11 dicembre 2009

Obama c'entra poco con la pace

Obama non è Bush, ma non è nemmeno meritevole di ricevere il premio Nobel per la pace.
Chi invia altri 30mila soldati in Afghanistan, ad ammazzare e a farsi ammazzare, ha poco a che fare con la pace.
Chi sostiene che possono esserci guerre giuste, contraddice il principio fondante della pace.
Chi afferma che l'uso della forza è necessario e moralmente giustificato, nei fatti non si impegna per la pace.
Chi dice che la guerra è l'espressione della follia umana, ma la fa, si autoproclama folle.
Chi asserisce che gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace, non sa cosa cosa dice.
La Commissione di Oslo che ha deciso di assegnare il premio Nobel per la pace a Barack Obama non ha reso un buon servigio alla pace. Obama in qualche modo ne era consapevole quando ha affermato che «il problema maggiore, riguardo al conferimento di questo premio, è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre».
La Norvegia questa volta, anziché insignire con il premio chi ha veramente lavorato per la pace, ha voluto autogratificarsi premiando il Presidente degli Stati Uniti d'America.
Con la inopportuna ed ingiustificata premiazione di Obama il Premio Nobel ha perso un po' del suo prestigio.

8 dicembre 2009

Berlusconi vattene

La goccia scava la pietra. Ma quello che è avvenuto a Roma, sabato 5 dicembre 2009, è più di una goccia. Sono state dieci, cento, un milione di gocce che sono cadute sulla testa tosta di Berlusconi. L'onda viola autoconvocatosi, tramite internet, per il “No Berlusconi Day” ha certamente contribuito e contribuirà ad accelerare la fine di Berlusconi e del berlusconismo purtroppo ancora pesantemente presente in Italia.
L'emerito stronzo leghista Calderoli, degno emulo del suo boss Berlusconi, ha detto che se un milione di persone stavano in Piazza San Giovanni gli altri 59milioni stanno col governo di Berlusconi. E' ovviamente una colossale cazzata. Nelle ultime elezioni, fra chi gli ha votato contro e chi non l'ha voluto astenendosi, la maggioranza degli italiani è stata contro Berlusconi.
E' stato detto, mutuando un'affermazione del Berlusca, che il il 5 dicembre scorso a Roma si è svolto “il migliore corteo degli ultimi 150 anni”. Certamente è entrata in campo una forza “politica” nuova, che non si lascia soggiogare dalle televisioni ma vive e si forma in internet, il popolo della rete appunto. Uno degli organizzatori del “No-B day” ha detto: «Il successo della manifestazione conferma che Internet è lo strumento fondamentale per superare la barriera delle tv in mano a Berlusconi. Sarà la piattaforma base per superare il berlusconismo e la sua cultura». Noi auspichiamo che questo processo avvenga rapidamente. Tutti quelli che lo sperano devono dare fattivamente il proprio contributo.
Dario Fo ha detto: « E' stata una giornata storica, è solo l'inizio, ve ne ricorderete».
Ecco alcuni slogan gridati o inalberati che rendono bene l'aria che tirava in Piazza San Giovanni: «Berlusconi dimissioni», «Berlusconi ci hai rotto i coglioni», «Pussa via puzzone», «Donne, vi aspettano grandi carriere, se darete la passera al Cavaliere», «La destra va a troie, la sinistra a trans e l'Italia a puttane», «Il vilipendio alle istituzioni è Berlusconi capo del governo», «La criminalità lo ha messo lì...», «Ci sei tu dietro le stragi», «Berlusconi non scappare, devi farti processare», «Iddu pensa solo a iddu», «Con infamia senza lodo», «Mangano e Dell'Utri a voi, Falcone e Borsellino a noi».
Giorgio Bocca in video alla manifestazione ha detto: «Questa è la prima opposizione vera che ci sia!».
Il magistrato Domenico Gallo: «C'è una compagnia di ventura che sta devastando il paese».
La cantante Fiorella Mannoia: «Voglio un paese di cui non vergognarmi».
Moni Ovadia: «Dunque, l'Italia è viva! Non ci sono solo servi e sudditi».
Non ci deve preoccupare il mal di pancia di quelli del Pd di Bersani. Siamo più forti di loro, verranno con noi. Qualcuno già c'era: «Rosy Bindi, hai le palle, sei venuta».
Curzio Maltese dei partecipanti alla manifestazione di Roma ha scritto: «Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l'Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sue storie personali e le scelte pubbliche, l'elogio dei dittatori, il conflitto d'interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Domani non torneranno a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi».
Berlusconi vattene. E se non se ne va lui, lo dobbiamo cacciare noi.

3 dicembre 2009

Moana Pozzi e Violante Placido, film Sky

Il vero e il verosimile sono rimasti lontanissimi tra loro. La mini serie in due puntate realizzata da Sky, andata in onda l'1 ed il 2 dicembre 2009, non ha reso un buon servizio a Moana.
Noi che già conoscevamo ed amavamo Moana non l'abbiamo ritrovata nella volenterosa interpretazione di Violante Placido. Moana era altro.
L'unica cosa, parzialmente positiva, è stata che di Moana se ne sia comunque parlato. Ma non so che impressione ne abbia potuta avere dal film chi non la conosceva o la conosceva poco. Temo che, nella migliore delle ipotesi, abbia lasciato indifferenti. Moana meritava di più.
Ne è venuta fuori una interpretazione complessivamente grottesca e macchiettistica. Gli unici attori ai quali do una se pur piccolissima valutazione positiva sono Violante Placido (Moana) e Giuseppe Soleri (Mario/Maddalena - truccatore e amico-a di Moana). Tutti gli altri sono da dimenticare e più di tutti Fausto Paravidino (Riccardo Schicchi).
Non solo è stata mal rappresentata la vera vita di Moana, ma addirittura si è pure voluto inventare. Sono inesistenti nella vita di Moana il pusher cocainomane che le muore fra le braccia e forse anche la rivalità con Ilona Staller che con lei fondò il partito dell’Amore.
Sulla morte di Moana il film accetta la versione del cancro al fegato. Come pure viene avvalorata la versione del marito di Moana, Antonio Di Ciesco, che l'avrebbe aiutata a morire in ottemperanza del desiderio espresso dalla stessa Moana.
A testimonianza dei suoi rapporti sessuali con tanti uomini importanti, nel film si indugia su quelli con un uomo politico di quegli anni (Craxi, che comunque lei non nomina mai direttamente nel suo libro La mia filosofia, cosa che fa invece per tanti altri).
Moana Pozzi, di estrazione borghese e di educazione cattolica, è riuscito ad unificare in sé l'essere ed il volere. Donna libera in tutto, anche nel sesso, ma raziocinante. Riusciva a dialogare non solo con uomini comuni ma anche con intellettuali di rango. Gli uomini con lei erano a loro agio, lei non era la puttana di strada ma la donna dei sogni, completa in tutto. Le donne l'ammiravano perché lei era quello che loro avrebbero voluto ma non riuscivano ad essere.
Molti di noi, uomini e donne che la stimiamo ed amiamo, continuiamo a credere che non sia morta veramente ma che continui a vivere in un mondo lontano, senza le fatiche della vita quotidiana.
Per chi voglia conoscere meglio Moana riporto dal mio blog il link http://roccobiondi.blogspot.com/2008/08/moana-pozzi-amata-sempre.html, sotto il quale ve ne sono tanti altri della mia Moana.

1 dicembre 2009

Mafia e Berlusconi

Berlusconi ha detto: «Sono il capomafia». E noi questa volta gli crediamo. Lui l'avrebbe detto scherzosamente. Ma se fosse vero? Proprio il capo no, ma un compartecipe potrebbe essere.
Il mafioso pentito Gaspare Spatuzza [killer di don Puglisi] ha dichiarato, a proposito delle stragi del 1992/93, che la controparte di Cosa Nostra sarebbero stati Berlusconi e Dell'Utri ed ancora: «Filippo Graviano [capo insieme ai fratelli della cosca del quartiere palermitano Brancaccio] mi parlava come se Fininvest fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua». Ed ora la mafia chiede a Berlusconi la restituzione di quei soldi.
I pentiti di mafia di norma vengono scaricati dai loro capi. Ma questa volta Spatuzza non è stato né sconfessato né intimidito.
Berlusconi forse, più che dei giudici, dovrebbe preoccuparsi dei mafiosi, che per ora si limitano solo a parlare. Secondo lui i mafiosi che lo accusano sono degli esaltati e degli schizofrenici. Ma i mafiosi non parlano a vanvera.
Ed intanto Berlusconi vorrebbe strozzare gli autori della fortunata serie televisiva “La Piovra” e gli autori di libri su Cosa Nostra, perché screditano l'Italia. Forse secondo lui la mafia è stata inventata dagli scrittori. Già un amico di Berlusconi aveva affermato che la mafia non esiste. Ed il capomafia stalliere Vittorio Mangano, ospite per diverso tempo in casa di Berlusconi, è stato promosso ad eroe.
L'eroe della “Piovra”, nei panni del commissario Cattani, l'attore Michele Placido ha ironicamente detto: «Ha ragione lui, la mafia non esiste. Gli attentati a Falcone e Borsellino, a Milano e a Torino erano solo scene di film girati da Damiani o Francesco Rosi».
Claudio Fava, figlio di Giuseppe assassinato dalla mafia, ha affermato: «Ormai Berlusconi parla come un mafioso. Vuole strozzare chi scrive di mafia. Quando a un paese già umiliato dalle mafie dice che la vergogna non sono i mafiosi ma gli scrittori di mafia, siamo alla parodia del potere».
Michele Serra ricorda al premier che «le nostre mafie controllano il traffico mondiale della droga, esportano stragi in Europa, impongono i loro affari in mezzo mondo. Quello che colpisce è che se ne parli assai meno di quanto richiederebbe una simile catastrofe sociale».
Eugenio Scalfari sostiene che « il piano della mafia, secondo le dichiarazioni dei pentiti, avrebbe come finalità effettiva quella di “riscuotere” dalla Fininvest il capitale e gli interessi, debitamente rivalutati, che sarebbero stati anticipati a quella società come fondi riciclati».
Se la mafia esige, Berlusconi deve temere. Le richieste possono essere soddisfatte in tanti modi. Non sempre la mafia è costretta a ricorrere al sangue.

20 novembre 2009

Berlusconi contro D'Alema in Europa

Sembrava strano che Berlusconi potesse appoggiare seriamente Massimo D'Alema nella sua candidatura a ministro degli esteri europeo. Per due ragioni.
La prima perché il suo smodato narcisismo mal sopporta che altri, oltre lui e suoi fidi, possano ricoprire ruoli di grande prestigio che possano in qualche modo oscurarlo. Anche se questa volta poteva tornargli utile far credere che il suo intervento avesse portato uno dell'opposizione a ricoprire una importante carica in Europa. Se ne sarebbe fatto un vanto ed avrebbe chiesto ed atteso un ricambio di favori.
La seconda ragione è che Berlusconi non conta assolutamente nulla a livello europeo. Il suo essere ed il suo modo di comportarsi lo scredita e scredita l'Italia in Europa e nel mondo. Anzi l'aver fatto credere che lo appoggiasse ha danneggiato D'Alema. Berlusconi in effetti è stato solo a guardare, per sfruttarne comunque l'eventuale risultato positivo.
La partita è stata giocata nelle tre capitali che contano veramente in Europa: Berlino, Londra, Parigi. L'Italia conta poco o nulla. Nell'assegnazione delle due nuove alte cariche è stato usato un collaudato manuale spartitorio, con un compromesso al ribasso. L'Italia spera per il futuro, un posticino le verrà anche riservato.
Le due nuove nomine europee sono state di un profilo molto basso. Sono state ignorate le competenze. Il belga nominato presidente e la britannica ministro degli esteri sono due emeriti sconosciuti sullo scacchiere mondiale. L'Europa non potrà trarne nessun vantaggio a livello mondiale. Continueranno a comandare le cancellerie nazionali.
Ed intanto D'Alema tornerà ad occuparsi di quello che lui chiama il «cortile italiano». Speriamo che il sostanziale mancato appoggio di Berlusconi nella vicenda europea lo faccia diventare più determinato a creare scosse che aiutino finalmente a liberarci di Berlusconi.

20 ottobre 2009

I banditi, di Eric J. Hobsbawm

E' la quarta edizione del libro, riveduta e ampliata dallo stesso Hobsbawm, pubblicata nel 1999. Le tre precedenti erano uscite rispettivamente nel 1969, nel 1971 e nel 1981.
I motivi di questa nuova edizione sono sintetizzati dallo stesso autore nella prefazione. Il primo è che dopo il 1981 sono usciti diversi contributi importanti sulla storia del banditismo, che hanno ampliato la visione del banditismo nella società e dei quali si è voluto tener conto. Il secondo motivo è che fatti a noi contemporanei, come per esempio quelli avvenuti in Cecenia, causati dalla disgregazione del potere statale e del sistema amministrativo in molti stati, ci fanno valutare in modo diverso l'esplosione del banditismo nell'area mediterranea dal Cinquecento in poi. Il terzo motivo è che si è voluto anche tener conto di alcune critiche alle precedenti edizioni.
Hobsbawm si occupa soltanto di alcuni tipi di banditi, di quelli che l'opinione pubblica non considera delinquenti comuni. I banditi sociali sono ritenuti criminali dal signore e dall'autorità, invece dalla gente della società contadina sono considerati eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, persino capi di movimenti di liberazione e comunque uomini degni di ammirazione, aiuto e appoggio.
Il banditismo sfida l'ordine socio-economico-politico che opprime i deboli, sfida chi detiene il potere ed il controllo delle risorse. Fame e brigantaggio vanno di pari passo. Meglio infrangere la legge che morire di fame.
Sotto l'aspetto sociale conta poco la vita reale dei banditi, contano di più gli effetti delle attività dei banditi nell'ambito della storia del tempo; sotto l'aspetto politico invece vita e fatti reali hanno grande importanza.
Il banditismo, che generalmente è un fenomeno individuale o di piccoli gruppi, diventa fenomeno di massa quando il potere è instabile, inesistente o indebolito.
Il fenomeno del banditismo sociale si riscontra nelle società fondate sull'agricoltura ed è alimentato da contadini e braccianti governati ed oppressi dai signori delle città. Gli uomini in età da lavoro preferiscono prendersi con la forza ciò che gli serve, piuttosto che morire di fame.
Ma talvolta il banditismo è la resistenza di intere comunità o popolazioni alla distruzione del proprio modo di vivere. E' quello che avvenne nell'Italia meridionale con la grande rivolta contadina e con la guerriglia dei briganti contro i piemontesi, percepiti come invasori, negli anni 1861-65. I briganti di allora erano uomini di azione e non ideologhi, uomini duri e sicuri di sé, che riuscivano ad esprimere capi forniti di forte personalità e di grande talento militare. Carmine Crocco e Ninco Nanco avevano doti di comando che suscitarono l'ammirazione degli ufficiali piemontesi, che combatterono contro di loro. Ma – scrive Hobsbawm – per quanto quegli “anni del brigantaggio” costituiscano un raro esempio di un'importante sollevazione contadina capitanata da banditi sociali, i capi briganti non incitarono mai i propri uomini a occupare le terre e parvero incapaci di concepire una “riforma agraria”. I briganti erano dei riformatori, non dei rivoluzionari.
Ma talvolta i briganti diventano rivoluzionari. Ed avviene quando – scrive Hobsbawm – «il brigantaggio diventa il simbolo, anzi la punta avanzata di resistenza dell'intero ordine tradizionale contro le forze che cercano di scalzarlo e di distruggerlo. Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della “reazione”, secondo la definizione di chi ne è al di fuori, contro il “progresso”». I briganti del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, che non insorgevano a difesa del “reale” regno dei Borboni, ma per l'ideale della società del buon tempo antico, simbolizzata naturalmente dall'ideale del Trono e dell'Altare.
A volte i briganti, come nel meridione d'Italia nel 1861, confluiscono negli eserciti contadini e cessano di essere banditi, diventando militanti della rivoluzione.
Hobsbawm esamina e presenta vari tipi di banditi: il ladro gentiluomo, i giustizieri, gli aiduchi, i requisitori anarchici (quasi-banditi).
Il ladro gentiluomo Robin Hood è il bandito più famoso e universalmente popolare. Robin Hood rappresenta ciò che tutti i banditi contadini dovrebbero essere, benché di fatto siano in pochi ad avere l'idealismo, la generosità, la coscienza sociale che il loro ruolo richiederebbe.
Per Hobsbawm le caratteristiche del bandito gentiluomo sono nove. Primo: non comincia la sua carriera di fuorilegge con un delitto, ma come vittima di un'ingiustizia o perseguitato per un'azione che l'autorità, ma non la sua gente, giudica criminosa. Secondo: raddrizza i torti. Terzo: prende dal ricco per dare al povero. Quarto: non uccide, se non per autodifesa o per giusta vendetta. Quinto: se sopravvive ritorna tra i suoi come un cittadino onorato, un membro della comunità; in effetti non si stacca mai dalla comunità. Sesto: è ammirato, aiutato e appoggiato dai suoi. Settimo: egli muore invariabilmente ed esclusivamente per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare con le autorità contro di lui. Ottavo: il bandito è – almeno in teoria – invisibile e invulnerabile. Nono: non è nemico del re o dell'imperatore, fonti di giustizia, ma soltanto dei signorotti locali, dei preti o di altri oppressori.
Alcuni nomi di banditi gentiluomini: Angelo Duca o Angiolillo (1760-84), Pancho Villa, Labareda, Salvatore Giuliano, José Maria «El Tempranillo», Jesse James (1847-82), Billy the Kid, Diego Corrientes, Ch'ao Kai, Kota Christov, Oleksa Dovbuš, Sergente Romano, Pernales, Vardarelli.
Fra i banditi giustizieri il più famoso fu il brasiliano Virgulino Ferreira da Silva (1898-1938), noto come «Il Capitano» o «Lampião»; fra questo tipo di banditi viene anche annoverato il calabrese Nino Martino.
Fra gli aiduchi si trovano: Doncho Vatach, Korčo, Ken Angrok.
Un buon capo brigante intrattiene relazioni con il mercato e con il più vasto universo economico tanto quanto un piccolo proprietario terriero o un ricco agricoltore. Ma essendo un ribelle ed un povero, per entrare in quel mondo, usa i mezzi alla sua portata: la forza, l'audacia, l'astuzia e la risolutezza.
I briganti fanno propri i valori e le aspirazioni del mondo contadino. Numerosi contadini, allora, diventano banditi. Nel 1860-61 le unità di guerriglieri contadini si formarono intorno, e a imitazione, delle bande dei briganti: i capi locali furono il polo d'attrazione di un flusso massiccio di soldati borbonici sbandati, di disertori, di renitenti alla leva, di prigionieri evasi, di gente che temeva di essere perseguitata per atti di protesta sociale al tempo della liberazione garibaldina, di contadini e montanari in cerca di libertà, di vendetta, di bottino, o di un po' tutte queste cose assieme. A una minoranza di uomini non disposta a sottomettersi si aggregava ora la maggioranza.
Quei briganti, se fossero stati ben guidati e organizzati, potevano fornire un contributo militare serio. Lasciati a se stessi – scrive Hobsbawm – il loro potenziale militare in quanto tale era limitato, e anche di più lo era il loro potenziale politico, come ha dimostrato il brigantaggio nell'Italia meridionale. I vari emissari e agenti segreti dei Borboni che cercarono di introdurre una disciplina e un certo coordinamento nel movimento brigantesco tra il 1860 e il 1870 non ebbero successo.
Il più famoso fra i banditi anarchici requisitori è stato lo spagnolo Francisco Sabaté Llopart «El Quico» (1913-1960). Con il termine requisizione si indicano le rapine (generalmente in banche) che servono a fornire i fondi ai rivoluzionari. L'idea anarchica è il folle sogno di un mondo in cui gli uomini agiscono guidati dalla moralità pura, così come detta la coscienza; dove non c'è povertà, non c'è governo, non ci sono prigioni né poliziotti, né imposizioni né disciplina, tranne quella proveniente dall'illuminazione interiore; dove non esistono legami sociali che non siano la fraternità e l'amore; non ci sono menzogne; non c'è la proprietà né la burocrazia. Sabaté non beveva né fumava e mangiava con la frugalità di un pastore, anche quando aveva appena compiuto un colpo a una banca. In quegli anni (tra il 1944 e l'inizio degli anni Cinquanta), a Barcellona, avere una coscienza politica significava farsi anarchico. La dedizione di Sabaté alla causa repubblicana e l'odio contro Franco non vennero mai meno. Sabaté puntigliosamente non sparava mai prima che l'avversario avesse fatto una mossa provocatoria. Fu ucciso dopo aver tentato di dirottare un treno verso Barcellona. Ma c'é chi dice che a morire non fosse stato lui.
Hobsbawm nell'ultimo capitolo del libro afferma: «Il bandito non è soltanto un uomo, è un simbolo». Anzi, il più delle volte è solo mito e favola. Non fa parte della storia. E' frutto del bisogno ancestrale, presente negli uomini, di giustizia, libertà, eroismo.
Noi invece crediamo che i banditi briganti, certamente quelli del periodo postunitario italiano (1860-1870), fanno parte a pieno titolo della storia meridionale, che deve essere riscritta e rivalutata.
Rocco Biondi

3 ottobre 2009

Berlusconi contro la libertà di stampa

Berlusconi è in guerra permanente contro la democrazia in Italia.
Di questa verità la maggioranza degli italiani non ne è consapevole. Stampa e televisioni, che formano l’opinione pubblica, sono quasi tutte nelle mani di Berlusconi. Vengono manipolate per nascondere la verità e per formare una consapevolezza malata.
Direttori di giornali e giornalisti vendono la propria coscienza e la propria professionalità al loro datore di lavoro.
Ma anche ministri e deputati fanno a gara per compiacere il loro designatore.
Leggendo i giornali e vedendo la televisione, gli italiani non conoscono la verità. Sanno solo quello che Berlusconi vuole che sappiano e nel modo che lui vuole che sappiano.
Giornali e giornalisti che svelano o tentano di svelare la verità vengono minacciati. S’invoca e si mette in atto contro di loro una censura economica e giudiziaria. S’inventano e si minacciano contro di loro falsi dossier per spaventarli.
Per conoscere la verità sull’Italia governata da Berlusconi, bisogna leggere i giornali e vedere le televisioni stranieri. Leggendoli e vedendole ci si rende conto che in Italia la democrazia è in grave pericolo.
E allora è giustificatissima la manifestazione che oggi si tiene a Roma per difendere la libertà di stampa in Italia.
Alla manifestazione, indetta dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, partecipano liberi cittadini, associazioni, sindacati, politici, giornalisti.
Manifestazioni parallele si tengono, oltre che in altre dodici città italiane, anche a Londra, Parigi, Berlino, Barcellona. Se la libertà di stampa viene ridotta in Italia, tutto il mondo libero ne risente.
Bisogna che l’opinione pubblica italiana e internazionale, che ritiene Berlusconi inadatto a governare l’Italia, aumenti sempre di più.

20 settembre 2009

Il grande sogno, film di Michele Placido

Il grande sogno del '68 è rimasto un puro sogno. I sognatori di allora si sono quasi tutti integrati e sono stati fagocitati dal capitalismo borghese.
Chi ha vissuto direttamente quegli anni potrebbe non riconoscersi o non volersi riconoscere nelle storie come raccontate nel film.
Chi è nato dopo quegli anni potrebbe dedurne un'idea sbagliata della realtà.
Io, che in quegli anni frequentavo l'Università a Roma e che nel '69 partecipai attivamente all'occupazione dell'università internazionale Pro Deo di Padre Morlion, ne ho un ricordo un po' diverso.
Rocco Biondi

Trama
Il grande sogno è un film ambientato in Italia nel 1968, quando i giovani sognavano di cambiare il mondo, quando le regole venivano infrante, l’amore era libero e tutto sembrava possibile. Nicola è un bel giovane pugliese che fa il poliziotto ma sogna di fare l'attore, e si trova a dover fare l'infiltrato nel mondo studentesco in forte fermento. All'università incontra Laura una ragazza della buona borghesia cattolica, brillante e appassionata studentessa che sogna un mondo senza ingiustizie, e Libero, uno studente operaio, leader del movimento studentesco che sogna la rivoluzione. Tra i tre nascono sentimenti e forti passioni e Laura - sedotta da entrambi - dovrà scegliere chi dei due amare. Anche i fratelli minori di Laura, Giulio e Andrea, sentendosi coinvolti dal clima di contestazione, portano lo scompiglio in famiglia.
Il personaggio di Nicola è ispirato alla gioventù di Michele Placido che si trasferì a Roma dalla Puglia per diventare attore e che per guadagnarsi da vivere entrò nel corpo della Polizia prima di frequentare l'Accademia di arte drammatica.

Interpreti e personaggi
Luca Argentero: Libero
Riccardo Scamarcio: Nicola
Jasmine Trinca: Laura
Michele Placido: Andrea
Laura Morante: Maddalena
Massimo Popolizio: Domenico
Dajana Roncione: Isabella
Alessandra Acciai: Francesca
Marco Iermanò: Andrea
Brenno Placido: Giulio

Crediti e note
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Angelo Pasquini, Michele Placido
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Consuelo Catucci
Musiche: Nicola Piovani
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Claudio Cordaro
Paese: Italia
Anno: 2009
Produttore: Pietro Valsecchi
Casa di produzione: Taodue Film S.r.l.
Distribuzione: Medusa
Durata: 101 min
Data uscita in Italia: 11 settembre 2009
Genere: drammatico, storico

Mostra del cinema di Venezia 2009
PREMIO MASTROIANNI ATTORE/ATTRICE EMERGENTE
Jasmine Trinca

Trailer

13 settembre 2009

Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, di Alfonso Scirocco

Alfonso Scirocco è un intellettuale che, dalla sua cattedra di Storia del Risorgimento nell'Università di Napoli, ha contribuito a rinverdire il falso mito del Risorgimento e di Garibaldi.
Il suo interesse per il Brigantaggio è strumentale e funzionale alla dimostrazione che i Piemontesi non avevano altro strumento per estirparlo che la repressione.
Per lui «i briganti sono autentici professionisti del crimine, che sono riusciti a sfuggire a lungo alla cattura o all'uccisione per la debolezza dell'apparato repressivo».
Anche se spesso pare cadere in contraddizione. Nella premessa al suo libro Scirocco afferma di prendere le mosse per la sua analisi sul brigantaggio dagli studi di Hobsbawm e Molfese, ma per dire subito che il brigantaggio non fu una reazione borbonico-clericale e nemmeno un fenomeno politico-militare. Ma in tutte le pagine che seguono vuol dimostrare che il brigantaggio non ebbe nemmeno carattere sociale. Si vuole comunque salvare la coscienza scrivendo, a chiusa del suo libro, «nei fatti ai sequestri, ai ricatti, ai vandalismi dei briganti, lo Stato sistematicamente risponde con una violenza diversamente motivata, ma non meno cieca, e quindi sterile».
Come altri libri di autori che scrivono per minimizzare e screditare i briganti, anche questo di Scirocco può essere utile a chi ritiene che i briganti non furono comuni delinquenti ma espressione di un movimento di liberazione (anche se non sempre consapevole) dalla oppressione e dalla miseria. In quei libri si possono trovare notizie e fonti che, lette con un'ottica diversa, fanno capire l'estensione del fenomeno brigantaggio, che in alcuni periodi diventa quasi di massa, e che fa dedurre che un intero popolo non può essere diventato criminale.
Il libro, che vorrebbe dimostrare un'ininterrotta continuità della persistenza del brigantaggio nella Calabria in tutti i primi settanta anni dell'Ottocento in forme e modi quasi sempre uguali, si divide in quattro capitoli.
I periodi storici che vengono affrontati partono dal 1799 quando il cardinale Ruffo sconfisse la Repubblica partenopea riconsegnando Napoli a Ferdinando IV di Borbone, proseguono con il decennio francese (1806-1815) di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, la restaurazione borbonica fino al 1860, la fine del Regno delle Due Sicilie, il Regno dei Savoia ed il decennio postunitario (1860-1870).
Nel primo capitolo si accenna ai briganti Angelo Paonessa (Panzanera), Arcangelo Scozzafava (Galano), Natale Di Pascale (Cavalcante), Lorenzo Benincasa, Francesco Muscato (Bizzarro), Paolo Mancuso (Parafante). Per reprimerli fu mandato da Murat in Calabria il feroce generale Manhès.
Altri briganti: Vito Caligiuri, Carlo Cironte, Nicola Mazza (Carne di Cane), Vincenzo e Carmine Villella, Pietro Genovese, Antonio Renzo, Saverio Colacino (Zibecco), Gennaro Valle.
Il più famoso di tutti fu Vito Caligiuri di Soveria Mannelli, sul capo del quale fu posta una taglia di ben 1300 ducati per l'uccisione e 2100 per la cattura. Contro di lui fu schierata una imponente forza: 100 militi a paga, 50 uomini di truppa di linea, squadriglie a carico dei proprietari, colonne mobili. Ma fu tutto inutile, Caligiuri era imprendibile. Fu ucciso dal brigante traditore Giovanni Bitonto (Incrocca), allettato dalla promessa di impunità e dalla taglia che aveva raggiunto l'ingente somma di ducati 1900.
Tantissimi altri nomi di briganti sono elencati dallo Scirocco. Ma fra tutti spicca quello di Giosafatte Talarico, al quale è dedicato l'intero secondo capitolo.
Prima seminarista, intraprese poi gli studi di farmacista senza però poterli terminare. Fu costretto infatti a darsi alla macchia, intorno al 1820, dopo aver ucciso un ricco giovinastro che aveva violentato una sua sorella. Un delitto d'onore quindi. Da allora Giosafatte Talarico regnò sui monti della Sila per più di vent'anni, riverito e temuto perché forte, audace, coraggioso. Non era feroce, ma aveva indiscutibili doti di capo ed incuteva ai suoi compagni grande terrore. Frequentava, protetto da amici potenti ed influenti, «or travestito da prete, or da ricco signore, i caffé, i teatri, e passeggiava per le strade più frequentate». Aveva provveduto di dote fanciulle povere e compiuto molte altre azioni generose. Ma anche faceva fuori chi lo tradiva.
Dopo tanti tentativi andati a vuoto di catturarlo, per liberarsene non restava che trattare la resa. Gli fu proposto una pensione di sei ducati ed una casetta nell'isola d'Ischia. Talarico accettò, ma a condizione che il beneficio fosse esteso ai suoi compagni.
Terminava così la carriera del brigante che aveva “fatto tremare le tre Calabrie”, ma il cui nome sarebbe stato ricordato “con lode più che con biasimo come quello di un protettore del povero contro il ricco, del debole contro il forte”.
Talarico prese moglie ed ebbe una figlia. Morì ultraottantenne.
Alfonso Scirocco riprende questi cenni biografici del brigante Giosafatte Talarico dallo scrittore calabrese Nicola Misasi. Ma poi tenta di smontare quanto di positivo Misasi aveva accreditato a Talarico, per farlo diventare un delinquente comune. Ma contraddicendosi ancora una volta, Scirocco così chiude il capitolo su Talarico: «Forte, astuto, coraggioso, crudele ma solo se necessario, inafferrabile e quasi invulnerabile, Talarico possedeva tutte le doti per divenire nella tradizione orale il protettore dei perseguitati, l'eroe del mondo contadino, il simbolo di aspirazioni represse, proiettate dalla fantasia popolare sul piano sfumato della leggenda».
Il terzo capitolo parla della persistenza del brigantaggio in Calabria fino all'Unità del 1860. Si accenna ai briganti Natale Faraca, Pietro Maria Buonofiglio, Pasquale D'Ardes, Giuseppe Scarcelli (Vozzo), Saverio Lopez (Pedecase), Nicola Rende, Raffaele Arnone, Pietro Branca, Fortunato Federico, Gennaro Emanuele. E questi erano i capi banda, vi sono poi i nomi o i numeri dei componeti le singole banda, che comunque non superavano in media la decina di adepti.
L'ultimo capitolo tratta del brigantaggio postunitario. In Calabria i briganti più famosi furono Domenico Straface (Palma) e Carmine Franzese.
Nel Cosentino, tra il settembre del 1860 e l'agosto del 1863, erano stati fucilati o uccisi 198 briganti o manutengoli. La legge Pica del 15 agosto 1863 venne a dare nuovo impulso alla repressione. La Calabria ripiombava nell'arbitrio e nella illegalità. Vennero arrestati e condannati i parenti, donne e bambini, dei briganti.
In coda al brigantaggio postunitario Scirocco accenna al brigante Giuseppe Musolino, che appassionò l'opione pubblica italiana alla fine del secolo.
In appendice al libro sono riprodotti significativi documenti dell'epoca ed interessanti liste di fuorbanditi, con tantissimi nomi con motivo e data dell'arresto o dell'uccisione.
Rocco Biondi

Alfonso Scirocco, Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, Capone Editore, Lecce 1991, pagg. 172

5 settembre 2009

Vittorio Feltri fai schifo


Su Feltri rompo il silenzio che mi ero imposto cinque anni fa in questo blog.
Mutuando un termine molto congeniale al suo vocabolario, per quello che ha scritto e fatto contro Dino Boffo, direttore del quotidiano Avvenire, nasce spontaneo apostrofarlo con un bel “Vittorio Feltri fai schifo”.
Si è inventato o comunque ha usato un falso documento per colpire il direttore di un giornale, che si era permesso di criticare il suo (di Feltri) padrone Silvio Berlusconi.
Nella falsa informativa si leggerebbe: «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione».
Tutto completamente falso dalla a alla zeta, in perfetto stile berlusconiano. Ma bisognava infangare. Se Berlusconi è porco, anche i suoi detrattori lo sono altrettanto. Tutti porci, nessun porco.
Ma Berlusconi e Feltri avevano fatto il conto senza l'oste. La reazione della Chiesa, alla quale appartiene il giornale che Boffo dirigeva, è stata spietata.
Cardinali, vescovi e cattolici hanno parlato di killeraggio, bassa macelleria, delitto, dove killer, macellaio e sicario è sempre Vittorio Feltri. Sottintendendo che killer macellaio sicario è anche il mandante Berlusconi.
Berlusconi dice di non sapere niente di quello che scrive Feltri. Mente come sempre. Ha assunto Feltri come direttore del suo giornale di famiglia proprio per fare questo sporco lavoro.
Ed intanto Boffo ha gettato la spugna, dimettendosi.
Tutto finito allora? Ha vinto Berlusconi? Penso proprio di no.
I tempi della Chiesa sono più lunghi di quelli della politica di Berlusconi. Un alto esponete del Vaticano ha detto: «La prepotenza, la mancanza di rispetto umano di fronte a chi si è permesso di criticare, sono manifestazioni alle quali il mondo cattolico è sensibile... C'è da dubitare che chi ha voluto tutto questo possa cantar vittoria».
Berlusconi è avvertito. Non può dormire sonni tranquilli. Ha i giorni contati. A meno che nella Chiesa non prevalgano altri calcoli politici.

29 agosto 2009

Berlusconi ha paura. Le dieci domande di Repubblica

Quando un potente ha paura, sia esso santo o delinquente, è sulla via del declino. E Berlusconi ha paura. L'aver fatto causa al giornale la Repubblica per la pubblicazione delle dieci domande sui rapporti con Noemi Letizia, sulle ricompense politiche per prestazioni sessuali, sui rapporti con prostitute, sui “voli di Stato” concessi ad amichette per portarle alle sue festicciole, sulle continue menzogne, sulle minacce ai giornali, sul suo stato di salute, è certamente frutto della paura che ormai assale Berlusconi.
In nessun paese democratico il capo del governo denuncia un giornale per avergli fatte delle domande. Ma Berlusconi ha una concezione tutta personalistica della democrazia. Lo Stato è lui e chi denuncia politicamente lui denuncia lo Stato.
Sono solidale con Ezio Mauro e con il giornale da lui diretto la Repubblica. Concordo con quello che scrive Mauro su Berlusconi: «La questione è semplice: poiché è incapace di dire la verità sul "ciarpame politico" che ha creato con le sue stesse mani e che da mesi lo circonda, il Capo del governo chiede alla magistratura di bloccare l'accertamento della verità, impedendo la libera attività giornalistica d'inchiesta, che ha prodotto quelle domande senza risposta. Altro che calunnie: ormai, dovrebbe essere l'Italia a sentirsi vilipesa dai comportamenti di quest'uomo».
Ammiro il coraggio di Ezio Mauro, che scrive senza paura quel che pensa su Berlusconi. Ma fino a quando durerà.
Con la sua denuncia contro la Repubblica Berlusconi vorrebbe anche dissuadere, i pochi giornali italiani che lo fanno, dal pubblicare quello che i giornali stranieri scrivono sul suo (di Berlusconi) comportamento politicamente folle.
Il direttore di Le Point scrive: «Il fatto che Berlusconi abbia attaccato legalmente Repubblica è un'ammissione di debolezza. Ma per il giornale è paradossalmente anche un attestato di libertà e di indipendenza».
Reporters Sans Frontières è pronta a denunciare in ogni sede internazionale questo grave attacco alla libertà di stampa in Italia.
Ed intanto arriva una buona notizia. Il Vaticano ha annullata la cena che era in programma all'Aquila, a conclusione delle celebrazioni per la Perdonanza, tra Berlusconi e il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone. Forse anche il Vaticano comincia a capire che Berlusconi puzza (moralmente e politicamente).
Se la Chiesa lo scarica, Berlusconi ha i giorni contati.

Ecco le prime e le seconde dieci domande rivolte da Repubblica, alle quali Berlusconi non vuole rispondere.

Le dieci domande

1. Signor presidente, come e quando ha conosciuto il padre di Noemi Letizia?
2. Nel corso di questa amicizia, quante volte vi siete incontrati e dove?
3. Come descriverebbe le ragioni della sua amicizia con Benedetto Letizia?
4. Perché ha discusso delle candidature con Letizia che non è neanche iscritto al Pdl?
5. Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia?
6. Quante volte ha avuto modo di incontrare Noemi Letizia e dove?
7. Lei si occupa di Noemi e del suo futuro e sostiene economicamente la sua famiglia?
8. E' vero che lei ha promesso a Noemi di favorire la sua carriera nello spettacolo e in politica?
9. Veronica Lario ha detto che lei “frequenta minorenni”. Ce ne sono altre che incontra o “alleva”?
10. Sua moglie dice che lei “non sta bene” e che andrebbe aiutato. Quali sono le sue condizioni di salute?

Le nuove dieci domande
1. Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo di incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?
2. Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi?
3. Non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano”papi”?
4. Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le “squillo” secondo le indagini, condotte nelle sue residenze. Sapeva fossero prostitute?
5. E' capitato che “voli di stato”, senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?
6. Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può assicurare il Paese che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto?
7. Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?
8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio?
9. Lei ha parlato di un “progetto eversivo” che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?
10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?

Firma anche tu l'appello per la libertà di stampa. Io l'ho già fatto.
http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391107


21 agosto 2009

La leggenda del vecchio porco

Ogni riferimento a persone e fatti reali è totalmente casuale. Persone e fatti di cui si narra sono frutto della pura fantasia. Anche se spesso la realtà supera la fantasia.
Nella Repubblica presidenziale delle Banane, da più decenni, presidente eletto a vita è il vecchio papi Berlosco. Il consenso vitalizio gli fu accordato nelle ultime democratiche elezioni, frutto della legge elettorale, fortemente voluta dal premier, votata a larga maggioranza dalle Camere riunite e sottoposta a referendum popolare, nonostante l'opposizione non l'avesse chiesto.
Nel frattempo era stato eliminato l'inutile quorum referendario del cinquanta più uno; il referendum sarebbe stato valido anche se fosse andato a votare un solo elettore. Al referendum sulla legge elettorale, secondo il conteggio ufficiale, era andato a votare il diciassette per cento degli aventi diritto, approvando la legge con il sessantanove per cento. Ma il presidente Berlosco contestò lo scrutinio referendario e ne chiese il riconteggio; secondo i suoi sondaggi infatti a votare era andato il novanta per cento degli aventi diritto. Gli scrutatori stanno ancora contando le schede in seduta permanente; la seduta sarà sciolta quando finalmente risulterà che a votare è andato il novanta per cento degli aventi diritto.
Il presidente Berlosco ha ormai risolto quasi tutti i problemi nel suo interesse e nell'interesse del suo popolo. Rimane però da risolvere la questione romana. Lui ritiene che sia tutto frutto di un equivoco. Da anni sta chiedendo un incontro con papa Raz per chiarire e risolverla definitivamente. Ma il papa non gli accorda l'udienza.
Ma qual'è la differenza tra la posizione dello stato e la posizione della chiesa? Papi Berlosco ritiene che gli eletti dal popolo non sono soggetti alla legge morale, mentre papa Raz sostiene esattamente il contrario e cioè che la legge morale debba essere rispettata anche dagli eletti dal popolo. Avvocati e giuristi dell'una e dell'altra parte continuano a discutere per tentare di trovare una possibile soluzione.
Nel frattempo ognuno continua a farsi gli affari suoi. Libero stato in libera chiesa. Il governo della Repubblica delle Banane assicura agli enti ed alle scuole cattoliche più che sufficienti contributi, essendo state tra l'altro quest'ultime equiparate alle scuole statali. La chiesa apprezza e non prende posizioni ufficiali sulla questione romana.
Papi Berlosco continua a fare tranquillamente il porco, essendo stato eletto dal popolo. Ville e case del premier, pubbliche e private, sono diventate casini. Sono frequentate da ragazze, minorenni e maggiorenni, che allietano il capo degli eletti dal popolo e soddisfano tutte le sue voglie, corroborate e tenute sempre attive dagli ultimi ritrovati della scienza. Il Berlosco potrebbe avere queste prestazioni gratuitamente, ma essendo democratico ed avendo soldi senza limiti è anche molto riconoscente. Aiutato dai suoi consiglieri ha stabilito differenziati cachet per ogni tipo di prestazione.
Un rapporto orale viene pagato tremila euro. Un rapporto vaginale cinquemila. Un rapporto anale diecimila.
Ma la riconoscenza di papi Berlosco non ha limiti. E si è inventato un ricco catalogo di premi. Alcune ragazze, fra quelle che hanno superato la prima terna orale-vaginale-anale, in base alla qualità delle prestazioni e ad insindacabile giudizio del premier, vengono ammesse ai turni successivi, che prevedono oltre al cachet pecuniario premi aggiuntivi. Il compimento delle seconda terna prevede la nomina ad assessore comunale. La terza terna prevede la nomina ad assessore provinciale o regionale, secondo la bisogna. Dopo la quarta terna si diventa deputati. La quinta terna dà diritto ad essere elette deputate europee. Ma il clou lo si raggiunge dopo la sesta terna, si viene nominate ministri della Repubblica delle Banane.
Il passaggio da una terna all'altra però non è automatico. Il capo dei capi giudica e valuta a suo piacimento, non escludendo talvolta prove suppletive.
Tutto filava liscio e nessuno diceva niente, fino a quando la moglie del premier, signora Lara, non si ruppe i coglioni. Rilasciò un'intervista al più importante giornale della Repubblica delle Banane, rivelando che suo marito si faceva le minorenni, sostenendo che il marito fosse malato di sesso e che usava il potere a questo fine, invitando tutti i leccaculi che gli erano attorno a curarlo. E per intanto chiedeva pubblicamente il divorzio.
Apriti cielo. Il premier Berlosco subito dichiarò che era tutto falso, che era una congiura dei comunisti, che avevano plagiato sua moglie Lara.
Ma intanto venivano pubblicate, quasi tutte su giornali stranieri, intercettazioni telefoniche che confermavano tutto quanto aveva detto la moglie.
Tutti quelli della maggioranza, a priori, si schierano con il loro capo Berlosco, quelli dell'opposizione discettavano che il capo del governo non poteva essere attaccato per fatti privati, la chiesa misericordiosa taceva, solo qualche prete operaio sosteneva che tutti siamo uguali dinanzi a dio.
Sempre più televisioni e giornali stranieri smerdavano quotidianamente il presidente della Repubblica delle Banane. Persino il super presidente abbronzato prese le distanze.
Alcuni partigiani oppositori cominciarono segretamente a sostenere che il premier Berlosco dovesse dimettersi. Ma il premier in una trasmissione a reti unificate dichiarò che a dimettersi non ci pensava nemmeno. Lui era l'eletto dal popolo.
Alcuni giuristi rossi esaminarono accuratamente le tante leggi delle Repubblica, per vedere se fosse possibile una sorte di inpichment per defenestrare il Berlosco. Ma le leggi erano state tutte opportunamente bonificate. Non c'era niente da fare. Solo Lui poteva togliere il disturbo personalmente.
I partigiani, in loro incontri segreti, ricordavano quello che era avvenuto in un paese straniero ad un capo amato dal popolo. Fu fucilato ed appeso a testa in giù. Ma ora i tempi sono cambiati. La Repubblica delle Banane fa parte del G8. E' un paese altamente civilizzato. La liberazione dal Berlosco non è affatto facile.
Ma i partigiani continuano a tramare. Sognano che la libertà è vicina.

15 agosto 2009

Santa Maria delle Battaglie, di Raffaele Nigro

Sintetizzare il libro di Raffaele Nigro è difficile, quasi impossibile. Bisogna leggerlo.
Nigro ricorre all’artificio manzoniano di voler far credere di riprendere la storia da un poema in ottave di un cantastorie vissuto nel 16° secolo: Colantonio Occhiostracciato, che fu il cantore delle gesta di Braccio Cacciante e della sua famiglia. Anzi fa raccontare questa storia da una Madonna di legno di rovere, Maria delle Battaglie, scolpita nel 1527. Una Madonna che non sa fare miracoli.
Tutto il racconto è un tentativo di far risvegliare dal coma profondo Federica, una ragazza di diciott’anni, che è stata vittima di un terribile incidente d’auto.
Maria delle Battaglie racconta a Federica la tragica e fascinosa storia di suoi lontani antenati. Fanno da cornice al racconto il padre e la madre di Federica: Bruno Cacciante, che legge e scrive tutto il giorno, è un filosofo che insegna alla Sapienza ed ha sposato Magdalena, giornalista televisiva che crede ancora nella possibilità di cambiare gli uomini e il mondo.
Il romanzo è un inno alla parola che talvolta riesce a fare miracoli.
Si narra la saga della famiglia Cacciante.
Siamo agli inizi del 1500 nel Regno di Napoli, nella regione dauna (Capitanata, Foggia), ai tempi delle guerre tra francesi e spagnoli.
Don Ferdinando Cantarella ebbe l’idea pazza di far diventare medico sua figlia Maria Trafitta. A quei tempi non era concesso alle donne di essere iscritte all’università, né di seguire corsi presso qualunque medico; toccare e ragionare di corpi spettava solo ai maschi. Ma Don Ferdinando aveva una spropositata paura della peste di quegli anni e voleva un medico tutto per se. E per ottenere questa grazia si rivolse a suo cognato Laviero Plantamura, medico che viveva in casa sua.
Laviero accarezzava certe teorie le quali sostenevano che l’anima fossa materiale e di queste teorie ne discettava nell’Accademia dei “Troccoli”, sinonimo della pasta fresca. Le belle menti dell’Accademia portano il nome di amici viventi di Raffaele Nigro.
Maria Trafitta bella non era, ma brutta nemmeno; intelligente era anche troppo ma malauguratamente era femmina. Aveva una parlantina come una fiumara in piena; lei non pensava, parlava. Copriva il silenzio di sciocchezze.
Laviero era voglioso di ribellarsi alle regole pietrificate della società ed inculcò questa idea nella nipote Maria Trafitta.
Nell'accademia dei troccoli fu invitato a tenere una relazione Pietro Pomponazzi, il filosofo che aveva fatto tremare le fondamenta della Chiesa difendendo il diritto della scienza alla libertà. La scienza vuole solo tempo e cancellerà il bisogno di miracoli.
Tra Laviero e Maria Trafitta nacque una relazione carnale per odio verso la morale e per veleno verso il mondo.
I santi del cielo partecipano attivamente ai fatti che avvengono sulla terra. Anche Dio, l'Eterno Padre in persona, vi partecipa; ma ad un certo punto non gli riescono più i miracoli, forse per eccessiva stanchezza.
L’arcangelo San Gabriele tiene un brogliaccio sul quale scrive tutto ciò che accade sulla terra.
Dal rapporto incestuoso tra Maria Trafitta e suo zio materno Laviero Plantamura fu concepito Braccio Cacciante: Braccio perché al momento della nascita la prima cosa che mise fuori fu appunto un braccio, Cacciante perché figlio di un cacciatore, come volle far creder il vero padre naturale.
Il cantastorie recitava in versi che Braccio Cacciante
Cresceva a vino e a vino si condusse
fino all'età che giovinezza cade
e il gusto delle donne in lui produsse
i guai e i morbi di quella triste etade.
A diciassette anni commise un fatto per il quale fu costretto a darsi alla macchia. Aveva sverginato e continuato poi ad approfittare di Princia Sanseverino. I fratelli di lei, proprietari di una masseria, volevano farlo fuori. Braccio riuscì a fuggire, ma nell'inseguimento il piede di un cavallo fece volare una forca che andò ad infilzarsi nella pancia di uno dei fratelli che lo inseguivano. Un servo fu fatto fuori a pietrate da Braccio per legittima difesa. Ma questa versione non fu creduta. E da allora Braccio si convinse che Laviero e Maria Trafitta avevano ragione, gli uomini dovevano fare tutto con le proprie mani e non volle sentire più parlare di angeli arcangeli santi e madonne. E divenne brigante.
Salì verso la Maiella, dove si rifugiavano da sempre coloro che avevano a che fare con la giustizia.
«Questa vita non fa per chi non ha passato il fiume del bene e del male», ripeteva Braccio Cacciante a chi chiedeva di entrare nella sua banda.
Fu colpito dal morbo francese, per la sua assidua frequentazione di puttane.
La principessa Vittoria Maria Colonna, signora di Vasto e Pescara, non riuscendo ad ottenere aiuto dagli altri signori e principi d'Italia per difendere i suoi territori dai turchi e dai francesi, si rivolse a Braccio Cacciante, che così da bandito diventò capitano.
I successi furono tanti. Salvò prima dai turchi e poi dai francesi l'Umbria, le Marche e l'Abruzzo.
Anche l'arcivescovo di Perugia volle festeggiarlo ed utilizzarlo in difesa della Chiesa.
Anche il papa chiese il suo aiuto e lo invitò a partire per le Terre Sante, per liberare il sepolcro di Nostro Signore dagli infedeli. Non c'era impresa migliore con la quale chiudere il conto con la vita.
Braccio Cacciante fu ucciso a colpi di accetta e scimitarra da cento soldati dell'infedele Khair ed-Din ed il suo corpo fu inchiodato alle mura di Algeri in segno di monito e di trionfo.
Dopo la battaglia di Lepanto (1571) Braccio Cacciante fu fatto beato e riconosciuto come protettore delle donne perdute.
Il Braccio Cacciante di Raffaele Nigro è un brigante che non ha tutte le caratteristiche che vengono riconosciute ai briganti meridionali del periodo postunitario (1860/1870). Manca la radice sociale di appartenenza alle classi più deboli che si ribellano ai padroni sfruttatori. Braccio infatti proviene da una famiglia di ricchi benestanti. Braccio è un brigante politico che viene utilizzato da principi e papi del cinquecento ai fini della conservazione del potere.
Belisario Maria Cacciante nacque dai rapporti carnali tra Princia Sanseverino e Braccio Cacciante. Fu educato nella scuola di Vittoria Maria Colonna. Odiava il silenzio che lo faceva sentire perduto, amava i rumori che erano le voci della vita e del mondo.
Morto il padre, Belisario a soli quindici anni fu nominato capitano della compagnia banditesca.
Ma la più grande passione di Belisario erano i fuochi d'artificio. Divenne il più grande pirotecnico (fuochista) del mondo allora conosciuto. Diede meravigliosi ed eccezionali spettacoli a Napoli, Madrid, Roma, Bologna, Anversa.
Fu questa passione che gli salvò la vita. Khair ed-Din Barabarossa lo lasciò in vita in cambio di un meraviglioso spettacolo di fuochi d'artificio ad Algeri, durante il quale però Belisario, per salvare un aiutante, fu colpito dallo scoppio di un pedardo ed entrò in coma.
Fu risvegliato con la forza e la bellezza delle parole di Ardeniza, una levatrice.
Il vero miracolo al mondo è poter affidare alle parole la memoria delle cose che sono state, dice Raffaele Nigro chiudendo il suo romanzo, che è appunto un inno alla parola che crea e salva.
E Santa Maria delle Battaglie continua a raccontare storie a Federica, nell’attesa del miracolo che le sue parole la risveglino alla vita.
Rocco Biondi

Raffaele Nigro, Santa Maria delle Battaglie, Rizzoli, Milano 2009, pagg. 300, € 21,00

8 agosto 2009

Berlusconi isterico

Trascrivo e sottoscrivo totalmente l'articolo di fondo de "la Repubblica" di oggi 8 agosto 2009, a firma del suo direttore Ezio Mauro, intitolato "L'isteria del potere".

Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: "Quelli sono dei delinquenti".
Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.
Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.
Quest'uomo che danneggia ogni giorno di più l'immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.
Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che - come prova una sentenza - con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell'Italia berlusconiana.

Fonte: http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-19/isteria-potere/isteria-potere.html

24 luglio 2009

Centro Studi Mu.Vi.T. di Villa Castelli (Brindisi)

Nell’ambito del progetto della Regione Puglia “Principi Attivi”, a Villa Castelli, in provincia di Brindisi, sta andando in scena la “Rassegna estiva di teatro contemporaneo 2009”.
Si è iniziato il 19 luglio con la commedia “The problem - amorose confessioni” di A.R. Gurney Jr., interpretata da Saba Salvemini e Annika Strøhm del gruppo teatrale “Areté Ensemble” di Giovinazzo (BA). Il tema è la coppia ed i giochi erotici tra un marito ed una moglie al decimo anno di matrimonio. E’ un susseguirsi di confessioni sempre più intricate. Fino alla sorpresa finale.
Si proseguirà il 26 luglio con “Orlando - Furiosamente solo rotolando”, tratto da “Hruodlandus” di Enrico Messina e Alberto Nicolino. Messo in scena e interpretato da Enrico Messina dell’ “Armamaxa Teatro” di Foggia.Il 2 agosto sarà rappresentato “L’incendiario”, monologo liberamente ispirato a Fahrenheit 451, con Otto Marco Mercante del “Principio Attivo Teatro” di Lecce.Si conclude venerdì 7 agosto con lo spettacolo “Maria Avita - L’eterno conflitto fra la vita del territorio e il territorio della vita”, scritto da V.A.Valentino Ligorio e con musiche di Ciro Nacci, interpretato dagli attori del Centro Studi Mu.Vi.T. di Villa Castelli.L’orario d’inizio delle quattro pièce è alle ore 21,00, nello scenario naturale della gravina di Villa Castelli.
Ad organizzare la rassegna, intitolata “Teatræl_0”, è il “Centro Studi Mu.VI.T.”, con il patrocinio del Comune di Villa Castelli. Il termine “teatræl” [pronuncia = teatréele] è la traduzione in dialetto di “teatrale”, il numero “0 [zero]” indica l’anno di prova della rassegna.
Il Centro Studi Mu.Vi.T. (Musica Video Teatro) è vincitore del concorso regionale “Principi Attivi”, che si propone di promuovere la capacità progettuale, creativa e di intrapresa dei giovani pugliesi attraverso la concessione di contributi per la realizzazione/sperimentazione di idee innovative. Nella fattispecie il contributo è di euro 25.000,00 per ogni gruppo vincitore.
Il Centro Studi Mu.Vi.T. si è classificato, nella graduatoria dei 305 vincitori, nell’onorevole posizione di 166. Il progetto del Mu.Vi.T. è intitolato “Poiesis: creazione e produzione al confine con la Bassa Murgia e l'Alto Salento”. Fra gli obiettivi vi è la ricerca teorica ed empirica in ambito storico, sociologico, antropologico, filosofico, letterario del territorio fra bassa Murgia e alto Salento, con conseguenti approfondimenti su tradizioni, risorse ambientali, musiche, film, plot teatrali specifici.
Fanno parte del gruppo Mu.Vi.T: per la Musica Ciro Nacci, per il Video Fabio Miccoli, per il Teatro V. A. Valentino Ligorio e Teresa Di Bella, per PR/Organizzazione/Eventi/Ufficio Stampa Donatella Nisi. L’età media dei componenti è di anni 25.
Una osservazione che può essere fatta dopo il primo spettacolo della rassegna è che nelle prossime rappresentazioni dovranno essere curati maggiormente il posizionamento degli spettatori e l’acustica. Si dovrà vedere e sentire meglio, per non mortificare e vanificare l’impegno degli attori.

12 luglio 2009

Dirigente Maria Conserva: rimossa

Avevo deciso di non perdere più tempo a parlare di Maria Conserva. Ma l’essere venuto a conoscenza di una interrogazione parlamentare, fatta fare dalla Conserva alla Camera dei Deputati, nella quale viene fatto il mio nome e viene citato questo mio blog mi costringe a qualche chiarimento.
L’interrogazione fu presentata il 12 marzo 2009 da Pierfelice Zazzera, deputato di Italia dei Valori. Lo Zazzera, da stacanovista delle interrogazioni qual è, avrebbe potuto dedicare il suo tempo a miglior causa o almeno informarsi prima di firmare. Cofirmatario è stato il deputato Giuseppe Giulietti, anche lui di Italia dei Valori. Finora avevo apprezzato Giulietti per i suoi interventi a favore della libera informazione; ma ora, dopo il suo appoggio disinformato alla Conserva, è venuta meno la mia stima nei suoi confronti.
Maria Conserva che in un primo momento era stata sospesa per dieci giorni dall’incarico di direzione del Circolo Didattico “don Lorenzo Milani” di Villa Castelli (Brindisi), successivamente è stata definitivamente rimossa da quella scuola con provvedimento del 9 marzo 2009. Rimuovere un dirigente scolastico in corso d’anno è un evento ultrararo e per la Conserva è avvenuto. Nella risposta all’interrogazione, data il 14 maggio 2009, il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza affermava che «il direttore dell'ufficio scolastico regionale è giunto alla determinazione che nei confronti del dirigente scolastico si era creata una situazione d'incompatibilità ambientale con le varie componenti della comunità scolastica del circolo didattico «Don Milani» di Villa Castelli, di guisa che il superamento di tale situazione era possibile solamente con un mutamento d'incarico della stessa, già in corso d'anno in quanto non ulteriormente differibile».
Ed ecco un breve florilegio dell’anomalo comportamento della Conserva, desunto dalla succitata risposta del Pizza: conflittualità nei rapporti con tutte le componenti scolastiche, condotta antisindacale, atteggiamento dilatorio nella soluzione dei problemi, gravi patologie nella presidenza del collegio dei docenti, abitudine di farsi assistere dal proprio avvocato in occasione di attività inerenti le proprie funzioni, presenza di relazioni parentali nell’affidamento di incarichi all’interno della scuola, permanente conflittualità nei confronti delle rappresentanze sindacali, rapporto conflittuale con l’ufficio scolastico regionale, eccessiva direttività nei confronti del personale amministrativo, gravi tensioni non solo con le famiglie degli alunni ma anche con la comunità cittadina ed il Comune. Tutto questo Zazzera e Giulietti avrebbero dovuto saperlo, prima di firmare l’interrogazione.
Nell’interrogazione si afferma che [alla Conserva] risulta che siano stati compiuti atti intimidatori verso gli ispettori tecnici nominati per accertamenti presso la scuola, che avrebbero anche ricevuto «sottili minacce personali e materiali». Nella risposta del sottosegretario si precisa che non si ha alcuna notizia di atti intimidatori o «sottili minacce personali e materiali» a carico degli ispettori, che non ne hanno fatto la benché minima menzione, né verbalmente, né per iscritto nelle relazioni finali.
Un altro punto della risposta del sottosegretario mi interessa qui evidenziare. E’ la citazione di un passo delle valutazioni conclusive dell’ispettore ministeriale, dove si afferma: «Contrariamente da quanto ritenuto dal dirigente scolastico, che afferma che da quando il precedente direttore dei servizi generali ed amministrativi [che ero io] è stato trasferito d'ufficio la situazione scolastica è in via di miglioramento, esistono invece numerosi indizi di segno contrario». In pratica con il mio allontanamento dalla scuola di Villa Castelli si è dimostrato che responsabile del non funzionamento della scuola non ero io ma la preside Maria Conserva.
C’è da fare qualche puntualizzazione anche a proposito del mio trasferimento d’ufficio. Contro tale trasferimento, predisposto dal Provveditorato agli Studi, sia io che il mio sindacato, la CGIL scuola, promuovemmo ricorso innanzi al Tribunale di Brindisi. Prima della sentenza, che quasi certamente sarebbe stata a me favorevole, il Provveditore agli Studi invitò me ed il mio sindacato a ritirare il ricorso, proponendo una mediazione. Con essa, in cambio del ritiro del ricorso, mi veniva garantito che non appena fosse mutata la situazione presso la scuola di Villa Castelli, io sarei potuto rientrare. Per mutamento di situazione in pratica si intendeva il trasferimento della preside Conserva, che tutti davano ormai per imminente. Io ed il sindacato accettammo la proposta e ritirammo i ricorsi. Ottenuta la mia vittoria con il trasferimento della Conserva, ho preferito rimanere nella mia nuova sede di servizio, un prestigioso liceo classico. Anche perché dal 1° settembre prossimo andrò in pensione.
Anche alla faccia della Conserva, che la faccia ce l’ha veramente tosta. Durante l’ultima campagna elettorale infatti ha messo in atto la provocazione di farsi candidare per la Provincia di Brindisi proprio nel collegio di Villa Castelli nella lista dell’Italia dei Valori. Ovviamente non è stata eletta. Di Pietro, che si crede il sommo moralizzatore della politica, dovrebbe prestare più attenzione nella valutazione dei candidati che aggrega nelle sue liste.

3 maggio 2009

Intervista a "La Quarta Stanza"

Ho rilasciata una intervista al Foglio indipendente "La Quarta Stanza", numero 6, prodotto e stampato dal Laboratorio Collettivo di Villa Castelli. Ne ripropongo qui la parte finale, di interesse generale.

Cosa è per te la cultura?
La cultura è ciò che ci fa crescere individualmente e collettivamente. Queste due crescite sono strettamente collegate fra loro. Serve a poco un bagaglio culturale individuale, anche grande, se non è condiviso e messo a disposizione degli altri. Così come un gruppo ed una collettività non possono crescere se non crescono prima i singoli individui che ne fanno parte. La cultura ci fa conoscere ed apprezzare tutto ciò che di buono ci circonda. La cultura ci fa conoscere ed evitare i pericoli. La cultura ci fa capire ed accettare ciò che è altro e diverso da noi: gli immigrati, chi ha bisogno, quelli che hanno un colore della pelle diversa dalla nostra, quelli di altre religioni. La cultura richiede sacrificio, impegno, metodo. Ma ogni conquista, anche piccola, ci lascia tanta soddisfazione.

Cosa pensi dell'attuale situazione politica italiana?
Viviamo tempi bui per la politica italiana. Il conflitto di interesse non è una invenzione dei "comunisti" italiani. In nessun altro paese civile è consentito a chi è padrone della quasi totalità delle televisioni private di guidare il governo nazionale. In Italia le coscienze sono obnubilate. Si corre il rischio di soggiacere ad un pensiero unico, che subdolamente viene inculcato con i mezzi di comunicazione. Sono fuorvianti i quotidiani attacchi al potere giudiziario, è immorale utilizzare le leggi per salvaguardare propri interessi di parte ed evitare un legittimo giudizio, è aberrante delegittimare i propri avversari ricorrendo anche alla menzogna. Chi ancora è consapevole dei gravi rischi che corre la democrazia in Italia, chi ancora è consapevole della deriva delle coscienze di tanti italiani, deve impegnarsi con tutte le sue forze per far sì che si esca quanto prima fuori dal tunnel.

Cosa pensi della crisi economica?
Sono convinto che la crisi economica che stiamo vivendo in questi periodi è frutto della globalizzazione e del capitalismo esasperato. Ci stanno facendo vivere una economia senza morale. Non contano i bisogni reali ma i profitti. Si ritiene lecito qualsiasi mezzo pur di accumulare ricchezze. Le ricchezze continuano ad accumularsi sempre di più in mano di pochi. Ma questo processo non può continuare all'infinito. Si è spinti a fare debiti oltre il possibile. I debitori non riescono più a pagare i loro debiti. E' la crisi mondiale attuale. Bisogna cambiare strada. Il mondo ha bisogno di una economia più solidale.

18 aprile 2009

Gli anni del sole stanco, di Fulvio Capezzuoli

Quello che Capezzuoli fa dire, alla fine del suo romanzo, dall'anarchico Giuseppe alla nipote di Michelina De Cesare, noi possiamo dirlo ai lettori del suo libro. Quello che leggiamo è la storia di chi voleva rimediare ad un'ingiustizia terribile che patirono le genti del meridione d'Italia. Da quell'ingiustizia sono nati molti dei mali che tutt'ora affliggono le terre meridionali. Chi ha ucciso e incarcerato coloro che hanno combattuto quella lotta, ha anche cercato di cancellarne la memoria. Obiettivo del libro è quello di contribuire a raccontare la verità su quello che accadde nel decennio che va dall'unità d'Italia (1861) alla sconfitta del brigantaggio politico e sociale (1870).
I libri di storia ufficiali hanno nascosto quello che veramente avvenne in quegli anni, hanno cancellato il tributo di sangue e di dolore pagato dai meridionali contro gli invasori. I morti di quella guerra furono circa centomila.
Il libro di Capezzuoli si inserisce nei sempre più numerosi studi che tentano di far venire alla luce quello che veramente avvenne in quei tragici anni. Anche se è un romanzo, che per definizione è opera di fantasia, tenta di ricreare un quadro attendibile e verosimile nel quale si svolsero gli avvenimenti in quegli anni. Incontriamo personaggi veramente vissuti. La vita del brigante lucano Carmine Crocco è narrata così come realmente avvenne. Della brigantessa Michelina De Cesare invece, realmente vissuta, viene inventata tutta la storia della sua famiglia e gran parte dei fatti narrati della sua vita e della sua morte.
La struttura del romanzo è scandita da date che titolano i vari capitoli. All'inizio del libro è posta la data dell'epilogo, il 30 agosto 1868, giorno nel quale Michelina De Cesare fu uccisa in un'imboscata dai soldati piemontesi. Il giorno successivo il suo corpo fu esposto nudo nella piazza del paese, insieme ad altri briganti uccisi. Quel corpo nudo e sfigurato venne anche fotografato.
La copertina del libro riproduce una bella brigantessa in costume, stampa all'albumina colorata a mano, che correntemente ed impropriamente viene identificata proprio con Michelina De Cesare. Si tratta invece di una modella, messa in posa dal fotografo nel suo atelier.
La storia narrata nel romanzo comincia nel 1860 con il patto stipulato tra il primo ministro piemontese Camillo Benso di Cavour con degli industriali, per reperire fondi che avrebbero finanziato l'impresa della conquista a tradimento del sud, utilizzando la figura di Garibaldi.
La storia continua con la descrizione della famiglia di Michelina, con la battaglia del Volturno, con le vittorie e le sconfitte delle bande di briganti capitanate da Carmine Crocco, Ninco-Nanco, Agostino Sacchitiello, Francesco Guerra. Si parla poi del ruolo che ebbe la Chiesa di Roma in quelle lotte del sud. Viene descritta la dura ed inumana repressione dei briganti-partigiani del sud ad opera del piemontese generale Cialdini. E' invenzione romanzesca la vendetta consumata dai fratelli di Michelina De Cesare contro il suo traditore. Viene presentata la vicenda personale di Carmine Crocco, che vide coinvolti lo Stato Pontificio e i francesi, fino alla sua morte avvenuta in carcere il 18 giugno 1905, all'età di 75 anni.
Questo romanzo di Capezzuoli ha vinto la 2^ edizione del Premio letterario “Città di Castello”, con la seguente motivazione: «Il primo premio va ad un romanzo che analizza con lucidità il periodo storico successivo all'Unità d'Italia, nel meridione del paese. Attraverso le figure di due “briganti”, Michelina De Cesare e Carmine Crocco, l'autore, con grande forza narrativa, illustra la sollevazione contadina e la sua repressione da parte dello Stato, scoprendo i motivi per i quali questo momento della nostra storia nazionale, è stato completamente cancellato».
Rocco Biondi

Fulvio Capezzuoli, Gli anni del sole stanco, Edimond, Città di Castello (PG) 2008, pagg. 190, € 22,00

15 aprile 2009

Laureati di Villa Castelli

Una significativa manifestazione si è tenuta martedì 14 aprile 2009 a Villa Castelli, in provincia di Brindisi. Nell'aula consiliare del palazzo comunale, invitati dall'assessorato alla Pubblica Istruzione, si sono incontrati i neolaureati di Villa Castelli.
Gli uffici comunali non elaborano una specifica anagrafe dei laureati. Si è dovuto quindi ricorrere ad una estemporanea ricerca da parte dell'ufficio culturale, utilizzando anche il passaparola. Sarebbe cosa molto utile istituire un albo permanente.
I laureati presenti erano una sessantina; non poca cosa per un comune di novemila abitanti.
L'assessore alla pubblica istruzione ed il sindaco hanno sottolineato l'importante ruolo che i laureati oggettivamente svolgono per la crescita sociale, culturale ed economica della comunità locale. Anche se la maggioranza di loro saranno ovviamente chiamati a svolgere altrove la loro attività professionale.
Una trentina avevano conseguita la laurea negli anni 2008 e 2009, altri trenta nei tre anni precedenti. Le lauree si distribuiscono in varie facoltà: nove in Scienze della Formazione ed Educazione, nove in Scienze Sociali e Psicologiche, nove in Giurisprudenza e Scienze politiche, sette in Ingegneria (di cui due in Ingegneria Aerospaziale), sei in Medicina e Salute, cinque in Agricoltura ed Ambiente, cinque in Lettere e Filosofia, tre in Musica e Spettacolo, una in Chimica, una in Beni culturali, una in Scienze diplomatiche.
Varie sono anche le città dove queste lauree sono state conseguite: Bari, Taranto, Lecce, Roma, Milano, Pisa, Perugia, Ferrara, Bologna.
La serata è stata anche caratterizzata da alcuni interventi culturali. Un neolaureato ha recitato un provocatorio monologo tratto dal “Tropico del Cancro” di Henry Miller. Si è esibito un locale gruppo di musica popolare. Vi è stato un intermezzo musicale di artisti del luogo.
A tutti i neolaureati è stato consegnato un diploma di merito che documentava la laurea conseguita. A tutti loro sono stati anche offerti un volume con lo studio sui nomi delle strade di Villa Castelli, una “guida turistica” ed un Dvd sul territorio dello stesso Comune. Tutte e tre queste opere sono state realizzate con finanziamenti della Comunità europea.

11 aprile 2009

Il terremoto, gli sciacalli, le responsabilità

Ognuno di noi reagisce agli avvenimenti esterni in base alle sue esperienze personali, alla sua formazione socio-culturale, alla sua appartenenza politica (purtroppo, rinunciando spesso alla propria coscienza; spero non sia il mio caso). Anche il terremoto abruzzese ha scatenato reazioni variegate e contrapposte. Sintetizzo qui le mie.
Dopo aver subito proclamata la mia scontata solidarietà a tutti quelli che sono stati duramente colpiti dal terremoto, è montata una profonda rabbia contro tutti quelli che hanno costruito le case senza pensare alla salvaguardia della vita di chi quelle case avrebbe abitato, contro chi avrebbe dovuto prevenire e non l'ha fatto, contro chi avrebbe dovuto controllare e non l'ha fatto. Costruttori affaristi senza scrupoli, tecnici forse venduti (ma certamente incoscienti) che hanno rilasciate autorizzazioni che non dovevano, politici che non hanno fatte le opportune leggi di salvaguardia o ne hanno rinviato l'applicazione, amministratori che non hanno rispettato e non hanno fatto rispettare le leggi esistenti. Tutti da inchiodare alle loro responsabilità e da chiamare a rispondere per le loro inadempienze.
Rabbia contro tutti quelli che, dopo le ripetute scosse di avvertimento, anziché dare il dovuto allarme hanno minimizzato e lanciato proclami di pericolo inesistente. Responsabili anche loro delle tantissime tragiche morti.
Rabbia contro chi ha sbeffeggiato ed insultato chi sosteneva che vi erano segnali premonitori di un forte terremoto. Sarebbe stato preferibile un “falso” allarme, con conseguente “esagerata allarmistica” evacuazione, anziché trecento morti rimasti sotto le macerie.
Dopo il tragico evento, poi, mi ha infastidito il sicumerico vanto per l'ultrarapido intervento nei soccorsi. Gli ottimistici proclami stridevano con la triste realtà delle condizioni degli sfollati. Si è fatto molto e bene ma non tutto quello che era necessario.
Il presidente del Consiglio ha annunciato il pugno di ferro contro gli sciacalli-delinquenti. Ma chi ci salverà dagli sciacalli-politici? In questa tragica situazione era inopportuna la quotidiana esibizione mediatica del Cavaliere. Anche questa volta non è stato capace di rinunciare alla politica dell'apparire e dell'apparenza. Nei primi tre giorni di tragedia dieci suoi ministri si sono esibiti di fronte alle telecamere a L'Aquila. La presidente di quella Provincia ha commentato: «Non vorrei che si utilizzasse questa vicenda come una vetrina per le Europee». E' mancato solo un consiglio dei Ministri sotto una tenda. Ma non si sa mai ancora. Di fronte a tanti morti bisognava essere più discreti.
Tutti hanno apprezzato il sermone tenuto dal presidente della Repubblica a L'Aquila. In me ha suscitato qualche perplessità la sua affermazione: «Nessuno è senza colpe». Avrebbe dovuto chiarire meglio il senso di quelle parole. Non vorrei che significassero che, essendo un po' di tutti, in fondo la colpa è di nessuno. Non sono certamente colpevoli gli studenti che sono morti sepolti sotto le macerie dei tre piani della Casa dello studente.
Perché, nonostante le quattrocento scosse che si sono susseguite dal mese di gennaio, nessuno ha mandato un tecnico, un geometra a fare una perizia nelle cinquanta camere che nella notte del terremoto in pochi secondi sono cadute giù. La Casa dello studente ed altre costruzioni che sono crollate o rese inagibili dal terremoto fanno parte delle lottizzazioni che a cominciare dai primi anni sessanta hanno fatto la fortuna di molti palazzinari.
Perché viene fatta slittare di anno in anno l'entrata in vigore delle nuove norme per le costruzioni in zone sismiche? E' ora di dire basta alle “furbate” dei decreti mille proroghe che hanno consentito di costruire l'edilizia civile contro le più elementari norme di sicurezza.
Non sono colpevoli i privati che sono stati traditi fino alla morte nella fiducia riposta nei “tecnici”. Perché si è consentito di impastare il cemento con la sabbia di mare?
Io sono sempre stato contrario al metodo del ribasso d'asta nelle gare d'appalto pubbliche, e non solo nell'edilizia. Per abbassare i prezzi sono state trascurate la qualità e la sicurezza.
Per finalmente capire quanti altri disastri dobbiamo piangere? Io spero che quello delle ore 3.32 di lunedì 6 aprile 2009 sia l'ultimo.
Come pure mi auguro che i tempi della ricostruzione dei paesi abruzzesi colpiti dal terremoto non diventino biblici come quelli di tutti i terremoti precedenti. Nessuna ricostruzione dei terremoti dell'ultimo secolo è ancora terminata. Spero anche che i costi della ricostruzione non si moltiplichino nel tempo all'ennesima potenza. Leggo su un giornale che l'ospedale San Salvatore dell'Aquila, reso inagibile dal terremoto dei giorni scorsi, era stato iniziato nel 1972 con una previsione di spesa di 11 miliardi, ma che la spesa finale fino al 2000, anno dell'inaugurazione, era lievitata a 200 miliardi.
Spero che il dolore immenso di questi giorni non venga dimenticato. Anche i miei occhi sono stati spesso inumiditi da lacrime.

28 marzo 2009

Il Papa scivola sul preservativo

Chi non scopa vorrebbe che nessun altro scopasse. E' il caso del Papa, dei preti e delle monache, che hanno scelto (forse) di non fare sesso. Loro quindi non hanno titolo ed esperienza per parlare a chi il sesso lo vuole fare. Non capiscono o non vogliono capire quanto sia salutare, rilassante e rigenerante un bel rapporto sessuale.
La Chiesa è sessuofoba. Ma il “niente sesso siamo cattolici” è solo di facciata. Nella pratica solo una minimissima parte di quelli che si dicono cattolici segue gli insegnamenti della Chiesa in questo campo. Al paradiso di dopo nell'altro mondo preferiscono un bel paradisiaco coito in questo mondo.
E poi è biasimevole la solita scorretta presunzione dei cattolici di voler imporre le loro teorie ed i loro credo anche a chi non appartiene alla loro parrocchia. Questa imposizione diviene poi grave e tragica quando ne va di mezzo la salute fisica e mentale degli altri.
E' il caso dell'affermazione di Papa Ratzinger quando ha detto ai giornalisti che l'Aids non può essere combattuta con la distribuzione dei preservativi, che secondo lui possono peggiorare la situazione. Per gli scienziati invece il preservativo è l'unico e il più efficace fra gli strumenti disponibili per ridurre la trasmissione per via sessuale dell'Hiv. E fra fede e scienza io scelgo la scienza.
Una fra le più prestigiose riviste scientifiche del mondo, l'inglese “Lancet”, ha chiesto a Papa Ratzinger di rettificare quanto sostenuto sull'inutilità del preservativo, perché «ha pubblicamente distorto le prove scientifiche per promuovere la dottrina cattolica sul tema». “Lancet” quindi sostiene che quando un personaggio influente fa una falsa affermazione scientifica che potrebbe avere conseguenze devastanti per la salute di milioni persone, questi dovrebbe ritrattare o correggere la linea.
La Chiesa distribuisca viveri e coperte, ma lasci anche distribuire preservativi per salvare milioni di vite umane. E chieda di praticare l'astinenza sessuale ai suoi fedeli, se ne sono capaci.

24 marzo 2009

I Congiurati di Frisio, di Silvio Vitale

Nel Sud contrari all'Unità d'Italia ed all'invasione piemontese non furono solo i cafoni, ma anche parecchi galantuomini. Questa era la tesi che si volle dimostrare nel processo tenutosi a Napoli contro i cosiddetti “congiurati di Friso”.
L'avventura comincia il 23 luglio 1861, alle dieci di sera, quando una pattuglia di carabinieri circonda la casina di Frisio sulla costa di Posillipo. Viene arrestato il prete Bonaventura Cenatiempo, insieme ad altri cinque, sospettati di aver ordito una congiura borbonica. Altri sono riusciti a fuggire in barca. Vengono sequestrati due revolver (ben poca cosa per una ipotetica congiura). Gli arrestati vengono prima portati in questura per essere interrogati e poi in carcere. Nell'agosto del 1861 ha inizio l'istruttoria da parte della magistratura. Viene messo insieme un incartamento di dieci volumi contenenti tutti i rapporti, gli interrogatori e i documenti del processo. Vengono ingaggiati per la difesa degli imputati i migliori avvocati di Napoli. Il 18 luglio 1862 con il processo Cenatiempo viene inaugurata la nuova Corte d'assise. Nell'udienza del 30 luglio 1862 viene eseguita al gruppo degli imputati una fotografia, come si faceva per i briganti. Il dibattimento dura quattordici giorni. La sentenza di condanna viene emessa il 7 agosto 1862.
Tommaso Pedio, nella prefazione al libro, afferma che mentre nel processo Cenatiempo non si hanno prove sulla presenza di un vasto movimento borbonico, ma solo indizi, in altri processi dell'epoca questa prova è certa. Che attivi Comitati borbonici fossero presenti a Napoli e nelle altre province dell'ex Regno delle Due Sicilie è ampiamente provato. E di questi Comitati facevano parte uomini della ricca e media borghesia. Anche se nei processi i galantuomini vengono tutti assolti. Il nuovo potere centrale piemontese voleva dimostrare che nelle province napoletane il movimento borbonico era inesistente. Bisognava dimostrare che Francesco II continuava a mantenere contatti soltanto con delinquenti comuni, ladri ed assassini, i cosiddetti “briganti”. La Magistratura, con le sue sentenze, avvalorava questa tesi ignorando le vere cause che avevano dato origine al brigantaggio postunitario.
Col processo Cenatiempo invece si volle dare un avvertimento ai galantuomini che osteggiavano il nuovo regime. Con la sentenza infatti vennero condannati a dieci anni di lavori forzati un prete, due ufficiali del disciolto esercito borbonico, un gendarme borbonico, un vecchio capo della guardia urbana; a cinque anni di lavori forzati viene condannato un ragazzo quindicenne; vengono assolti due soldati svizzeri ed una fattucchiera. Viene dichiarato esente da pena un delatore.
Al processo, che suscitò grande interesse nell'opinione pubblica, assistettero numerosi giornalisti della stampa italiana ed estera e tra questi Alessandro Dumas e Marc Monnier.
Originariamente, nel processo di Frisio, erano stati accusati di cospirazione in sessanta. Di questi in trentasette furono mantenuti inizialmente in arresto e poi prosciolti. Solo dieci comparvero innanzi alla corte di Assise. Gli altri erano latitanti. E come abbiamo già visto, solo sei vennero condannati.
Ma chi erano i condannati?
Bonaventura Cenatiempo. Vicario generale della diocesi di Avellino e avvocato ecclesiastico. Gesuita, dopo lo scioglimento dell'ordine decretato da Garibaldi, viene nominato dal cardinale di Napoli Sisto Riario Sforza rettore della chiesa del Gesù Nuovo, dove è protagonista di una lunga contesa col frate garibaldino Giovanni Pantaleo da Caltagirone. Perde e viene rimosso dall'incarico. Da allora Cenatiempo frequenta ed anima la resistenza borbonica. Nell'ottobre del 1862 Cenatiempo riesce a fuggire dal carcere di S. Maria Apparente. Raggiunge Roma e viene ricevuto in Vaticano da Pio IX. Passa gli ultimi anni della sua vita in grande povertà, trovando l'ultimo rifugio nell'ospizio di S. Girolamo Emiliani.
Teodulo Emilio de Christen. Conte imparentato con le migliori famiglie dell'epoca. Nato nel 1833, dal 1853 è nell'esercito francese, che lascia nel 1860 col grado di colonnello. Va prima a Roma e poi a Gaeta per porsi al servizio di Francesco II. Combatte negli Abruzzi a fianco dei briganti. Combatte anche insieme al brigante Chiavone di Sora. Dopo la liberazione dal carcere s'imbarca per Marsiglia, ma poi ritorna a Roma dove lo troviamo nel 1870 nello stato maggiore delle truppe pontificie per combattere l'invasione piemontese. Ma Pio IX rinuncia all'inutile scontro con le truppe piemontesi, che entrano in Roma. De Christen viene espulso e due mesi dopo muore.
Achille Caracciolo di Girifalco. Nato a Napoli nel 1829, si arruola come volontario nell'esercito napoletano raggiungendo il grado di alfiere. Segue Francesco II a Capua e Gaeta. Partecipa alla spedizione del de Christen negli Abruzzi. Per qualche settimana è anche al fianco di José Borjes, che partendo dalla Calabria dovrebbe tentare la velleitaria impresa di riconquistare il Regno borbonico. Liberato, come gli altri condannati di Frisio, il 25 novembre 1863 per indulto, emigra in Francia, dove sposa un'americana. Muore nel 1870.
Degli altri condannati Girolamo Tortora, Domenico de Luca e Franceso de Angelis si hanno scarse notizie.
Una menzione a parte merita anche il delatore Ettore Noli, strumento nelle mani dei vincitori piemontesi, per creare un falso processo. Da uomini come lui nacque l'unità d'Italia.
Al processo di Frisio, che all'epoca impressionò molto l'opinione pubblica, si volle dare un carattere di esemplarità. Tutto il Sud – scrive Silvio Vitale – è infatti coperto di insurrezioni legittimiste e occorre scoraggiare e deprimere gli avversari del nuovo regime. In definitiva, la sentenza va vista essenzialmente come uno tra i tanti episodi della repressione politica in atto nel Napoletano negli anni immediatamente successivi al 1860.
Rocco Biondi

Silvio Vitale, I Congiurati di Frisio, Un tentativo di insurrezione borbonica a Napoli durante l'occupazione piemontese, prefazione di Tommaso Pedio, il Cerchio Iniziative Culturali, Rimini 1995, pp. 208

17 marzo 2009

Centrale idroelettrica a Villa Castelli

E' stata inaugurata lunedì 16 marzo 2009 a Villa Castelli (Brindisi) la prima centrale idroelettrica della Puglia. Ente proprietario della struttura è l'Acquedotto Pugliese.
La centrale è in grado di produrre 450 MWatt/h, sufficiente a fornire energia elettrica ad un Comune di circa 3.500 abitanti. Piccola cosa potrebbe sembrare, ma l'Acquedotto Pugliese è impegnato all'attuazione di un piano che prevede la realizzazione a regime di 10 centrali idroelettriche che sfruttano i salti d’acqua trasportata nelle condotte, l’installazione di impianti eolici e fotovoltaici su siti aziendali e la riconversione entro il 2010 di almeno il 30% degli acquisti verdi che sta facendo in forniture eco-compatibili.
Al termine di queste attività programmate, l'Acquedotto Pugliese sarà in grado di produrre circa 33.000 MWatt/h, una quantità sufficiente a servire un Comune di 30.000 abitanti.
Sul suo sito internet così scrive l'Acquedotto Pugliese: «Tra i vantaggi ambientali derivanti dall'adozione del Piano, vi sono: la riduzione dei consumi di materie prime, l'aumento dell'efficienza energetica, la riduzione delle emissioni in acqua ed aria, la riduzione della produzione e della pericolosità dei rifiuti. Il Piano è quindi uno strumento strategico trasversale in grado di agire su più problemi ambientali contemporaneamente».
La centrale idroelettrica di Villa Castelli sfrutta il dislivello di circa 120 metri esistente tra la camera di carico di Montefellone e la camera smorzatrice di Contrada Battaglia. Per produrre energia elettrica viene sfruttata l'energia cinetica naturale provocata dal salto dell'acqua, tramite l’installazione a valle di una turbina. La ruota della turbina è a fusione unica in acciaio inossidabile. Direttamente accoppiato alla turbina vi è un alternatore asincrono del tipo trifase, lubrificato a grasso.
La centrale idroelettrica di Villa Castelli è all’avanguardia sotto l’aspetto tecnico e gestionale. Completamente automatizzata, è altresì dotata di un sistema di telecontrollo e di telecomando a distanza.
Questa centrale non è nuova, già esisteva nel 1929. Ha prodotto energia elettrica fino al 1971. Oggi, a distanza di quasi 40 anni, grazie all’impiego di nuove tecnologie ed all’impegno dell’Acquedotto Pugliese, è nuovamente in esercizio.
Nel giorno della nuova inaugurazione è stata festa grande. Erano presenti le massime autorità dell'Acquedotto Pugliese, a cominciare dall'amministratore unico Ivo Monteforte. Per la Regione Puglia era presente la consigliera per le questioni internazionali e tecnologiche Danielle Gattegno Mazzonis, al posto del presidente Nichi Vendola (colpevolmente assente) che pure aveva assicurato la sua presenza. Era presente il sindaco di Villa Castelli Francesco Nigro, con la fascia tricolore. Erano presenti alunni delle scuole di Villa Castelli. Erano presenti tantissime televisioni e giornalisti della carta stampata, nazionali e locali. Fra le tantissime dichiarazioni rilasciate mi piace riportare quella della Mazzonis: «La centrale di Villa Castelli è ad emissioni zero ed è, tra l'altro, immersa in un ambiente naturale bellissimo e ricco di uliveti. Rappresenta la prova di come sia possibile produrre energia elettrica senza alcun impatto per il territorio. Siamo convinti che l'Italia non ha bisogno del nucleare».
Alla fine della cerimonia di inaugurazione ricchissimo buffet per tutti, all'aperto.
Sulla storia della centrale idroelettrica di Villa Castelli, nell'anno accademico 2005/2006 presso l'Università di Lecce, Giancarlo Ciracì aveva discusso una corposa e dettagliata tesi di laurea in archeologia industriale dal titolo “L'Acquedotto del Sele e la centrale idroelettrica Battaglia”.
E' ovvio, per me che risiedo a Villa Castelli, che alla cerimonia di inaugurazione della centrale idroelettrica ho partecipato anch'io.