporedattore della sede Rai di Bari
presenta il suo libro edito da Progedit
Uniti per forza

Si fa sempre più certezza la sensazione che quel 1861 non fu il suggello di un processo che avesse svolto appieno e bene la delicata fase propedeutica, ma che tutto sia stato affrettato e sospinto dall'imprevedibilità; che si sia, come usa dirsi, navigato a vista. Insomma, una conquista da realizzare e consolidare con ogni mezzo, imbarbarita dallo sconcertante pregiudizio che il Sud fosse un altro continente, abitato da popolazioni cui era più opportuno, se non indispensabile, impartire una sorta di «rieducazione», fosse pure con massacri e perenni leggi di guerra, paragonabili nelle forme, e forse anche nelle finalità preordinate, al genocidio dei Pellerossa. Gli eventi, per giunta, coincisero anche sul piano temporale.
Analizzando, sia pure per sommi capi, la politica posta in atto dai Borboni, e in particolare da Ferdinando II, si coglie che, per quei tempi, nei quali l'assolutismo era carattere essenziale del governare, gli aspetti positivi emergono evidenti. Si comprende, inoltre, che troppo a lungo tali aspetti positivi sono stati tenuti sotto silenzio, col fine chiaro di dare alla conquista del Sud i caratteri della necessità storica di liberare quelle genti dall'arretratezza e dal dispotismo.
C'è ancora da domandarsi se le pesanti critiche rivolte al Sud, spesso anche irridenti, altro non fossero, e sono ancora, che propaganda, come sempre a sostegno dei vincitori e a danno dei vinti. (Federico Pirro)

Federico Pirro è stato caposervizio alla “Gazzetta del Mezzogiorno”; dalla fondazione e per molti anni, corrispondente da Bari della “Repubblica”; caporedattore della sede Rai di Bari. Gli è stato assegnato nel 1997 il premio Saint-Vincent di giornalismo per una serie di servizi televisivi sull'immigrazione albanese. Impegnato a lungo nel sindacato di categoria, ha ricoperto l'incarico di vice presidente nazionale della Federazione della Stampa.

Presentazione del periodico
BRIGANTAGGIO - politico e sociale
A tutti i presenti sarà offerta una copia in omaggio

28 gennaio 2011

Alla riscossa terroni, di Lino Patruno

«“Terroni è un titolo onorifico, perché è un onore serbare in sé le virtù della terra», scrive Lino Patruno. I «terroni» di Puglia hanno trasformato una terra di pietre in un giardino. I «terroni» hanno conservato o riscoperto il valore dell'agricoltura, con la difesa dei prodotti di qualità contro «la globalizzazione del tutto uguale e del tutto imitato».
Il libro raccoglie alcuni degli articoli di fondo pubblicati sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” dal 2000 al 2008, raggruppandoli intorno a quattro temi: la dis-unità d'Italia, la sagra degli autogol del Sud, i giovani e il lavoro, il federalismo.
Lino Patruno è stato direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” dal 1995 al 2008. Tredici anni durante i quali ha potuto guardare la Puglia ed il Sud da una finestra privilegiata, ma nello stesso tempo ha saputo dare voce alle aspettative del Meridione d'Italia, non disdegnando di pungolare pugliesi e meridionali a liberarsi dalla succube rassegnazione e dai vizi che bloccano lo sviluppo, invitandoli a reagire e a mettere in campo le tante potenzialità che possiedono. Niente pregiudizio né autoflagellazione. Alla riscossa, terroni!
Patruno ha una scrittura facilmente comprensibile e accattivante. Il suo è un parlare franco e diretto, che arriva subito al cuore dei problemi senza inutili circonvoluzioni. Come ogni buon giornalista dovrebbe fare. E Patruno è un grande giornalista. I tantissimi premi ricevuti lo testimoniano.
Il Sud continua ad essere Sud perché nessuno si «incazza nero» con se stesso e con gli altri. Gli interventi straordinari degli anni passati per il Mezzogiorno sono convenuti a tutti. Ma a rimanerne più fregato è stato sempre il Mezzogiorno. I soldi arrivavano al Sud per consentirgli di acquistare i prodotti del Nord. Così si è creato al Sud un popolo più consumatore che produttore. Nei fatti la Cassa per il Mezzogiorno fu soprattutto la Cassa per il Settentrione.
Dal 1861 in poi, non c'è stata decisione presa dai vari governi che non sia servita principalmente agli interessi del Nord e non a quelli del Sud. L'industria meridionale è stata abbandonata e lasciata crollare. Anche l'agricoltura meridionale è stata distrutta. Sono state distrutte le banche, tutte le grandi banche sono scomparse dal Sud.
Gli industriali settentrionali, sfruttando i contributi, scendevano nel meridione ad aprire fabbriche, chiudendo poi dopo aver incassato i soldi. Al Sud non rimanevano né fabbriche né soldi. Quelle che sopravvivono hanno le sedi legali al Nord, dove vengono pagate le tasse. Ancora soldi del Sud trafugati da quelli del Nord.
In tempi più recenti gli incentivi europei per le aree depresse meridionali vengono dirottati al Nord. Parlamentari e ministri meridionali non si accorgono di questo imbroglio, o comunque non lo denunciano; sono meridionali soltanto per l'anagrafe.
La Puglia è in vendita. Una società di Brescia ha comprato 22 ettari di terreno a Maruggio, dove produrrà vini pregiati: Primitivo del Salento e Rosso di Puglia. Una grossa società immobiliare americana ha acquistato tre grandi edifici a Bari. Stranieri di ogni parte del mondo calano in Puglia per comprarsi masserie, trulli, appezzamenti di terreni. Big della finanza, dell'industria, dello spettacolo, della medicina si recintano, qui in Puglia, pezzetti di paradiso.
Le più prelibate terre pugliesi del vino sono ormai in mani venete. Il latte di Gioia del Colle è diventato emiliano. I pomodori del Tavoliere campani. Siamo inondati da prezzemolo cinese. Con etichette olandesi, vengono vendute a noi stessi le nostre insalate. I profitti, che prima rimanevano da noi, ora se li portano via. Le tasse, che prima venivano pagate qui, ora vengono pagate altrove. E noi meridionali diventiamo sempre più poveri.
E continuiamo sempre ad avere pazienza. Sarebbe ora di cominciare ad incazzarci un po', dice Patruno. Con noi stessi che non riusciamo a trattenere i nostri soldi qui. Con gli altri che ce li portano via.
La Puglia deve imparare a sfruttare la sua migliore risorsa: il turismo, che è natura, cultura, trasporti, edilizia, gastronomia, agricoltura, allevamento, divertimento, feste popolari, musica, mondanità, moda, commercio, ospitalità, mistero.
Ma ci stanno rubando anche l'anima della Puglia, scrive Patruno. Spiantano clandestinamente secolari alberi di ulivo per trapiantarli in lussuose ville del Nord. Smontano pietra su pietra i nostri muretti a secco per ricostruirli su da loro. Ed a questo proposito ecco, a mo' d'esempio, un poetico brano della scrittura di Patruno: «Questa tenera Puglia capace di senso in una vita senza più senso, questa Puglia di pastelli all'ombra dell'alluvione di luce, questa Puglia indorata di vite e fertile di zolle come un grembo di donna, questa la Puglia che pezzo pezzo ci portano via. Qui spunta il sortilegio delle masserie ricche come regge e arcigne come fortezze, qui acquietano gli ocra delle case contadine, qui riposano dimore padronali che hanno visto e fatto la storia. Ed è qui che si svolge la grande mattanza di mensole e altari, di pozzi e capitelli, scalinate e ringhiere, portali ed edicole, mangiatoie e abbeveratoi, tetti e caminetti, comignoli e tegole, fontanine e pinnacoli, maschere e macine, trappeti e norie, campanili e grondaie, statue e ceramiche, infissi e araldiche. Qui la Puglia viene svuotata della sua cultura».
I giovani devono inventarsi nuovi lavori e rimanere qui. La «meglio gioventù» non deve più abbandonare la sua terra. Senza più figli che tramandano i padri – scrive Patruno – muore un mondo, un piccolo grande mondo antico.
Ultima trappola per il Sud è il federalismo che Bossi ci vuole imporre. Le spese non diminuiranno, come si vuol far credere, anzi aumenteranno, perché verranno creati nuovi enti inutili e doppioni degli esistenti. E per mantenerli aumenteranno le tasse.
La Puglia non ha bisogno di federalismo fiscale, ha bisogno che gli utili di quanto viene prodotto sul suo territorio rimanga in Puglia. L'Ilva di Taranto è il più grande impianto siderurgico d'Europa, Bari e Brindisi ospitano due fra i più grandi gruppi farmaceutici mondiali: Serono Merck e Sanofi Aventis, a Bari vi è il più grande distretto industriale italiano per componenti di motori per auto, con gli impianti Bosch, Firestone, Getrag, Magneti Marelli, Graziano Trasmissioni, Skf, Brindisi ha la più grande centrale termoelettrica dell'Enel, Taranto ha la più grande fabbrica d'Italia di pale per l'eolico, Foggia ha un grande stabilimento per la manutenzione di materiale rotabile, a Foggia vi sono gli allevamenti Amadori, a Lecce il tabacchificio della British American Tabacco, ancora a Foggia l'Istituto Poligrafico e la Zecca dello Stato. Se tutte le tasse che vengono pagate per questi impianti rimanessero in Puglia, non saremmo più Sud.
La battaglia affinché queste tasse restino qui dovrebbe vederci tutti uniti. Si può essere di destra o di sinistra, - scrive Patruno - ma il Sud è anzitutto Sud, un'unica regione con interessi unici.
Alla riscossa, terroni!
Rocco Biondi

Lino Patruno, Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia, Manni editore, San Cesario di Lecce 2008, pp. 176, € 15,00

22 gennaio 2011

Lino Patruno ai Sabati Briganteschi

Sabato 29 gennaio 2011 - Ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi) - Piazza Municipio

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”,

LINO PATRUNO
Già direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”
Relaziona sul tema
"Riflessioni sui 150 anni dell'Unità d'Italia"
La disunità dell’Italia unita era cresciuta fin dal primo momento sul «noi» (settentrionali) e «loro» (i meridionali). Un disprezzo figlio tanto dell’ignoranza e del senso di superiorità quanto del razzismo. Fomentato dai cosiddetti «patrioti» meridionali che vivevano in Piemonte e non mossero un dito per far capire che territori tanto diversi andavano trattati in modo diverso nell’interesse di tutti. Così non fu. E così nacque la rivolta contadina etichettata sommariamente come brigantaggio e la difesa dell’identità «napoletana» etichettata sommariamente come «neoborbonismo».
Così si è creato quel meccanismo automatico del sottosviluppo che il Sud si porta dietro ancora oggi, visti gli attuali livelli di divario non solo economico, ma di infrastrutture, di occupazione, di efficienza dei servizi pubblici. Tutto rinfacciato al Sud che ne è la vittima. E con la soluzione finale del federalismo fiscale che deve completare ciò che il Nord conquistatore e violentatore fa dall’Unità in poi, anzi da molto prima: rapinare e far sentire colpevole il rapito, cioè il Sud. Glorioso esito di 150 anni di Unità e di Menzogna. Dateci i briganti. (Lino Patruno)

DORA LIGUORI
Storica, scrittrice, musicista
introduce parlando di “Unità e Brigantaggio”

Il pianista Dante Roberto e il tenore Gianni Locorotondo
eseguiranno dei brani sul brigantaggio e l'emigrazione

28 dicembre 2010

Il libro degli Area, di Domenico Coduto


“La nostra musica è violenta perché nella strada c'è violenza” dichiarava in un'intervista Demetrio Stratos nel 1974, parlando del tipo di musica che suonava il gruppo Area. Al centro dell'attenzione degli Area, scrive Coduto, c'erano le lotte degli studenti e degli operai, la problematica del lavoro, l'alienazione dell'individuo, il marxismo, il terrorismo, la politica e il quadro internazionale. Il gruppo mise la propria musica al servizio di quelle lotte. Il suono degli Area era una forma di lotta per se stesso. La loro musica, liberandosi dai limiti della forma canzone e utilizzando linguaggi eterogenei: jazz, rock, pop, musica mediterranea, elettronica, lanciava un messaggio nuovo e dirompente, senza la necessità di un accompagnamento didascalico del testo.
Il nome completo del gruppo è “Area - International POPular Group”, nacque nel 1972, nella formazione iniziale comprendeva: Demetrio Stratos (voce), Giulio Capiozzo (batteria), Eddy Busnello (fiati), Patrick Djivas (basso), Johnny Lambizi (chitarra), Leandro Gaetano (tastiere); quasi subito uscirono dal gruppo Leandro e Lambizi e subentrarono Patrizio Fariselli (tastiere) e Paolo Tòfani (chitarra e sintetizzatori).
Con quest'ultima formazione nel settembre 1973 esce il primo disco degli Area, intitolato Arbeit macht frei [Il lavoro rende liberi], la scritta che compariva all'ingresso dei campi di concentramento nazisti. In quel titolo c'era il richiamo sia allo sterminio degli ebrei, sia all'espulsione dei palestinesi dalla Giordania, ma anche alla questione del lavoro, alle proteste operaie, agli scontri violenti di quegli anni, quasi a voler dire - come sintetizza Coduto - “Attenzione! Il lavoro non rende liberi, ma è solo una trappola della società moderna che ci vuole inquadrati e ben disposti a compiere il nostro dovere mettendo a tacere il cervello”. Gli altri brani presenti, oltre a quello che dà il titolo a tutto il disco, erano: “Luglio, agosto, settembre (nero)” (era ancora vivo il terribile ricordo delle Olimpiadi di Monaco 1972, quando un commando chiamato “Settembre nero” aveva fatto irruzione nel Villaggio Olimpico uccidendo undici atleti israeliani e causando la morte di un poliziotto e cinque uomini del commando stesso), “Consapevolezza” (si esplica il tema dell'alienazione dell'individuo e del riappropriarsi della realtà), “Le labbra del tempo” (con sonorità liquide ma non rassicuranti), “240 chilometri da Smirne” (solo strumentale, struttura tipica del jazz e dopo il giro di improvvisazioni dei vari strumenti si conclude con il tema iniziale), “L'abbattimento dello Zeppelin” (attacco contro il rock anglo-americano del quale i Led Zeppelin erano i massimi esponenti).
Alla fine del 1973 gli Area tennero una serie di concerti politici. Suonarono anche in alcuni concerti di solidarietà con il Cile, dove il generale Pinochet con un colpo di stato aveva rovesciato il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Vennero invitati a Parigi per esibirsi all'8a Biennale nella sezione Suono.
Gli Area erano nati a Milano, che negli anni Sessanta e Settanta era diventata un fiorente centro di cultura e controcultura con una forte presenza dei movimenti studenteschi e operai. Culla della borghesia intellettuale di sinistra, sede della grande editoria nazionale: Feltrinelli, Mondadori, Bompiani. A Milano i “capelloni” avevano dato vita alla prima comune all'aperto. Erano nati Mondo Beat, il primo giornale dell'underground italiano, e Re Nudo, la prima rivista alternativa. Quest'ultimo giornale organizzò al Parco Lambro di Milano in tre anni successivi tre enormi raduni musicali, a metà strada fra underground e politica; in tutte e tre queste occasioni suonarono gli Area.
Milano era anche la casa del mondo discografico. Il più grande animatore della controcultura, specialmente musicale ma non solo, fu Gianni Sassi. Cresciuto con una formazione politica comunista, mise in circolo esperienze diversissime tra loro: editoria, arte, teatro, marketing, musica. Sassi, insieme a Sergio Albergoni e Franco Mamone, decisero di fondare una propria etichetta: la Cramps Records, principalmente per l'esigenza di seguire la produzione degli Area, senza dispersioni di energia e denaro. Sassi divenne un vero e proprio componente degli Area, anche se non suonava: scrisse i testi delle loro canzoni, confezionava i loro album nei minimi dettagli, progettava tutta la comunicazione del gruppo.
Nel frattempo avevano lasciato il gruppo Eddy Busnello e Patrick Djivas; il primo non venne sostituito, al posto del secondo, al basso, subentrò Ares Tavolazzi. All'inizio del 1974 uscì un nuovo disco Caution Radiation Area. Disco totalmente diverso dal precedente, ancora più avanzato nella ricerca di nuovi suoni. La musica degli Area - scrive Coduto - “si dirige verso il terreno più spigoloso e accidentato dell'elettronica, imbastardita con i suoni del jazz e lo spirito sanguigno del rock”. Fanno parte del disco i brani: “Cometa Rossa”, “ZYG (Crescita Zero), “Brujo”, “Mirage? Mirage!”, “Lobotomia”. Quest'ultimo pezzo era ispirato dalla vicenda di Ulrike Meinhof, tra i fondatori della tedesca R.A.F., gruppo terroristico armato della Germania Occidentale; nel 1972 la Meinhof era stata catturata e si tentò di imporle una lobotomia, impedita soltanto da grandi manifestazioni popolari.
Gli Area erano diventati un gruppo importante, che veniva invitato a suonare dappertutto. Da maggio a settembre del 1974 tennero circa 28 concerti. Tennero anche un concerto a Trieste nell'Ospedale Psichiatrico diretto da Franco Basaglia. Nell'estate del 1974 gli Area furono gli unici ospiti italiani all'International Pop Festival di Berna, in Svizzera.
Nella primavera del 1975 uscì l'album Crac!, curato come i dischi precedenti a Londra, negli studi Trident, da Paolo Tòfani e Patrizio Fariselli. Gli Area pur continuando a cantare la società con le sue tensioni e contraddizioni, ora guardando avanti cercano gli aspetti più positivi della realtà e della lotta. La realtà politica tra il 1974 e 1975 - scrive Coduto - appariva, per certi aspetti più gioiosa e positiva, e gli Area, che si sono sempre ispirati alla realtà, non potevano fare a meno di registrare quel clima. Tra l'altro nel 1975 si era finalmente conclusa la guerra del Vietnam. Ecco i brani che compongono l'album: “L'elefante bianco”, “La mela di Odessa” (prende spunto da un fatto realmente accaduto nel 1920, quando un artista Dada di nome Apple [la mela] dirottò una nave di tedeschi [la foglia] portandola fino a Odessa per regalarla ai russi, che organizzarono una grande festa facendo esplodere la nave con i tedeschi a bordo), “Megalopoli” (quella città è Brasilia), “Nervi scoperti”, “Gioia e rivoluzione” (gioiosa ballata folk), “Implosione”, “Area 5” (il numero fa riferimento ai cinque componenti del gruppo). Crac! ricevette apprezzamenti pressoché unanimi dalla stampa musicale. Il disco si aggiudicò il premio della Critica Discografica nel 1975 per la musica progressiva italiana.
Dopo tre dischi in studio sul finire del 1975 dalla Cramps venne pubblicato un disco dal vivo Are(A)zione. In quell'anno gli Area tennero circa duecento concerti. Il disco è il frutto della registrazione di alcuni di quei concerti. Contiene i brani “Luglio, Agosto, Settembre (nero)”, “La mela di Odessa (1920)”, “Cometa rossa”, “Are(A)zione”, “L'Internazionale” (pezzo famosissimo degli Area, che sintetizzava le immagini politiche del movimento, la rabbia, la gioia di partecipare, la rivoluzione inseguita, la festa dei grandi raduni).
Il 1976 fu quasi completamente dedicato allo studio e alla ricerca individuale. Demetrio Stratos pubblica Metrodora, una ricerca sulla voce utilizzata come uno strumento; sono presenti vari segmenti dove gli esperimenti con la voce vengono portati all'estremo limite. Paolo Tòfani, con lo pseudonimo di Electric Frankenstein, pubblica What me worry?, un album di canzoni in inglese semplici e dirette, frutto delle esperienze londinesi.
Comunque nel 1976 ci furono anche importanti esibizioni dal vivo degli Area, fra cui un concerto in Francia alla Fete dell'Humanité di Parigi e alcune date in Portogallo. Sul finire del 1976, al ritorno dall'estero, gli Area sempre su etichetta Cramps pubblicano il quinto LP: Maledetti (maudits). E' un album fondato sull'immagine fantascientifica di una società guidata da un cervello elettronico, che per un guasto perde la memoria storica (“Evaporazione” e “Il massacro di Brandeburgo numero tre in Sol maggiore”), causando una grande confusione sociale (“Diforisma urbano”); per risolvere la situazione gli Area propongono tre possibili soluzioni con i tre brani: “Gerontocrazia” (affidare il potere agli anziani), “Scum” (affidare il potere alle donne), “Giro, giro, tondo” (dare il potere ai bambini). In questo disco, oltre ai componenti storici (anche Capiozzo e Tavolazzi che nel frattempo se ne erano andati) suonarono anche diversi altri musicisti, formando così un gruppo aperto.
Durante il periodo della registrazione del disco, gli Area il 27 ottobre 1976 furono chiamati a suonare nell'Università Statale di Milano occupata. Suonarono improvvisando in base allo stato emozionale suggerito dalle indicazioni contenute su alcuni foglietti di carta dove erano scritte le parole: Ipnosi, Sesso, Ironia, Silenzio e Violenza; ogni tre minuti venivano scambiati i foglietti e cambiava l'emozione da interpretare. Il pubblico rimase completamente spiazzato, si aspettava il repertorio classico degli Area e non quell'esperimento. Quella straordinaria serata fu documentata nel disco Event '76 (pubblicato dalla Cramps nel 1979). Quest'ultima pubblicazione era stata però anticipata con l'incisione in studio di “Caos (parte II)” inserita come ultimo brano di Maledetti.
Nell'estate del 1977 la formazione storica degli Area (Capiozzo, Fariselli, Stratos, Tavolazzi, Tòfani) effettua un tour sviluppantesi in una quindicina di esibizioni; durante lo spettacolo venivano eseguiti brani selezionati dai quattro album registrati in studio. Il nome dato al tour fu Anto/logicamente, che è anche il titolo di un nuovo disco degli Area comprendente sette brani tratti dai precedenti lavori discografici.
Nel 1978 gli Area lasciano la Cramps e registrano con l'etichetta Ascolto 1978, gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano; a dieci anni di distanza gli Area vogliono dire la loro sul '68, avvertono che è finita un'importante fase storica e se ne è aperta una nuova, scivolata nella violenza e nella lotta armata di alcuni e nel disinteresse delle masse. Il movimento nato nel '68 era fallito. E cambia anche la musica. L'album è più accessibile e fruibile rispetto ai lavori precedenti. Brani presenti: “Il bandito del deserto”, “Interno con figure e luci”, “Return from Workuta”, “Guardati dal mese vicino all'aprile!”, “Hommage à Violette Nozières”, “Ici on dance!”, “Acrostico in memoria di Laio”, “"FFF" (festa, farina e forca)”, “Vodka Cola”. Dalla formazione storica manca Tòfani, che era uscito dal gruppo nel 1977.
Nel 1979 anche Stratos lascia gli Area per seguire personali progetti musicali; ma il 13 giugno 1979, affetto da una gravissima aplasia midollare, muore a New York.
Nel 1993 era morto Gianni Sassi, seguito da Giulio Capiozzo nel 2000.
Qui finisce la mia recensione del libro di Coduto sugli Area. Ma voglio aggiungere qualche notazione personale. Il 5 luglio 1980, in qualità di assessore alla cultura, portai gli Area a esibirsi (gratuitamente per il pubblico) nella piazza del mio Comune di Villa Castelli, in provincia di Brindisi. Il 17 dicembre 2010 ho partecipato, nel Teatro Kursaal Santalucia di Bari, al concerto AREA reunion con Patrizio Fariselli, Paolo Tòfani e Ares Tavolazzi, accompagnati alla batteria da Walter Paoli. Gli Area sono stati, sono e rimarranno grandi.
Rocco Biondi
  
Domenico Coduto, Il libro degli Area, Auditorium Edizioni, Milano 2009, pp. 208, € 12,50

7 dicembre 2010

Panettoni del Sud


Con la Festa dell'Immacolata entriamo appieno nel periodo natalizio. Siamo tutti indotti dalla pubblicità a svuotare i portafogli, grossi o magri che siano. Addobbi, regali, pranzi speciali. E soprattutto panettoni, quasi tutti prodotti al nord.
Molti amici meridionali hanno lanciato la campagna di boicottaggio del panettone. Non acquistiamo panettoni, per non continuare a favorire l'industria del nord, per non continuare ad arricchire il nord. Io ho deciso di aderire. Ma allo stesso tempo non vorrei rinunciare al gusto di assaporare il dolce panettone. Ed allora mi sono messo alla ricerca in internet di marche di panettoni prodotti al Sud. E' stata una fatica immensa, con scarsissimi risultati.
Inizialmente sono stato tratto in inganno. Dopo aver cliccato in google “panettoni produttori”, sembrava di aver individuato su un totale di 42 produttori 5 produttori meridionali. Ed invece no, quelle aziende meridionali erano solo dei grossisti che commerciavano panettoni del nord.
Un colpo di fortuna l'ho avuto rintracciando su facebook una nota che riproduceva un articolo del “Giornale di Sicilia” (01/12/2010) intitolato “A Milano tutti pazzi per il panettone siciliano dei Fiasconaro”. Finalmente un panettone prodotto al Sud. I fratelli Fiasconaro operano a Castelbuono in provincia di Palermo. E con successo, se gli americani hanno deciso qualche tempo fa di lanciare nello spazio, come cibo per gli astronauti, dei panettoni dei fratelli Fiasconaro.
Il panettone, pur nascendo in Lombardia, in realtà viene prodotto in tutta Italia ed ogni regione aggiunge il suo tocco caratteristico.
Moltissimi pasticcieri del nostro Sud producono propri panettoni artigianali. Ed allora non compriamo i vecchi panettoni commerciali, ma compriamo quelli prodotti dai bravi pasticcieri di vicino casa nostra e della nostra città. Costeranno forse un poco di più, ma avremo lasciato i soldi meridionali ai nostri compaesani del Sud.
Magari potremo trovare i panettoni del Sud nei supermercati “CompraSud”, che cominciano a nascere nel nostro meridione e con la prospettiva di aprire anche al nord. Slogan dei “CompraSud” è «il SUD che produce, si allea con l'Italia che consuma». Vengono offerti prodotti prelibati di qualità, provenienti da aziende calabresi, pugliesi, lucani, siciliane, sarde e campane. Acquistare nei “CompraSud” contribuisce a sostenere le aziende del Sud, che spesso vedono i loro prodotti perdere nella competizione con quelli più pubblicizzati delle industrie del nord. Scegliere i prodotti del Sud significa aiutare le nostre imprese e dare più lavoro ai nostri giovani. Speriamo che i supermercati “CompraSud” si diffondano rapidamente.
Panettone sì, ma del Sud.

23 novembre 2010

Gigi Di Fiore ai Sabati Briganteschi

Sabato 27 novembre 2010 - Ore 18,00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Municipio

Nell'ambito dei “Sabati Briganteschi” (ultimo sabato di ogni mese), organizzati dall'Associazione “Settimana dei Briganti - l'altra storia”,

GIGI DI FIORE, giornalista e saggista, terrà una relazione sul temaControstoria dell'Unità d'Italia e brigantaggio meridionale” e PIETRO GOLIA, editore e giornalista, presenterà il libro di Gigi Di Fiore: “Gli ultimi giorni di Gaeta”.

Giuseppe Garibaldi scrisse: “Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento, vi troveranno cose da cloaca”. Poco da commentare.

Camillo Benso di Cavour ha detto: “Nel Regno di Napoli noi troviamo altra civiltà, altre tendenze e in parte anco altri interessi. Trattasi dunque di fare una vera rivoluzione nel Paese per procacciarne l'annessione”. Anche Cavour riteneva che quella del Sud è stata una pura annessione da parte del governo piemontese.

GIGI DI FIORE, giornalista e saggista. Ha lavorato a il Giornale diretto da Indro Montanelli come redattore del settore Interni. Attualmente è inviato speciale a Il Mattino di Napoli. Ha ottenuto il Premio Saint Vincent per il giornalismo nel 2001. Studioso di storia del controrisorgimento e del brigantaggio post unitario.
Ha pubblicato tra l'altro: 1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato, Grimaldi (1998); I vinti del Risorgimento, Utet (2004); Controstoria dell'unità d'Italia - Fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli (2007); Gli ultimi giorni di Gaeta - L'assedio che condannò l'Italia all'unità, Rizzoli (2010).

PIETRO GOLIA, editore e giornalista. Titolare della Casa editrice Controcorrente di Napoli.

Il gruppo teatrale “Briganti in scena” leggerà brani dai libri di Gigi Di Fiore “Controstoria dell'Unità d'Italia” e “Gli ultimi giorni di Gaeta”.
Regia di Pino Rossini