20.11.09

Berlusconi contro D'Alema in Europa

Sembrava strano che Berlusconi potesse appoggiare seriamente Massimo D'Alema nella sua candidatura a ministro degli esteri europeo. Per due ragioni.
La prima perché il suo smodato narcisismo mal sopporta che altri, oltre lui e suoi fidi, possano ricoprire ruoli di grande prestigio che possano in qualche modo oscurarlo. Anche se questa volta poteva tornargli utile far credere che il suo intervento avesse portato uno dell'opposizione a ricoprire una importante carica in Europa. Se ne sarebbe fatto un vanto ed avrebbe chiesto ed atteso un ricambio di favori.
La seconda ragione è che Berlusconi non conta assolutamente nulla a livello europeo. Il suo essere ed il suo modo di comportarsi lo scredita e scredita l'Italia in Europa e nel mondo. Anzi l'aver fatto credere che lo appoggiasse ha danneggiato D'Alema. Berlusconi in effetti è stato solo a guardare, per sfruttarne comunque l'eventuale risultato positivo.
La partita è stata giocata nelle tre capitali che contano veramente in Europa: Berlino, Londra, Parigi. L'Italia conta poco o nulla. Nell'assegnazione delle due nuove alte cariche è stato usato un collaudato manuale spartitorio, con un compromesso al ribasso. L'Italia spera per il futuro, un posticino le verrà anche riservato.
Le due nuove nomine europee sono state di un profilo molto basso. Sono state ignorate le competenze. Il belga nominato presidente e la britannica ministro degli esteri sono due emeriti sconosciuti sullo scacchiere mondiale. L'Europa non potrà trarne nessun vantaggio a livello mondiale. Continueranno a comandare le cancellerie nazionali.
Ed intanto D'Alema tornerà ad occuparsi di quello che lui chiama il «cortile italiano». Speriamo che il sostanziale mancato appoggio di Berlusconi nella vicenda europea lo faccia diventare più determinato a creare scosse che aiutino finalmente a liberarci di Berlusconi.

20.10.09

I banditi, di Eric J. Hobsbawm

E' la quarta edizione del libro, riveduta e ampliata dallo stesso Hobsbawm, pubblicata nel 1999. Le tre precedenti erano uscite rispettivamente nel 1969, nel 1971 e nel 1981.
I motivi di questa nuova edizione sono sintetizzati dallo stesso autore nella prefazione. Il primo è che dopo il 1981 sono usciti diversi contributi importanti sulla storia del banditismo, che hanno ampliato la visione del banditismo nella società e dei quali si è voluto tener conto. Il secondo motivo è che fatti a noi contemporanei, come per esempio quelli avvenuti in Cecenia, causati dalla disgregazione del potere statale e del sistema amministrativo in molti stati, ci fanno valutare in modo diverso l'esplosione del banditismo nell'area mediterranea dal Cinquecento in poi. Il terzo motivo è che si è voluto anche tener conto di alcune critiche alle precedenti edizioni.
Hobsbawm si occupa soltanto di alcuni tipi di banditi, di quelli che l'opinione pubblica non considera delinquenti comuni. I banditi sociali sono ritenuti criminali dal signore e dall'autorità, invece dalla gente della società contadina sono considerati eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, persino capi di movimenti di liberazione e comunque uomini degni di ammirazione, aiuto e appoggio.
Il banditismo sfida l'ordine socio-economico-politico che opprime i deboli, sfida chi detiene il potere ed il controllo delle risorse. Fame e brigantaggio vanno di pari passo. Meglio infrangere la legge che morire di fame.
Sotto l'aspetto sociale conta poco la vita reale dei banditi, contano di più gli effetti delle attività dei banditi nell'ambito della storia del tempo; sotto l'aspetto politico invece vita e fatti reali hanno grande importanza.
Il banditismo, che generalmente è un fenomeno individuale o di piccoli gruppi, diventa fenomeno di massa quando il potere è instabile, inesistente o indebolito.
Il fenomeno del banditismo sociale si riscontra nelle società fondate sull'agricoltura ed è alimentato da contadini e braccianti governati ed oppressi dai signori delle città. Gli uomini in età da lavoro preferiscono prendersi con la forza ciò che gli serve, piuttosto che morire di fame.
Ma talvolta il banditismo è la resistenza di intere comunità o popolazioni alla distruzione del proprio modo di vivere. E' quello che avvenne nell'Italia meridionale con la grande rivolta contadina e con la guerriglia dei briganti contro i piemontesi, percepiti come invasori, negli anni 1861-65. I briganti di allora erano uomini di azione e non ideologhi, uomini duri e sicuri di sé, che riuscivano ad esprimere capi forniti di forte personalità e di grande talento militare. Carmine Crocco e Ninco Nanco avevano doti di comando che suscitarono l'ammirazione degli ufficiali piemontesi, che combatterono contro di loro. Ma – scrive Hobsbawm – per quanto quegli “anni del brigantaggio” costituiscano un raro esempio di un'importante sollevazione contadina capitanata da banditi sociali, i capi briganti non incitarono mai i propri uomini a occupare le terre e parvero incapaci di concepire una “riforma agraria”. I briganti erano dei riformatori, non dei rivoluzionari.
Ma talvolta i briganti diventano rivoluzionari. Ed avviene quando – scrive Hobsbawm – «il brigantaggio diventa il simbolo, anzi la punta avanzata di resistenza dell'intero ordine tradizionale contro le forze che cercano di scalzarlo e di distruggerlo. Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della “reazione”, secondo la definizione di chi ne è al di fuori, contro il “progresso”». I briganti del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, che non insorgevano a difesa del “reale” regno dei Borboni, ma per l'ideale della società del buon tempo antico, simbolizzata naturalmente dall'ideale del Trono e dell'Altare.
A volte i briganti, come nel meridione d'Italia nel 1861, confluiscono negli eserciti contadini e cessano di essere banditi, diventando militanti della rivoluzione.
Hobsbawm esamina e presenta vari tipi di banditi: il ladro gentiluomo, i giustizieri, gli aiduchi, i requisitori anarchici (quasi-banditi).
Il ladro gentiluomo Robin Hood è il bandito più famoso e universalmente popolare. Robin Hood rappresenta ciò che tutti i banditi contadini dovrebbero essere, benché di fatto siano in pochi ad avere l'idealismo, la generosità, la coscienza sociale che il loro ruolo richiederebbe.
Per Hobsbawm le caratteristiche del bandito gentiluomo sono nove. Primo: non comincia la sua carriera di fuorilegge con un delitto, ma come vittima di un'ingiustizia o perseguitato per un'azione che l'autorità, ma non la sua gente, giudica criminosa. Secondo: raddrizza i torti. Terzo: prende dal ricco per dare al povero. Quarto: non uccide, se non per autodifesa o per giusta vendetta. Quinto: se sopravvive ritorna tra i suoi come un cittadino onorato, un membro della comunità; in effetti non si stacca mai dalla comunità. Sesto: è ammirato, aiutato e appoggiato dai suoi. Settimo: egli muore invariabilmente ed esclusivamente per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare con le autorità contro di lui. Ottavo: il bandito è – almeno in teoria – invisibile e invulnerabile. Nono: non è nemico del re o dell'imperatore, fonti di giustizia, ma soltanto dei signorotti locali, dei preti o di altri oppressori.
Alcuni nomi di banditi gentiluomini: Angelo Duca o Angiolillo (1760-84), Pancho Villa, Labareda, Salvatore Giuliano, José Maria «El Tempranillo», Jesse James (1847-82), Billy the Kid, Diego Corrientes, Ch'ao Kai, Kota Christov, Oleksa Dovbuš, Sergente Romano, Pernales, Vardarelli.
Fra i banditi giustizieri il più famoso fu il brasiliano Virgulino Ferreira da Silva (1898-1938), noto come «Il Capitano» o «Lampião»; fra questo tipo di banditi viene anche annoverato il calabrese Nino Martino.
Fra gli aiduchi si trovano: Doncho Vatach, Korčo, Ken Angrok.
Un buon capo brigante intrattiene relazioni con il mercato e con il più vasto universo economico tanto quanto un piccolo proprietario terriero o un ricco agricoltore. Ma essendo un ribelle ed un povero, per entrare in quel mondo, usa i mezzi alla sua portata: la forza, l'audacia, l'astuzia e la risolutezza.
I briganti fanno propri i valori e le aspirazioni del mondo contadino. Numerosi contadini, allora, diventano banditi. Nel 1860-61 le unità di guerriglieri contadini si formarono intorno, e a imitazione, delle bande dei briganti: i capi locali furono il polo d'attrazione di un flusso massiccio di soldati borbonici sbandati, di disertori, di renitenti alla leva, di prigionieri evasi, di gente che temeva di essere perseguitata per atti di protesta sociale al tempo della liberazione garibaldina, di contadini e montanari in cerca di libertà, di vendetta, di bottino, o di un po' tutte queste cose assieme. A una minoranza di uomini non disposta a sottomettersi si aggregava ora la maggioranza.
Quei briganti, se fossero stati ben guidati e organizzati, potevano fornire un contributo militare serio. Lasciati a se stessi – scrive Hobsbawm – il loro potenziale militare in quanto tale era limitato, e anche di più lo era il loro potenziale politico, come ha dimostrato il brigantaggio nell'Italia meridionale. I vari emissari e agenti segreti dei Borboni che cercarono di introdurre una disciplina e un certo coordinamento nel movimento brigantesco tra il 1860 e il 1870 non ebbero successo.
Il più famoso fra i banditi anarchici requisitori è stato lo spagnolo Francisco Sabaté Llopart «El Quico» (1913-1960). Con il termine requisizione si indicano le rapine (generalmente in banche) che servono a fornire i fondi ai rivoluzionari. L'idea anarchica è il folle sogno di un mondo in cui gli uomini agiscono guidati dalla moralità pura, così come detta la coscienza; dove non c'è povertà, non c'è governo, non ci sono prigioni né poliziotti, né imposizioni né disciplina, tranne quella proveniente dall'illuminazione interiore; dove non esistono legami sociali che non siano la fraternità e l'amore; non ci sono menzogne; non c'è la proprietà né la burocrazia. Sabaté non beveva né fumava e mangiava con la frugalità di un pastore, anche quando aveva appena compiuto un colpo a una banca. In quegli anni (tra il 1944 e l'inizio degli anni Cinquanta), a Barcellona, avere una coscienza politica significava farsi anarchico. La dedizione di Sabaté alla causa repubblicana e l'odio contro Franco non vennero mai meno. Sabaté puntigliosamente non sparava mai prima che l'avversario avesse fatto una mossa provocatoria. Fu ucciso dopo aver tentato di dirottare un treno verso Barcellona. Ma c'é chi dice che a morire non fosse stato lui.
Hobsbawm nell'ultimo capitolo del libro afferma: «Il bandito non è soltanto un uomo, è un simbolo». Anzi, il più delle volte è solo mito e favola. Non fa parte della storia. E' frutto del bisogno ancestrale, presente negli uomini, di giustizia, libertà, eroismo.
Noi invece crediamo che i banditi briganti, certamente quelli del periodo postunitario italiano (1860-1870), fanno parte a pieno titolo della storia meridionale, che deve essere riscritta e rivalutata.
Rocco Biondi

3.10.09

Berlusconi contro la libertà di stampa

Berlusconi è in guerra permanente contro la democrazia in Italia.
Di questa verità la maggioranza degli italiani non ne è consapevole. Stampa e televisioni, che formano l’opinione pubblica, sono quasi tutte nelle mani di Berlusconi. Vengono manipolate per nascondere la verità e per formare una consapevolezza malata.
Direttori di giornali e giornalisti vendono la propria coscienza e la propria professionalità al loro datore di lavoro.
Ma anche ministri e deputati fanno a gara per compiacere il loro designatore.
Leggendo i giornali e vedendo la televisione, gli italiani non conoscono la verità. Sanno solo quello che Berlusconi vuole che sappiano e nel modo che lui vuole che sappiano.
Giornali e giornalisti che svelano o tentano di svelare la verità vengono minacciati. S’invoca e si mette in atto contro di loro una censura economica e giudiziaria. S’inventano e si minacciano contro di loro falsi dossier per spaventarli.
Per conoscere la verità sull’Italia governata da Berlusconi, bisogna leggere i giornali e vedere le televisioni stranieri. Leggendoli e vedendole ci si rende conto che in Italia la democrazia è in grave pericolo.
E allora è giustificatissima la manifestazione che oggi si tiene a Roma per difendere la libertà di stampa in Italia.
Alla manifestazione, indetta dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, partecipano liberi cittadini, associazioni, sindacati, politici, giornalisti.
Manifestazioni parallele si tengono, oltre che in altre dodici città italiane, anche a Londra, Parigi, Berlino, Barcellona. Se la libertà di stampa viene ridotta in Italia, tutto il mondo libero ne risente.
Bisogna che l’opinione pubblica italiana e internazionale, che ritiene Berlusconi inadatto a governare l’Italia, aumenti sempre di più.

20.9.09

Il grande sogno, film di Michele Placido

Il grande sogno del '68 è rimasto un puro sogno. I sognatori di allora si sono quasi tutti integrati e sono stati fagocitati dal capitalismo borghese.
Chi ha vissuto direttamente quegli anni potrebbe non riconoscersi o non volersi riconoscere nelle storie come raccontate nel film.
Chi è nato dopo quegli anni potrebbe dedurne un'idea sbagliata della realtà.
Io, che in quegli anni frequentavo l'Università a Roma e che nel '69 partecipai attivamente all'occupazione dell'università internazionale Pro Deo di Padre Morlion, ne ho un ricordo un po' diverso.
Rocco Biondi

Trama
Il grande sogno è un film ambientato in Italia nel 1968, quando i giovani sognavano di cambiare il mondo, quando le regole venivano infrante, l’amore era libero e tutto sembrava possibile. Nicola è un bel giovane pugliese che fa il poliziotto ma sogna di fare l'attore, e si trova a dover fare l'infiltrato nel mondo studentesco in forte fermento. All'università incontra Laura una ragazza della buona borghesia cattolica, brillante e appassionata studentessa che sogna un mondo senza ingiustizie, e Libero, uno studente operaio, leader del movimento studentesco che sogna la rivoluzione. Tra i tre nascono sentimenti e forti passioni e Laura - sedotta da entrambi - dovrà scegliere chi dei due amare. Anche i fratelli minori di Laura, Giulio e Andrea, sentendosi coinvolti dal clima di contestazione, portano lo scompiglio in famiglia.
Il personaggio di Nicola è ispirato alla gioventù di Michele Placido che si trasferì a Roma dalla Puglia per diventare attore e che per guadagnarsi da vivere entrò nel corpo della Polizia prima di frequentare l'Accademia di arte drammatica.

Interpreti e personaggi
Luca Argentero: Libero
Riccardo Scamarcio: Nicola
Jasmine Trinca: Laura
Michele Placido: Andrea
Laura Morante: Maddalena
Massimo Popolizio: Domenico
Dajana Roncione: Isabella
Alessandra Acciai: Francesca
Marco Iermanò: Andrea
Brenno Placido: Giulio

Crediti e note
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Angelo Pasquini, Michele Placido
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Consuelo Catucci
Musiche: Nicola Piovani
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Claudio Cordaro
Paese: Italia
Anno: 2009
Produttore: Pietro Valsecchi
Casa di produzione: Taodue Film S.r.l.
Distribuzione: Medusa
Durata: 101 min
Data uscita in Italia: 11 settembre 2009
Genere: drammatico, storico

Mostra del cinema di Venezia 2009
PREMIO MASTROIANNI ATTORE/ATTRICE EMERGENTE
Jasmine Trinca

Trailer

13.9.09

Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, di Alfonso Scirocco

Alfonso Scirocco è un intellettuale che, dalla sua cattedra di Storia del Risorgimento nell'Università di Napoli, ha contribuito a rinverdire il falso mito del Risorgimento e di Garibaldi.
Il suo interesse per il Brigantaggio è strumentale e funzionale alla dimostrazione che i Piemontesi non avevano altro strumento per estirparlo che la repressione.
Per lui «i briganti sono autentici professionisti del crimine, che sono riusciti a sfuggire a lungo alla cattura o all'uccisione per la debolezza dell'apparato repressivo».
Anche se spesso pare cadere in contraddizione. Nella premessa al suo libro Scirocco afferma di prendere le mosse per la sua analisi sul brigantaggio dagli studi di Hobsbawm e Molfese, ma per dire subito che il brigantaggio non fu una reazione borbonico-clericale e nemmeno un fenomeno politico-militare. Ma in tutte le pagine che seguono vuol dimostrare che il brigantaggio non ebbe nemmeno carattere sociale. Si vuole comunque salvare la coscienza scrivendo, a chiusa del suo libro, «nei fatti ai sequestri, ai ricatti, ai vandalismi dei briganti, lo Stato sistematicamente risponde con una violenza diversamente motivata, ma non meno cieca, e quindi sterile».
Come altri libri di autori che scrivono per minimizzare e screditare i briganti, anche questo di Scirocco può essere utile a chi ritiene che i briganti non furono comuni delinquenti ma espressione di un movimento di liberazione (anche se non sempre consapevole) dalla oppressione e dalla miseria. In quei libri si possono trovare notizie e fonti che, lette con un'ottica diversa, fanno capire l'estensione del fenomeno brigantaggio, che in alcuni periodi diventa quasi di massa, e che fa dedurre che un intero popolo non può essere diventato criminale.
Il libro, che vorrebbe dimostrare un'ininterrotta continuità della persistenza del brigantaggio nella Calabria in tutti i primi settanta anni dell'Ottocento in forme e modi quasi sempre uguali, si divide in quattro capitoli.
I periodi storici che vengono affrontati partono dal 1799 quando il cardinale Ruffo sconfisse la Repubblica partenopea riconsegnando Napoli a Ferdinando IV di Borbone, proseguono con il decennio francese (1806-1815) di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, la restaurazione borbonica fino al 1860, la fine del Regno delle Due Sicilie, il Regno dei Savoia ed il decennio postunitario (1860-1870).
Nel primo capitolo si accenna ai briganti Angelo Paonessa (Panzanera), Arcangelo Scozzafava (Galano), Natale Di Pascale (Cavalcante), Lorenzo Benincasa, Francesco Muscato (Bizzarro), Paolo Mancuso (Parafante). Per reprimerli fu mandato da Murat in Calabria il feroce generale Manhès.
Altri briganti: Vito Caligiuri, Carlo Cironte, Nicola Mazza (Carne di Cane), Vincenzo e Carmine Villella, Pietro Genovese, Antonio Renzo, Saverio Colacino (Zibecco), Gennaro Valle.
Il più famoso di tutti fu Vito Caligiuri di Soveria Mannelli, sul capo del quale fu posta una taglia di ben 1300 ducati per l'uccisione e 2100 per la cattura. Contro di lui fu schierata una imponente forza: 100 militi a paga, 50 uomini di truppa di linea, squadriglie a carico dei proprietari, colonne mobili. Ma fu tutto inutile, Caligiuri era imprendibile. Fu ucciso dal brigante traditore Giovanni Bitonto (Incrocca), allettato dalla promessa di impunità e dalla taglia che aveva raggiunto l'ingente somma di ducati 1900.
Tantissimi altri nomi di briganti sono elencati dallo Scirocco. Ma fra tutti spicca quello di Giosafatte Talarico, al quale è dedicato l'intero secondo capitolo.
Prima seminarista, intraprese poi gli studi di farmacista senza però poterli terminare. Fu costretto infatti a darsi alla macchia, intorno al 1820, dopo aver ucciso un ricco giovinastro che aveva violentato una sua sorella. Un delitto d'onore quindi. Da allora Giosafatte Talarico regnò sui monti della Sila per più di vent'anni, riverito e temuto perché forte, audace, coraggioso. Non era feroce, ma aveva indiscutibili doti di capo ed incuteva ai suoi compagni grande terrore. Frequentava, protetto da amici potenti ed influenti, «or travestito da prete, or da ricco signore, i caffé, i teatri, e passeggiava per le strade più frequentate». Aveva provveduto di dote fanciulle povere e compiuto molte altre azioni generose. Ma anche faceva fuori chi lo tradiva.
Dopo tanti tentativi andati a vuoto di catturarlo, per liberarsene non restava che trattare la resa. Gli fu proposto una pensione di sei ducati ed una casetta nell'isola d'Ischia. Talarico accettò, ma a condizione che il beneficio fosse esteso ai suoi compagni.
Terminava così la carriera del brigante che aveva “fatto tremare le tre Calabrie”, ma il cui nome sarebbe stato ricordato “con lode più che con biasimo come quello di un protettore del povero contro il ricco, del debole contro il forte”.
Talarico prese moglie ed ebbe una figlia. Morì ultraottantenne.
Alfonso Scirocco riprende questi cenni biografici del brigante Giosafatte Talarico dallo scrittore calabrese Nicola Misasi. Ma poi tenta di smontare quanto di positivo Misasi aveva accreditato a Talarico, per farlo diventare un delinquente comune. Ma contraddicendosi ancora una volta, Scirocco così chiude il capitolo su Talarico: «Forte, astuto, coraggioso, crudele ma solo se necessario, inafferrabile e quasi invulnerabile, Talarico possedeva tutte le doti per divenire nella tradizione orale il protettore dei perseguitati, l'eroe del mondo contadino, il simbolo di aspirazioni represse, proiettate dalla fantasia popolare sul piano sfumato della leggenda».
Il terzo capitolo parla della persistenza del brigantaggio in Calabria fino all'Unità del 1860. Si accenna ai briganti Natale Faraca, Pietro Maria Buonofiglio, Pasquale D'Ardes, Giuseppe Scarcelli (Vozzo), Saverio Lopez (Pedecase), Nicola Rende, Raffaele Arnone, Pietro Branca, Fortunato Federico, Gennaro Emanuele. E questi erano i capi banda, vi sono poi i nomi o i numeri dei componeti le singole banda, che comunque non superavano in media la decina di adepti.
L'ultimo capitolo tratta del brigantaggio postunitario. In Calabria i briganti più famosi furono Domenico Straface (Palma) e Carmine Franzese.
Nel Cosentino, tra il settembre del 1860 e l'agosto del 1863, erano stati fucilati o uccisi 198 briganti o manutengoli. La legge Pica del 15 agosto 1863 venne a dare nuovo impulso alla repressione. La Calabria ripiombava nell'arbitrio e nella illegalità. Vennero arrestati e condannati i parenti, donne e bambini, dei briganti.
In coda al brigantaggio postunitario Scirocco accenna al brigante Giuseppe Musolino, che appassionò l'opione pubblica italiana alla fine del secolo.
In appendice al libro sono riprodotti significativi documenti dell'epoca ed interessanti liste di fuorbanditi, con tantissimi nomi con motivo e data dell'arresto o dell'uccisione.
Rocco Biondi

Alfonso Scirocco, Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, Capone Editore, Lecce 1991, pagg. 172

5.9.09

Vittorio Feltri fai schifo


Su Feltri rompo il silenzio che mi ero imposto cinque anni fa in questo blog.
Mutuando un termine molto congeniale al suo vocabolario, per quello che ha scritto e fatto contro Dino Boffo, direttore del quotidiano Avvenire, nasce spontaneo apostrofarlo con un bel “Vittorio Feltri fai schifo”.
Si è inventato o comunque ha usato un falso documento per colpire il direttore di un giornale, che si era permesso di criticare il suo (di Feltri) padrone Silvio Berlusconi.
Nella falsa informativa si leggerebbe: «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione».
Tutto completamente falso dalla a alla zeta, in perfetto stile berlusconiano. Ma bisognava infangare. Se Berlusconi è porco, anche i suoi detrattori lo sono altrettanto. Tutti porci, nessun porco.
Ma Berlusconi e Feltri avevano fatto il conto senza l'oste. La reazione della Chiesa, alla quale appartiene il giornale che Boffo dirigeva, è stata spietata.
Cardinali, vescovi e cattolici hanno parlato di killeraggio, bassa macelleria, delitto, dove killer, macellaio e sicario è sempre Vittorio Feltri. Sottintendendo che killer macellaio sicario è anche il mandante Berlusconi.
Berlusconi dice di non sapere niente di quello che scrive Feltri. Mente come sempre. Ha assunto Feltri come direttore del suo giornale di famiglia proprio per fare questo sporco lavoro.
Ed intanto Boffo ha gettato la spugna, dimettendosi.
Tutto finito allora? Ha vinto Berlusconi? Penso proprio di no.
I tempi della Chiesa sono più lunghi di quelli della politica di Berlusconi. Un alto esponete del Vaticano ha detto: «La prepotenza, la mancanza di rispetto umano di fronte a chi si è permesso di criticare, sono manifestazioni alle quali il mondo cattolico è sensibile... C'è da dubitare che chi ha voluto tutto questo possa cantar vittoria».
Berlusconi è avvertito. Non può dormire sonni tranquilli. Ha i giorni contati. A meno che nella Chiesa non prevalgano altri calcoli politici.

29.8.09

Berlusconi ha paura. Le dieci domande di Repubblica

Quando un potente ha paura, sia esso santo o delinquente, è sulla via del declino. E Berlusconi ha paura. L'aver fatto causa al giornale la Repubblica per la pubblicazione delle dieci domande sui rapporti con Noemi Letizia, sulle ricompense politiche per prestazioni sessuali, sui rapporti con prostitute, sui “voli di Stato” concessi ad amichette per portarle alle sue festicciole, sulle continue menzogne, sulle minacce ai giornali, sul suo stato di salute, è certamente frutto della paura che ormai assale Berlusconi.
In nessun paese democratico il capo del governo denuncia un giornale per avergli fatte delle domande. Ma Berlusconi ha una concezione tutta personalistica della democrazia. Lo Stato è lui e chi denuncia politicamente lui denuncia lo Stato.
Sono solidale con Ezio Mauro e con il giornale da lui diretto la Repubblica. Concordo con quello che scrive Mauro su Berlusconi: «La questione è semplice: poiché è incapace di dire la verità sul "ciarpame politico" che ha creato con le sue stesse mani e che da mesi lo circonda, il Capo del governo chiede alla magistratura di bloccare l'accertamento della verità, impedendo la libera attività giornalistica d'inchiesta, che ha prodotto quelle domande senza risposta. Altro che calunnie: ormai, dovrebbe essere l'Italia a sentirsi vilipesa dai comportamenti di quest'uomo».
Ammiro il coraggio di Ezio Mauro, che scrive senza paura quel che pensa su Berlusconi. Ma fino a quando durerà.
Con la sua denuncia contro la Repubblica Berlusconi vorrebbe anche dissuadere, i pochi giornali italiani che lo fanno, dal pubblicare quello che i giornali stranieri scrivono sul suo (di Berlusconi) comportamento politicamente folle.
Il direttore di Le Point scrive: «Il fatto che Berlusconi abbia attaccato legalmente Repubblica è un'ammissione di debolezza. Ma per il giornale è paradossalmente anche un attestato di libertà e di indipendenza».
Reporters Sans Frontières è pronta a denunciare in ogni sede internazionale questo grave attacco alla libertà di stampa in Italia.
Ed intanto arriva una buona notizia. Il Vaticano ha annullata la cena che era in programma all'Aquila, a conclusione delle celebrazioni per la Perdonanza, tra Berlusconi e il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone. Forse anche il Vaticano comincia a capire che Berlusconi puzza (moralmente e politicamente).
Se la Chiesa lo scarica, Berlusconi ha i giorni contati.

Ecco le prime e le seconde dieci domande rivolte da Repubblica, alle quali Berlusconi non vuole rispondere.

Le dieci domande

1. Signor presidente, come e quando ha conosciuto il padre di Noemi Letizia?
2. Nel corso di questa amicizia, quante volte vi siete incontrati e dove?
3. Come descriverebbe le ragioni della sua amicizia con Benedetto Letizia?
4. Perché ha discusso delle candidature con Letizia che non è neanche iscritto al Pdl?
5. Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia?
6. Quante volte ha avuto modo di incontrare Noemi Letizia e dove?
7. Lei si occupa di Noemi e del suo futuro e sostiene economicamente la sua famiglia?
8. E' vero che lei ha promesso a Noemi di favorire la sua carriera nello spettacolo e in politica?
9. Veronica Lario ha detto che lei “frequenta minorenni”. Ce ne sono altre che incontra o “alleva”?
10. Sua moglie dice che lei “non sta bene” e che andrebbe aiutato. Quali sono le sue condizioni di salute?

Le nuove dieci domande
1. Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo di incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?
2. Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi?
3. Non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano”papi”?
4. Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le “squillo” secondo le indagini, condotte nelle sue residenze. Sapeva fossero prostitute?
5. E' capitato che “voli di stato”, senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?
6. Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può assicurare il Paese che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto?
7. Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?
8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio?
9. Lei ha parlato di un “progetto eversivo” che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?
10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?

Firma anche tu l'appello per la libertà di stampa. Io l'ho già fatto.
http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391107