25 maggio 2020

Il barone contro, di Raffaele Vescera

Il barone don Felice nacque nel 1974 circa (aveva nella rivoluzione del ‘99 venticinque anni) e morì nel settembre 1828; visse quindi tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento. Il barone Felice apparteneva alla famiglia Lombardo di San Chirico di Foggia, in Puglia, famiglia che visse tutte vicende rivoluzionarie del Regno di Napoli dal 1799, al 1820, al 1848, fino all’Unità d’Italia. Il romanzo storico rappresenta una saga di questa famiglia.
    Don Felice sposò due donne; trascurò la prima, di sette anni più grande di lui, adorò la seconda, di oltre vent’anni di lui più giovane, dandole quattro figli: tre femmine e l’ultimo un maschio. A Napoli frequentò i palazzi nobiliari e i salotti intellettuali, non disdegnando le taverne di strada, dove accontentava la passione per il gioco d’azzardo. Fu colonnello e liberale, ragione quest’ultima per cui il re lo destituì, esiliandolo in terra straniera. Riebbe il grado militare e comandò l’Accademia militare della Nunziatella; poi fu di nuovo radiato. A Napoli esaudì in qualche modo la sua vocazione per l’arte musicale.
    Ebbe a che a fare con i briganti, dei quali diceva che erano malvagi, ma diceva anche di averne incontrati di gentili e colti. Uomini che si erano dati alla macchia per sfuggire a un’ingiustizia. In Capitanata ve n’era uno famoso, Gaetano Vardarello, che con i suoi fratelli aveva costituito una comitiva di cinquanta uomini, che non fu mai battuto sul campo dall’esercito. Egli distribuiva ai poveri pane e latte, dandone doppia razione alle donne incinte. Per debellare il brigantaggio, bisognava dare a tutti la possibilità di vivere una vita dignitosa; il crimine spesso è figlio dell’ingiustizia. Morì tradito da alcuni paesani.
    L’autore del romanzo, Vescera, per bocca dei suoi personaggi, si domanda se fosse stato meglio rimanere con i Borbone, anziché passare sotto i piemontesi che promettevano solo a parole la libertà. Ma il re borbone Francesco non aveva alcuna aspirazione a diventare il re d’Italia. I Savoia, che erano più francesi che italiani, erano più conservatori e non erano abituati alla raffinata cultura dei Borbone.
    Felice Carmine, detto Felicino per distinguerlo dal padre, nei moti del ‘48, pur parteggiando per la costituzione si tenne fuori dai tumulti. Ferdinando II fu detto il re bomba, per via dei cannoneggiamenti contro Messina, ultima città ad arrendersi.
    Morto Ferdinando II, gli successe sul trono il figlio Francesco. L’inesperienza e la mitezza del re Francesco convinsero suo cugino, il re piemontese Vittorio Emanuele, ad invadere il Regno delle Due Sicilie. Invasione che riuscì per l’appoggio della massoneria e dei molti ufficiali e militari borbonici, che si lasciarono corrompere. Ai contadini fu sparsa la voce che i piemontesi avrebbero distribuito le terre incolte.
    Il re Francesco, per evitare la distruzione della città di Napoli, la lasciò nelle mani dell’ambiguo Liborio Romano e si rifugiò nella fortezza di Gaeta da cui organizzò la controffensiva militare.
    Don Felicino festeggiò con gli amici liberali il nuovo corso politico. Ma presto si rese conto che nella storia del Mezzogiorno accadde quanto non era mai successo. Furono smantellate e portate al nord industrie, ferriere, ferrovie, tessili, e fucilati quanti si opponevano a tale scippo da parte di 140.000 uomini ben armati. Alcuni milioni di Meridionali dovettero emigrare nelle Americhe, nel nord d’Italia e d’Europa. Tutto peggiorò e andò in malora negli anni successivi, lo Stato Italiano diede sempre meno al Sud rispetto al nord.
Rocco Biondi

Raffaele Vescera, Il barone contro. Don Felice e gli altri Signori di San Chirico tra Borbone e Savoia, Magenes Editoriale, Milano 2014, pp. 306

16 maggio 2020

II grassiere, di Raffaele Nigro

Il libro ripropone un’edizione fuori commercio allestita in occasione della rappresentazione del “Grassiere”, prima opera teatrale di Nigro, composta nel 1980 e messa in scena nel 1981. Il lavoro linguistico (già sperimentato in “Giocodoca”) contribuisce a realizzare la fertile contaminazione tra storia e fantasia, che contrassegna gran parte dell’opera di Nigro.
    Aldo De Jaco nella prefazione scrive che il brigante non sarà solo il rappresentante di un’epoca ma incarnerà un atteggiamento di perenne rivolta, che rappresenta la sofferenza e l’oppressione del vivere dei poveri. Il brigante tradirà e taglieggerà e Filomena che è lo spirito della rivolta e della speranza resterà sola.
    Nel primo tempo si narra che il grassiere, l’uomo delle tasse, messo nel Regno delle Due Sicilie dagli spagnoli, sembra morto ad opera di Filomena che gli ha ficcato lo spillone nel cuore ed è sicura di averlo ucciso; ma così non è, perché il grassiere è come l’aria, senza faccia, senza occhi, senza mani. Crocco è accusato dal magistrato di furti aggravati, sequestri, rapine, omicidi, estorsioni, e si difende dicendo che lui è il ragazzo che il padrone fa arrestare dai gendarmi per piccoli furti fatti per sfamarsi.
Nel secondo tempo si parla, tra l’altro, dell’amore di Crocco e Caruso nei confronti di Filomena e di come Crocco la lascia Caruso.
    Nell’intermezzo Caruso giustifica la sua scelta di passare con i piemontesi perché vuole cambiarli da dentro le loro mura e non da fuori, dalla finestra, come fanno i briganti. Il paese aveva bisogno di strade, scuole, ci volevano leggi nuove, e per avere tutte queste cose bisognava entrare in amicizia con questa gente nuova, questi vincitori, entrare dentro il parlamento, comandare insieme a loro. Il fucile non poteva rispondere a tutte queste necessità.
    Nel terzo tempo si assiste ad una vittoria di Crocco. Nel palazzo vescovile si riuniscono il vescovo, il sindaco, il barone, il capitano Borges, insieme a Crocco ed alcuni suoi briganti. Il barone don Ferdinando sponsorizza Borges. Crocco afferma che dopo aver cacciato i piemontesi caccerà pure i borboni.
    Nel congedo finale vien fuori il prosaico compromesso di Pulcinella e Filomena che non cede e i briganti che diventano immortali come il grassiere; anche se i briganti cadranno si rialzeranno: «’nzime si vince o se more briand».
    L’opera si chiude con l’appello di Filomena e i briganti che gridano: «Siamo qua Filomena. Qua, insieme a te...».
    Leonardo Mancino chiude così la sua postfazione: «La poesia è arma contro l’omologazione, contro la repressione e contro l’afasia. L’appello di Filumena ai briganti esce così dal perimetro di un teatro per legittimarsi grido per uno e per i tanti momenti di storia».
Rocco Biondi

Raffaele Nigro, Il grassiere, briganti in scena, Schena editore, Fasano (Br) 1992, pp. 110

10 maggio 2020

Amori e delitti dei briganti Cipriano e Giona La Gala, di F. Mastriani

Il libro porta come autore Francesco Mastriani, ma in realtà si tratta di Filippo, figlio di Francesco. Approfittando infatti che ambedue iniziano il nome con F., molti editori e stampatori napoletani usarono il nome Francesco, ormai famoso, per attribuirne libri e romanzi. Un’attenta lettura del romanzo, dice Concetta Sabbatino, fa attribuire il romanzo a Filippo. 
   Trattandosi di un romanzo non sempre i fatti narrati corrispondono a quelli della vita reale.
   Il primo atto della vita brigantesca di Cipriano, secondo il romanzo, fu l’uccisione di una fanciulla, di nome Elisabetta, che aveva tradito il suo amore. Poi uccise anche Lorenzo con cui lo tradiva.
    A questi due primi delitti tenne dietro una sequela di misfatti: grassazioni, rapine, estorsioni, mutilazioni, omicidi; quasi tutti dell’anno 1861. L’autore Mastriani sembra discolpare da tutti questi misfatti Cipriano, «non comparendo mai né come esecutore materiale, né come mandatario, né come istigatore», addossandone la colpa ad altri briganti, specialmente a suo fratello Giona «belva sotto l’apparenza di uomo»; ma in realtà riconoscendo in lui «una strana miscela di ingredienti contraddittori, cioè coraggio e viltà, ardire e prudenza, scaltrezza e pusillanimità, autorità e soggezione». L’avvocato Cecaro, nella sua lunga difesa, dimostrerà come Cipriano si ponesse dietro le quinte.
    Seguono poi nel romanzo le narrazioni degli omicidi dei carabinieri Cuminelli e Brocchieri, la libertà che Cipriano diede ai soldati che avevano combattuto in quaranta contro trecento briganti, come Cipriano sfuggì al carnefice fingendosi morto, l’uccisione del giovane Luigi Savoia tenente della Gurdia Nazionale, le fiamme che avvolsero un banchiere dopo che Cipriano le salvò la figlia, l’atroce assassinio del De Cesare che aveva fatto un torto a Giona nel carcere, l’uccisione del vecchio prete Viscusi.
    Cipriano, insieme ad altri quattro briganti, fu arrestato dal questore di Genova a bordo del piroscafo francese l’Aunis. Ne nacque un caso diplomatico con i francesi, che in qualche modo proteggevano i briganti. Nel contempo Cipriano e Giona, evasi dalle prigioni erano comparsi, con una numerosissima banda, sulle montagne del Taburno.
    Ma Cipriano e i suoi furono vittime di una donna. Questa, diciottenne, su consiglio del padre che volle intascare il vistoso premio, si offrì al capo-brigante e divenne la sua amante. Fino a quando Cipriano, in occasione del suo onomastico, volle offrire alla sua comitiva un sontuosa cena. La donna disse che avrebbe messo a disposizione una botte del vino migliore del padre, vinaio; ma dopo avervi versato dentro una buona quantità di oppio, che fece addormentare tutti, Cipriano e i suoi compagni, dopo aver digerito il narcotico, si trovarono legati nel fondo di una prigione.
    Cipriano e il fratello Giona furono condannati, dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, alla pena di morte, Domenico Papa ai lavori forzati a vita, Giovanni d’Avanzo a venti anni di lavori forzati.
    Cipriano La Gala, secondo il romanzo, morì da eroe, guardando in faccia la morte; mentre in realtà morì in carcere, essendo stata mutata la sua pena ai lavori forzati a vita.
Rocco Biondi

Francesco Mastriani, Amori e delitti dei briganti Cipriano e Giona La Gala. Romanzo storico del brigantaggio, Imagaenaria Edizioni, Ischia 2004, pp. 270
 

20 aprile 2020

Madre Mediterranea, di Dominique Fernandez

Dominique Fernandez, francese, professore d’italiano presso l’università di Rennes, è nato nel 1929; ha vinto il premio Goncourt. In questo libro, frutto di un suo viaggio nel sud d’Italia, scrive in quattro parti di Napoli, del Sud, della Sardegna, della Sicilia.
    Il capitolo sulla “Madre Mediterranea” è inserito nella Sardegna e parla dei sardi che si tengono alla larga dal mare, troppo materno, facendo risaltare la loro naturale virilità.
    A noi interessa la parte che parla del bandito Salvatore Giuliano, intitolata “un eroe”, che va dalla pagina 280 a 297.
    Montelepre, in cui nacque Giuliano, non è un paese di mafia e lui non fu sostanzialmente un mafioso. Uccise, nel 1943 appena ventenne, un carabiniere che pretendeva di confiscargli un sacco di grano del mercato nero. E si diede alla macchia taglieggiando i baroni e i loro accoliti; le somme estorte venivano distribuite ai contadini e ai pastori di Montelepre. Per sfuggire alle ricerche della polizia ebbe bisogno di appoggiarsi alla mafia.
    Dal 1943 al 1946 fu attivo tra i separatisti siciliani, che avevano proclamato essere la Sicilia la quarantanovesima stella degli Stati Uniti d’America. Fu costituito un esercito di volontari e Giuliano ebbe il grado di colonnello. Gli fu promesso l’amnistia di tutti i delitti passati e gliene fecero commettere di nuovi, in nome della patria “siciliana”; e sterminò tutti carabinieri e soldati “italiani” che poté. Nel 1946 fu sciolto l’esercito dei volontari e i suoi capi dichiarati innocenti; tutti tranne Giuliano, accusato di delitti comuni. Dopo le elezioni regionali del 1947, alle quali le sinistre riportarono notevoli vittorie, fu giocoforza allearsi con la Democrazia Cristiana, partito in ascesa, e Giuliano continuò la lotta anticomunista. Il massacro di Portella della Ginestra si inserisce in questa lotta. Ma il bandito, come ricompensa per i suoi servizi, non ricevette né la fedina penale pulita né il passaporto per gli Stati Uniti. Ed allora si scagliò contro i monarchici e i democristiani.
    Né l’esercito né la polizia riuscirono ad avere ragione di lui; ci riuscì la mafia. Giuliano fu ucciso dal suo luogotenente Pisciotta la notte del 5 luglio 1950. Piscotta fu avvelenato in carcere a Palermo, prima che dicesse ai giudici quel che sapeva.
    Giuliano, nonostante fosse vanitoso e brutale, è diventato una figura mitica, un eroe; simboleggiava due idee-forze, che vanno diritto nel cuore: la ribellione contro lo Stato e il coraggio solitario. Il popolo, scrive Fernandez, continua a vedere in lui il modello del ribelle e del prode. Egli resta l’uomo che ha sfidato la mafia, mentre in realtà fu lo strumento dell’“onorata società”.
    I cantastorie cantano di lui come “figlio di mamma” che è stato costretto ad uccidere un carabiniere perché quel grano era destinato a nutrire la sua famiglia: madre, padre e sorella. Attribuiscono a lui il sentimento cavalleresco, quando restituisce ad un povero barbiere di tasca propria i soldi che gli erano stati tolti con un impostura; o quando dà ad un vecchio un bel cavallo sellato, al posto di una vecchia asina. Inoltre Giuliano viene adornato del merito della galanteria, quando rende felice sessualmente la giornalista svedese. Ma dove il mito prende il sopravvento è nel massacro di Portella della Ginestra; non è stato Giuliano a uccidere, ma una fatalità che lo ha scelto come strumento.
   Giuliano, dice Fernandez, è l’immagine vivente e patetica della Sicilia, di volta in volta nelle mani dei greci e dei bizantini, degli arabi e dei normanni, degli spagnoli e dei borboni, dei piemontesi e della mafia, quando di volta in volta è giocattolo dei separatisti, dei baroni, dei monarchici, della Democrazia Cristiana e dei pezzi da novanta.
    La sorella di Giuliano aveva sposato Pasquale Sciortino, che emigrò in America poco dopo il massacro di Portella della Ginestra, portando con sé un memoriale scritto da Giuliano, in cui venivano denunciati i veri responsabili della carneficina. Si dice che la mafia riuscì a trovare Sciortino e ad acquistare il compromettente documento. Giuliano rimase tanti anni invulnerabile finché non fosse scomparso il pericoloso documento.
    Infine una guida dell’autore gli dice che Giuliano non c’era a Portella della Ginestra, è stato un altro bandito a organizzare il massacro; non può essere a volere il massacro un eroe.
Rocco Biondi

Dominique Fernandez, Madre Mediterranea, traduzione di Paolo Caruso dell’edizione francese del 1965, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1967, pp. 324


17 aprile 2020

Giuliano e lo Stato, di Carlo Ruta

Il libro di Ruta raccoglie e commenta alcuni documenti ufficiali della vita del bandito Salvatore Giuliano, particolarmente sui fatti avvenuti in Sicilia a Portella della Ginestra il 1 maggio 1947. In quel giorno, lì avvenne una strage con 12 morti e 27 feriti. Inizialmente si pensa che sia un delitto di mafia, ma poi il delitto viene attribuito alla banda Giuliano. A Piana degli Albanesi, del quale Portella è una località, nelle elezioni regionali del 1947, aveva vinto il Blocco popolo dei comunisti, mentre a Montelepre, il paese di Giuliano, avevano vinto i separatisti. Giuliano aveva invitato a votare per questi ultimi. Successivamente vengono assaltate diverse sezioni comuniste siciliane, con molti morti e feriti.
    I documenti che vengono raccolti nel libro sono: la strana lettera con cui Giuliano rivendica le stragi di Portella e quelle successive, la lettera porta la firma di Giuliano a stampatello e ciò rivela che lui viene usato come strumento e paravento; l’articolo pubblicato sul “Nuovo Corriere” di Firenze il 6 luglio 1947, che porta il titolo “Giuliano sa tutto e per questo verrà ucciso” e che comincia a distillare il dubbio che nell’affare Portella siano coinvolti organi dello Stato; l’intervento del comunista Girolamo Li Causi nella Assemblea Costituente del 15 luglio 1947, con cui si accusano possibili collusioni politiche e governative; il testo dello stato maggiore dell’esercito con cui si propone, tra l’altro, di contrapporre la tattica di controguerriglia ai metodi di guerriglia usata dai banditi; l’immaginifica relazione del conflitto a fuoco nel quale fu ucciso il bandito Giuliano; gli articoli pubblicati su “L’Europeo” con i quali si mette in dubbio la versione ufficiale sulla morte di Giuliano, e nel secondo vien fatto il nome di Gaspare Pisciotta; la lettera con cui Pisciotta conferma che fu lui ad uccidere Giuliano; la costituzione di una commissione antimafia del 1972, che assolve la politica e lo Stato dal coinvolgimento nell’eccidio di Portella.
    Il libro contiene fra le altre fotografie di Giuliano, del bandito Salvatore Ferreri detto Fra’ Diavolo, della sorella di Giuliano, di Gaspare Pisciotta, del bandito Nunzio Badalamenti.
    Il libro si chiude con la cronologia dei fatti più importanti su Salvatore Giuliano a partire dal 1944: decreto Gullo con il quale si consentiva ai contadini di entrare in possesso dei terreni mal coltivati e incolti, al 1988: decreto Prodi con il quale veniva tolto il segreto di Stato sui documenti sul delitto di Portella della Ginestra (ma le carte più scottanti furono distrutte o restano segrete), attraversando tra l’altro il 1 maggio 1947: strage di Portella con 12 morti e 27 feriti, il 5 luglio 1950: Giuliano viene ucciso nel sonno da Gaspare Pisciotta, il 9 febbraio 1954: Pisciotta viene avvelenato nel carcere Ucciardone di Palermo.
Rocco Biondi

Carlo Ruta, Giuliano e lo Stato. Documenti e voci del primo intrigo della Repubblica, Edi.bi.si, Palermo 2002, pp. 147

2 aprile 2020

La Sicilia e il brigantaggio, di Luigi Capuana

Lo scrittore Luigi Capuana è nato a Mineo (Catania) nel 1839 ed è morto a Catania nel 1915. In questo scritto, che venne steso e pubblicato nel 1892, viene difesa la Sicilia dagli scrittori che ne parlavano male. A cominciare da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, deputati toscani, che furono incaricati dalla destra, allora al governo, di stendere un’inchiesta sulla Sicilia. I due, che visitarono l’isola, la descrissero come arretrata e feudale. Contro di essi si scaglia Capuana, che scrive come nell’isola la criminalità era uguale a quella delle altre provincie continentali italiane, anzi dalle statistiche risultava inferiore.
    Anche se, parlando del brigantaggio, in genere lo considera negativamente, incorrendo in qualche contraddizione; come quando scrive che «prefetti, sottoprefetti, consiglieri di prefettura, magistrati, funzionari» lasciavano trasparire dalla trascuratezza dei loro abiti una certa aria di miseria, sconvolgendo la fantasia della popolazione abituata al fasto dei loro omologhi del governo borbonico. I siciliani si credettero trattati male, da gente conquistata, da sfruttare soltanto, «e se ne vendicarono arricchendo il loro dialetto di un sinonimo spregiativo con la parola: piemontese».
    Capuana cita nel suo pamphlet (breve pubblicazione scritta con intento polemico) vari autori, fra questi principalmente Giovanni Verga con le sue Vita dei campi e Novelle rusticane dove vive «la parte più umile del popolo siciliano, con le sue sofferenze, con la sua rassegnazione orientale, con le sue forti passioni, con le sue ribellioni impetuose e coi suoi rapidi eccessi».
    Capuana ricorre nel suo scritto al sotterfugio del “brav’uomo”, che riflette sulla differenza tra forma e sostanza che dividono il comportamento del brigante e del cassiere infedele; mentre quest’ultimo s’impossessa del denaro destinato alla povera gente senza nulla far trasparire, il brigante invece rischia la sua vita; e il brav’uomo, che giudica peggiore il comportamento del cassiere infedele, si domanda perché quest’ultimo non suscita almeno la stessa indignazione del brigante.
    «Il brigantaggio infatti – scrive il Capuana – non nuoce soltanto al derubato o al ricattato, ma intralcia la vita pubblica di un’intera provincia, rendendo mal sicure strade e campagne». Ma subito dopo aggiunge che è un fenomeno comunque da osservare, e studiare per quali ragioni si produca anche nelle altre provincie italiane.
    Non si possono dimenticare gli orrori della caccia ai renitenti alla leva, assediando paesi, fucilando i cittadini, arrestando povere donne incinte e facendole morire nelle prigioni, bruciando vivi i contadini.
    E il pover’uomo sogna invano ad occhi aperti, meglio sarebbe dire vaneggia, mani fraterne che si stringono, occhi che ammirano, cuori che palpitano, ma anche briganti in grado di resistere alle loro inclinazioni cattive.
    Capuana, che in tutto il saggio non fa differenza tra brigantaggio e delinquenza organizzata, solo alla fine in appendice interviene sulla mafia, riportando un articolo del suo amico Giuseppe Pitrè; il quale sembra distinguere tra mafia e brigantaggio.
Rocco Biondi

Luigi Capuana, La Sicilia e il brigantaggio, introduzione di Carlo Ruta, Edi.bi.si, Palermo 2005, pp. 110

27 marzo 2020

Giuseppe Musolino, di Pietro Romeo

Giuseppe Musolino costituisce un collegamento fra i primi briganti postunitari e i briganti buoni di oggi.
    L’Autore di questo romanzo, Pietro Romeo, è nato a S. Stefano in Aspromonte, il paese di Musolino, ed ha come nonna materna Anna Musolino, sorella di Giuseppe. Il suo è un romanzo storico. Molti episodi narrati sono stati trasmessi oralmente da questa nonna materna.
   Musolino nacque il 24 settembre 1876, da Giuseppe senior e da Mariangela Filastò, morì il 22 gennaio 1956, all’età di ottanta anni. Il padre aveva un’osteria e la madre era discendente da una nobile famiglia parigina, fuggita da Parigi nel 1789, durante la rivoluzione francese. Aveva tre sorelle, tutte più piccole di lui: Anna, Vincenza, Ippolita ed il fratellino Antonio.
    Vincenzo Zoccali, per amore della stessa ragazza della quale si era innamorato Giuseppe, ma più ancora per il rifiuto di Musolino di far parte della sua associazione malavitosa, decide di farlo fuori o almeno di dargli una lezione. Si reca, con suo fratello e con altri tre affiliati alla sua consorteria, nell’osteria del padre di Giuseppe; il quale, per non coinvolgere il padre, invita i cinque “compari” ad uscire fuori. Durante la conseguente colluttazione il cugino di Musolino spara in alto un colpo di pistola, che mette in fuga i cinque aggressori.
    Musolino rimane ferito da ventitré coltellate, fortunatamente superficiali.
    Vincenzo Zoccali prepara un complotto e fa sparare due colpi di fucile. Viene incolpato Musolino, che riceve, innocente, dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria, 21 anni di carcere.
   Musolino, dopo alcuni mesi, fugge dal carcere di Gerace, dove è rinchiuso. Inizia così la sua vita da vendicatore e da brigante galantuomo. “Cristo mi è testimone, fa dire l’autore Romeo a Musolino, che non nacqui vendicatore, al contrario il mio cuore era pieno di nobili ideali e sani principi. Uomini malvagi e potenti hanno reciso tutti i miei sogni giovanili”.
    Inizia, sempre secondo il romanzo storico del Romeo, la lunga serie di uccisioni e ferimenti di quelli che erano stati i falsi testimoni che avevano portato alla pesante condanna nel processo.
    Uccide Stefano Crea, Pasquale Saraceno, Carmine Dagostino, Stefano Zoccali, Alessio Chirico, Pietro Ritrovato, Francesco Marte.
    Musolino, ancora da uomo libero, va verso il lontano Abruzzo dove spera di potersi imbarcare per paesi stranieri. Ad Acqualagna, attualmente in provincia di Pesaro nelle Marche, inciampato in un groviglio di filo spinato, viene casualmente catturato. Viene condannato dalla corte d’assise di Lucca al carcere a vita. Rinchiuso nel carcere di Porto Longone, nell’isola d’Elba. L’unica concessione del direttore della prigione sono i libri. Viene concessa la grazia al famoso vegliardo il 14 luglio 1947. I superstiti della famiglia Musolino sono pronti a riceverlo a casa loro, ma il professore Puca, direttore dell’ospedale di Reggio Calabria, sconsiglia il suo soggiorno in famiglia e lo fa rimanere, da uomo libero, presso il suo ospedale, dove muore nel 1956.
    La sorella Ippolita, che era stata sempre molto vicina al fratello Musolino, era morta il 6 luglio 1903.
    Giuseppe Musolino aveva detto di sé: “Sono uno dei tanti ‘cavalieri erranti’ che, sparsi per il mondo, lottano la cattiveria degli uomini, cercando di sconfiggere il male”.
Rocco Biondi

Pietro Romeo, Giuseppe Musolino. Il giustiziere d’Aspromonte, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2003, pp. 232