6 gennaio 2019

Dalle Calabrie agli Abruzzi, di Valentino Romano


Libro fondamentale per chi vuole conoscere la storia del generale legittimista José Borges. Il legittimismo si faceva fautore della restaurazione dei prìncipi e dei sovrani spodestati. Nel nostro caso appoggiava il ritorno del re borbonico Francesco II sul trono del Regno delle Due Sicilie, spodestato dal re piemontese Vittorio Emanuelle II.
     José Borges è stato uno dei maggiori protagonisti della reazione antiunitaria meridionale. Si narra nel libro “la malinconica epopea di uno sconfitto”, e “come l’unificazione dello stivale si sia poi realizzata più in punta di baionetta che con il dialogo, più con la sistematica repressione di ogni dissenso che con la ricerca di equilibri possibili, più con la brutale imposizione della forza che con il democratico coinvolgimento di tutte le popolazioni interessate nel processo formativo del nuovo Stato”.
     Borges era nato nel 1813 a Vernet, piccolo borgo della Catalogna, nel distretto di Artesa. Il padre era un ufficiale spagnolo, distintosi nelle guerre antinapoleoniche, e nominato capo dei volontari d’Artesa nella guerra civile iniziata nel 1833 tra i seguaci di Cristina e di don Carlos, fra cristini e carlisti; Borges raggiunge il grado di generale di brigata. La guerra va male per i carlisti, e Borges ripara in Francia, rifiuta di sottomettersi alla regina Isabella; per sopravvivere non si sottrae ai mestieri più umili. Anche la seconda guerra carlista del 1846 va male, e Borges è costretto a riparare nuovamente in Francia. Nel 1850 trascorre quasi un anno a Napoli e si impratichisce della lingua italiana. Nel 1855 è ancora in Spagna con le truppe carliste; ma anche questa volta è sconfitto e ripara ancora, in esilio, in Francia.
     Nel luglio 1860 è Roma e tenta di arruolarsi nell’esercito pontificio, ma invano.
     Nel 1861, dopo che Francesco II si era arreso e abbandonato Gaeta il 14 febbraio 1861 per recarsi a Roma ospite del papa Pio IX (le ultime fortezze del Regno delle Due Sicilie sarebbero cadute: Messina il 13 marzo e Civitella del Tronto il 20 marzo dello stesso anno 1861), Borges si prepara ad effettuare la sua spedizione.
     Intanto il sovrano Francesco II, eccettuata la vicinanza della regina Maria Sofia, è un uomo solo e mal consigliato, circondato da uomini incapaci e malfidati, anche quelli che fanno parte dei comitati borbonici.
     Borges, dopo aver ricevute le istruzioni del generale Clary (che in caso di successo vuol sostituirsi nei meriti allo spagnolo), raggiunge nel settembre 1861 l’isola di Malta, dove, come gli hanno fatto credere i comitati borbonici, si illude di radunare numerosi fuoriusciti politici e volontari. La realtà però è ben altra e del tutto sconfortante. Borges si rende subito conto di essere stato mandato allo sbaraglio, ma è troppo tardi per tirarsi indietro.
     Con solo una ventina di uomini nella notte del 13 settembre 1861 sbarca sulla costa ionica della Calabria, in una rada isolata alla foce della fiumara di Bruzzano, in contrada Manzo (oggi Marinella), poco più a nord di Capo Spartivento. Da lì inizia la sua marcia, che lo condurrà fino al confine dello Stato Pontificio.
     Inizialmente, sulla scorta di quanto scrive Borges nel suo diario, si riesce a conoscere il percorso e gli scontri effettuati con le truppe piemontesi, la guardia nazionale, i carabinieri. Il Diario si compone di una relazione indirizzata al generale Clary e di due piccoli taccuini. Il primo documento è la stesura finale degli appunti giornalieri del periodo tra l’11 e il 21 settembre 1861; il secondo, che consta di 105 carte numerate, va dal 22 settembre al 16 ottobre; il terzo consta di cento carte non numerate e va dal 17 ottobre al 1° dicembre. Quest’ultimo, nel verso contrario e con diversa grafia, riporta scritti vari, elenchi e note spese.
     La prima preoccupazione è quella di aumentare l’organico, e Borges si mette in contatto con il capobrigante Ferdinando Mittiga. Valentino Romano, contrariamente ad altri scrittori che ritengono che il compito di Borges sia quello di unirsi alla banda Mittiga per dare alla lotta un’impronta legittimista, scrive: “Borges si trova di fronte ad un’accozzaglia di poveracci, aggregati dal brigante Mittica con la promessa e la prospettiva di un consistente guadagno e con la promessa dell’agognata divisione delle terre”. Mittiga rappresenta l’unica possibilità per tentare di formare il nucleo iniziale della formazione in grado di contrastare l’esercito governativo. Ma il tentativo Mittiga fallirà.
     Borges peregrinerà in Calabria, con l’aiuto di guide pagate profumatamente, fino al 10 ottobre 1861. La sua missione, che doveva essere segreta, veniva conosciuta anticipatamente dai piemontesi, e talvolta era addirittura annunciata dai giornali. La repressione sabauda inesorabilmente lo inseguiva. Borges nel suo diario spesso lamenta lo stato di abbandono: “Se fossi sbarcato con 400 uomini, adesso avrei 15.000 uomini ai miei ordini”, oppure: “Se io disponessi oggi di qualche centinaio di migliaia di franchi, trecento uomini, e un certo numero di ufficiali, è molto probabile che diverrei il padrone della situazione”. Bruzzano, Precacore, Gerace, Cerri, Serra di Cucco, Nocella, Serrastretta, ecc., sono le tappe di questo peregrinare.
     In Basilicata, Borges dopo aver vagato senza una direzione precisa tra San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Noepli, San Giorgio Lucano, Colobraro, Grassano, incontra Carmine Crocco, che comanda molti uomini. Insieme assaltano e occupano diversi paesi: Trivigno, Calciano, Gagaruso, Salandra, Craco, Aliano; si tratta di un’occupazione provvisoria, perché subito arrivano le forze governative a rioccuparle. Nella piana dell’Acinella Borges e Crocco, benché in inferiorità numerica (circa quattrocento uomini), decidono di accettare lo scontro frontale in campo aperto con i nemici e vincono. Conquistano Stigliano, Cirigliano, Gorgoglione, Accettura, Grassano.
     Dopo questi successi si decide di occupare Potenza; la presa del capoluogo della Basilicata “avrebbe la naturale conseguenza di non considerare più del tutto completata la conquista piemontese e non ancora del tutto scomparso il Regno delle Due Sicilie”. Ma qualcosa va storto. Crocco ne è prontamente informato e si rende conto che la partita è persa per sempre. I notabili a lui vicini hanno abbandonato il progetto; la borghesia rurale si schiera con i “liberatori sabaudi”, che sono i vincitori.
     L’intesa fra Borges e Crocco è destinata a fallire; dopo alcune altre azioni in comune i due si lasciano e ognuno va per la sua strada. E Borges va verso la sua fine. Entra in campo il vice console francese Leon de Rotrou. Borges fa alcuni passi nella sua marcia che un comandante, esperto come lui, normalmente non farebbe. Si dirige con i suoi fuggiaschi verso Sante Marie, in località “La Luppa”, in una cascina posseduta dai Mastroddi, famiglia di possidenti locali, a circa quattro miglia dal confine pontificio (e quindi dalla salvezza). Qui si ferma inspiegabilmente per circa dieci ore. Il maggiore Franchìni, che comanda un battaglione di bersaglieri, dà ordine di circondare la cascina. Borges decide di arrendersi, e viene catturato con i suoi; viene condotto nella non lontana Tagliacozzo e fucilato con i suoi. Sono circa le sedici dell’8 dicembre 1861.
     Tanto altro contiene il libro di Valentino Romano, fra personaggi e ipotesi. Vaste furono le reazioni, sui giornali italiani e stranieri, sulla morte di Borges.
     Se un appunto deve essere fatto al libro, è quello che sarebbe stato opportuno tradurre (almeno in nota) i testi stranieri presenti: spagnoli, francesi, ecc.

Valentino Romano, Dalle Calabrie agli Abruzzi, Il generale José Borges tra i briganti di re Francesco II, D’Amico Editore, Nocera Superiore 2018, pp. 334

28 novembre 2018

Signora Ava, di Francesco Jovine


Il titolo Signora Ava non deriva da una protagonista del romanzo, né da un personaggio comprimario, ma da un canto popolare del Mezzogiorno, posto da Jovine ad epigrafe, che suona così: «O tiempo da Gnora ava / nu viecchio imperatore / a morte condannava / chi faceva a’mmore». Tale epigrafe, posta nella edizione del Tumminelli del 1942, scompare nell’edizione di Donzelli del 2010; edizione quest’ultima che è fedelmente esemplata su quella prefata e annotata nel 1967 da Dina Bertoni, la moglie di Jovine, nella collana «Letture per la Scuola Media» dell’Einaudi. Tale soppressione fa mancare il significato del titolo del romanzo. L’edizione di Donzelli ha la prefazione di Goffredo Fofi e la postfazione di Francesco D’Episcopo.
     Il romanzo è la ricostruzione storica della provincia molisana negli anni della spedizione garibaldina nel Mezzogiorno e dell’annessione al Regno d’Italia, osservata con gli occhi del mondo contadino, con giudizio negativo sul Risorgimento. Jovene proveniva dall’ambiente contadino.
     Signora Ava parla di cafoni ed è scritto dalla parte dei cafoni, scrive Fofi nella prefazione.
     Il romanzo si divide in due parti. Nella prima viene rappresentata la vita del paese Guardialfiera, dove è nato Jovine. Si narra della famiglia borghese dei de Risio: don Beniamino, il “Signor Zio”, un vecchio canonico, grasso e goloso; don Giovannino, il colonnello, ha vissuto l’epoca napoleonica e dirige la scuola del paese; don Eutichio, che è anche capo della polizia, dà a prestito ai contadini la semenza del grano da seminare; monsignor de Risio, al quale il prete don Matteo Tridone rivolge una supplica per fargli avere i soldi che gli spettano; Antonietta, figlia di don Eutichio, amerà Pietro e poi lo seguirà nella sua vita da brigante.
     Nella seconda parte viene narrata la vita dei briganti e delle loro donne, nell’anno 1860. Protagonisti sono il prete don Matteo Tridone e Pietro Veleno. Il primo riuscirà a riscattare la vita di povero prete incerto, consegnandosi ai soldati. Il secondo si trasformerà da servo dei de Risio in brigante. Ambedue, insieme ad Antonietta figlia dei padroni, entreranno nella grande Storia.
     Goffredo Fofi, nella introduzione, scrive che gli piace molto di più Signora Ava de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Ambedue gli autori ritengono che tutto deve cambiare affinché nulla cambi; ma la differenza è che Tommasi è un erede dei Gattopardi e Jovine dei Cafoni.
     Jovine si ispira a De Martino, a Carlo Levi, a Verga. La sua scrittura ricercata e la sua cultura richiamano la terra (in senso di terreno), da cui proviene.

Francesco Jovine, Signora Ava, Donzelli, Roma 2010, pp. XIV-224

24 agosto 2018

Vento del nord, vento del sud, di Pieroni e Gatteschi


Anche le edizioni scolastiche talvolta si interessano di brigantaggio. È il caso della Bompiani che pubblicò, nel lontano 1974, il romanzo del fiorentino Piero Pieroni e Riccardo Gatteschi intitolato “Vento del nord, vento del sud”, nella collana “Narratori moderni per la scuola”. È un libro sul brigantaggio meridionale postunitario.
     Alcuni personaggi sono inventati, altri sono reali anche se la loro storia nel romanzo non sempre segue la realtà. È inventato Agostino La Gala, «ma esprime bene nella sua scelta per le bande, contro il governo, tutta la speranza del popolo meridionale stanco di aspettare», scrive Gaetano Sansone nella sua introduzione. Sono reali i nomi di Crocco, Pasolini, Ninco Nanco, Borjes, Romano, anche se avremmo preferito che la storia personale fosse quella reale (non condivido la scelta degli autori di cambiarne di alcuni la modalità di morte).
     Il libro si apre con l’accoglienza trionfale fatta al capobrigante Crocco nella città di Melfi in Basilicata. In chiesa, per il canto del “Te Deum”, ai banchi di sinistra sedevano prima le donne (madri, mogli, sorelle) dei feudatari, poi le donne dei dipendenti dei feudatari (amministratori, camerieri, giardinieri, campieri, fattori, guardaboschi), poi ancora le donne dei cosiddetti “liberali” (bottegai, piccoli commercianti, usurai, scrivani, speziali, avvocaticchi), ed infine le donne dei contadini, dei piccoli affittuari, dei pastori, dei braccianti, dei cafoni insomma. Ai banchi di destra sedevano gli uomini, nello stesso rigido e immutabile ordine. Pochi amavano Crocco davvero, ed erano quelli che sedevano nelle ultime file o stavano in piedi attorno al fonte battesimale.
     Ma questa accoglienza trionfale sarebbe durata poco. Il giorno successivo o l’altro ancora, Crocco sarebbe dovuto andare via, prima che arrivassero i piemontesi. Era la legge della guerriglia, si passava rapidamente dalla vittoria alla sconfitta. E i piemontesi si sarebbero vendicati sulla povera gente: non torcevano un capello ai feudatari e all’arciprete o al parroco, si scatenavano solo su quelli che ritenevano i cafoni.
     Dopo varie azioni, molte di esse vittoriose, Crocco che aveva raccolto attorno a sé più di mille uomini viene rinchiuso nelle carceri italiane. Muore nel penitenziario di Portoferraio nel 1905; fu uno dei pochi che riuscì a sopravvivere nella lotta del brigantaggio.
     Il catalano generale Borges era stato mandato dal re borbone Francesco II a tentare di dare forma di esercito alle bande brigantesche. Si incontra e combatte, per un certo tempo, con Crocco. Ma la visione della lotta fra i due è diversa: Borges crede di far diventare i briganti dei soldati e come tali farli combattere, Crocco invece crede come sempre alla guerriglia e secondo essa fa combattere i suoi.
     La fine di Borges, come del resto tanti episodi della lotta brigantesca, vengono narrati con l’espediente delle lettere al padre dal tenente Andrea Pasolini, bresciano mandato nel Sud a combattere i briganti. I tristi metodi dell’esercito piemontese contro i poveri abitanti del Sud lo avrebbero convinto a dare le dimissioni dall’esercito e tornare a casa per sempre, cambiando mestiere, non credendo più in quello che faceva.
     Nel libro il sergente Romano è un luogotenente di Crocco, mentre nella realtà il Romano stette con Crocco per poco tempo; e poi non è vero che venne ucciso, nella battaglia del vallone di San Donato, dal tenente Pasolini, morì invece nelle campagne tra Gioia del Colle e Santeramo.
     Giuseppe Caruso tradì Crocco e passò dalla parte dei piemontesi; nel romanzo già da parecchio faceva il doppio gioco.

Piero Pieroni – Riccardo Gatteschi, Vento del nord, vento del sud, a cura di Gaetano Sansone, Bompiani Editore, Milano 1974, pp. 194

17 agosto 2018

Potere e libertà, di Maria Pettinato


Il libro è la pubblicazione della tesi di laurea di Maria Pettinato, conseguita presso l’università di Genova, con voti 110 e lode. Come in tutte le tesi si sente la presenza dei professori che l’hanno seguita. Ma Maria Pettinato in questo lavoro ha saputo dimostrare la sua autonomia, valutando il brigantaggio secondo i più moderni criteri di studi.
     Il libro è didascalico, molto utile per chi comincia ad avvicinarsi al fenomeno del brigantaggio. Il lavoro è infatti suddiviso in tre parti, che portano i seguenti titoli: “L’unificazione italiana”, “Il brigantaggio meridionale” e “Il brigantaggio in Calabria dal 1861 al 1865”.
     La prima parte ripercorre le tappe principali che hanno dato vita al Regno d’Italia ad opera dei piemontesi.
     La seconda parte descrive sia il brigantaggio preunitario che quello postunitario, dando particolare rilevanza al manutengolismo. In rilievo viene messo il tema della repressione piemontese.
     La terza parte, in cui si parla del brigantaggio postunitario calabrese, costituisce la parte più originale del lavoro della Pettinato. Si affrontano infatti le caratteristiche principali del brigantaggio calabrese. Si parla delle tre bande più importanti della Sila: quelle di Pietro Bianco, di Pietro Monaco e Maria Oliverio, di Domenico Palma.
     Qualche contraddizione vien fuori nel libro, laddove o i briganti vengono chiamati “malfattori” o invece si dice che i briganti “intendevano proteggere il proprio mondo con la sua religione, le sue tradizioni, le sue cerimonie, i suoi costumi”. Per noi, i briganti postunitari rappresentano il lato positivo degli uomini e delle donne di tutti i tempi anche se inconsciamente.
     Pietro Bianco, nato nel 1839, all’età di 23 anni decise di darsi alla macchia e mise su una banda armata di circa 24 uomini. Molte furono le estorsioni e i sequestri di persona cui diede vita. Condannato dalla Corte di Cassazione venne decapitato il 19 settembre 1873 nel Vallone di Rovito, vicino Cosenza.
     Pietro Monaco nacque nel 1836 e a 22 anni sposò Maria Oliverio. Lottò a fianco di Garibaldi. Poi quando l’esercito meridionale garibaldino fu smobilitato, e sia non vedendo attuati i decreti garibaldini sulla concessione ai contadini delle terre demaniali della Sila e sia il dover rispondere alla chiamata alle armi non avendo completato il servizio di leva, si rifugiò nei boschi. Entrò dapprima nella banda Palma, poi ne creò una sua. Intanto Maria Oliverio, per gelosia, uccise a colpi di accetta sua sorella Teresa, ed entrò a pieno titolo come brigantessa nella banda del marito. Insieme a lui acquisì la fama di vendicatrice delle offese e di benefattrice dei poveri. Il sequestro più famoso fu quello del vescovo Tropea. Monaco fu ucciso a tradimento. Maria, dopo varie fughe, si arrese; condannata in un primo momento alla pena di morte, poi si vide commutata questa pena in quella dei lavori forzati a vita.
     Domenico Palma nacque a Longobucco nel 1831. Frequentò le prime classi elementari e imparò a leggere e scrivere. L’insofferenza verso i soprusi e privilegi dei nobili latifondisti lo convinsero già nel 1859 a mettere su una banda di briganti. Non eccedette in fatti di sangue, incarnando la figura dell’eroe romantico, generoso con i poveri e crudele contro i prepotenti. Suoi nemici principali furono il generale Sacchi e il maggiore Milon, dell’esercito piemontese; i quali ritennero che con l’uccisione di questo brigante sarebbe cessato il brigantaggio in Calabria. Venne ucciso vigliaccamente nel 1869 dal “compare” Librandi.
     Per noi la parola “potere” del titolo si riferisce ai piemontesi invasori del Sud e “libertà” a quello che i briganti volevano.

Maria Pettinato, Potere e libertà. Briganti nella Calabria post-unitaria (1861-1865), la rondine edizioni, Catanzaro 2013, pp. 178