12.7.09

Dirigente Maria Conserva: rimossa

Avevo deciso di non perdere più tempo a parlare di Maria Conserva. Ma l’essere venuto a conoscenza di una interrogazione parlamentare, fatta fare dalla Conserva alla Camera dei Deputati, nella quale viene fatto il mio nome e viene citato questo mio blog mi costringe a qualche chiarimento.
L’interrogazione fu presentata il 12 marzo 2009 da Pierfelice Zazzera, deputato di Italia dei Valori. Lo Zazzera, da stacanovista delle interrogazioni qual è, avrebbe potuto dedicare il suo tempo a miglior causa o almeno informarsi prima di firmare. Cofirmatario è stato il deputato Giuseppe Giulietti, anche lui di Italia dei Valori. Finora avevo apprezzato Giulietti per i suoi interventi a favore della libera informazione; ma ora, dopo il suo appoggio disinformato alla Conserva, è venuta meno la mia stima nei suoi confronti.
Maria Conserva che in un primo momento era stata sospesa per dieci giorni dall’incarico di direzione del Circolo Didattico “don Lorenzo Milani” di Villa Castelli (Brindisi), successivamente è stata definitivamente rimossa da quella scuola con provvedimento del 9 marzo 2009. Rimuovere un dirigente scolastico in corso d’anno è un evento ultrararo e per la Conserva è avvenuto. Nella risposta all’interrogazione, data il 14 maggio 2009, il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza affermava che «il direttore dell'ufficio scolastico regionale è giunto alla determinazione che nei confronti del dirigente scolastico si era creata una situazione d'incompatibilità ambientale con le varie componenti della comunità scolastica del circolo didattico «Don Milani» di Villa Castelli, di guisa che il superamento di tale situazione era possibile solamente con un mutamento d'incarico della stessa, già in corso d'anno in quanto non ulteriormente differibile».
Ed ecco un breve florilegio dell’anomalo comportamento della Conserva, desunto dalla succitata risposta del Pizza: conflittualità nei rapporti con tutte le componenti scolastiche, condotta antisindacale, atteggiamento dilatorio nella soluzione dei problemi, gravi patologie nella presidenza del collegio dei docenti, abitudine di farsi assistere dal proprio avvocato in occasione di attività inerenti le proprie funzioni, presenza di relazioni parentali nell’affidamento di incarichi all’interno della scuola, permanente conflittualità nei confronti delle rappresentanze sindacali, rapporto conflittuale con l’ufficio scolastico regionale, eccessiva direttività nei confronti del personale amministrativo, gravi tensioni non solo con le famiglie degli alunni ma anche con la comunità cittadina ed il Comune. Tutto questo Zazzera e Giulietti avrebbero dovuto saperlo, prima di firmare l’interrogazione.
Nell’interrogazione si afferma che [alla Conserva] risulta che siano stati compiuti atti intimidatori verso gli ispettori tecnici nominati per accertamenti presso la scuola, che avrebbero anche ricevuto «sottili minacce personali e materiali». Nella risposta del sottosegretario si precisa che non si ha alcuna notizia di atti intimidatori o «sottili minacce personali e materiali» a carico degli ispettori, che non ne hanno fatto la benché minima menzione, né verbalmente, né per iscritto nelle relazioni finali.
Un altro punto della risposta del sottosegretario mi interessa qui evidenziare. E’ la citazione di un passo delle valutazioni conclusive dell’ispettore ministeriale, dove si afferma: «Contrariamente da quanto ritenuto dal dirigente scolastico, che afferma che da quando il precedente direttore dei servizi generali ed amministrativi [che ero io] è stato trasferito d'ufficio la situazione scolastica è in via di miglioramento, esistono invece numerosi indizi di segno contrario». In pratica con il mio allontanamento dalla scuola di Villa Castelli si è dimostrato che responsabile del non funzionamento della scuola non ero io ma la preside Maria Conserva.
C’è da fare qualche puntualizzazione anche a proposito del mio trasferimento d’ufficio. Contro tale trasferimento, predisposto dal Provveditorato agli Studi, sia io che il mio sindacato, la CGIL scuola, promuovemmo ricorso innanzi al Tribunale di Brindisi. Prima della sentenza, che quasi certamente sarebbe stata a me favorevole, il Provveditore agli Studi invitò me ed il mio sindacato a ritirare il ricorso, proponendo una mediazione. Con essa, in cambio del ritiro del ricorso, mi veniva garantito che non appena fosse mutata la situazione presso la scuola di Villa Castelli, io sarei potuto rientrare. Per mutamento di situazione in pratica si intendeva il trasferimento della preside Conserva, che tutti davano ormai per imminente. Io ed il sindacato accettammo la proposta e ritirammo i ricorsi. Ottenuta la mia vittoria con il trasferimento della Conserva, ho preferito rimanere nella mia nuova sede di servizio, un prestigioso liceo classico. Anche perché dal 1° settembre prossimo andrò in pensione.
Anche alla faccia della Conserva, che la faccia ce l’ha veramente tosta. Durante l’ultima campagna elettorale infatti ha messo in atto la provocazione di farsi candidare per la Provincia di Brindisi proprio nel collegio di Villa Castelli nella lista dell’Italia dei Valori. Ovviamente non è stata eletta. Di Pietro, che si crede il sommo moralizzatore della politica, dovrebbe prestare più attenzione nella valutazione dei candidati che aggrega nelle sue liste.

3.5.09

Intervista a "La Quarta Stanza"

Ho rilasciata una intervista al Foglio indipendente "La Quarta Stanza", numero 6, prodotto e stampato dal Laboratorio Collettivo di Villa Castelli. Ne ripropongo qui la parte finale, di interesse generale.

Cosa è per te la cultura?
La cultura è ciò che ci fa crescere individualmente e collettivamente. Queste due crescite sono strettamente collegate fra loro. Serve a poco un bagaglio culturale individuale, anche grande, se non è condiviso e messo a disposizione degli altri. Così come un gruppo ed una collettività non possono crescere se non crescono prima i singoli individui che ne fanno parte. La cultura ci fa conoscere ed apprezzare tutto ciò che di buono ci circonda. La cultura ci fa conoscere ed evitare i pericoli. La cultura ci fa capire ed accettare ciò che è altro e diverso da noi: gli immigrati, chi ha bisogno, quelli che hanno un colore della pelle diversa dalla nostra, quelli di altre religioni. La cultura richiede sacrificio, impegno, metodo. Ma ogni conquista, anche piccola, ci lascia tanta soddisfazione.

Cosa pensi dell'attuale situazione politica italiana?
Viviamo tempi bui per la politica italiana. Il conflitto di interesse non è una invenzione dei "comunisti" italiani. In nessun altro paese civile è consentito a chi è padrone della quasi totalità delle televisioni private di guidare il governo nazionale. In Italia le coscienze sono obnubilate. Si corre il rischio di soggiacere ad un pensiero unico, che subdolamente viene inculcato con i mezzi di comunicazione. Sono fuorvianti i quotidiani attacchi al potere giudiziario, è immorale utilizzare le leggi per salvaguardare propri interessi di parte ed evitare un legittimo giudizio, è aberrante delegittimare i propri avversari ricorrendo anche alla menzogna. Chi ancora è consapevole dei gravi rischi che corre la democrazia in Italia, chi ancora è consapevole della deriva delle coscienze di tanti italiani, deve impegnarsi con tutte le sue forze per far sì che si esca quanto prima fuori dal tunnel.

Cosa pensi della crisi economica?
Sono convinto che la crisi economica che stiamo vivendo in questi periodi è frutto della globalizzazione e del capitalismo esasperato. Ci stanno facendo vivere una economia senza morale. Non contano i bisogni reali ma i profitti. Si ritiene lecito qualsiasi mezzo pur di accumulare ricchezze. Le ricchezze continuano ad accumularsi sempre di più in mano di pochi. Ma questo processo non può continuare all'infinito. Si è spinti a fare debiti oltre il possibile. I debitori non riescono più a pagare i loro debiti. E' la crisi mondiale attuale. Bisogna cambiare strada. Il mondo ha bisogno di una economia più solidale.

18.4.09

Gli anni del sole stanco, di Fulvio Capezzuoli

Quello che Capezzuoli fa dire, alla fine del suo romanzo, dall'anarchico Giuseppe alla nipote di Michelina De Cesare, noi possiamo dirlo ai lettori del suo libro. Quello che leggiamo è la storia di chi voleva rimediare ad un'ingiustizia terribile che patirono le genti del meridione d'Italia. Da quell'ingiustizia sono nati molti dei mali che tutt'ora affliggono le terre meridionali. Chi ha ucciso e incarcerato coloro che hanno combattuto quella lotta, ha anche cercato di cancellarne la memoria. Obiettivo del libro è quello di contribuire a raccontare la verità su quello che accadde nel decennio che va dall'unità d'Italia (1861) alla sconfitta del brigantaggio politico e sociale (1870).
I libri di storia ufficiali hanno nascosto quello che veramente avvenne in quegli anni, hanno cancellato il tributo di sangue e di dolore pagato dai meridionali contro gli invasori. I morti di quella guerra furono circa centomila.
Il libro di Capezzuoli si inserisce nei sempre più numerosi studi che tentano di far venire alla luce quello che veramente avvenne in quei tragici anni. Anche se è un romanzo, che per definizione è opera di fantasia, tenta di ricreare un quadro attendibile e verosimile nel quale si svolsero gli avvenimenti in quegli anni. Incontriamo personaggi veramente vissuti. La vita del brigante lucano Carmine Crocco è narrata così come realmente avvenne. Della brigantessa Michelina De Cesare invece, realmente vissuta, viene inventata tutta la storia della sua famiglia e gran parte dei fatti narrati della sua vita e della sua morte.
La struttura del romanzo è scandita da date che titolano i vari capitoli. All'inizio del libro è posta la data dell'epilogo, il 30 agosto 1868, giorno nel quale Michelina De Cesare fu uccisa in un'imboscata dai soldati piemontesi. Il giorno successivo il suo corpo fu esposto nudo nella piazza del paese, insieme ad altri briganti uccisi. Quel corpo nudo e sfigurato venne anche fotografato.
La copertina del libro riproduce una bella brigantessa in costume, stampa all'albumina colorata a mano, che correntemente ed impropriamente viene identificata proprio con Michelina De Cesare. Si tratta invece di una modella, messa in posa dal fotografo nel suo atelier.
La storia narrata nel romanzo comincia nel 1860 con il patto stipulato tra il primo ministro piemontese Camillo Benso di Cavour con degli industriali, per reperire fondi che avrebbero finanziato l'impresa della conquista a tradimento del sud, utilizzando la figura di Garibaldi.
La storia continua con la descrizione della famiglia di Michelina, con la battaglia del Volturno, con le vittorie e le sconfitte delle bande di briganti capitanate da Carmine Crocco, Ninco-Nanco, Agostino Sacchitiello, Francesco Guerra. Si parla poi del ruolo che ebbe la Chiesa di Roma in quelle lotte del sud. Viene descritta la dura ed inumana repressione dei briganti-partigiani del sud ad opera del piemontese generale Cialdini. E' invenzione romanzesca la vendetta consumata dai fratelli di Michelina De Cesare contro il suo traditore. Viene presentata la vicenda personale di Carmine Crocco, che vide coinvolti lo Stato Pontificio e i francesi, fino alla sua morte avvenuta in carcere il 18 giugno 1905, all'età di 75 anni.
Questo romanzo di Capezzuoli ha vinto la 2^ edizione del Premio letterario “Città di Castello”, con la seguente motivazione: «Il primo premio va ad un romanzo che analizza con lucidità il periodo storico successivo all'Unità d'Italia, nel meridione del paese. Attraverso le figure di due “briganti”, Michelina De Cesare e Carmine Crocco, l'autore, con grande forza narrativa, illustra la sollevazione contadina e la sua repressione da parte dello Stato, scoprendo i motivi per i quali questo momento della nostra storia nazionale, è stato completamente cancellato».
Rocco Biondi

Fulvio Capezzuoli, Gli anni del sole stanco, Edimond, Città di Castello (PG) 2008, pagg. 190, € 22,00

15.4.09

Laureati di Villa Castelli

Una significativa manifestazione si è tenuta martedì 14 aprile 2009 a Villa Castelli, in provincia di Brindisi. Nell'aula consiliare del palazzo comunale, invitati dall'assessorato alla Pubblica Istruzione, si sono incontrati i neolaureati di Villa Castelli.
Gli uffici comunali non elaborano una specifica anagrafe dei laureati. Si è dovuto quindi ricorrere ad una estemporanea ricerca da parte dell'ufficio culturale, utilizzando anche il passaparola. Sarebbe cosa molto utile istituire un albo permanente.
I laureati presenti erano una sessantina; non poca cosa per un comune di novemila abitanti.
L'assessore alla pubblica istruzione ed il sindaco hanno sottolineato l'importante ruolo che i laureati oggettivamente svolgono per la crescita sociale, culturale ed economica della comunità locale. Anche se la maggioranza di loro saranno ovviamente chiamati a svolgere altrove la loro attività professionale.
Una trentina avevano conseguita la laurea negli anni 2008 e 2009, altri trenta nei tre anni precedenti. Le lauree si distribuiscono in varie facoltà: nove in Scienze della Formazione ed Educazione, nove in Scienze Sociali e Psicologiche, nove in Giurisprudenza e Scienze politiche, sette in Ingegneria (di cui due in Ingegneria Aerospaziale), sei in Medicina e Salute, cinque in Agricoltura ed Ambiente, cinque in Lettere e Filosofia, tre in Musica e Spettacolo, una in Chimica, una in Beni culturali, una in Scienze diplomatiche.
Varie sono anche le città dove queste lauree sono state conseguite: Bari, Taranto, Lecce, Roma, Milano, Pisa, Perugia, Ferrara, Bologna.
La serata è stata anche caratterizzata da alcuni interventi culturali. Un neolaureato ha recitato un provocatorio monologo tratto dal “Tropico del Cancro” di Henry Miller. Si è esibito un locale gruppo di musica popolare. Vi è stato un intermezzo musicale di artisti del luogo.
A tutti i neolaureati è stato consegnato un diploma di merito che documentava la laurea conseguita. A tutti loro sono stati anche offerti un volume con lo studio sui nomi delle strade di Villa Castelli, una “guida turistica” ed un Dvd sul territorio dello stesso Comune. Tutte e tre queste opere sono state realizzate con finanziamenti della Comunità europea.

11.4.09

Il terremoto, gli sciacalli, le responsabilità

Ognuno di noi reagisce agli avvenimenti esterni in base alle sue esperienze personali, alla sua formazione socio-culturale, alla sua appartenenza politica (purtroppo, rinunciando spesso alla propria coscienza; spero non sia il mio caso). Anche il terremoto abruzzese ha scatenato reazioni variegate e contrapposte. Sintetizzo qui le mie.
Dopo aver subito proclamata la mia scontata solidarietà a tutti quelli che sono stati duramente colpiti dal terremoto, è montata una profonda rabbia contro tutti quelli che hanno costruito le case senza pensare alla salvaguardia della vita di chi quelle case avrebbe abitato, contro chi avrebbe dovuto prevenire e non l'ha fatto, contro chi avrebbe dovuto controllare e non l'ha fatto. Costruttori affaristi senza scrupoli, tecnici forse venduti (ma certamente incoscienti) che hanno rilasciate autorizzazioni che non dovevano, politici che non hanno fatte le opportune leggi di salvaguardia o ne hanno rinviato l'applicazione, amministratori che non hanno rispettato e non hanno fatto rispettare le leggi esistenti. Tutti da inchiodare alle loro responsabilità e da chiamare a rispondere per le loro inadempienze.
Rabbia contro tutti quelli che, dopo le ripetute scosse di avvertimento, anziché dare il dovuto allarme hanno minimizzato e lanciato proclami di pericolo inesistente. Responsabili anche loro delle tantissime tragiche morti.
Rabbia contro chi ha sbeffeggiato ed insultato chi sosteneva che vi erano segnali premonitori di un forte terremoto. Sarebbe stato preferibile un “falso” allarme, con conseguente “esagerata allarmistica” evacuazione, anziché trecento morti rimasti sotto le macerie.
Dopo il tragico evento, poi, mi ha infastidito il sicumerico vanto per l'ultrarapido intervento nei soccorsi. Gli ottimistici proclami stridevano con la triste realtà delle condizioni degli sfollati. Si è fatto molto e bene ma non tutto quello che era necessario.
Il presidente del Consiglio ha annunciato il pugno di ferro contro gli sciacalli-delinquenti. Ma chi ci salverà dagli sciacalli-politici? In questa tragica situazione era inopportuna la quotidiana esibizione mediatica del Cavaliere. Anche questa volta non è stato capace di rinunciare alla politica dell'apparire e dell'apparenza. Nei primi tre giorni di tragedia dieci suoi ministri si sono esibiti di fronte alle telecamere a L'Aquila. La presidente di quella Provincia ha commentato: «Non vorrei che si utilizzasse questa vicenda come una vetrina per le Europee». E' mancato solo un consiglio dei Ministri sotto una tenda. Ma non si sa mai ancora. Di fronte a tanti morti bisognava essere più discreti.
Tutti hanno apprezzato il sermone tenuto dal presidente della Repubblica a L'Aquila. In me ha suscitato qualche perplessità la sua affermazione: «Nessuno è senza colpe». Avrebbe dovuto chiarire meglio il senso di quelle parole. Non vorrei che significassero che, essendo un po' di tutti, in fondo la colpa è di nessuno. Non sono certamente colpevoli gli studenti che sono morti sepolti sotto le macerie dei tre piani della Casa dello studente.
Perché, nonostante le quattrocento scosse che si sono susseguite dal mese di gennaio, nessuno ha mandato un tecnico, un geometra a fare una perizia nelle cinquanta camere che nella notte del terremoto in pochi secondi sono cadute giù. La Casa dello studente ed altre costruzioni che sono crollate o rese inagibili dal terremoto fanno parte delle lottizzazioni che a cominciare dai primi anni sessanta hanno fatto la fortuna di molti palazzinari.
Perché viene fatta slittare di anno in anno l'entrata in vigore delle nuove norme per le costruzioni in zone sismiche? E' ora di dire basta alle “furbate” dei decreti mille proroghe che hanno consentito di costruire l'edilizia civile contro le più elementari norme di sicurezza.
Non sono colpevoli i privati che sono stati traditi fino alla morte nella fiducia riposta nei “tecnici”. Perché si è consentito di impastare il cemento con la sabbia di mare?
Io sono sempre stato contrario al metodo del ribasso d'asta nelle gare d'appalto pubbliche, e non solo nell'edilizia. Per abbassare i prezzi sono state trascurate la qualità e la sicurezza.
Per finalmente capire quanti altri disastri dobbiamo piangere? Io spero che quello delle ore 3.32 di lunedì 6 aprile 2009 sia l'ultimo.
Come pure mi auguro che i tempi della ricostruzione dei paesi abruzzesi colpiti dal terremoto non diventino biblici come quelli di tutti i terremoti precedenti. Nessuna ricostruzione dei terremoti dell'ultimo secolo è ancora terminata. Spero anche che i costi della ricostruzione non si moltiplichino nel tempo all'ennesima potenza. Leggo su un giornale che l'ospedale San Salvatore dell'Aquila, reso inagibile dal terremoto dei giorni scorsi, era stato iniziato nel 1972 con una previsione di spesa di 11 miliardi, ma che la spesa finale fino al 2000, anno dell'inaugurazione, era lievitata a 200 miliardi.
Spero che il dolore immenso di questi giorni non venga dimenticato. Anche i miei occhi sono stati spesso inumiditi da lacrime.

28.3.09

Il Papa scivola sul preservativo

Chi non scopa vorrebbe che nessun altro scopasse. E' il caso del Papa, dei preti e delle monache, che hanno scelto (forse) di non fare sesso. Loro quindi non hanno titolo ed esperienza per parlare a chi il sesso lo vuole fare. Non capiscono o non vogliono capire quanto sia salutare, rilassante e rigenerante un bel rapporto sessuale.
La Chiesa è sessuofoba. Ma il “niente sesso siamo cattolici” è solo di facciata. Nella pratica solo una minimissima parte di quelli che si dicono cattolici segue gli insegnamenti della Chiesa in questo campo. Al paradiso di dopo nell'altro mondo preferiscono un bel paradisiaco coito in questo mondo.
E poi è biasimevole la solita scorretta presunzione dei cattolici di voler imporre le loro teorie ed i loro credo anche a chi non appartiene alla loro parrocchia. Questa imposizione diviene poi grave e tragica quando ne va di mezzo la salute fisica e mentale degli altri.
E' il caso dell'affermazione di Papa Ratzinger quando ha detto ai giornalisti che l'Aids non può essere combattuta con la distribuzione dei preservativi, che secondo lui possono peggiorare la situazione. Per gli scienziati invece il preservativo è l'unico e il più efficace fra gli strumenti disponibili per ridurre la trasmissione per via sessuale dell'Hiv. E fra fede e scienza io scelgo la scienza.
Una fra le più prestigiose riviste scientifiche del mondo, l'inglese “Lancet”, ha chiesto a Papa Ratzinger di rettificare quanto sostenuto sull'inutilità del preservativo, perché «ha pubblicamente distorto le prove scientifiche per promuovere la dottrina cattolica sul tema». “Lancet” quindi sostiene che quando un personaggio influente fa una falsa affermazione scientifica che potrebbe avere conseguenze devastanti per la salute di milioni persone, questi dovrebbe ritrattare o correggere la linea.
La Chiesa distribuisca viveri e coperte, ma lasci anche distribuire preservativi per salvare milioni di vite umane. E chieda di praticare l'astinenza sessuale ai suoi fedeli, se ne sono capaci.

24.3.09

I Congiurati di Frisio, di Silvio Vitale

Nel Sud contrari all'Unità d'Italia ed all'invasione piemontese non furono solo i cafoni, ma anche parecchi galantuomini. Questa era la tesi che si volle dimostrare nel processo tenutosi a Napoli contro i cosiddetti “congiurati di Friso”.
L'avventura comincia il 23 luglio 1861, alle dieci di sera, quando una pattuglia di carabinieri circonda la casina di Frisio sulla costa di Posillipo. Viene arrestato il prete Bonaventura Cenatiempo, insieme ad altri cinque, sospettati di aver ordito una congiura borbonica. Altri sono riusciti a fuggire in barca. Vengono sequestrati due revolver (ben poca cosa per una ipotetica congiura). Gli arrestati vengono prima portati in questura per essere interrogati e poi in carcere. Nell'agosto del 1861 ha inizio l'istruttoria da parte della magistratura. Viene messo insieme un incartamento di dieci volumi contenenti tutti i rapporti, gli interrogatori e i documenti del processo. Vengono ingaggiati per la difesa degli imputati i migliori avvocati di Napoli. Il 18 luglio 1862 con il processo Cenatiempo viene inaugurata la nuova Corte d'assise. Nell'udienza del 30 luglio 1862 viene eseguita al gruppo degli imputati una fotografia, come si faceva per i briganti. Il dibattimento dura quattordici giorni. La sentenza di condanna viene emessa il 7 agosto 1862.
Tommaso Pedio, nella prefazione al libro, afferma che mentre nel processo Cenatiempo non si hanno prove sulla presenza di un vasto movimento borbonico, ma solo indizi, in altri processi dell'epoca questa prova è certa. Che attivi Comitati borbonici fossero presenti a Napoli e nelle altre province dell'ex Regno delle Due Sicilie è ampiamente provato. E di questi Comitati facevano parte uomini della ricca e media borghesia. Anche se nei processi i galantuomini vengono tutti assolti. Il nuovo potere centrale piemontese voleva dimostrare che nelle province napoletane il movimento borbonico era inesistente. Bisognava dimostrare che Francesco II continuava a mantenere contatti soltanto con delinquenti comuni, ladri ed assassini, i cosiddetti “briganti”. La Magistratura, con le sue sentenze, avvalorava questa tesi ignorando le vere cause che avevano dato origine al brigantaggio postunitario.
Col processo Cenatiempo invece si volle dare un avvertimento ai galantuomini che osteggiavano il nuovo regime. Con la sentenza infatti vennero condannati a dieci anni di lavori forzati un prete, due ufficiali del disciolto esercito borbonico, un gendarme borbonico, un vecchio capo della guardia urbana; a cinque anni di lavori forzati viene condannato un ragazzo quindicenne; vengono assolti due soldati svizzeri ed una fattucchiera. Viene dichiarato esente da pena un delatore.
Al processo, che suscitò grande interesse nell'opinione pubblica, assistettero numerosi giornalisti della stampa italiana ed estera e tra questi Alessandro Dumas e Marc Monnier.
Originariamente, nel processo di Frisio, erano stati accusati di cospirazione in sessanta. Di questi in trentasette furono mantenuti inizialmente in arresto e poi prosciolti. Solo dieci comparvero innanzi alla corte di Assise. Gli altri erano latitanti. E come abbiamo già visto, solo sei vennero condannati.
Ma chi erano i condannati?
Bonaventura Cenatiempo. Vicario generale della diocesi di Avellino e avvocato ecclesiastico. Gesuita, dopo lo scioglimento dell'ordine decretato da Garibaldi, viene nominato dal cardinale di Napoli Sisto Riario Sforza rettore della chiesa del Gesù Nuovo, dove è protagonista di una lunga contesa col frate garibaldino Giovanni Pantaleo da Caltagirone. Perde e viene rimosso dall'incarico. Da allora Cenatiempo frequenta ed anima la resistenza borbonica. Nell'ottobre del 1862 Cenatiempo riesce a fuggire dal carcere di S. Maria Apparente. Raggiunge Roma e viene ricevuto in Vaticano da Pio IX. Passa gli ultimi anni della sua vita in grande povertà, trovando l'ultimo rifugio nell'ospizio di S. Girolamo Emiliani.
Teodulo Emilio de Christen. Conte imparentato con le migliori famiglie dell'epoca. Nato nel 1833, dal 1853 è nell'esercito francese, che lascia nel 1860 col grado di colonnello. Va prima a Roma e poi a Gaeta per porsi al servizio di Francesco II. Combatte negli Abruzzi a fianco dei briganti. Combatte anche insieme al brigante Chiavone di Sora. Dopo la liberazione dal carcere s'imbarca per Marsiglia, ma poi ritorna a Roma dove lo troviamo nel 1870 nello stato maggiore delle truppe pontificie per combattere l'invasione piemontese. Ma Pio IX rinuncia all'inutile scontro con le truppe piemontesi, che entrano in Roma. De Christen viene espulso e due mesi dopo muore.
Achille Caracciolo di Girifalco. Nato a Napoli nel 1829, si arruola come volontario nell'esercito napoletano raggiungendo il grado di alfiere. Segue Francesco II a Capua e Gaeta. Partecipa alla spedizione del de Christen negli Abruzzi. Per qualche settimana è anche al fianco di José Borjes, che partendo dalla Calabria dovrebbe tentare la velleitaria impresa di riconquistare il Regno borbonico. Liberato, come gli altri condannati di Frisio, il 25 novembre 1863 per indulto, emigra in Francia, dove sposa un'americana. Muore nel 1870.
Degli altri condannati Girolamo Tortora, Domenico de Luca e Franceso de Angelis si hanno scarse notizie.
Una menzione a parte merita anche il delatore Ettore Noli, strumento nelle mani dei vincitori piemontesi, per creare un falso processo. Da uomini come lui nacque l'unità d'Italia.
Al processo di Frisio, che all'epoca impressionò molto l'opinione pubblica, si volle dare un carattere di esemplarità. Tutto il Sud – scrive Silvio Vitale – è infatti coperto di insurrezioni legittimiste e occorre scoraggiare e deprimere gli avversari del nuovo regime. In definitiva, la sentenza va vista essenzialmente come uno tra i tanti episodi della repressione politica in atto nel Napoletano negli anni immediatamente successivi al 1860.
Rocco Biondi

Silvio Vitale, I Congiurati di Frisio, Un tentativo di insurrezione borbonica a Napoli durante l'occupazione piemontese, prefazione di Tommaso Pedio, il Cerchio Iniziative Culturali, Rimini 1995, pp. 208