1 luglio 2017

Briganti!, di Gigi Di Fiore



«Questo libro non è un trattato sul brigantaggio, ma un insieme di storie documentate raccontate in forma narrativa, attingendo a più fonti», scrive Gigi Di Fiore nell’introduzione. Per capire bene le caratteristiche della guerra contadina l’autore riporta essenzialmente tre vicende esemplificative sugli obiettivi dei briganti e sui metodi repressivi dei piemontesi. Si tratta delle vite e delle esperienze di tre capibriganti: Carmine Crocco in Basilicata, Cosimo Giordano nel Molise e Campania, Pasquale Romano in Puglia. E di altri capibriganti e briganti, che in qualche modo hanno avuto a che fare con i suddetti capi.
     I briganti oggi vengono assumendo una connotazione positiva contro la criminalizzazione con cui li ha sempre descritti la storiografia ufficiale. Il brigantaggio è stato contemporaneamente una rivolta sociale contro i “Gattopardi” del Sud (che volevano che tutto cambiasse, affinché tutto restasse come prima) e una rivolta contro lo Stato piemontese calato dall’alto (che sostituisce lo Stato borbonico, che comunque veniva sentito più vicino).
     Se non esisteva una coscienza di classe nei briganti-contadini, vi era però consapevolezza di interessi economici coincidenti fra la borghesia latifondista meridionale e fra gli imprenditori dell’industria e della finanza settentrionali. L’Italia, unita politicamente a fatica, fu divisa giuridicamente fra Centro-nord con le garanzie della Costituzione albertina e Sud con il regime dei tribunali militari che potevano disporre della vita o della morte dei ribelli.
     La parola “brigante” è diventata nel Sud sinonimo di ribellione, di protesta, di anticonformismo culturale. La figura del brigante, scrive ancora Di Fiore, è diventata simbolo esibito della cultura di sinistra che si richiama alle letture gramsciane.
     Di Fiore scrive che prova un particolare coinvolgimento emotivo nel rievocare le storie del brigantaggio postunitario. Storie che fanno parte dell’identità del Mezzogiorno. Senza conoscerle ben poco si comprenderà del Sud.
     Carmine Crocco, con la sua storia, non fa più paura. Nel Sud la voglia di raccontarlo è diventata patrimonio diffuso. Nato, nel giugno 1830, a Rionero sul Vulture in Basilicata, era stato bracciante e vaccaro, poi caporale borbonico e anche garibaldino. Nei momenti migliori, da capobrigante aveva avuto ai suoi ordini fino a 2.000 uomini. Divise la sua grande banda in tante bande più piccole, guidate da un capobrigante che dava il nome al singolo gruppo. Ogni banda conservava un minimo di autonomia, anche se tutte dipendevano formalmente dal rappresentante del Comitato borbonico di Roma, il francese Langlois. Ma il vero comando fu lasciato a Crocco. Assaltò e conquistò Ripacandita, Venosa, Lavello, Melfi, Monteverde, Calitri, Pescopagano, Sant’Andrea di Conza, Ruvo del Monte, Toppacivita, Rapone, San Fele, Atella. Quelle conquiste purtroppo duravano pochi giorni. Quei paesi venivano riconquistati dai soldati piemontesi.
     I Comitati borbonici pensarono di affidare il comando dei briganti al generale spagnolo José Borges [Di Fiore scrive Borjes, come si trova nella maggioranza dei libri; noi scriviamo Borges, come il generale si firmava]. Borges e Crocco si incontrarono, ma fra i due non vi fu mai vera intesa; avevano scarsa considerazione l’uno dell’altro. E consideravano in modo differente la lotta che si stava svolgendo: rivolta sociale e guerriglia da parte di Crocco, guerra di resistenza e difesa di una Nazione conquistata da un’altra da parte di Borges. Fu deciso comunque di prendere Potenza; ma non se ne fece niente. Borges diede la colpa a Crocco per questa mancata presa. Crocco invece diede tutta la colpa ai traditori interni esistenti fra le mura di Potenza.
     Per questi contrasti Borges decise di abbandonare l’impresa e ritornare a Roma, per riferire a Francesco II. Ma fu sorpreso dai piemontesi a Tagliacozzo in Abruzzo, con i suoi ventitré uomini, ad appena dieci chilometri di distanza dal confine con lo Stato Pontificio. Vennero fucilati, senza processo, nel centro di Tagliacozzo, l’8 dicembre 1861. Carlo Alianello e Andrea Camilleri hanno creduto alla suggestiva interpretazione che Crocco offrì la testa di Borges in cambio della sua futura salvezza. Noi non lo crediamo. Crocco morì in carcere a Portoferraio, nell’isola d’Elba, il 18 giugno 1905, all’età di 75 anni.
     La figura di Crocco, rimossa per pochi anni, riemerse nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Carlo Alianello ne parlò nel suo romanzo L’eredità della priora, da cui fu tratto l’omonimo sceneggiato televisivo in sette puntate. Sulla storia di Crocco, a Brindisi di Montagna in Basilicata, ogni anno viene rappresentato lo spettacolo La storia bandita. Diversi film sono stati girati su Crocco. In pratica quello che nell’Italia risorgimentale veniva considerato un criminale è stato trasformato in eroe positivo.
     L’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni è legato al capobrigante Cosimo Giordano, nato a Cerreto Sannita in provincia di Benevento (Campania) il 15 ottobre 1839. Fu arruolato nei carabinieri a cavallo dell’esercito borbonico e divenne caporale. Dopo lo scioglimento di quest’ultimo esercito, per due volte fu ritenuto rivedibile per l’esercito piemontese. La terza volta decise di non presentarsi, divenne disertore e brigante. Raccolse attorno a sé una settantina di uomini, che divise in quattro brigate. In molti paesi, praticando la pratica del mordi e fuggi della guerriglia, in poche ore si avvicendavano briganti del Sud e soldati piemontesi. Nel 1861 i piemontesi effettuarono molte rappresaglie; furono di una cinica ferocia quelle guidate dal tenente colonnello Pier Eleonoro Negri. A Pietralcina Negri si dimostrò implacabile, furono rastrellate quaranta persone, che senza processo furono fucilate. In questo clima surriscaldato maturò l’uccisione dei quarantuno piemontesi, comandati dal tenente livornese Cesare Augusto Bracci. Cosimo Giordano conosceva quei luoghi, dove poteva contare su diversi appoggi. Il Bracci si dimostrò uno sprovveduto, lasciandosi imbottigliare tra due fuochi. Pare che Giordano non prese parte a quell’uccisione dell’11 agosto 1861 a Pontelandolfo, dove rimasero morti, oltre al tenente Bracci, quattro carabinieri e trentasei soldati piemontesi. Il generale Enrico Cialdini, allora luogotenente a Napoli, ordinò subito una rappresaglia a Negri contro Pontelandolfo e al maggiore genovese Carlo Melegari contro Casalduni. Furono incendiate le case e quanti uscivano per le strade venivano fucilati. Furono violentate delle donne. La fine più straziante fu quella dell’adolescente Concetta Biondi, che subì violenza «preda di quegli assalitori inumani» e dopo essere svenuta fu uccisa. Il 14 agosto 1861 Negri scrisse: «Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». Le rappresaglie proseguirono anche dopo le distruzioni dei due paesi, con rastrellamenti continui sulle montagne. Cosimo Giordano capì che era inutile affrontare così tanti soldati; abbandonò Pontelandolfo al suo destino. Continuò la lotta sui monti del Matese, con varie interruzioni, fino al 1882, quando venne arrestato; nel 1884 venne condannato ai lavori forzati a vita. Morì in carcere nell’isola di Favignana, appartenente alle isole Egadi di Sicilia, il 14 novembre 1888.
     Il terzo capobrigante del quale Di Fiore parla nel suo libro è Pasquale Romano. Nato a Gioia del Colle, provincia di Bari in Puglia, prestò servizio nell’esercito napoletano per quasi dieci anni, divenendo sergente e alfiere. Sciolto l’esercito napoletano fu nominato dal Comitato borbonico di Gioia capo della rivolta antipiemontese. Assaltò con la sua banda Alberobello, Cellino, Carovigno, Erchie. Ebbe contatti con Carmine Crocco. Fu ucciso a sciabolate il 5 gennaio 1863, nei boschi della Vallata vicino a Gioia del Colle, insieme a ventidue uomini della sua banda, dai piemontesi cavalleggeri di Saluzzo. Non fu chiamato un fotografo a riprendere la macabra scena; del sergente Romano non si conosce nessuna fotografia. Il cadavere del Romano fu messo sul dorso di un asino, per essere mostrato nel suo paese. Si andava là, scrisse la “Gazette de France”, «come ad un pellegrinaggio santificato dal martirio. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano». Anche se qualcuno era ancora convinto che si trattasse di un sosia messo in piazza per ingannare la gente.
Rocco Biondi
    
Gigi Di Fiore, Briganti! Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi, Utet, Milano 2017, pp. 350

19 giugno 2017

L’eredità della Priora, di Carlo Alianello



La prima edizione del romanzo uscì presso la Feltrinelli nel 1963. Successivamente tante altre case editrici l’hanno pubblicato, tra le quali l’edizioni del sud, che noi abbiamo letto.
     Alianello racconta i fatti dalla parte dei vinti, gli abitanti del Sud, che sono stati soggiogati dai piemontesi. Pone l’accento però sui cosiddetti galantuomini, che sono dalla parte comunque, pur con profonde contraddizioni, dei loro concittadini del Mezzogiorno; vorrebbero salvare la loro posizione predominante, schierandosi con i cittadini del Sud e con i Borboni. Ma sono pronti a passare con i vincitori. Avrebbero voluto che Crocco assaltasse e prendesse Potenza, ed erano pronti a schierarsi con lui.
     Ma Crocco sapeva che era destinato a perdere, così infatti avevano deciso le grandi potenze; solo con la guerriglia poteva ottenere dei successi, anche se provvisori. E non assaltò Potenza.
     La storia che Alianello racconta inizia nella primavera del 1861 e termina un anno dopo. La storia generale è l’insieme di tante altre storie più piccole: quella di Gerardo Satriano, della Priora suor Agnese di Gesù, del barone Andrea Guarna, dell’avvocato Matteo Guarna, di Isabella Guarna, di Juzzella, di Carmine Crocco, di José Borges, e di tanti altri.
     Gerardo Satriano e Andrea Guarna sono due ufficiali del disciolto esercito borbonico, mandati in Basilicata, per porsi a capo dei briganti; ma in realtà abbandonati a se stessi.
     Il tenente Gerardo si arruola a Napoli, tramite la polacca Katia, che anche si concede a lui. In Basilicata Gerardo si innamora di Juzzella, una domestica che poi verrà uccisa. Dopo l’esperienza in Basilicata Gerardo andrà a combattere con i nordisti negli Stati Uniti nella guerra di secessione, arruolato ancora una volta da Katia.
     La Priora suor Agnese di Gesù, al secolo donna Maria Carolina dei duchi Guarna, dopo la requisizione da parte dei piemontesi del convento del Carmelo, si trasferì con alcune suore al terzo piano del suo palazzo Guarna a Potenza, dando ivi vita alla vita monastica. Arrivata alla fine della sua vita, la Priora, con atto tra vivi, dona quasi provocatoriamente «tutti i beni a noi spettanti, mobili e immobili, terre, palazzi, case, masserie, greggi e quant’altro fu lasciato a noi dal defunto nostro fratello don Tommaso duca Guarna» al Re Vittorio Emanuele II, Re d’Italia, «perché voglia destinarli ai poveri orfani di Basilicata, con la fondazione d’un Collegio in questo nostro palazzo, sito in Potenza». E «se dalle rendite ricavate, qualcosa sopravanzasse, voglia servirsene per il bene dei poveri contadini di questa regione che non seppero mai cosa fossero le tasse e ora sanno ma non possono pagarle». Dal novero dei beni donati al Re d’Italia viene detratta la masseria di Picerno, con tutti i suoi annessi, che viene consegnata a donna Giuseppina de Vito, in religione suor Francesca della Madre di Dio, perché ne usi per sé e di chi vorrà condurre con sé.
     Il barone Andrea Guarna era capitano nell’esercito borbonico, e il maresciallo Vial lo invia in incognito da Roma presso la zia Priora a Potenza. La zia gli riserva il secondo piano del palazzo Guarna. Da lì avrebbe brigato per il Borbone. Accetta anche di divenire capitano della Guardia Nazionale piemontese, per poi eventualmente tradire. Dopo la mancata presa di Potenza raggiunge Roma su una carrozza della prefettura, insieme alla cugina Isabella che sposerà.
     Don Matteo Guarna, che aveva accusato Andrea, viene incolpato di calunnia e tradimento; «anche i troppo furbi si beccano le loro brave fregature». Don Matteo intanto è sparito; dicono che s’è ammazzato; ma forse non è vero. Molto probabilmente è fuggito con un passaporto falso in Svizzera. «Un giorno o l’altro uscirà fuori, uomo indistruttibile è, e vedrai che lo faranno pure deputato».
     Perché quella notte Potenza non fu assalita? Scrive Alianello, nell’Intermezzo secondo del suo romanzo: «La domanda d’Andrea e l’ignoranza angosciata di don Matteo chiedono una risposta che bisognerà trovare non nella storia, quella paludata e ufficiale, ma nell’umile cronaca che assurge così al rango di storia vera, anche se amara». La colpa vien data al capobrigante Carmine Crocco, anche se il generale José Borges nel suo diario non ne accenna per niente.
     Da L’eredità della Priora di Alianello fu tratto uno sceneggiato televisivo in sette puntate con la regia di Anton Giulio Majano, andato in onda su Rai Uno nel 1980.
Rocco Biondi 

Carlo Alianello, L’eredità della Priora, romanzo, edizioni del sud, 1985, pp. 600

3 giugno 2017

Briganti & Saltimbanchi, di Labanca e Lombardi



Questo è un romanzo scritto a quattro mani; i due autori, Vincenzo Labanca e Iuri Lombardi, che in realtà non si conoscono e che non si sono mai incontrati fino alla pubblicazione del libro, scrivono alternativamente un capitolo; comincia, dopo aver tirato a sorte, Vincenzo, che si attribuisce il ruolo femminile (dandole il nome di Marta) e scrive il capitolo I, spedendolo per e-mail a Iuri il quale fa raccontare ad Andrea (protagonista maschile) gli stessi fatti narrati da Marta, visti però da un’angolazione maschile; avremo così due capitoli uno, due capitoli due, e così di seguito fino al capitolo tredicesimo; Iuri però non si limita a far raccontare ad Andrea il contenuto del capitolo I ma fa narrare il contenuto di un capitolo II, andando avanti con il racconto e dando così il contributo della sua fantasia; Vincenzo fa scrivere a Marta il suo capitolo II e un capitolo III; Iuri poi farà scrivere ad Andrea i capitoli III e IV; e così di seguito; il tutto poi viene spedito per e-mail. È un romanzo che si sviluppa quindi via web.
     In comune i due romanzieri avranno l’argomento (il brigantaggio), i personaggi (un uomo e una donna), il mestiere dei due (saltimbanchi), il luogo e l’anno (Lucania 1861). La trama invece si svilupperà capitolo per capitolo.
     La grafia delle lettere di scrittura sarà diversa per Marta e per Andrea. Totalmente in corsivo saranno invece i due capitoli XIII, nei quali si descrive la fine dei personaggi del romanzo ed i nomi veri di Marta ed Andrea e di chi li fa parlare.
     Molto si apprende nel romanzo dei Briganti veramente esistiti.
     All’indomani del 1860, anno nel quale avvenne la cosiddetta Unità d’Italia, che sapeva tanto di annessione o meglio ancora di conquista del Sud da parte del nord, Marta ed Andrea facevano a Perugia (Umbria) i saltimbanchi («artisti di strada che non sanno mai oggi quel che faranno domani»). Decisero nel 1861, a determinate condizioni, di scendere al Sud, dove c’era stata una feroce rivolta contadina con migliaia di morti e per incontrare quindi i Briganti.
     Avevano come compagni di strada e protagonisti degli spettacoli, insieme a loro, un asino di nome Oreste e un cagnolino bianco e nero di nome Napoleone.
     «Il saltimbanco deve saper ridere per finta e piangere per davvero, scrivere sull’acqua e parlare col vento, saltare, ballare, far finta di recitare anche di fronte all’indifferenza del mondo».
     Arrivarono a Sicignano degli Alburni, ora in provincia di Salerno, furono ospiti per qualche giorno di un mugnaio, che raccontò la sua triste storia: il suo figlio maggiore e la moglie erano morti, degli altri due figli uno era diventato soldato con i piemontesi e l’altro brigante.
     Entrarono poi in Lucania, nella terra dei Briganti, che non erano feroci assassini ma solo dei partigiani senza speranza.
     Incontrarono il prete Don Giacomo di Laurenzana, che i saltimbanchi dubitarono sempre se facesse la spia dei piemontesi o dei briganti.
     I primi Briganti che incontrarono furono quelli capitanati da Pasquale Trinchella, soprannominato Malomo, che divenne brigante per non fare il soldato con i piemontesi.
     I saltimbanchi, facendo il loro mestiere, furono ospiti per oltre due mesi del Barone Berlingieri, padrone del Bosco-Pantano. Berlingieri era il più cattivo di tutti i Galantuomini, che inizialmente si erano schierati con i Briganti, sostenendoli finanziariamente e proteggendoli, ma poi erano passati con piemontesi; alcuni galantuomini avevano smesso di finanziare i Briganti ma continuavano a proteggerli ed a nasconderli all’interno delle loro proprietà, altri non solo non li finanziavano ma nemmeno li proteggevano, altri ancora non li finanziavano non li proteggevano e li catturavano per consegnarli alle autorità piemontesi e riscuoterne la taglia. Saltimbanchi veri erano i Galantuomini.
     Fuggono poi dal Barone e vanno a finire nella banda del capobrigante Antonio Franco, che aveva come sua donna Serafina, figlia primogenita di Don Prospero Ciminelli, padrone e sindaco di San Severino Lucano; Serafina aveva gettato all’aria ogni privilegio per seguire il Brigante.
     Nel romanzo poi si parla del Generale spagnolo José Borgés e del Generalissimo dei briganti Carmine Crocco, del loro modo differente di vedere la lotta contro i piemontesi.
     Il libro si chiude con i due capitolo XIII; apprendiamo che Marta (fatta parlare da Vincenzo Labanca) in realtà si chiamava Giuliana e Andrea (fatto parlare da Iuri Lombardi) si chiamava Valerio. I due (Marta e Andrea) torneranno a lavorare insieme a Perugia.
     È un romanzo che si legge piacevolmente dall’inizio alla fine. Merita di essere letto.
Rocco Biondi

Vincenzo Labanca – Iuri Lombardi, Briganti & Saltimbanchi. Due storie in una al tempo dei Briganti, romanzo, SiriS Editore, Rivello (Potenza) 2008, pp. 352