26 gennaio 2012

Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, di Fernando Riccardi

Sabato 28 gennaio 2012 - Ore 18.00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere
di Fernando Riccardi

PROGRAMMA
Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

Presentazione
Roberto Della Rocca

Giornalista, direttore de “il Giornale del Sud”. Laurea in Scienze Politiche presso la Luiss di Roma. Socio fondatore dell'“Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie”. Relatore in diversi convegni sul meridionalismo.

Relazione

FERNANDO RICCARDI
Giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile de “Il Corriere del Sud Lazio”, il settimanale delle province di Frosinone e di Latina. Cura le pagine culturali de “L'Inchiesta” quotidiano dell'alta Terra di Lavoro e della Ciociaria. E' autore di diverse pubblicazioni di carattere storico e, in particolar modo, di studi e saggi sul brigantaggio nell'Italia meridionale. Su tale fenomeno tiene conferenze, convegni e seminari di studi in tutta Italia.


Questo libro, frutto di lunghe e approfondite ricerche negli archivi dell'Italia meridionale, vuole ricostruire per sommi capi la vera storia del brigantaggio postunitario, “una storia ancora tutta da scrivere”. Attraverso alcuni flash, rapidi ma incisivi, viene messo a nudo in tutti i suoi variegati aspetti un fenomeno controverso ma drammaticamente reale che troppi, ancora oggi, osservano con la lente distorta del pregiudizio. Un fenomeno che “fa parte della nostra storia e gli uomini che per esso morirono e soffrirono concorsero pur essi in qualche modo a determinare le ulteriori vicende del nostro paese”.

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it 


Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, di Fernando Riccardi


Fernando Riccardi nell'introduzione al suo libro scrive che ha soltanto gettato un minuscolo seme nel terreno della vera storia del brigantaggio. Noi riteniamo che abbia fatto qualcosa di più, specialmente quando individua e descrive le cause che hanno dato vita a quel fenomeno; solo mettendo assieme tutte quelle cause e concatenandole organicamente può essere spiegata la genesi del brigantaggio postunitario, nessuna di esse presa isolatamente ha svolto un ruolo decisivo.
Dai piemontesi fu abolito il concordato firmato nel 1818 tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie e furono emanati una serie di decreti che abolivano pressoché totalmente la proprietà ecclesiastica, che fino ad allora aveva costituito una vitale risorsa per i tanti che vivevano in situazioni di precarietà e di indigenza. Era scontato che questo avrebbe alimentato il fuoco della rivolta, ma al governo sabaudo importava solamente incamerare l'ingente patrimonio ecclesiastico per rimpinguare le sue esangui casse.
Il carico fiscale si abbatté come una mannaia sulle popolazioni dell'ex regno napoletano. Prima dell'avvento dei piemontesi le tasse in vigore erano soltanto cinque, che pesavano principalmente sui possidenti. Tutto ad un tratto vennero introdotte una caterva di tasse, che andarono ad incidere soprattutto sulle classi più umili. Lo scopo era ben preciso: tutelare la ricca borghesia liberale che aveva abbracciato la causa unitaria e stritolare chi già si dibatteva in enormi difficoltà. E poi venne anche la tassa sul macinato. Le proteste dei "cafoni" furono sedate con le fucilate.
L'obbligatorietà del servizio militare nell'esercito borbonico in pratica era solo nominale, lo svolgevano i volontari che erano tantissimi. Con i piemontesi la leva divenne obbligatoria. La stragrande maggioranza dei giovani meridionali disertò. Non volevano lasciare la loro terra per andare a morire lontano e non volevano privare le loro povere famiglie di braccia lavoro (il servizio durava sei anni). I piemontesi arrestavano i renitenti e fucilavano chi si opponeva. Chi si salvò scappò in montagna ad ingrandire l'esercito dei briganti.
L'eterna promessa di dare le terre a chi le lavorava (almeno quelle demaniali) spinse molti giovani meridionali ad arruolarsi con Garibaldi. Ma anche questa volta rimasero fregati. Le terre demaniali furono messe in vendita, ma vennero tutte accaparrate dai ricchi "galantuomini", che avevano i soldi per comprarle. Ai poveri "bracciali" non restava che fame, miseria e disperazione. E divennero briganti, lottando per se stessi e per la terra.
Conseguenza del passaggio delle terre demaniali ai ricchi fu l'abolizione degli usi civici. Fino ad allora i poveri meridionali avevano potuto frequentare liberamente le terre del demanio pubblico, raccogliendo legna, olive, funghi, erbe, bacche, ghiande e altro, per sfamare se stessi e i loro animali. Ora tutto ciò fu impedito. E per non morire di inedia furono costretti ad imbracciare il fucile e rifugiarsi nelle montagne e nei boschi. Da briganti si beveva, si mangiava e non si moriva di fame.
Ed infine la popolazione meridionale nutriva un profondo attaccamento alla monarchia borbonica, che si era sempre schierata in difesa e al fianco del popolo. Quando gli ultimi due giovani regnanti furono cacciati dal loro Regno con le armi, senza alcuna dichiarazione di guerra, il popolo si schierò dalla loro parte. I briganti andarono all'assalto dei soldati piemontesi e morivano gridando "viva re Francesco" e "abbasso Garibaldi e il re Savoia".
Tra i briganti troviamo contadini, braccianti, coloni, massari, pastori, mulattieri, carbonai, guardiani, ma anche artigiani, commercianti, possidenti, aristocratici, funzionari, ed ancora preti, frati, canonici, abati, vescovi, ed anche garibaldini.
«Tutto questo variegato cosmo di umanità - scrive Riccardi - contribuì a tenere desta per dieci lunghi anni, e anche di più come dimostrano alcuni recenti studi, la rivolta brigantesca».
Fu una lotta di popolo, di cui la storiografia ufficiale non parla.
Il libro poi tratta di uomini e fatti più significativi del Brigantaggio: il lucano Carmine Crocco, il brigante più famoso del decennio postunitario, che con la sua banda a cavallo, che in alcuni momenti raggiunse le 1.500 unità, riportò una serie di clamorose vittorie contro le truppe sabaude; il pugliese Pasquale Romano, il più importante fra i briganti politici, ex sergente dell'esercito borbonico divenne mito e simbolo della lotta senza quartiere allo straniero invasore; i legittimisti stranieri: rampolli di nobili famiglie, militari di ogni ordine e grado, avventurieri in cerca di emozioni forti, artisti, scrittori, poeti, romanzieri e letterati, che vennero in aiuto del re borbone Francesco II e della regina Maria Sofia, fra essi vengono ricordati lo spagnolo generale José Borges, il belga marchese Alfred de Trazegnies, il tedesco nobile Edwin Kalkreuth; le brigantesse, a volte più risolute e determinate dei loro compagni, fra esse Maria Oliverio (Ciccilla), Maria Capitanio, Michelina De Cesare; la deportazione di un ingente numero di prigionieri napoletani nei lager del Nord (Fenestrelle il più tristemente famoso), dove venivano lasciati morire e sciolti nella calce viva per non lasciarne traccia; la commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio, mandata nel Sud con il compito assegnato di convincere il parlamento a promulgare una legge che attribuisse ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti (legge Pica); la persecuzione spietata da parte piemontese contro le gerarchie e le istituzioni ecclesiastiche: moltissimi vescovi meridionali vennero allontanati dalle loro diocesi, molti seminari diocesani vennero chiusi, oltre 2.300 conventi e monasteri furono chiusi e quasi 30 mila religiosi messi in mezzo alla strada; i fotografi dei briganti, che accompagnarono l'esercito piemontese durante tutta la campagna del Sud, utilizzati per fini propagandistici affinché descrivessero il fenomeno brigantesco non per quello che realmente era ma per ciò che il governo piemontese voleva che apparisse.
Peculiarità del libro di Fernando Riccardi è l'aver collegato episodi storici del brigantaggio, avvenuti 150 anni fa, alla rievocazione che di quegli episodi vien fatta ai giorni nostri. L'avventura di Carmine Crocco viene rappresentata ogni anno per l'intero periodo estivo nel parco della Grancìa, a Brindisi di Montagna in provincia di Potenza, con un eccezionale cinespettacolo dal titolo "La storia bandita". L'arresto e la fucilazione di José Borges vengono commemorati da una decina d'anni l'8 dicembre a Sante Marie in provincia dell'Aquila. Il 6 gennaio di ogni anno viene celebrata, in una cerimonia rievocativa, l'uccisione del sergente Romano nel bosco di Vallata a Gioia del Colle in provincia di Bari. Allo stesso sergente brigante Pasquale Romano è stata intitolata una strada a Villa Castelli in provincia di Brindisi.
Rocco Biondi

Fernando Riccardi, Brigantaggio postunitario - Una storia tutta da scrivere, Arte Stampa Editore, Roccasecca (Fr) 2011, pp. 222, € 20,00

08 gennaio 2012

La mobilitazione legittimista contro il Regno d'Italia: la Spagna e il Brigantaggio meridionale postunitario, di Aldo Albònico

Libro rimasto a tutt'oggi fondamentale per conoscere e capire l'intervento legittimista spagnolo in favore del Re Borbone e contro il Regno d'Italia dei Savoia. Viene illustrata l'ampiezza di quell'impegno attraverso l'esame di una copiosa documentazione inedita dispersa negli archivi spagnoli, italiani e vaticani. Il periodo interessato va dal 1860 al 1866.
Per legittimismo qui si intende la lotta armata contro i Savoia piemontesi nel tentativo di riportare sul trono del Regno delle Due Sicilie lo spodestato re borbone Francesco II, al quale si continuava a riconoscere il legittimo diritto di ritornare sul trono. Attori principali furono degli ufficiali carlisti che avevano combattuto la guerra di successione a fianco di Don Carlos Isidro, perdendola; regina di Spagna era divenuta invece Isabella II.
Il governo spagnolo, guidato dal generale Leopoldo O'Donnel, nella questione italiana si attenne nei fatti ad una comoda neutralità, come del resto l'Austria e la Russia, e tuttavia una qualche compromissione della Spagna si diresse più in favore di Pio IX che di Francesco II, anche se tale sostegno fu solo di carattere diplomatico.
Il diplomatico spagnolo Salvador Bermúdez de Castro si schierò apertamente dalla parte del Re Borbone in esilio a Roma. Fin dal 1853 era ministro di Spagna presso la Corte napoletana, amico personale di Francesco II lo seguì prima a Gaeta e poi a Roma; cooperò attivamente a favorire la reazione armata. Caldeggiò in tutti i modi l'impresa di Borges.
Il generale José Borges nel 1861 aveva 48 anni, aveva partecipato in Spagna al primo conflitto carlista insieme al padre, nel secondo (1847-49) era stato generale di brigata e comandante in capo dei carlisti di Tarragona, nel 1860 aveva appoggiato il tentativo insurrezionale del conte di Montemolín (Carlos VI secondo la successione legittimista). Dopo la sconfitta si rifugiò in Francia, dove per vivere fece modesti lavori, tra cui il rilegatore di libri. Ma non rinunciò mai alla sua vocazione militare. Offrì senza riuscirci i suoi servigi all'esercito pontificio. Aderì entusiasticamente alla causa borbonica. Tentò senza successo di entrare nelle fortezze assediate di Gaeta e Messina.
La grande avventura di Borges inizia con lo sbarco, al calar della notte del 13 settembre 1861, su una spiaggia vicino a Brancaleone in Calabria. Erano in 20, di cui 18 spagnoli e due napoletani. Erano partiti da Malta la notte dell'11 settembre. Si uniscono per alcuni giorni con la banda del brigante Mittica, composta di circa 120 uomini. Ingaggiano alcuni conflitti a fuoco con i piemontesi. Il 19 ottobre Borges si incontra nel bosco di Lagopesole in Basilicata con il capo brigante Carmine Crocco. Combattono insieme ed ottengono molti successi. Riescono a mettere insieme forse 3.000 uomini. Ma fra i due la visione di come condurre l'offensiva è totalmente diversa ed inconciliabile. Il comando non venne mai davvero affidato a Borges, che deluso rinuncia e prende la strada per Roma, seguito dagli spagnoli e da alcuni insorti locali. Ma prima di varcare il confine dello Stato pontificio vengono arrestati e fucilati a Tagliacozzo l'8 dicembre 1861. Erano 17, di cui 8 napoletani e 9 spagnoli. Fra questi ultimi vi era José Borges. Addosso gli furono trovate varie carte, tra le quali un taccuino-diario scritto in francese. Finiva così, con un totale fallimento, la prima spedizione di spagnoli al servizio dei Borbone napoletani.
Mentre si svolgeva l'offensiva di Borges, le autorità borboniche a Roma non avevano cessato di approntare altre iniziative. Il catalano Rafael Tristany, anch'egli come Borges carlista e generale di brigata, giunse a Roma per porsi al servizio di Francesco II nel novembre 1861. Aveva 47 anni. Dopo il fallimento di due precedenti tentativi, Tristany nel marzo 1862 intraprende una nuova campagna contro il Regno sabaudo sui monti al confine tra lo Stato pontificio e l'Abruzzo. Vi rimase per più di un anno. Le forze armate del Papa, che presidiavano quel confine, non opposero mai un serio impedimento alla guerriglia. La stessa accondiscendenza veniva data dai soldati francesi fin quando furono comandati dal filolegittimista generale Charles de Goyon. Obiettivo di Tristany era quello di riunire i legittimisti spagnoli, francesi e tedeschi insieme ai briganti di Luigi Alonzi, detto Chiavone, che operava presso Sora e comandava una banda di circa 200 uomini. Ma anche in questo caso non furono buoni i rapporti tra lo straniero Tristany e l'indigeno Chiavone. Questa volta però ad avere il sopravvento fu lo spagnolo, che fece arrestare e fucilare il capo brigante (anche se alcune versioni non danno per morto Chiavone). Successivamente Tristany fu arrestato dai francesi e allontanato definitivamente dall'Italia. In un suo diario Tristany ha sostenuto che il fallimento della lotta armata borbonica fu determinato dalla mancanza di denari e di quadri e dai contraddittori ordini dei Comitati borbonici. I giudizi che vengono dati su Tristany sono per lo più ostili, fino all'accusa di grande venalità che lo avrebbe fatto passare addirittura con i piemontesi. Albònico però lo difende e ne da un giudizio complessivamente positivo.
Altro personaggio spagnolo che entra nelle vicende della lotta borbonica è il luogotenente di Tristany, il carlista spagnolo Juan Serracanta, falegname ebanista, che come tanti altri, sia italiani che stranieri, hanno sfruttato le operazioni della Corte borbonica per fare soldi. Serracanta effettua uno spudorato doppio gioco e in cambio di denaro promette di far cadere i suoi uomini, spagnoli e napoletani, nelle braccia dei piemontesi. Questi ultimi in questo affare spendono parecchi soldi, ma con scarsissimi risultati.
Altri spagnoli di un certo rilievo che hanno appoggiato la lotta legittimista sono stati il colonnello Silvestre Bordanova, prima carlista e poi appartenente alle forze armate regolari spagnole, e Agustín Capdevila, compagno d'armi di Borges. Ambedue avevano partecipato alla difesa di Gaeta. Successivamente Bordanova si ritirò in Spagna, mentre Capdevila fu fucilato dai piemontesi a Lagopesole, in Basilicata, nel gennaio 1862.
In totale il numero degli spagnoli impegnati nel tentativo di organizzare l'opposizione armata al Regno d'Italia piemontese non superò il centinaio.
Albònico chiude il suo libro tirando delle conclusioni, che sostanzialmente condivido. Grande è stata la pochezza morale, ma anche militare e politica, dei protagonisti della vicenda, sia borbonici che piemontesi; non si riesce a individuare quale delle due parti sia ricorsa a metodi peggiori, chi abbia commesso più malefatte. La fine del brigantaggio politico è da fissare non alla fine del 1861 con la morte di Borges, come molti fanno, ma alla fine del 1863 con la firma della convenzione franco-piemontese e la scomparsa dalla scena di Tristany, Bosco e Serracanta. I briganti inoltre combattevano una loro guerra autoctona, parallela a quella in favore di Francesco II. Molto grande fu la profusione di denaro pubblico da parte del Ministero dell'Interno piemontese per pagare agenti provocatori, che talvolta sfruttarono anche i cosiddetti briganti. Viene rivalutata la figura di Francesco II, che non è assolutamente spregevole e insignificante come interessatamente lo dipinge la pubblicistica liberale filopiemontese.
Ancora da approfondire rimane il coinvolgimento spagnolo extragovernativo a favore dei Borbone, quale quello della regina Isabella II, dei vescovi e dei maggiorenti del carlismo.

Aldo Albònico, La mobilitazione contro il Regno d'Italia: la Spagna e il Brigantaggio meridionale postunitario, Giuffrè Editore, Milano 1979, pp. 402

22 novembre 2011

Briganti e pellirosse ai Sabati Briganteschi


Sabato 26 novembre 2011 - Ore 18.00

Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
Briganti e pellirosse”
di Gaetano Marabello

PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

SALUTO
Lorenzo Capone
Editore del volume

Presentazione
VALENTINO ROMANO
Direttore della collana “Carte scoperte - Storie e controstorie”
Due popolazioni - tra loro lontanissime - del nostro pianeta, l'una con archi e frecce, l'altra con doppiette e forconi, entrambe con le unghie e con i denti, combattono una medesima guerra in difesa del “poco” che hanno: il territorio, la patria, la famiglia, la religiosità, la cultura e le tradizioni, la normalità del proprio quotidiano. Ciascuna ignora completamente l'esistenza dell'altra. L'accostamento tra due figure diverse ma ugualmente fascinose del nostro immaginario collettivo, il brigante e il pellirossa, appena intuito e sfiorato dalla sensibilità di qualche autore, trova in queste pagine finalmente una sistematica collocazione e un'analisi organica.

Relazione dell'autore
GAETANO MARABELLO
Nei saggi, che trattano le vicende legate al Regno delle Due Sicilie e al Brigantaggio, capita di trovare talvolta un cenno allo sterminio degli Indiani d'America. Accostamento quasi scontato, giacché ad evocarlo sta la parabola stessa di briganti e pellirosse, impegnati in una lotta senza quartiere e senza speranza contro un invasore che aveva identiche radici ideologiche. Il destino dei Nativi americani va a incrociarsi con quello di altri vinti della storia: i briganti. Questo tema viene approfondito in questo volume, dove appare senza infingimenti la simpatia verso chiunque combatte per la sua terra, la sua famiglia, la sua religione, la sua cultura. Come, appunto, briganti e pellirosse.

EVENTO
Agostino Abbaticchio illustrerà le finalità del marchio “Nato Brigante” e presenterà l'iniziativa della raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare sul "Consumo agro-alimentare a chilometro zero in Puglia". La legge prevede l'obbligo, da parte della Regione Puglia, di acquisto e consumo di prodotti agro-alimentari a "chilometri zero" in tutti i luoghi comunitari di somministrazione di alimenti. Nell'interesse delle nostre aziende e per non far continuare ad emigrare i nostri figli.

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it

23 ottobre 2011

I Briganti delle Murge ai Sabati Briganteschi

Sabato 29 ottobre 2011 - Ore 18.00

Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
“Settimana dei Briganti – l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell'ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
"Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento"
del Gruppo Umanesimo della Pietra di Martina Franca

PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

SALUTI

- Franco Marangi, Presidente di Interfidi (prestiti alle aziende), che ha sponsorizzato il numero speciale di Umanesimo sul Brigantaggio
- Gianpaolo Cassese, Amministratore della Società Agricola F.lli Cassese (Grottaglie), che a fine convegno farà assaggiare alcuni prodotti della sua Masseria

DOMENICO BLASI
Direttore Editoriale
relaziona sul tema
"Saggi sul Brigantaggio nei 34 anni di vita della rivista Riflessioni - Umanesimo della Pietra"
I collaboratori del Gruppo Umanesimo della Pietra hanno ritenuto «che per noi meridionali rivendicare l'orgoglio d'essere italiani e, quindi, la nostra identità culturale poteva risiedere nel proporre e nello stimolare una riflessione collettiva su quella che è un'autentica risorsa della nostra terra: il brigantaggio, fenomeno sociale variamente interpretato dall'imperante revisionismo storico».
Rivivono le vicende di uomini e donne meridionali, uccisi, torturati, imprigionati da una politica “nazionale” che continuava a relegarli ai margini di una società, solo a parole liberale e più giusta. Quel loro andare solitario lungo i tratturi o per i sentieri dei boschi racconta le pene e le umiliazioni subite dalle misere genti del Sud, poveri braccianti e sfruttati in genere, la cui riabilitazione storica e morale è nel passato che è dentro di noi e che, anche se non l'abbiamo vissuto direttamente, vive nella storia delle nostre città e delle nostre campagne, incisa sulle pietre che conosciamo.

MARIO GUAGNANO
Storico
relaziona sul tema
"Briganti tra le Murge e il Salento"
Il Brigantaggio è una complessa realtà sociale, finora malcelata nei bui sotterranei della Storia, dai quali oggi emerge prepotente come espressione dell'identità culturale delle genti meridionali.
L'impiego contro i briganti di centoventimila uomini dell'esercito del neonato Stato italiano fu il riconoscimento implicito dell'importanza politica e militare dell'insorgenza postunitaria, in netto contrasto con la propaganda ufficiale, che all'opinione pubblica interna ed estera dipingeva il fenomeno come episodico e delinquenziale.

EVENTO
Assaggi di prodotti della Masseria del Duca dei F.lli Cassese - Crispiano (Taranto)

Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it

07 ottobre 2011

Steve Jobs addio


Steve Jobs, fondatore di Apple, era nato a San Francisco il 24 febbraio 1955, è morto a Palo Alto il 5 ottobre 2011. Grazie e addio.


01 ottobre 2011

Nicola Zitara appartiene a tutti


Ricorre oggi 1° ottobre 2011 il primo anniversario della morte di Nicola Zitara. Era nato a Siderno (Reggio Calabria) il 16 luglio 1927, dove è morto all'età di 83 anni. Un mio tributo alla sua grandezza l'ho dato recensendo il suo libro forse più bello “Memorie di quand'ero italiano”, scritto quando aveva 67 anni. Qui riporto solo due frasi di quel libro che sintetizzano l'essere di Zitara: «Conosco poche persone che possono dire di essere state libere come me» e «E' stato comunque bello non avere padroni politici, editori-padroni e tutele accademiche».
Il 5 agosto scorso partecipai a Roccella Jonica (Reggio Calabria) alla presentazione dell'ultimo libro di Zitara “L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria”. Tra gli altri a presentare il libro vi era anche Pino Aprile. Proprio da questa occasione voglio prendere lo spunto per una mia considerazione. Lidia, figlia di Nicola Zitara, a commento di quella presentazione ha scritto un pezzo intitolato “Mio padre, Nicola Zitara, una grande anima. E’ dovuto morire perché ci si ricordasse di lui”, affermando tra l'altro che dall'intervento di Pino Aprile si aspettava di più in termini di contenuti. Era mancata negli interventi dei relatori la dichiarazione delle posizioni decisamente separatiste di Zitara, che vedeva la soluzione dei problemi del Sud solo ed esclusivamente al di fuori dell’Italia e dell’Europa.
Legittimo desiderio della figlia di Zitara. Ma quando ho letto la lettera aperta a Francesco Tassone, scritta da Antonia Capria, moglie di Nicola Zitara, al direttore dei “Quaderni Calabresi”, ho cominciato a capire che vi erano seri problemi e valutazioni contrastanti fra la famiglia di Zitara e gli altri, dove questi ultimi intuivo essere parecchi. Questa mia impressione è stata poi confermata dagli interventi di Lidia Zitara su “Scirocconews” in occasione del premio ottenuto al Festival del Cinema di Venezia dal documentario “In attesa dell'avvento” in qualche modo ispirato a Nicola Zitara. Lidia è stata inopportunamente e in modo poco documentato molto dura contro gli autori del documentario Felice D’Agostino e Arturo Lavorato. Questi ultimi hanno avuto facile gioco a difendersi e chiarire. Tra l'altro in coda all'articolo di Lidia vi era una dichiarazione della madre Antonia di entusiastica favorevole partecipazione al successo conseguito a Venezia.
E' chiaro quindi che la famiglia Zitara difende accanitamente la memoria, gli scritti, l'operato di Nicola Zitara. E questo è legittimo, ma penso che si sbaglia ad esasperarne i toni.
Nicola Zitara ormai appartiene a tutti i meridionali.
Chiudo con una nota personale: ho scritto due volte a Lidia Zitara e non ho mai avuto risposta.
Rocco Biondi

14 settembre 2011

Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento, del Gruppo Umanesimo della Pietra


L'annuario “Riflessioni-Umanesimo della Pietra” ha pubblicato, nel corso dei suoi trentatré anni di uscita, vari articoli sul brigantaggio in Puglia. Ora, in occasione del settimo centenario della fondazione della città di Martina Franca (luogo di pubblicazione della rivista) e del centocinquantesimo anniversario dell'unità nazionale, il Gruppo Umanesimo della Pietra ha deciso di raccogliere in un unico volume tutti i saggi pubblicati sul tema del brigantaggio nell'annuario “Riflessioni” dal 1978 al 2010. Sono quindici pezzi di vari autori.
La motivazione della scelta è stata esplicitata dal direttore della rivista Domenico Blasi, che nella presentazione scrive che i collaboratori del Gruppo Umanesimo della Pietra hanno ritenuto «che per noi meridionali rivendicare l'orgoglio d'essere italiani e, quindi, la nostra identità culturale poteva risiedere nel proporre e nello stimolare una riflessione collettiva su quella che è un'autentica risorsa della nostra terra: il brigantaggio, fenomeno sociale variamente interpretato dall'imperante revisionismo storico».
Rivivono le vicende di uomini e donne meridionali, uccisi, torturati, imprigionati da una politica “nazionale” che continuava a relegarli ai margini di una società, solo a parole liberale e più giusta. Scrive ancora Blasi: «Quel loro andare solitario lungo i tratturi o per i sentieri dei boschi racconta le pene e le umiliazioni subite dalle misere genti del Sud, poveri braccianti e sfruttati in genere, la cui riabilitazione storica e morale è nel passato che è dentro di noi e che, anche se non l'abbiamo vissuto direttamente, vive nella storia delle nostre città e delle nostre campagne, incisa sulle pietre che conosciamo».
Non sempre e non tutti gli articoli danno però una valutazione benevola dell'operato dei nostri padri briganti. Spesso gli autori si lasciano prendere la mano dal modo in cui vengono presentati i fatti nei documenti che hanno per le mani e spesso acriticamente ripetono valutazioni che appartengono agli estensori dei verbali e non ai briganti interrogati, che di volta in volta vengono definiti truci e osceni, minuta e abietta accozzaglia di terroni, masnadieri, folli, malavitosi, malfattori, criminali, sozzi, manigoldi, malviventi, figuri, delinquenti, e le brigantesse vengono appellate drude. Spesso agli autori sfugge (o dimenticano) quello che uno di loro sottolinea e cioè che, nella verbalizzazione, le dichiarazioni dei briganti, quasi sempre analfabeti che sottoscrivevano con una croce, vengono manipolate ad usum delphini.
E' comunque altamente significativa questa operazione del Gruppo Umanesimo della Pietra e si inserisce a pieno titolo nel processo in atto di rivalutazione del brigantaggio meridionale, che Mario Guagnano, prefatore del numero speciale della rivista e autore di otto degli articoli raccolti, definisce «complessa realtà sociale, finora malcelata nei bui sotterranei della Storia, dai quali oggi emerge prepotente come espressione dell'identità culturale delle genti meridionali», aggiungendo che l'impiego contro i briganti di centoventimila uomini dell'esercito del neonato Stato italiano fu il riconoscimento implicito dell'importanza politica e militare dell'insorgenza postunitaria, in netto contrasto con la propaganda ufficiale, che all'opinione pubblica interna ed estera dipingeva il fenomeno come episodico e delinquenziale.
I fatti di brigantaggio, raccolti e narrati nella miscellanea, riguardano principalmente episodi avvenuti nell'alto Salento e specificatamente a Noci, a Martina Franca, a Gioia del Colle, nelle Murge, nella Terra delle Gravine. Protagonista principale di quasi tutti i saggi raccolti è il brigante ex sergente borbonico Pasquale Domenico Romano. Ma fanno la loro comparsa anche i briganti preunitari Gaetano Meomartino detto Vardarelli e il prete Ciro Annicchiarico; fra i postunitari Carmine Crocco Donatelli, Cosimo Mazzeo Pizzichicchio, Antonio Locaso il Capraro, Vito Rocco Chirichigno Coppolone; fra le brigantesse Arcangela Cotugno.
Tanti sono i fatti che si potrebbero citare, ne ricordo solo alcuni. Francesco Semeraro in un suo articolo, pubblicato sul primo numero della rivista “Riflessioni” nel 1978, riporta un episodio (ricordato da molti, anche oggi, con i toni favolosi della storia dei briganti) avvenuto il 23 settembre 1922 in una masseria di Martina Franca; fu assaltata e saccheggiata la masseria San Paolo di don Ciccillo Basile; i briganti erano una quindicina, tra essi vi era anche una donna travestita da monaca; i briganti vollero che fosse imbandita la tavola e si fecero servire da donna Nina Lenti, moglie del proprietario; prima dell'alba lasciarono la masseria con il bottino di argenteria, gioielli e danaro. Il regime fascista scoprì e represse con durezza i responsabili dell'episodio. Il guardiano della masseria, di trentuno anni, accusato di aver segnalato la via libera ai briganti con la luce di una candela e di aver avvelenato il cane di guardia, morì in carcere, per le bastonate ricevute, ancor prima del processo. Questo episodio documenta che il brigantaggio non finì nel 1870. E' una interessante traccia da approfondire.
Vittorio De Michele presenta e pubblica per la prima volta gli Appunti sul brigantaggio del prete martinese Giuseppe Grassi, morto nel 1953. In sostanza il Grassi concorda con l'azione repressiva contro il brigantaggio messa in atto dal governo sabaudo, ma alla fine dei suoi appunti non può non ammettere quanto fu raccapricciante il metodo dei piemontesi nel fare giustizia dei briganti. Quando venivano uccisi nella guerriglia in mezzo ai boschi, i loro cadaveri venivano legati nudi sul dorso di un asino e portati in paese al ludibrio del popolo, per poi essere buttati in una fossa comune che faceva anche da mondezzaio. Se invece i briganti venivano catturati vivi, dopo un sommario processo che durava pochissimi minuti venivano fucilati in piazza e i cadaveri legati per tre giorni alle colonne della chiesa, per poi essere precipitati nella fossa comune. Era la sventurata sorte dei “murt'accìse”.
Nicola Bauer, un altro autore, osserva amaramente: «Tristi sono i tempi. La voce del diritto e della giustizia tace. I briganti, fatti prigionieri, sono subito fucilati, senza nemmeno un sommario processo».
Questo sonno della ragione degli invasori piemontesi faceva particolari vittime fra le loro stesse file. Un elevato numero di suicidi si registrava nei reparti impegnati nella repressione del brigantaggio, stimato in cinquanta-sessanta all'anno; non tutti riuscivano a reggere i massacri che erano costretti a fare.
Mario Guagnano (che riporta la precedente notizia dei suicidi) documenta una sonora sconfitta subita dall'esercito piemontese a Montecamplo, nei pressi di Castellaneta (Taranto). Il 29 gennaio 1864 i briganti, forti di centosessanta uomini a cavallo, ingaggiarono un combattimento con un battaglione di fanteria, che lasciò sul campo una cinquantina di soldati morti.
Gli altri autori degli articoli della miscellanea sono Pasquale Gentile, Angelo Martellotta, Domenico Greco, Angelo Pais.
L'impressione generale che si riceve, leggendo gli articoli della miscellanea, è che gli autori si muovano altalenando, senza scegliere un campo, tra le tesi dei liberali che vollero e portarono alla cosiddetta unità d'Italia e la difesa tentata dai briganti della loro terra e delle loro vite. La nostra scelta di campo è invece unica e chiara: siamo, senza se e senza ma, dalla parte dei briganti.
Rocco Biondi

Gruppo Umanesimo della Pietra, Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento, Artebaria Edizioni, Martina Franca 2011, pp. 184