22 maggio 2018

Il segreto della rosa, di Antonio Trinchera


Nelle ultime pagine del romanzo si svela il segreto della rosa, di cui al titolo.
     È un libro che ha come protagonista un brigante postunitario Lu Musciu (il gatto), che nonostante tutto, compreso l’amore, «doveva continuare a lottare per la sua libertà e per l’uguaglianza sociale, secondo un antico suo desiderio maturato a fronte delle ingiustizie a cui aveva assistito nelle campagne, nei confronti della povera gente».
     Altri briganti non fanno bella figura. Errico La Morte per esempio, con i suoi più di cento uomini a cavallo, fa ammazzare il massaro Biasi dietro compenso di soldi.
     Ma il romanzo più che parlare dei briganti approfondisce lo stato d’animo dei nuovi ricchi, che non si fermano di fronte a nulla, anche l’omicidio, pur di accumulare terre. Il massaro Angelo Camarda, proprietario di una masseria vicina al paese di Torre Santa Susanna (il paese dell’autore in provincia di Brindisi), aveva fatto uccidere un altro massaro nella speranza di acquistare la sua masseria.
     Al Camarda gli erano morti la moglie e un figlio in giovane età, del quale conservava una pianta di rose, che forse aveva piantata il figlio prima di morire. Il massaro viveva con due sorelle, una delle quali fuggì col medico del paese. La figlia Teresa, dopo essere stata sei anni a Bari, presso una zia, sorella della madre, era tornata in masseria col padre. A modo loro si amavano.
     Teresa fuggì per amore con il brigante Lu Musciu. Il padre massaro, in seguito a questa che riteneva una sua nuova sconfitta, si suicidò con un colpo di fucile. Al massaro solo il suo cane gli era rimasto fedele, «lo aspetta ancora… sempre qui, sotto la loggia, di giorno e di notte e non si stanca di guardare su, per vedere se s’affaccia il padrone, come ai vecchi tempi!».
     Il brigante lasciò la ragazza Tesera per sempre, per amore. Lei non poteva stare con lui che era un assassino, che aveva ucciso, aveva rubato; quando fu da lei trovato ferito nel bosco, le aveva mentito dicendole che si era ferito col fucile da caccia, perché la verità era che era stato ferito dai gendarmi. Lui la lasciò. Lui rimase tutto così alle sue spalle, «sino a quando la mano del tempo non avrebbe cancellato ogni cosa, come accade da sempre in questo mondo».
     Il romanzo deve essere letto nella sua forma letteraria, più che nella successione dei fatti. Mario De Marco, nella sua presentazione, scrive che si coglie a tratti l’eco del dramma umano del Mastro don Gesualdo di Verga, l’attaccamento alla “roba”, per la quale si è disposti a tutto, sacrificando ad essa morale e sentimenti, si è disposti a tradire e perfino ad uccidere.
     Protagonista del romanzo, ancora per De Marco, è «il delicato sentimento d’amore per una donna che non giudica, non condanna inappellabilmente, ma crede e sa che è possibile la rinascita, è capace di contribuire a spezzare la spirale distruttiva di sé e degli altri».
Rocco Biondi

Antonio Trinchera, Il segreto della rosa, Edizioni del Grifo, Lecce 1999, pp. 224

10 maggio 2018

Amore e morte nella Calabria briganta, di Ciano e Gallello


È un romanzo che narra fatti avvenuti in Calabria nel decennio immediatamente successivo alla cosiddetta unità d’Italia. L’amore sbocciato fra Antonio, un soldato piemontese mandato con i suoi commilitoni a Cirò a combattere i briganti, e Franceschina, una ragazza calabrese già sposata “per affetto e abitudine” con un suo quasi coetaneo.
     Antonio era un ragazzo intelligente e istruito, che aveva studiato dai gesuiti; conosceva l’italiano, il latino e il francese. Nel Sud vide cose orrende fatte dai suoi compagni, comandate dai generali piemontesi: fucilazioni di migliaia di contadini, donne violentate, preti e monaci fucilati, interi paesi bruciati. Disertò dal suo esercito e diventò brigante.
     Franceschina conobbe la spietatezza dei piemontesi; violentarono e uccisero sua sorella sedicenne, la stessa sorte toccò alla sua comare, gli fu ucciso anche un proprio cugino di otto anni.
     Antonio ragionava che mai lui lo avrebbe fatto, si trattava di italiani contro italiani, e poi la sua religione cattolica, la sua etica e la sua educazione contadina glielo impedivano. Lui contadino non doveva ammazzare altri contadini. Un giorno quelle stragi verranno alla luce, pensava. I piemontesi, oggi ritenuti padri della Patria, sarebbero additati come criminali di guerra. Antonio era diventato brigante non solo per amore, ma il rispetto della dignità umana; sentiva forte l’odore della dignità, del dolore, della lotta per la giustizia, in somma l’odore che faceva di un uomo… un brigante!
     I cattivi briganti erano i piemontesi, che fucilavano nel Sud cittadini inermi, saccheggiavano case e masserie, incendiavano paesi e pagliai. I cattivi briganti, gli invasori piemontesi, fecero chiamare dal potere, dagli scrittori regime, dagli ascari meridionali, Briganti le bande dei partigiani del Sud, che difendevano la loro terra, la loro famiglia, la loro religione. Quello che loro del nord chiamano “Risorgimento”, noi lo chiamiamo “Genocidio”, scrivono gli autori del romanzo.
     Milon, Sacchi, Fumel, Pinelli non facevano prigionieri, attiravano in trappola briganti e contadini del Sud e li uccidevano.
     Antonio e Franceschina entrarono nella banda di Domenico Straface Palma e vennero utilizzati per missioni speciali. Parteciparono attivamente al sequestro del ventiduenne barone Alessandro De Rosis Morgia, che fu rilasciato solo dopo 36 giorni in seguito al pagamento di 60 mila ducati. Del rapimento ne parlarono la Calabria e i giornali di tutta Italia. Milon e Sacchi furono ridicolizzati.
     Dopo la morte di Palma, il piemontese Antonio divenne capobrigante del Sud. E Franceschina gli diede un figlio.
     Tutti i grandi capi erano stati fucilati, impiccati, carcerati: Crocco, Ninco Nanco, i fratelli Piccioni, i La Gala, Pilone, Chiavone, il sergente Romano, Faccione, Muraca, Palma. Cavalcano insieme a loro Franceschina, Michelina De Cesare, Maria Orsola D’Acquisto, Rosa Cedrone, Cherubina Di Pierro.
     Ai briganti del Sud, sopravvissuti ai fucili piemontesi, non rimase che emigrare. Antonio, con il suo piccolo Nicodemo, s’imbarcò verso il Canada.
     Il libro, come del resto gli altri di Ciano, trascrive anche brami di vari autori, citandoli.
     Gallello fa parlare nel dialetto calabrese, traducendo in nota in italiano, vari personaggi.
Rocco Biondi

Antonio Ciano e Francesca Gallello, Amore e morte nella Calabria briganta, prefazione di Pino Aprile, Veliero edizioni, Cirò Marina (KR) 2018, pp. 186

29 aprile 2018

Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, di Giuseppe Buttà

Il libro del Buttà, che ha valore di documento, ci dà un’immagine dell’impresa garibaldina e dell’annessione all’Italia del Regno delle Due Sicilie ben diversa da quella tradizionale, consacrata dai testi scolastici e dall’agiografia risorgimentale.
     Giuseppe Buttà, nato nel 1826 in provincia di Messina, compì gli studi ecclesiastici nel convento palermitano dei domenicani, e nel 1859 ebbe l’incarico di cappellano militare nel 9° battaglione cacciatori nell’esercito borbonico. Si assunse l’incarico di scrivere gli avvenimenti di quel battaglione durante l’itinerario da Boccadifalco a Gaeta. Scriveva, come lui dice, sul campo di battaglia. Quello scritto restò gettato per 14 anni in mezzo a tante altre carte. Poi, dopo aver seguito il re Francesco II nell'esilio romano, tornò a Napoli e divenuto collaboratore del giornale legittimista La Discussione, pubblicò quel Viaggio in estratti nel 1875, ristampato nel 1882 in edizione anastatica. Buttà riordinò quelle carte, facendovi quelle aggiunte necessarie per farne quasi un racconto completo di tutti gli avvenimenti della guerra del 1860 e 1861. E l’autore ricorda ai suoi lettori, che egli non solamente fu testimone oculare dei principali fatti guerreschi, avvenuti in quegli anni, ma che ebbe nelle sue mani tutti i documenti originali della Campagna militare del Volturno e l’assedio di Gaeta.
     Re Francesco consigliato e spinto dai nemici e dagli amici, decise lasciar Napoli in balia della rivoluzione, mosso dalla grande e generosa idea di non insanguinare con la guerra civile questa sua diletta patria. Il Re il 6 settembre 1860 scendeva dalla Reggia di Napoli e saliva sulla Saetta, piccolo battello a vapore napoletano, comandato dal fedele tenente-colonnello Vincenzo Criscuolo, e partiva sull’imbrunire per Gaeta.
     I Borboni avevano regnato in Napoli 126 anni, e tutto il bello e buono, che si ammira ancora oggi in questa città ed altre, è opera di quei sovrani, scrive Buttà. Don Liborio Romano fu il più volgare traditore del Re e del regno di Napoli: la memoria di lui sarà dagli onesti esecrata e maledetta! Oltre all’avvocatuccio Liborio Romano, secondo il Buttà, vi furono quattro generali che furono i grandi traditori dei Borbone di Napoli: Ferdinando Lanza, Tommaso Clary, Alessandro Nunziante, Giuseppe Pianelli. A questi cinque uomini sono da aggiungere due zii del Re: Leopoldo di Borbone conte di Siracusa e Luigi di Borbone conte d’Aquila. Altri da aggiungere, per viltà e tradimenti, sono i generali Landi in Calatafimi, Gallotti in Reggio, Ruiz e Briganti nel Reggino, Caldarelli in Cosenza, Ghio in Sovaria-Mannelli, Pinedo in Capua, Locascio in Siracusa, Tonson la Tour in Augusta, Flores in Bovino, de Benedictis negli Abruzzi. A tutti questi gallonati fecero seguito molti ufficiali e subalterni, accennati nel corso del Viaggio.
     Tantissimi altri invece seguirono il re Francesco II nella difesa del suo Regno, nella prospettiva di una vittoria militare.
     Il libro si divide in tre epoche, la prima parla delle bande siciliane, la seconda dei garibaldini, la terza dell’invasione piemontese, e abbraccia quarantacinque capitoli. Affronta i fatti che vanno dal 3 aprile 1860 al 13 febbraio 1861, più una prefazione e una conclusione. Boccadifalco era allora un piccolo paese, sopra Palermo, dalla quale distava un paio di chilometri. In esso furono sparati i primi colpi di fucile dai rivoluzionari contro i borboni.
     Di Garibaldi, dice il Buttà, gli scrittori garibaldini descrissero lotte, battaglie, vittorie, spacciando sconfitte e distruzione di napoletani, che in verità non avvennero. Però non si dovrebbe negare che tutto quello ch’egli operò e compì nel Regno delle Due Sicilie, l’avrebbe operato e compiuto un uomo qualunque, se avesse avuto i mezzi e gli aiuti che lui ebbe. In tutti i fatti d’armi del Volturno i garibaldini ebbero sempre la peggio e perdettero più di duemila uomini tra morti, feriti e prigionieri. Sarebbe stato quello il momento di approfittare dello scompiglio e scoraggiamento dei garibaldini, e dell’entusiasmo dei soldati napoletani, ma l’ostinazione del generale in capo Ritucci, che voleva rimaner sempre sulla difensiva, ebbe la meglio, contro la volontà di Francesco II che avrebbe voluto attaccare. Il soldato napoletano ben guidato, non è secondo ad alcuno, tollera i disagi e la fame con pazienza ammirabile, battendosi da valoroso. «Io rispetto la memoria dell’onesto, e fedele e prode generale Ritucci, ma debbo pur dire che nel 1860, non si mostrò all’altezza dei tempi e delle circostanze».
     L’esercito napoletano rimase nelle proprie posizioni; quello garibaldino diminuì d’uomini e di ardire, e Garibaldi perdé il suo prestigio, tanto che dovette sollecitare la marcia nel Regno dell’esercito sardo, capitanato da Vittorio Emmanuele e dai generali Fanti e Cialdini.
     Mentre i capi napoletani discutevano, ed i garibaldini si fortificavano, negli Abruzzi, in Campania e nelle Puglie molti paesi reagirono contro i piemontesi.
     Klitsck de la Grance, scrittore di cose tattiche e veterano valoroso, fatto Colonnello, organizzò quattro battaglioni, con i quali operò negli Abruzzi.
     Non tutte le bande di briganti, che in quegli anni operarono nel Sud, sono conosciute dal Buttà, o comunque di molte di esse non ne parla.
     La Francia e l’Inghilterra erano nei fatti con il piemontese Cavour.
     Furono successivamente cinte d’assedio, con feroci bombardamenti, Capua, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Capua capitolò il 2 novembre 1860, Gaeta il 13 febbraio 1861, Messina il 13 marzo 1861, Civitella del Tronto il 20 marzo 1861. Il Regno d’Italia fu proclamato il 17 marzo 1861. Il re Francesco II aveva lasciata Gaeta il 14 febbraio 1861.
     Francesco II e Maria Sofia, rispettivamente ultimo Re e ultima Regina del Regno delle Due Sicilie, si erano comportati da eroi sugli spalti di guerra di Gaeta.
     Il libro della casa editrice Bompiani contiene 64 pagine di illustrazioni, anche a colori.
Rocco Biondi

Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861, presentazione di Leonardo Sciascia, Bompiani, Milano 1985, [1875], pp. 480

12 aprile 2018

Cavorra, di Antonio Ciano


Il termine “Cavorra” è la fusione di Cavour e di camorra, come risulta dalla introduzione al libro di Pino Aprile e dalla prefazione dell’Anonimo Padano (forse lo stesso Ciano).
     Il libro segue lo stile proprio di Antonio Ciano, che predilige la sostanza alla forma. Oltre al suo pensiero, sono riportate molte citazioni (con tra parentesi gli autori), che sostituiscono o integrano tale pensiero.
     Il libro si costituisce di tre parti. La prima riporta la lunga lettera di Ciano al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. La seconda affronta le persecuzioni piemontesi contro la Chiesa. La terza parla del “genocidio”, ad opera dei piemontesi, contro gli abitanti del Sud.
     Nella lettera al Presidente, dopo aver elencato i tanti primati posseduti dal Regno delle Due Sicilie (per tutti ricordiamo i 443 milioni di lire, rispetto ai 668 di tutta l’Italia unificata), dopo aver riconosciuto che disoccupazione ed emigrazione nel Sud erano praticamente sconosciute, Ciano parla a lungo di Gaeta, la sua città, che nel 1860-61 subì un ferocissimo assedio dal generale piemontese Enrico Cialdini, su istigazione di Cavour. Gli scrittori e storici “salariati” parlano da molto tempo del loro Risorgimento, mentre il nostro Risorgimento è agli albori, scrive Ciano, le strade e le piazze intitolate ai loro assassini e ai loro criminali saranno cancellate dalla toponomastica delle città meridionali, esse verranno intitolate ai Passannante, Crocco, Michele Pezza, Nino Nanco, Guerra, Conte, Palma, Michelina De Cesare ecc. ecc. che combatterono da eroi contro i Savoia piemontesi. La nostra Patria, la Repubblica Italiana, è nata il 2 giugno 1946; quella che chiamarono regno d’Italia non ci appartiene. I Savoia di oggi devono pagare i debiti dei loro avi.
     Sotto Cavour (presidente del Consiglio dal 1852 al 1861, quando morì) la Chiesa subì molte persecuzioni e aggressioni. Scriveva Antonio Gramsci: «Il Risorgimento italiano è stato un movimento politico artificiale, senza basi, senza radici nello spirito del popolo, perché non è stato preceduto da una rivoluzione religiosa; il liberalismo cavourriano, separando lo Stato dalla Chiesa, non fece che spogliare lo Stato del suo valore assoluto». Cavour, dalla sua polizia, fece arrestare nel Sud non solo contadini, operai, artigiani, casalinghe, ma anche prelati, arcivescovi, vescovi, preti, sagrestani, oltre che nobili che si schieravano contro i Savoia. Cavour e il Partito liberale nel 1860 fecero pubblicare un decreto con il quale venivano espropriati le proprietà e i beni della Chiesa e degli ordini religiosi. Nei territori del Regno delle Due Sicilie 54 arcivescovi e vescovi su 61 sono messi al bando o processati. Il cardinale Riario Sforza, primo vescovo del Regno, da Napoli fu esiliato a Marsiglia. Molti monaci e preti furono fucilati. E non solo in questo Regno vi furono arresti e persecuzioni. Furono arrestati o perseguitati il cardinale Corsi arcivescovo di Pisa, il cardinale Baluffi vescovo di Imola, i vescovi di Faenza, di Piacenza, di Carpi, di Parma, e tanti parroci e sacerdoti. Il papa Pio IX mise in luce le angherie che la Chiesa subiva, denunciò la soppressione delle libertà e dei giornali di opposizione, la prigionia di vescovi e preti, le città distrutte e incendiate, le fucilazioni di migliaia di cittadini.
     Gli storici di regime proseguono l’opera sia di indottrinamento che di occultamento e mistificazione della verità storica; condannano la cosiddetta revisione storica. Noi invece, scrive Ciano, stiamo riscrivendo la storia per dare all’Italia repubblicana coscienza e dignità. L’Italia che noi vogliamo è quella nata sulle ceneri del fascismo e di casa Savoia. Non possiamo festeggiare l’invasione piemontese, le stragi e gli eccidi da essi perpetrati, la fame che hanno procurato ai meridionali, l’emigrazione biblica a cui siamo stati sottoposti. L’economia meridionale, nel 1860 tra le più ricche al mondo, oggi non esiste più. Di tutti questi mali Cavour ne è stato il maggiore responsabile. Io (Rocco Biondi) sono stato posto da Ciano tra quelli che potrebbero comandare metaforicamente delle truppe contro i vari Ernesto Galli Della Loggia, Cazzullo, Stella e Rizzo, De Marco. Se non si risolve la questione meridionale, scrive ancora Ciano, dando autonomia al sud, possibilmente in una Macro regione, l’Italia sarà attraversata da una spinta secessionistica, che ora è agli albori, ma forte.
     Da cose scritte nel libro e da numeretti si desume che erano previste foto e note.
Rocco Biondi
    
Antonio Ciano, Cavorra, Veliero Edizioni, Cirò Marina (Crotone) 2017, seconda edizione, pp. 128