9 luglio 2019

Lu cunt r' Crocch, di Ernesto Grieco

Lu cunt r’ Crocch, di Ernesto Grieco

È un libricino di 23 pagine; è riprodotta una poesia in dialetto del poeta parrucchiere Ernesto Grieco, di Rionero, con versione in italiano a fronte. Si parla del capobrigante Carmine Crocco, che dava al povero e toglieva al ricco. Tutti ne parlavano, chi vantandolo e chi denigrandolo; aveva la barba lunga e portava pistole e coltelli. Era geniale e spesso si arrabbiava, ma come il Passatore sapeva essere cortese. Ma la storia la scrive chi la vince e non rende giustizia. Ed il povero Crocco è rimasto inizialmente nella storia, ma dimenticato e abbandonato, se non fosse per uno striscione nel campo sportivo.
     Poi, il tempo per lui ha lavorato e Crocco adesso viene rivalutato; nel parco della Grancìa si fa un grande spettacolo chiamato “La storia bandita”, nel cinema è stato fatto un cortometraggio, e chissà forse a Crocco si farà anche una statua.
     Il libricino si chiude con gli atti di nascita e di morte, e con una foto di Crocco.

Ernesto Grieco, Lu cunt r’ Crocch, Il racconto di Crocco, Comune di Rionero in Vulture, 2006, pp. 23

3 luglio 2019

Il libro napoletano dei morti, di Francesco Palmieri


Il libro napoletano dei morti, di Francesco Palmieri

Questo non è un libro di morti in santa pace ma di morti uccisi o che hanno ucciso. Questo fa scrivere Palmieri al poeta napoletano Ferdinando Russo, suo alter ego.
     Russo, nato a Napoli nel 1866 e morto nella stessa città nel 1927, vien fatto narrare da Francesco Palmieri “con sottile abilità” l’intera vicenda: dal brigantaggio alla camorra.
     Il contenuto del libro lo si può desumere dagli autori che Palmieri ringrazia: Giovanni Amedeo autore di un’opera su Ferdinando Russo, Erminio De Biase autore della traduzione integrale dal tedesco del diario del legittimista Zimmermann, Valentino Romano per la traduzione del diario di Borges.
     Rinaldo il buon Paladino e Gano il cattivo “non appartengono a Inferni o Paradisi ma allo strabiliante Purgatorio umano che ci avvampa tra merda e sentimenti”. Rinaldo il guappo è certamente migliore di Gano che è iscritto all’ordine dei galantuomini. La maggioranza degli uomini non sono né l’uno né l’altro ma si comportano a turno come l’uno o l’altro. Bene e male si confondono.
     Inizialmente guappo e camorrista non si confondevano; il guappo ti diceva in faccia cosa pensava, il camorrista invece amava il segreto e prediligeva l’agguato proditorio. Successivamente i due son divenuti una cosa sola.
     Don Liborio Romano, già ministro della Polizia borbonica, quando passò col nuovo regime piemontese affidò la Guardia Cittadina a camorristi con a capi e a capesse: il pluriassassino Tore ˊe Criscienzo, Michele ˊo Chiazziere, lo Schiavetto, il Persianaro, Marianna la Sangiovannara, Antonia Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher, Pascarella Proto, e altri.
     La legge Pica inventò il termine manutengoli, che erano persone semplicemente “sospettate” di favorire o di simpatizzare con il brigantaggio, sulla base di false voci per una rivalità privata o per vendicare un torto subìto sotto il passato regime borbonico.
     Il libro parla diffusamente dei legittimisti stranieri che erano venuti a combattere per il re borbone Francesco II. Il primo di questi capitani uccisi fu il conte Edwin Kalckreuth; fu nominato aiutante del capobrigante Luigi Alonzi, detto Chiavone; fu ucciso dai piemontesi sotto falso nome. Altro Paladino straniero fu Ludwig Richard Zimmermann, che attraversò il Garigliano per “la smania guerresca”; riuscì a realizzare l’impresa non riuscita a migliaia di soldati piemontesi: la soppressione di Chiavone, che avvenne dopo un consiglio di guerra composto da lui e Tristany; morì da giornalista. L’avventura di Alfredo de Trezégnies durò tre giorni: uno per arrivare, l’altro per cominciare, il terzo per morire. Il conte Émile Theodule de Christen combatté sia per i Borbone che per Pio IX; arrestato a Napoli trascorre più di due anni nelle carceri italiane; morì di malattia a trentacinque anni.
     Il generale don Josè Borges, per difendere Francesco II, salpò da Malta 11 settembre 1861, approdò in Calabria nella notte del 13. Da qui in avanti è un’amara marcia tra insidie, tradimenti e nemici in agguato. Nel bosco di Lagopesole, in Lucania, Borges incontra Carmine Crocco, con il quale assalta vari paesi, pur rimanendo in contrasto. Borges viene fucilato alle spalle dal plotone d’esecuzione piemontese, assieme a 17 suoi compagni, nel pomeriggio dell’Immacolata Concezione del 1861, davanti alla fontana di Tagliacozzo.
     Palmieri racconta poi del camorrista Ciccio Cappuccio e del patto tra Stato e malavita.
     Il libro si chiude con la morte di Ferdinando Russo, avvenuta il 30 gennaio 1927, e della grande partecipazione di popolo al suo funerale.

Francesco Palmieri, Il libro napoletano dei morti, Mondadori, Milano 2012, pp. 186

5 giugno 2019

Jennu brigannu, di Vincenza Costantino


Jennu brigannu, di Vincenza Costantino

Anche il teatro si è interessato dei briganti. Il libro è il testo di uno spettacolo, che narra di briganti calabresi. È composto di solo 80 pagine.
     L’autrice si dice in debito a Vincenzo Padula, a Nicola Misasi, a Carlo Alianello, a Amerigo Vespucci, ad Angelo Manna, e soprattutto alla nonna da cui ha “ereditato il nome e la memoria dei racconti e dei proverbi calabresi”.
     La lingua è l’italiano, con innesto in alcune parti del dialetto calabrese.
     “I briganti si distinguevano / come anime assetate / di libertà e di giustizia, / oltrecché affamate dai soprusi dei baroni. / Essi sorgevano per difendere / i deboli contro i forti, / gli oppressi contro gli oppressori, / i giusti contro gli ingiusti…”.
     Si parla dei briganti Pietro Monaco, Marianna Oliverio, e delle “tenebrose e puntute pinete della Sila”, dove trovarono rifugio Spartaco, Giosafatte Tallarico, Domenico Palma, Pietro Gatto, Jaccapitta, Seinardi, Acciardi…
     Il libricino contiene una prefazione, intitolata “Il basso cifrato della calabresità”, di Natale Felice, e una nota dell’autrice.

Vincenza Cotantino, Jennu brigannu. Storie di briganti calabresi, Abramo, Caraffa di Catanzaro (CZ) 2006, pp. 80

20 marzo 2019

I Viceré, di Federico De Roberto


I Viceré era il nomignolo della famiglia baronale siciliana degli Uzeda che diceva della sua antica potenza. Il romanzo narra le vicende della famiglia dal 1855 al 1882.
     Autore del romanzo è Federico De Roberto, nato a Napoli nel 1861 e morto a Catania nel 1927; conobbe e strinse amicizia con Verga e Capuana. Visse alcuni anni a Milano e a Roma, per traferirsi poi definitivamente a Catania, dove stava la sua famiglia. Mentre era a Milano pubblicò nel 1894 “I Viceré”. Croce stronca l’opera del De Roberto, ma molti altri ribaltano il suo giudizio; oggi è considerato unanimemente uno dei massimi capolavori del Verismo italiano; scrive Leonardo Sciascia: «Dopo "I Promessi sposi", è il più grande romanzo che conti la letteratura italiana».
     Stranamente De Roberto, pur narrando gli anni che vanno dal 1855 al 1882, non parla mai del brigantaggio, usando solo alcune volte il termine “brigante” in senso negativo.
     Il romanzo è diviso in tre parti: la prima inizia nel 1855 con la morte della vecchia principessa Teresa Uzeda di Francalanza; la seconda segue le vicende della famiglia fino al 1870; la terza è dominata dalle vicende di Consalvo e Teresa.
     Fra i personaggi mi piace ricordare: Teresa Risà in Uzeda, principessa di Francalanza e di Mirabella, crudele e dispotica; Don Blasco Uzeda, cognato della principessa Teresa, benedettino vizioso e collerico, costretto a prendere i voti, conduce una vita per niente ispirata ai valori cristiani: gioca al lotto, mantiene numerose amanti da cui ha avuto svariati figli, dal suo iniziale acceso sostegno ai Borboni si sposta per convenienza su posizioni liberali.
     I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati da una latente pazzia, dovuta anche ai numerosi matrimoni tra consanguinei.
     Sergio Campailla nella sua introduzione scrive che “I Viceré” sono un grande romanzo, uno dei pochi della nostra narrativa ottocentesca e novecentesca, in grado di reggere il confronto con i modelli della letteratura russa, tedesca, francese, inglese, americana.
Rocco Biondi

Federico De Roberto, I Viceré, a cura di Sergio Campailla, Newton Economici, Roma 2010, pp. 511