5 novembre 2019

Il diavolo di Rionero, di Eugenio Felicori


Nel romanzo di Felicori, “Il diavolo di Rionero” è Rocco Menna e non Carmine Crocco, anche se quest’ultimo, nato appunto a Rionero, viene trattato a lungo e più dello stesso Menna.
     Il libro, uscito nella ricorrenza dei 150 anni dall’Unità d’Italia, intende rendere omaggio alla memoria sia di tutti quegli uomini e donne del sud che si opposero in armi al processo d’unificazione sia di tutti i soldati del nord inviati per reprimere la rivolta; gli uni e gli altri dagli storiografi ufficiali spesso dimenticati.
     Alcuni capitoli sono liberamente tratti da scritti di vari autori, come per esempio “Apritiquercia” dalle “Fiabe italiane” di Italo Calvino, “Vento forte e impetuoso” da “Io, brigante” di Carmine Crocco, “Roma, palazzo Farnese” da “In nome di Francesco Re” di Vincenzo Santoro, “Fucilate tutti!” da “Brigantaggio e Risorgimento” di Giovanni De Matteo; come pure la canzone “Amme pusete chitarre e tammure” di Eugenio Bennato e Carlo D’Agiò è tratta dallo sceneggiato televisivo “L’eredità della Priora”.
     Rocco Menna, si diceva in paese, era figlio di una strega, la quale sin da piccola, era stata messa a fare la serva della serva del prete e a diciassette anni rimase incinta di quest’ultimo. Divenne il diavolo. Comunque non tutti avevano paura del diavolo, se la strega di Rionero negli anni altri figli. Quando diede alla luce Rocco aveva trentacinque anni.
     Rocco Menna divenne famoso per la sua abilità nel cacciare gli uccelli con la fionda, con la quale era infallibile. Continuò a fare il brigante fino alla morte di Crocco, avvenuta nel 1905. Per quasi quarant’anni fu l’incubo delle forze dell’ordine; distribuiva fra poveri il frutto delle sue rapine, tenendo per sé solo il minimo indispensabile. Entrò nella leggenda popolare.
     Ferdinando, di Macerata nelle Marche, prima garibaldino fra i Mille, poi brigante che combatté per la restaurazione del re Borbone, infine ufficiale dell’esercito sabaudo, s’infiammò delle idee di Bakunin, rifugiatosi in Francia, prese parte attiva alla Comune di Parigi e morì eroicamente combattendo contro le truppe controrivoluzionarie.
     Altro personaggio del romanzo è, come già detto, Carmine Crocco. Combatté schierandosi con i rivoluzionari liberali di Garibaldi, per poi darsi definitivamente alla lotta brigantesca, divenendo capo di molti uomini. Era un abile narratore che affascinava gli ascoltatori con i suoi racconti. Pierre Barriaud pubblicò su “L’Illustration Journal Universel” un’intervista a Crocco.
     Crocco riuscì a vincere in diversi paesi, ma l’occupazione durò pochi giorni; vinse anche in campo aperto contro l’esercito piemontese; non riuscì invece, insieme a Borges, ad occupare Potenza, perché venne tradito.
     Sono presenti nel romanzo altri personaggi (Domenico Olivares, Don Vincenzo, Francesco II, Pio IX, Ninco-Nanco, Giuseppe Caruso, Negri, De Witt, Maria, Sacchitiello, ecc.), ma si crea confusione e poco hanno a che fare con il diavolo di Rionero.

Eugenio Felicori, Il diavolo di Rionero, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2011, pp. 264, € 14,00

23 ottobre 2019

La guerra per il Mezzogiorno, di Carmine Pinto


Il libro di Pinto si chiude con la frase «la guerra al brigantaggio era stata una storia di italiani contro italiani». Sia i cosiddetti italiani erano «italiani» come i borbonici e i briganti. La seconda guerra d’indipendenza, l’annessione della Lombardia, le rivolte in Toscana e nelle legazioni pontificie erano durate poche settimane, la guerra contro i borbonici e i briganti durò invece un decennio o più. La guerra continuò, anche dopo la resa di Gaeta, come guerra di brigantaggio, dando vita alla guerra per il Mezzogiorno, titolo del libro.
     Pinto fra le due italie fa una precisa scelta di campo: sceglie l’Italia del nord dei piemontesi contro l’Italia del Mezzogiorno dei briganti, anche se parla a lungo di questi ultimi e qui sta la novità del suo libro. I briganti erano destinati a perdere, per il loro essere e per la loro scelta di schierarsi con i borbonici, i quali persero la guerra del Mezzogiorno contro i risorgimentali che predicavano l’unità delle due Italie. Testimonianza di questa scelta è la riproduzione messa in copertina del quadro del pittore Giovanni Fattori “Campagna contro il brigantaggio”, che rappresenta due briganti (forse morti) legati da due soldati piemontesi a cavallo.
     I risorgimentali, saldandosi con il bocco unitario-liberale meridionale, combattevano una guerra antica, che inglobava definitivamente il problema meridionale. I borbonici invece volevano conservare, con un progetto politico rinnovato, il loro regime meridionale. La Chiesa si schierò con questi ultimi. I borbonici subirono molti tradimenti nelle sue file, specialmente di generali.
     La guerra per i borbonici la combatterono i cosiddetti briganti che erano ex soldati, ex funzionari, prelati, popolari, rimasti fedeli al Borbone. Ed erano tanti se la guerra durò dieci anni. Il numero di costoro rimane incerto, ma erano molti.
     Si ricordano nel libro le varie battaglie avvenute fra gli unitari e i briganti, con alterni risultati. Sono citati, con le loro gesta, fra gli altri, i più importanti capobriganti: Carmine Crocco, José Borges, Luigi Alonzi (detto Chiavone), Giuseppe Tardio, Giuseppe Caruso (poi passato al servizio del piemontese generale Pallavicini), Pasquale Romano (detto Sergente Romano), Emile de Christen, Giuseppe Summa (detto Ninco Nanco), i fratelli La Gala, Francesco Luvarà, Cosimo Mazzeo (detto Pizzichicchio), Giuseppe Schiavone, Ludwig Zimmermann, ma anche donne brigantesse come Michelina Di Cesare.
     Sono anche citati la controparte degli unitari: Emilio Pallavicini, Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Paolo Franzini, Liborio Romano, Giuseppe Bourelly, ecc.
     Sono ovviamente citati, fra gli unitari, il re d’Italia Vittorio Emanuele II, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Silvio Spaventa, Bettino Ricasoli, Marco Minghetti, Ubaldino Peruzzi, Giuseppe Massari, e fra i borbonici, il papa Pio IX, il re delle Due Sicilie Francesco II, la regina Maria Sofia, Ferdinando II, Calà Ulloa, il cardinale Sisto Riario Sforza.
     Nel libro sono trattati principalmente gli anni 1860-1863, fino ad arrivare al 1870 e oltre.
     L’alto clero era borbonico; molti vescovi furono oggetto di aggressioni e costretti ad allontanarsi dalle loro diocesi. Gli ordini religiosi furono soppressi.
     I borbonici sognarono invano il ritorno della Santa Fede del cardinal Ruffo. La guerriglia sembrò una ripetizione del Decennio francese.
     In molte città nacquero i comitati borbonici, che riunivano nobili, ex funzionari, popolani, militari: Parigi, Lione, Marsiglia, Civitavecchia, Malta, Corfù, Londra, Venezia, Trieste, ecc. Si lavorò a organizzare spedizioni, raccogliere risorse, comprare armi. Falliti i tentativi, se ne organizzavano altri. Le vendette venivano praticate sia da parte dei briganti che da parte degli unitari.
     Viene messo l’accento da parte degli unitari sui contrasti nelle file dei borbonici. Ma anche fra gli unitari non mancarono ripicche e litigi sulla gestione delle operazioni. Anzi talvolta sembrò messa in discussione il processo dell’unificazione nel Mezzogiorno.
     La fotografia ebbe un grande successo fra le truppe italiane. Fra i fotografi più importanti, che documentarono quello che avvenne in quegli anni, abbiamo Alphonse Bernoud, Emanuele Russi, Ferdinando Capparelli, Raffaele Del Pozzo. Ma abbiamo anche artisti, scrittori, romanzieri, giornalisti, e non solo dalla parte unitaria ma anche dalla parte borbonica.
     Questo e tanto altro vi è nel libro di Pinto, che costituisce una novità nel campo postunitario, anche se un po’ confusionaria e nell’ambito degli unitaristi. Manca una bibliografia, affidandosi alla citazione dei tanti autori nelle note.
     Carmine Pinto è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Salerno.

Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti. 1860-1870, Laterza, Bari-Roma 2019, pp. 496, € 28,00

2 ottobre 2019

Brigantesse, di Andrea Del Monte


È un libro particolare, composto da testo e un cd, cantato da Andrea Del Monte, sulle brigantesse.
     È un testo che comprende brevi e brevissimi scritti sulle brigantesse di vari autori, anche poeti. Sono le vite di circa quarantacinque brigantesse. È stata scelta la forma letteraria: vite romanzate, ma non inventate.
     Sono presenti brigantesse preunitarie, unitarie e anche di oggi. Si parla di Filomena Pennacchio, amante prima di Caruso e poi di Schiavone, intercede presso i briganti per i piemontesi; Nicolina Iaconelli, amante del capobrigante Domenico Fuoco, che fu ucciso dai piemontesi e decapitato; BelaMishad, cinquantenne brigantessa di oggi; Elisa Garofoli, salì in cima nella scala gerarchica del brigantaggio, divenendo l’amante del capo banda Luigi Cima; Dora, fu rapita dal brigante Alfonso Carbone, che arrestato restò in cella per 42 anni, mentre Dora, insieme al figlio di 10 anni, si imbarcò per l’America; Francesca La Gamba, brigantessa preunitaria, uccise l’ufficiale francese, che aveva fatto uccidere i due suoi figli, e divenne ‘capitanessa’ di 20 donne, brigantesse come lei; Niccolina Licciardi, anch’essa brigantessa preunitaria, uccise con un colpo di fucile il brigante Bizzarro, il quale aveva sfracellato il figlio contro una roccia afferrandolo per i piedi, perché piangeva; Maria Oliverio (detta Ciccilla) dei trentadue capi d’imputazione a lei contestati ne ammise solo uno: l’uccisione della sorella, che l’aveva tradita con il marito Pietro Monaco; Maria Elisabetta Di Giuliano dopo la fine del suo uomo Giovanni Rita di Giuliano era diventata capobanda, amò il giovane francese Jean Baptiste; Rosa Cedrone, amante e sposa del capobrigante Francesco Cedrone, madre di due bambine, fu uccisa dai soldati piemontesi a ventotto anni; Michelina De Cesare, a 27 anni venne uccisa in combattimento dai soldati piemontesi e denudata, era diventata la moglie del capobrigante Francesco Guerra; Luisa Spina, nata ad Avellino tra 1871 e il 1863, a sedici anni rimane incinta del brigante lucano Mariano, dopo la morte di quest’ultimo prende il suo posto come capobrigante; Carola “La zingara”, uccisa dai fratelli della banda Pomponio insieme al pittore Lord Taylor, a cui aveva dato amore; Angelina Romano, la Brigantessina, fu uccisa dai piemontesi a nove anni; Francesca Sipicciani, lottò per la libertà, la giustizia e l’amore, lei e il suo amato Pietro si uccisero a vicenda, per non essere giustiziati sulla pubblica piazza.
     Sono elencate poi trenta brigantesse, che vanno da circa quindici a cinque righe.
     Sono infine riportate le interviste, sul brigantaggio e sulle brigantesse, a Sabrina Ferilli, Giancarlo De Cataldo, Giordano Bruno Guerri, Eugenio Bennato, Raffaele Nigro, Maria Rosa Cutrufelli, Anna Maria Paola Toti, Valentino Romano.
     Le tredici canzoni del cd, dedicate alle brigantesse più sopra indicate, sono cantate dalla voce di Andrea Del Monte, accompagnato da vari musicisti.
           
Adrea Del Monte, Brigantesse. Storie d’amore e fucile, Ponte Sisto, Roma 2019, pp. 188, € 18,00