10 dicembre 2012

Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!, di Antonio G. D'Errico

Il libro è la trascrizione di una lunga intervista al cantautore Mimmo Cavallo. Brevi domande, lunghe risposte. Merito dell'autore D'Errico è stato quello di pungolare opportunamente Cavallo per farne uscire fuori la grande ricchezza dell'uomo e dell'artista.
Si inizia dall'adolescenza quando, non essendoci ancora la tv, nelle fredde sere invernali, le famiglie contadine del Sud si riunivano intorno al fuoco e i grandi raccontavano storie meravigliose tramandate oralmente da generazioni. Le scintille che scoppiettavano erano le anime dei morti che si palesavano. Nelle menti dei bambini realtà, mito e fantasia si sovrapponevano.
Il primo rapporto del piccolo Mimmo con la musica era intriso di magia, di riti e credenze popolari. Ha visto ballare vecchie con una coperta in testa, seguite da suonatori sciamannati della taranta. In me - dice Cavallo - futuro e passato sono sempre stati insieme. Il primo strumento musicale che entrò in famiglia fu una chitarra, acquistata da suo fratello. Mimmo emigrò a Torino dove suo padre aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat. Suo fratello mise su un gruppo musicale, nel quale successivamente entrò anche lui.
In quel tempo, oltre a scrivere canzoni e a svolgere lavori saltuari, leggeva molta letteratura di impegno. Pasolini fu un suo riferimento, ma anche Marcuse, Sartre, Moravia, Pavese.
Dalla prima moglie da giovanissimo (ventun anni) ebbe una figlia. Con un'altra donna ha poi avuto altri due figli. Queste donne e questi figli hanno avuto ed hanno una grande importanza nella sua vita umana ed artistica.
Mimmo Cavallo ha finora pubblicato sei album musicali: Siamo meridionali con la CGD nel 1980, Uh, mammà! ancora con la CGD nel 1981, Stancami, stancami musica con la Fonit Cetra nel 1982, Non voglio essere uno spirito con la DDD nel 1989, L'incantautore sempre con la DDD nel 1992, Quando saremo fratelli uniti con la Edel nel 2011; nel 2006 la Warner aveva pubblicato una raccolta con Le più belle canzoni di Mimmo Cavallo.
Cavallo è uno spirito libero, che non accetta nessun tipo di imposizione. Rifiuta di partecipare al Festival di Sanremo e a Quelli della notte di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo aveva messo al primo posto. Rifiuti che nei fatti lo terranno ai margini del mercato della discografia nazionale. Resta lontano dai riflettori, anche se i concerti dal vivo non mancano, dal Nord al Sud d'Italia.
Cavallo si rimprovera di non essere un buon imprenditore di se stesso. Dice: «Uno può avere grandi doti - vocali, di immagine, contenuti - ma se reagisce male agli eventi può essere davvero problematico resistere dentro un mondo così pieno di gente pronta a lasciarti passare in secondo piano».
Eppure i suoi primi album Siamo Meridionali e Uh, mammà avevano avuto grande successo. Ma verso la metà degli anni ottanta il 'meridionalismo d'autore' perde interesse.
Scrive pezzi per Fiorella Mannoia (Caffè nero bollente), Mia Martini (Buio), Zucchero (Vedo nero), Gianni Morandi (E mi manchi), Al Bano (Gloria Gloria), Ornella Vanoni (Il telefono), Loredana Berté (Io ballo sola).
Dopo lunghi anni di silenzio come cantante, incontra Pino Aprile. Ne nasce un ricco e fruttuoso sodalizio, che porterà prima alla trasposizione teatrale del best seller Terroni e poi alla pubblicazione dell'album Quando saremo fratelli uniti. La filosofia che sta alla base di quest'ultimo album viene così esplicitata da Mimmo Cavallo nell'intervista: «L'Unità d'Italia, in realtà, è una vera e propria occupazione, in cui il Sud diventa colonia del Nord. La ricchezza del Nord sarà frutto di razzie compiute ai danni della colonia del Sud. Le strade ferrate, le ferrovie, i commerci, le banche, e tutto quello che verrà fatto al Nord sarà fatto coi soldi del Sud...». Fra i pezzi, tutti molto belli, io prediligo Siamo briganti.
Mi piace chiudere questa recensione con le parole con cui Pino Aprile chiude la presentazione: «Credo che Mimmo Cavallo abbia ricevuto meno di quel che ha dato».
Rocco Biondi

Antonio G. D'Errico, Mimmo Cavallo. Da Siamo meridionali a Caffè nero bollente, dall'incontro con Enzo Biagi a Zucchero, Presentazione di Pino Aprile, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2012, pp. 122, € 12,00

7 dicembre 2012

Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!, di Antonio G. D'Errico

Associazione
“Settimana dei Briganti - l'altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
l'Associazione Euclidea
di Villa Castelli

organizza

I SABATI BRIGANTESCHI
Sabato 29 dicembre 2012
Ore 18,00 - Sala Consiliare Comune di Villa Castelli - Piazza Municipio

Presentazione del volume
Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!
di Antonio G. D'Errico


PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

Sarà presente il cantautore
MIMMO CAVALLO
che canterà suoi pezzi famosi
Nato a Lizzano (Taranto) nel 1951. Vive tra Roma, Milano e la Puglia. Negli anni ottanta raggiunge i vertici della hit parade con la canzone Siamo meridionali. Ha scritto pezzi per Fiorella Mannoia, Mia Martini, Zucchero, Gianni Morandi, Al Bano. Amico di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo mette al primo posto dei cantanti di interesse collettivo. Di recente ha collaborato con Pino Aprile nella trasposizione teatrale del best seller Terroni, pubblicandone poi i brani nel suo nuovo album Quando saremo fratelli uniti.

Presentazione di
Leo Tenneriello
Nato a Taranto nel 1964, laureato in Scienze Politiche, attualmente lavora in banca. Cantautore, ha pubblicato due album. Collabora con Mimmo Cavallo.

In videoconferenza l'autore
Antonio G. D'Errico

Non l'avevo capita bene Uh mammà, di Mimmo Cavallo, quando la ascoltai. Siamo meridionali era più immediata, comprensibile a tutti. Mimmo cantava una storia da "Soldato blu"; una brutta storia di vinti e vincitori, di vinti calpestati, di combattenti per la libertà che stavano dall'altra parte. Ci incontrammo, entrambi tarantini, appassionati di Sud e primitivo (inteso come vino...). Si mise a comporre e tirò fuori quella splendida raccolta che è Quando saremo fratelli uniti. (Dalla presentazione di Pino Aprile)

Evento
Gli attori Valentino Ligorio e Roberta Mele leggeranno dei brani dal libro.




Info: 338 8818433 (Rocco Biondi)
Email: info@settimanadeibriganti.it


30 novembre 2012

Uomini e donne del Sud, di Paolo Brogi


Se non ci fossero le prime trenta pagine al libro non mancherebbe nulla. In esse sono ripetuti i soliti e triti luoghi comuni sull'arretratezza del Sud al momento della nascita della cosiddetta unità d'Italia e sull'incapacità dei meridionali di oggi a voler cambiare. Pagine inutili. Bisognerebbe invitare l'autore ad eliminarle (salvando comunque alcune parti positive) da un'auspicabile seconda edizione.
Tutto il resto del libro in realtà è un'accattivante presentazione di tante eccellenze del Sud e di tante esperienze di uomini e donne meridionali, che testimoniano della positività dell'attuale meridionalità e fanno ben sperare in un futuro certamente migliore.
Il libro tratteggia in brevi capitoli tante realtà esistenti nel Meridione che cominciano a perdere l'alone della straordinarietà per diventare ordinarie e comuni. Ne sintetizzo e presento solo alcune, invitando alla lettura del libro per conoscerle tutte. Sono ritratti di vite straordinarie e dell'orgoglio meridionale, come recita il sottotitolo.
A Gravina di Puglia, in provincia di Bari, Antonio Cucco Fiore, un giovane che ha lasciato il lavoro presso l'Agenzia Kennedy Associates nella City di Londra, ha lanciato dal suo paese in tutto il mondo il «Pallone», un formaggio semiduro a pasta cruda prodotto con latte bovino. Questo formaggio è anche citato dall'Enciclopedia agraria del Regno di Napoli, edizione 1859.
In Calabria diverse donne sindaco sono state messe sotto scorta dopo aver subito vari attentati per la loro lotta contro la 'ndrangheta e il malaffare: Maria Carmela Lanzetta, farmacista, sindaco di Monasterace (Reggio Calabria) di 3.500 abitanti; Elisabetta Tripodi, avvocato, sindaco di Rosarno (Reggio Calabria) di 15.000 abitanti; Carolina Girasole, sindaco di Isola Capo Rizzuto (Crotone) di 16.000 abitanti; Anna Maria Cardamone, dirigente di un ufficio economico della regione, sindaco di Decollatura (Catanzaro) di 3.300 abitanti.
I prodotti consumati nel Sud provengono per la maggior parte dal nord e dall'estero. I soldi meridionali vanno ad arricchire il nord. L'architetto catanese Erasmo Vecchio lancia i supermercati CompraSud, dove vengono venduti solo prodotti provenienti dal Sud. Così i soldi dei meridionali rimangono nel Meridione e lo arricchiscono.
Mimmo Lucano, secondo il World Major Prize, nel 2010 è stato il terzo miglior sindaco del mondo. Suo merito è stato l'aver saputo accogliere nella sua Riace (Reggio Calabria) gli immigrati venuti dal mare: curdi, afgani, eritrei, somali, nigeriani, palestinesi. Loro hanno ridato vita ad un paese spopolato dall'emigrazione. Sono stati riaperti esercizi commerciali, scuole, bar. Molti altri comuni calabresi hanno seguito questo esempio. Gli immigrati non sono più visti come un problema ma come una soluzione.
Il cantautore napoletano Eugenio Bennato, ambasciatore della musica del Sud, accarezza l'idea di fare nel Mediterraneo quello che fu fatto con altri musicisti negli anni settanta nell'isola di Wight, far cantare su un grande palco fianco a fianco musicisti e cantautori italiani, marocchini, tunisini, arabi, greci, spagnoli, ecc. Un grande Festival del Sud, che ancora non c'è ma che andrebbe fatto.
Franco Cassano, professore dell'Università di Bari, sostiene che il Sud deve riassumere la sua dignità di pensiero e smettere di essere pensato da altri. E' questa la sintesi del suo ormai famoso libro Il pensiero meridiano. E in quest'ottica caldeggia la nascita di un giornale nazionale scritto dal Sud, per far conoscere e mettere in rete le tante eccellenze che qui vi sono.
In questa stessa direzione si muove Pino Aprile, l'autore di Terroni, che sta lavorando alla creazione del primo quotidiano nazionale del Sud. Il Sud ha bisogno di raccontarsi, senza che venga censurato. Bisogna rintuzzare le affermazioni dei signori del nord, Lega in testa. Per fare politica meridionalista occorre fare un giornale.
Antonio Ciano, autore del libro I Savoia e il massacro del Sud, ha fondato l'autonomista Partito del Sud a Gaeta, dove era finito il Regno delle Due Sicilie. Da assessore a Gaeta ha avviato una battaglia sul riscatto dei beni demaniali, sull'acqua pubblica, sul porto.
Nel libro di Brogi un capitolo è dedicato anche al sottoscritto (Rocco Biondi) e all'idea di un'unica Macroregione meridionale, che dovrebbe abbracciare l'intero territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia, parte del Lazio meridionale ed orientale. Sarebbe una risposta all'abbandono del Sud, voluto dalla nordica Italia unita.
Pagine sono anche dedicate ai sindaci Leoluca Orlando, Luigi De Magistris, Michele Emiliano, e a Nichi Vendola.
Il libro si chiude con un capitolo dedicato alla Notte della Taranta di Melpignano (Lecce).
Rocco Biondi

Paolo Brogi, Uomini e donne del Sud. Ritratti di vite straordinarie e dell'orgoglio meridionale, Imprimatur editore, Reggio Emilia 2012, pp. 220, € 16,00

14 novembre 2012

Smantelliamo Radio Padania dal territorio di Villa Castelli


Al Sig. Sindaco
del Comune di Villa Castelli
Avv. Francesco Nigro
Villa Castelli, 13.11.2012
Abbiamo appreso con sommo stupore che Radio Padania Libera ha installato nel territorio di Villa Castelli (Brindisi) un'antenna per la diffusione del suo segnale radio.
Riteniamo che questo costituisca una gravissima offesa ad una comunità cittadina nella quale, ormai da molti anni, vengono organizzati convegni, dibattiti e iniziative varie in difesa della nostra storia e della nostra terra.
L'associazione "Settimana dei Briganti - l'altra storia", infatti, ha organizzato, a partire dal 2006, prima tre settimane di studi sul Brigantaggio meridionale e poi, fino ad oggi, i "Sabati Briganteschi". Sono stati coinvolti, con la loro presenza fisica a Villa Castelli, i massimi studiosi del fenomeno, in modo particolare del brigantaggio postunitario: professori universitari, storici, giornalisti.
Il brigantaggio politico e sociale è stato un fenomeno di massa, che nel decennio 1860/1870 ha coinvolto la stragrande maggioranza degli abitanti dei territori appartenuti all'ex Regno delle Due Sicilie. I briganti di quell'epoca, uomini e donne che per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono stati insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità.
Tutto ciò confligge con ciò che la Lega Nord fa e dice contro di noi meridionali.
Non possiamo accettare quindi ciò che consideriamo nei fatti una provocazione.
L'antenna deve essere immediatamente smantellata dal nostro territorio.
Noi lotteremo con tutte le nostre forze affinché questo avvenga quanto prima.
Prof. Rocco Biondi
Presidente Associazione
"Settimana dei Briganti - l'altra storia" 

Smantelliamo l'antenna di Radio Padania dal territorio di Villa Castelli

2 novembre 2012

L'Italia si cerca e non si trova, di Enzo Di Brango

La ricorrenza, caduta nel 2011, dei 150 anni della cosiddetta e pseudo unità d'Italia ha portato con sé una rifioritura dei tanti movimenti meridionali esistenti e diversi libri che hanno riflettuto e fatto riflettere su quanto siamo stati costretti a subire, dall'annessione piemontese delle Due Sicilie fino ad oggi.
Il libro di Di Brango, offrendo una lucida e puntuale analisi del processo unitario e della formazione dell'attuale Stato italiano, dimostra come le contraddizioni di oggi abbiano la loro origine in quell'imperfetto processo che, «tra omissioni, censure, prevaricazioni e sopraffazioni ci restituisce, al presente, più italie divise e, spesso, le une contro le altre armate».
Il 17 marzo 1861, giorno in cui fu proclamato il regno d'Italia, venne ufficialmente sancita l'annessione del Meridione al regno di Sardegna, portando a compimento da parte dei Savoia una interessata conquista coloniale. I beni dell'ex Regno delle Due Sicilie salvarono l'economia piemontese.
Di Brango aggiunge che tutto quello che è avvenuto nella storia politica italiana, dal 1861 ad oggi, è stato condizionato dal modo perverso di raccontarlo sui libri e sui media, diversamente da quello che realmente è stato. Occorre rimettere a posto i cocci della nostra storia, per portare alla luce il nostro vero retroterra culturale e identitario.
A questo fine nel libro vengono affrontati, nell'ottica meridionalista, i temi caldi del Risorgimento, della repressione del Brigantaggio postunitario, del federalismo, della democrazia.
Gli eventi risorgimentali se da un lato determinarono dal punto di vista geografico l'unificazione del paese, dall'altro lasciarono immutate anzi accrebbero differenze e contraddizioni esistenti. Gramsci, Salvemini, Zitara hanno scritto in tal senso. Anche l'antiborbonico Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista e deputato, nel 1861 scriveva: «Non si dirà certo che il nostro sia un parlamento democratico! Vi è di tutto eccetto il popolo».
La guerra civile, tra i piemontesi invasori e i briganti meridionali che difendevano la loro terra, che si protrasse per oltre un decennio, nella storiografia ufficiale viene descritta come semplice repressione di un fenomeno delinquenziale. Si vuol far credere che il brigantaggio politico e sociale sia stato opera di pochi delinquenti e non fenomeno di massa che coinvolse la stragrande maggioranza degli abitanti nel territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie. Le bande armate, che tennero in scacco per dieci anni oltre la metà dell'esercito piemontese, registravano la partecipazione "trasversale" di borghesi, contadini e soldati.
Il federalismo propugnato, negli anni che la cosiddetta unità si stava formando, da Carlo Cattaneo, e più ancora da Giuseppe Ferrari, era tutt'altra cosa rispetto a quello voluto dagli attuali leghisti; quest'ultimi vogliono un federalismo per disaggregazione (ex uno plures), quelli volevano un federalismo per aggregazione (ex pluribus unum). Gli Stati italiani preunitari avrebbero conservato la loro autonomia ed indipendenza. Il federalismo avrebbe potuto e dovuto farsi 151 anni fa e non oggi.
Una vera democrazia, governo del popolo, non è mai esistita, tanto meno fu al centro degli eventi quando si approdò all'unità in Italia. Il processo unitario fu di fatto - scrive Di Brango - un processo élitario che ha ben poco a che fare sia con la democrazia che con la libertà, a meno che non si vogliano spacciare per elementi caratterizzanti dell'una i posticci plebisciti e dell'altra l'affrancamento da una monarchia alla quale ne subentrò, senza soluzione di continuità, un'altra. In certo qual modo, invece, democrazia esercitata dal basso fu la guerra civile combattuta dai contadini con il brigantaggio.
Nelle conclusioni Enzo Di Brango mette in rilievo l'importanza che i movimenti hanno assunto nella battaglia per la verità storica e nel riposizionamento equilibrato del Meridione in chiave economica, politica e sociale. Fare e promuovere cultura è il primo impegno dei movimenti, ma subito dopo bisogna sviluppare strutture organizzative per attività economiche, politiche e sociali.
Nella prefazione del libro Francesco Tassone pone come orizzonte, per ritrovare il nostro cammino di Meridionali, la fuoruscita dalla dipendenza da uno Stato che si è rivelato per noi un fossato buio e cieco, per non continuare a disperdere la nostra energia e la nostra identità, a cominciare dalla nostra radice contadina.
Nella postfazione Valentino Romano ci invita a fare del meridionalismo una scelta di vita e di impegno civile, pur dicendo pane al pane, pretendendo quello che ci spetta, senza acrimonia ma con lucida e pacata consapevolezza.
Rocco Biondi

Enzo Di Brango, L'Italia si cerca e non si trova. Unità Federalismo Democrazia di fronte alla colonizzazione del Sud. Cronaca di 150 anni, Qualecultura Edizioni, Vibo Valentia 2012, pp. 136, € 12,00

24 ottobre 2012

Ricomincio da Sud, di Lino Patruno

Dopo aver letto il libro di Lino Patruno sorge spontanea una domanda: ma noi del Sud che ci stiamo a fare ancora nell'Italia unita? Se è vero che i piemontesi entrarono in casa nostra con la violenza, rapinarono le nostre ricchezze, rovinarono la vita a chi ci abitava, costrinsero i nostri figli ad emigrare, perché li sopportiamo ancora? Come ci si libera dal virus iniettato in 150 anni di unità d'Italia, virus di colpe - scrive Patruno - tanto attribuite da essere state fatte proprie dalle vittime fino al punto di vergognarsene, se non ricorrendo ad un potente antivirus che potrebbe essere l'indipendenza?
Abbiamo mezzi e capacità per poter fare e stare da soli. Il libro ne elenca tantissimi: abbiamo grandi stabilimenti di chimica di base a Brindisi e in Sicilia, abbiamo impianti per l'estrazione di petrolio e gas, raffinerie di petrolio, industrie della gomma dei cavi della plastica del vetro della ceramica di fertilizzanti di detersivi, abbiamo l'avanzatissima industria aeronautica e aerospaziale, avionica, energie rinnovabili e alternative, domotica, produciamo materiale ferroviario, abbiamo a Catania un polo informatico di livello mondiale come l'Etna Valley, produciamo carta cemento prefabbricati, abbiamo un'avanzata industria cantieristica e navalmeccanica, la nostra buona tavola con la dieta mediterranea è stata iscritta dall'Unesco nel patrimonio dell'umanità, ormai sono conosciute in tutto il mondo le paste Divella De Cecco Amato Riscossa Granoro Gragnano, il caffè Saicaf di Bari e il Mauro di Calabria, il liquore Strega di Benevento, l'Amaro Lucano di Matera, siamo molto competitivi nel campo dell'abbigliamento (Versace dalla Calabria e gli abiti da sposa di Giovanna Sbiroli di Putignano), produciamo belle scarpe e bei mobili, abbiamo affermate case editrici.
Lino Patruno elenca ben 71 eccellenze che il Sud esprime come "sorprese che non ti aspettavi". Ne riporto alcune: la MerMec di Monopli (Bari) è l'unica azienda al mondo in grado di progettare, sviluppare e produrre veicoli e sistemi di altissima tecnologia per misurare, monitorare e ispezionare le infrastrutture ferroviarie, metropolitane e tranviarie; a Reggio Calabria vengono costruiti i moderni locomotori Etr 500 (primo treno ad alta velocità a cassa non oscillante d'Italia); la «Notte della Taranta» di Melpignano (Lecce) è il principale marchio italiano di spettacolo pubblico, con radici etniche e antropologiche; sono esportati nel mondo i pomodori, i legumi, i succhi di frutta «La Doria» dell'azienda di Angri (Salerno); l'azienda napoletana Olympus-Frp è fra le prime in Italia a utilizzare la fibra di carbonio nell'edilizia; si trova a Catania la «3Sun», la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici; si trova a Caivano (Napoli) il più grande stabilimento d'Europa per la produzione dei gelati Algida; è a Oppido (Potenza) la più grande cineteca privata italiana, organizzata da Gaetano Martino: 24mila film fra corti e lungometraggi, 50mila foto di scena, 10mila «pizze», 120 macchine da presa, 400 macchine da proiezione, 150mila manifesti e locandine, 160mila volumi e riviste sul cinema; associazione Movimento Turismo del Vino di Puglia, che accomuna ben 75 produttori di vino; la Amarelli di Rossano Calabro (Cosenza) è leader mondiale nella produzione di liquirizia; le tre migliori qualità di pane d'Italia si producono al Sud: Altamura (Bari), Valle del Dittaino (Enna in Sicilia), Matera; Francis Ford Coppola, regista del "Padrino", ha trasformato un edificio storico di Bernalda (Matera) in un albergo di lussso.
Più avanti nel libro Patruno elenca ben 29 saccheggi operati a danno del Sud, rendendolo così sempre meno competitivo. Fra essi: soppressione di treni da Sud a Nord, la quasi totalità delle banche del Sud è stata acquisita da banche del Nord, i fondi Fas destinati alle aree svantaggiate del Sud sono stati rapinati per opere del Nord, per il petrolio che viene estratto in Basilicata vengono pagate alla Regione le royalties più basse del mondo: solo il 7 per cento, nella spesa pubblica al Sud meno ferrovie meno strade meno linee elettriche meno gasdotti, la maggior parte delle imprese settentrionali che producono al Sud pagano le tasse al Nord dove hanno la sede legale, gli automobilisti del Sud pur essendo più disciplinati di quelli del Nord continuano a pagare un'assicurazione più cara.
Per riequilibrare questi furti a danno del Sud si propone di acquistare solo prodotti meridionali. Cominciano a nascere i supermercati «CompraSud». L'associazione «Nato Brigante» ha lanciato la suggestiva campagna pubblicitaria di andare controvento e fuori dal gregge, invitando ad acquistare solo prodotti dall'etichetta meridionale.
Il libro si chiude con l'affermazione che è anche nel sottotitolo: «Il Sud è il futuro d'Italia, il Sud conviene all'Italia, il Sud è la Terra Promessa di un Paese che senza Sud non sarebbe nella Topo Ten dei dieci più ricchi del mondo». Ma viene riportata anche la prospettiva di Marco Esposito che afferma: «O si cambia strada o converrà al Sud per primo pensare a una separazione concorsuale. Separazione significa riappropriarsi delle proprie responsabilità, significa gestire direttamente i fondi europei, significa anche eliminare gli alibi delle colpe dei governi a trazione nordista».
E una strada possibile potrebbe anche essere la costituzione di una grande macroregione meridionale. 
Rocco Biondi 

Lino Patruno, Ricomincio da Sud. E' qui il futuro d'Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2012, pp. 252, € 14,00

10 ottobre 2012

Né con te né senza di te

Non avevo visto in televisione le due puntate della miniserie. Ma dopo che la mia edicolante e il piastrellista, che mi ha effettuato dei lavori, me ne hanno parlato con entusiasmo è nata la curiosità. In internet sul sito della Rai mi sono sorbito le tre ore e dieci minuti del replay dello sceneggiato.
E' la solita solfa risorgimentale. Siamo nello stato pontificio del 1848 quando nacquero i moti che portarono ai cinque mesi della mazziniana repubblica romana. Goffredo Mameli compone e accompagna al piano il canto dell'inno Fratelli d'Italia. Siamo ai conati della libertà e della repubblica.
La mia edicolante e il mio piastrellista, sapendo del mio interesse per il brigantaggio politico e sociale, mi avevano riferito della presenza nel filmato dei briganti, che in realtà ritengo siano i veri e unici personaggi positivi della vicenda. Come era già avvenuto e come avverrà poi si tenterà di manipolarli e utilizzarli per interessi di parte, ma i briganti vivono di una loro luce propria.
Nello sceneggiato, come purtroppo anche nella scuola, si continua con la mistificazione del desiderio popolare dell'unità d'Italia, che a noi meridionali ha arrecato solo danni. Ma noi non siamo stati capaci di vendere questa nostra verità, mentre gli invasori del nord l'hanno fatto e continuano a farlo con grande capacità e successo. Ci impongono e noi passivamente abbiamo accettato la loro verità. Ma le cose cominciano a cambiare, libri e movimenti mettono sempre più in luce gli aspetti positivi della nostra storia e del nostro essere. Bisogna continuare su questa strada, allargandola sempre più.

30 settembre 2012

Macroregioni: a noi interessa quella del Sud


Prima di Formigoni l'avevamo detto tante volte noi. In Italia 20 regioni sono troppe, basterebbe e sarebbe meglio che fossero solo 3: Sud, Centro, Nord. E non per le ragioni avanzate da Formigoni. Noi partiamo dal Sud e pensiamo a valorizzare il Sud. Quelli del Nord dicono che noi del Sud siamo la loro palla al piede. Bene, accettiamo la sfida. Vogliamo vedere a chi venderebbero i loro prodotti, se noi del Sud consumassimo solo prodotti del Sud. Per 151 anni ci hanno considerato loro colonia. Sarebbe ora di dire basta. Loro si consumino i loro prodotti, noi ci consumiamo i nostri.
Le nostre potenzialità sono alte. Il progresso delle esportazioni all'estero è molto più rapido da noi che da loro. Lo confermano i dati Istat degli ultimi due anni.
A noi, che siamo stati ignorati e insultati per 151 anni, dovrebbe interessare poco di salvare l'Italia, anche se facendo crescere il Sud contribuiremmo automaticamente a far crescere l 'Italia tutta. Daremmo una bella lezione ai leghisti, che fondano il loro successo sugli insulti a noi meridionali.
Della macroregione del Sud dovrebbe far parte l'intero territorio dello storico ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, parte dell'odierno Lazio meridionale ed orientale. 20milioni di abitanti farebbero sentire il loro peso.
La nascita di un'unica grande Regione meridionale servirebbe a riparare i danni che tutto il Sud ha subito dal 1860 ad oggi. Durante i 151 anni dell'Unità al Sud è stato tolto quello che aveva anziché essere dato il dovuto. Le casse delle Banche meridionali sono state svuotate, con l'emigrazione sono state tolte braccia e intelligenze.
Con le macroregioni verrebbero abbattuti i costi della politica e svecchiato l'attuale sistema istituzionale e amministrativo. Scomparendo le attuali regioni, si perderebbero poteri, clientele, assessorati, consiglieri. Calerebbero le spese improduttive degli apparati statali.
Oggi nel Sud si contano ben sette regioni, che moltiplicano per sette i quadri e gli organici per competenze uniformi, senza reali ed indispensabili compiti operativi.
Una grande “Regione delle due Sicilie” sarebbe la regione sud-europea capace di diventare la cerniera tra la vecchia Europa e i nuovi mondi e mercati emergenti.
Nell'unica grande Regione meridionale la scuola dell'obbligo potrebbe liberamente impegnarsi a far scoprire alle nuove generazioni le proprie radici, riproponendo la propria storia, eliminando le falsificazioni e i silenzi che una agiografica versione unitaria ha imposto.
La grande e unica Regione meridionale è disegnata nell'ambito dell'unità della Repubblica italiana. «Tuttavia nessuno si inganni - scriveva il meridionalista Pasquale Calvario - nel tenere, per debolezza, l'aspirazione del Sud ad una vera unità, cioè a rinfrancarsi delle delusioni patite. Nessuno dimentichi che la storia ci mette di fronte all'alternativa che si esprime nel provvedersi di "estremi rimedi", a fronte di "mali estremi"». Potrebbero far capolino la secessione e l'indipendenza.

26 settembre 2012

La fine dei Vinti, di Fiore Marro


Il romanzo tratta del processo che si tenne davanti alla Corte d'Assise di Santamaria Capuavetere (Caserta), dal 24 febbraio al 13 marzo 1864, contro i fratelli Cipriano e Giona La Gala, Domenico Papa e Giovanni D'Avanzo. I reati che vengono loro addebitati si riferiscono a fatti avvenuti nel 1861.
Il 1861 è un anno in cui in tutto il Mezzogiorno d'Italia è in atto una grande ribellione contro l'invasione operata dai Savoia piemontesi nel Regno delle Due Sicilie. Molteplici erano le bande brigantesche in azione: in Basilicata quella di Carmine Crocco, nelle Puglie quella di Pasquale Domenico Romano, in Terra di Lavoro quella di Luigi Alonzi. Franco Molfese nella sua fondamentale "Storia del brigantaggio dopo l'Unità" individua ben 388 bande.
In questo grande sommovimento nell'ex Regno delle Due Sicilie rientrano le azioni dei fratelli Cipriano e Giona La Gala, nati a Nola, il primo nel 1834, il secondo due anni dopo. Nel 1855 i due fratelli erano stati condannati a 20 anni di carcere per un furto, durante il quale vi fu un morto. Nel 1860 i due fratelli La Gala fuggirono dal carcere di Castellamare e si diedero alla macchia diventando briganti. Cipriano formò una sua banda, che contò fino a 300 uomini.
Nel gennaio 1862 raggiunsero Roma, dove incontrarono il re in esilio Francesco II Borbone, che voleva mandarli a Marsiglia e a Barcellona per reclutare gente per una guerra di riconquista dell'ex Regno delle Due Sicilie. Si imbarcarono a questo fine sulla nave francese Aunis. Ma nel porto di Genova furono arrestati dai piemontesi. Ne nacque un incidente diplomatico, che si concluse con la restituzione dei La Gala ai francesi in un primo tempo e con l'estradizione poi dalla Francia all'Italia. Portati a Napoli per il processo, vennero condannati a morte. Condanna poi tramutata all'ergastolo.
La forma che assume il romanzo è quella diaristica, con anche una raccolta di corrispondenze giornalistiche per il giornale "L'Osservatore Romano". Autore del diario e delle corrispondenze è Paolino Amato, avvocato napoletano e corrispondente appunto dell'Osservatore Romano. Sono raccolti il racconto di nove giornate del diario e nove corrispondenze da Napoli.
La prima data del Diario di Paolino Amato è quella del 20 febbraio 1864. Vengono raccontati i preparativi della partenza da Roma. Cosa che poi prosegue nei tre giorni successivi fino all'arrivo a Napoli. Per capire lo spirito del romanzo leggiamone un brano: "Conoscere la versione del popolo m'intriga e confido possa essermi di aiuto per comprendere cos'è veramente accaduto a questa gente, cos'è che hanno reso "briganti" campagnoli tranquilli e pacifici, armato la mano di canonici e zappaterra, fatto di don Giovanni D'Avanzo un fuorilegge».
La prima corrispondenza da Napoli di Paolino Amato (che è la personificazione di Fiore Marro, l'autore del romanzo), per rendere conto del processo contro i quattro briganti dell'Aunis, è del 24 febbraio 1864. Viene interrogato il brigante Giovanni D'Avanzo. Viene fuori che i giudici hanno già deciso a priori la colpevolezza degli imputati.
Nel processo si narra anche di un presunto episodio di cannibalismo. Noi siamo certi che si tratta di una falsa accusa inventata dai piemontesi per screditare al massimo i briganti.
Il giornalista Amato sta dalla parte dei vinti ed è sicuro che prima o poi sarà fatta giustizia, si saprà la verità. «Ingiustizia è fatta», con queste parole inizia l'ultima corrispondenza.
Al titolo del romanzo a me piace dare un significato positivo. E' finito il tempo in cui i briganti e i meridionali debbono essere considerati dei vinti. I vinti non sono più vinti, stanno per diventare vincitori.
Rocco Biondi
 
Fiore Marro, La fine dei Vinti. Giovanni D'Avanzo: da gendarme a brigante, Società Editrice L'Aperia, Caserta 2011, pp. 64, € 10,00.

23 settembre 2012

Michelina Di Cesare, di Fulvio D'Amore


Delle 343 pagine del libro solo una ventina parlano della brigantessa Michelina Di Cesare. Il libro quindi non dà quello che il titolo promette. Sospetto quindi che si sia voluto usare un nome di richiamo per fini commerciali. In pratica si parla diffusamente del brigantaggio postunitario nel casertano e dintorni, con particolare riguardo alle bande di Francesco Guerra, Domenico Fuoco, Giacomo Ciccone, Alessandro Pace.
L'autore apre l'introduzione al libro con l'affermazione che Michelina Di Cesare è «una delle più celebri brigantesse meridionali che la storia postunitaria ricordi, soprattutto, per la sua nota fotografia divulgata ampiamente in molti libri e riviste». Per prima cosa ritengo che l'importanza della Di Cesare derivi dal suo operato e non dalla fotografia. E poi è ormai quasi certo che la fotografia, riportata anche nella copertina del libro, non sia di Michelina Di Cesare, bensì di una modella messa in posa dal fotografo nel suo atelier. Della stessa modella esiste un'altra foto (anche questa impropriamente attribuita alla Di Cesare) che la rappresenta armata di schioppo, pistola e pugnale, seduta su una roccia di cartapesta.
Michelina Di Cesare nacque il 28 ottobre 1841 a Caspoli, frazione di Mignano Monte Lungo, distretto di Sora, provincia di Terra di Lavoro, attualmente in Campania. Sposò il suo compaesano Rocco Zenga, che morì nel 1862. Successivamente, datasi alla macchia, entrò nella banda di Francesco Guerra divenendo la sua donna. Capeggiò diverse azioni brigantesche. Fu uccisa in combattimento (o fucilata subito dopo) il 30 agosto 1868. Il suo cadavere, denudato, venne fotografato.
Il libro di Fulvio D'Amore, che porta il titolo "Michelina Di Cesare guerrigliera per amore. Le gesta eroiche della brigantessa tra Campania, Lazio, Abruzzo e Molise (1862-1868)", è stato pubblicato da Controcorrente edizioni di Napoli nel luglio del 2012 e porta come prezzo di copertina € 20,00.

10 settembre 2012

L'assalto alla diligenza, di Gerardo Mazziotti


E' un libro pamphlet pubblicato nel luglio 2005, datato quindi ma che conserva nei temi trattati una sua forte attualità. Mazziotti, calabrese trapiantato a Napoli, sferra uno spietato attacco ai professionisti della politica, usata per sistemarsi per la vita.
In Italia abbiamo una elefantiaca, inutile e costosissima struttura politico-amministrativa: al Governo nazionale un centinaio fra ministri, sottosegretari e vice ministri; 630 deputati, 315 senatori, 5 senatori a vita; 20 regioni, con relativi governatori, 215 Assessori e 1036 consiglieri; 103 province con presidenti, assessori e consiglieri; 8101 Comuni con Sindaci, assessori, consiglieri; 106 consigli circoscrizionali; 365 comunità montane, con presidenti e giunta.
Abbiamo molti Comuni sotto i 100 abitanti, per esempio: La Magdeleine, in Val d'Aosta, con 93 abitanti; Moncenisio, in Piemonte, con 43 abitanti; Monterone, in Lombardia, con 33 abitanti; Rondanina, in Liguria, con 95 abitanti; Carapello Calvisio, in Abruzzo, con 95 abitanti; Baradili, in Sardegna, con 95 abitanti. In questi Comuni spesso gli abitanti adulti, non sono sufficienti a coprire i posti di amministratori e consiglieri. Tantissimi sono i Comuni di poco superiori ai 100 abitanti.
Sono convinto, scrive Mazziotti, che cominciare a mandare a casa gran parte dello sterminato esercito dei professionisti della politica sia un passo del tutto necessario sulla strada dello sviluppo e della crescita del paese. Risparmieremmo centinaia di milioni di euro l'anno, attualmente tolti dalle tasche di noi contribuenti.
Sproporzionatissimi sono gli "stipendi" degli amministratori pubblici. Il Presidente della Repubblica percepisce uno stipendio di circa 19.000 euro al mese. Di poco inferiore è lo stipendio del Presidente del Consiglio. I Ministri percepiscono circa 16.000 euro mensili. I Senatori circa 16.000 euro al mese. I Deputati circa 15.000 euro al mese. Stipendi di poco inferiori hanno presidenti, vice presidenti e assessori delle Regioni. Gli stipendi dei Sindaci dipendono dal numero degli abitanti, con uno stipendio medio di circa 6.000 euro.
Scandalo maggiore sono le pensioni d'oro degli amministratori pubblici. Noi poveri mortali siamo dei semplici ultra pezzenti rispetto a loro.
Ma adesso basta con le cifre, anche per non correre il rischio di essere apostrofati dai politici di professione con la sparata piena d'ira con la quale l'allora sindaco di Milano Marco Formentini concluse l'intervista con il giornalista Gian Antonio Stella: «Adesso basta, lei mi ha rotto i coglioni».
Al fine di evitare lo spreco di denaro pubblico e dare al sistema Italia quella efficienza, rapidità, completezza dei servizi cui tutti i cittadini hanno diritto, Mazziotti propone la soppressione delle 103 province, delle 365 comunità montane, dei 104 consigli circoscrizionali, e un diverso criterio di accorpamento e gestione delle 20 Regioni e degli 8101 Comuni. Propone anche la riduzione da 950 a non più di 300 parlamentari: 200 deputati e 100 senatori, la sostituzione dei trattamenti economici e pensionistici con gettoni di presenza e con una liquidazione rapportata al numero delle partecipazioni ai lavori parlamentari, introduzione della regola senza eccezioni secondo la quale si può essere eletti deputati e senatori al massimo due volte, introduzione della norma sulle incompatibilità, riduzione delle "pensioni d'oro" di almeno il 50%, eliminazione della boscaglia dei privilegi (vitalizi, auto, scorte, uffici, ecc. a tutti gli ex).
Per quanto riguarda gli enti locali, sostiene ancora Mazziotti, se il decreto Bassanini venisse applicato integralmente, gli amministratori politici diverrebbero mere figure di rappresentanza, costose e inutili, delle quali si potrebbe fare a meno. Non ha alcuna importanza, scrive ancora Mazziotti, che il sindaco sia eletto dal popolo o che sia nominato dall'alto, l'importante è che sappia bene amministrare, sia capace di inverare le aspirazioni dei cittadini e di risolvere i loro problemi esistenziali.
Ultima proposta del Mazziotti è quella di ridurre le attuali 20 regioni a 3 o 4 macroregioni (io opterei per 3). A me ovviamente interessa la macroregione meridionale, che dovrebbe abbracciare l'intero territorio dello storico ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, più parte dell'odierno Lazio meridionale ed orientale. Si tratta di regioni, dice Mazziotti, che vantano quanto di meglio il paese vanta in materia di bellezze naturali (Capri, Ischia, Procida, le Tremiti, le Eolie e Lampedusa, i Campi flegrei, la costiera sorrentina patrimonio dell'umanità, la Sila, il Vesuvio, l'Etna e Taormina) e di beni e istituzioni culturali (i palazzi reali di Caserta, di Napoli e di Palermo, i giacimenti archeologici di Pompei, Ercolano, Paestum e di Sybari, la valle dei Templi di Agrigento e le Latomie di Siracusa, le università federiciane e i centri di ricerca). Operando le attuali istituzioni separatamente se non addirittura in concorrenza tra di loro, non riescono a trasformare queste "ricchezze" in occasioni di crescita, di sviluppo e di progresso. Unite tutte le regioni meridionali in un'unica macroregione si risparmierebbero alcune centinaia di milioni di euro l'anno. Si dovrebbero pagare solo un governatore, 10 assessori, 60 consiglieri.
Il Mazziotti, pur facendo un calcolo al ribasso, indica lo "spreco di denaro pubblico" per pagare la "spesa inutile" dei professionisti della politica in oltre cinquemila miliardi di euro l'anno.
E' ovvio che non possono essere gli stessi parlamentari o gli eletti nei vari consigli a decretare la propria riduzione o, addirittura, la loro estinzione. Bisogna allora creare dal basso le condizioni perché ciò avvenga.
Rocco Biondi

Gerardo Mazziotti, L'assalto alla diligenza, ovvero Come evitare la rapina di (almeno) diecimila miliardi di lire l'anno, Edizioni DenaroLibri, Napoli 2005, pp. 256, € 8,00

2 settembre 2012

I briganti: proletari senza rivoluzione


Renzo Del Carria, nel suo libro del 1966 "Proletari senza rivoluzione", indica una possibile traccia da seguire nello studio del brigantaggio postunitario (1860-70), che è molto vicina all'approccio da me seguito nella lettura dei fatti avvenuti in quegli anni nel Meridione, nei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie.
Dico subito che ho spogliato il libro dall'ideologia marxista sottesa, acquisendo solo il contributo di indirizzo e metodo nella ricerca storiografica. Per completezza d'informazione aggiungo che Del Carria divenne poi dirigente della Lega Nord di Bossi.
Scrive: «Per indagare il perché la rivoluzione sia stata sconfitta in Italia occorre esaminare criticamente la storia contemporanea italiana "a rovescio" partendo nell'indagine dal punto di vista organico delle classi subalterne. Occorre cioè esaminare quegli avvenimenti con gli occhi degli operai, dei contadini e dei loro alleati: occorre esaminare come da loro furono vissuti, come da loro furono visti, e quale fu lo spirito e la volontà di lotta che li animò».
Questo vale anche per il brigantaggio postunitario. Le lotte dei briganti avvenivano senza alcuna ideologia, erano volontà di lotta contro lo Stato nemico, prendendo spesso a prestito ideologie reazionarie (i borbonici e il clero). Le rivolte dei briganti erano "spontanee", non erano dirette da gruppi politici organizzati, non seppero esprimere dirigenti organici, pur avendo in loro forza e volontà rivoluzionaria.
I briganti per narrare le loro lotte avrebbero avuto bisogno di una storiografia organicamente "loro", "a rovescio" rispetto a quella scritta dagli storici borghesi e anche dagli storici revisionisti. Occorreva - scrive Del Carria - romperla con la storiografia della classe dominante. Ma così non fu, sia perché i briganti erano quasi tutti analfabeti, sia perché nessun intellettuale ritenne che quei fatti meritassero di essere scritti e tramandati. Se i briganti e i loro discendenti avessero fatto un tentativo di scrivere la loro storia, raccontare i loro fatti, narrare gli avvenimenti da loro vissuti, così come da loro furono visti durante gli episodi delle loro lotte rivoluzionarie, se tale storia fosse stata scritta, sarebbe stata enormemente diversa da tutte quelle sinora esistenti.
Tentativi di scrivere una simile storia ne sono stati fatti, ma quasi sempre inserendola nella più generale storia "borghese". L'altra storia, autonoma e indipendente, è ancora da scrivere.
In concomitanza con la campagna di Garibaldi in Sicilia, anche nel meridione continentale si era levata la guerra contadina. Nel primo anno con la caratteristica di larghe insurrezioni di masse contadine e nel triennio successivo di una vera e propria guerra contadina per bande. Si trattò di una generale rivolta agraria che richiese per la repressione circa 250.000 uomini, tra esercito piemontese, carabinieri e guardie nazionali. Tale lotta scosse dalle fondamenta tutto l'apparato burocratico-poliziesco della Stato unitario appena nato e impegnò l'intero Stato Maggiore Sabaudo. Le parole d'ordine della rivolta furono «W il Papa», «W il Borbone», «W il popolo basso».
La storiografia ufficiale ha volutamente sottovalutato queste rivolte, attribuendole ad uno stato di arretratezza di masse incolte, definendole violazioni criminali, sopravvalutando l'elemento della cospirazione borbonica (che comunque fu certamente notevole). Il primo storico che invece ha visto queste lotte come una grossa guerra contadina, con caratteristiche proprie, è stato Franco Molfese. La fame e la miseria dei contadini, aumentate con l'abolizione degli usi civici (diritti spettanti alla collettività sui terreni demaniali e non solo), divenivano insopportabili, facevano prendere coscienza dell'ingiustizia e portavano all'aperta rivolta.
I briganti sono il braccio armato del popolo. Nel 1860 la borghesia che deteneva il potere era solo l'1,92% dell'intera popolazione. Oltre l'80% della popolazione era rappresentata da contadini quasi tutti analfabeti. La restante parte era costituita da piccoli artigiani e piccola borghesia. Solo i galantuomini-borghesi erano alleati dei piemontesi. Tutti gli altri guardavano con sospetto i nuovi arrivati piemontesi. Ciò spiega perché i briganti riuscirono a resistere per quasi un decennio.
Le rivolte agrarie e brigantesche meridionali nacquero, si svilupparono e vissero indipendentemente dai Comitati borbonici. I contadini del sud lottarono da soli per circa un decennio, prendendo a prestito dal Borbone il suo bianco vessillo e dalle sue casse i resti dell'oro elargito ai legittimisti. Essi combatterono - scrive il Del Carria - in maniera propria la propria guerra per le proprie rivendicazioni nelle proprie boscaglie contro i propri padroni ed i suoi alleati "piemontesi".
La rivolta dei briganti era carica di una grande esplosione rivoluzionaria, ma con l'unica prospettiva di abbattere la situazione sociale esistente senza purtroppo riuscire a progettare qualcosa di nuovo; così nei fatti la loro battaglia era già perduta sin dall'inizio.
Rocco Biondi

25 agosto 2012

Il brigante che si fece generale. Auto e controbiografia di Carmine Crocco


Carmine Crocco è il brigante più significativo ed enigmatico del periodo postunitario. Operò dal 1861 al 1864 in Basilicata e dintorni, a capo di una banda composta da migliaia di briganti, tenendo in scacco l'esercito piemontese. Morì di vecchiaia in carcere all'età di 75 anni.
Il libro, edito da Capone di Cavallino (Lecce), pubblica insieme l'autobiografia di Carmine Crocco, dettata in carcere al capitano Eugenio Massa, e la controbiografia di Crocco, scritta dal medico Basilide Del Zio. Caratteristica che accomuna i due libri è la pubblicazione avvenuta nello stesso anno (1903) presso la stessa tipografia di Melfi (G. Grieco).
Questa operazione editoriale non è nuova, ma quello che la rende interessante è l'introduzione scritta da Valentino Romano, che fa il punto sugli studi ad oggi sulla figura dell'importante brigante di Rionero in Vulture. In essa vengono date risposte a dubbi sulla controversa figura di Crocco.
Il primo dubbio che viene risolto è quello dell'autenticità del manoscritto attribuito a Crocco. Benedetto Croce e Basilide del Zio si schierano per l'autenticità, avvalorata in qualche modo anche dall'esistenza di un secondo memoriale, pubblicato in parte in un suo libro dal lombrosiano Francesco Cascella. Notevoli sono comunque le differenze, specialmente linguistiche. Riteniamo che la versione-Cascella sia più vicina alle capacità letterarie di Crocco. La versione-Massa invece ha subito massicci interventi del curatore, non solo linguistici ma anche di contenuto, per avvicinare per quanto più possibile il pensiero di Crocco alle posizione dei piemontesi.
Altro problema che viene affrontato è la "stranezza della commutazione della condanna a morte di Crocco nel carcere a vita". Molto probabilmente è frutto dell'ambigua presenza francese "in molte zone d'ombra del brigantaggio". I francesi accarezzavano il progetto di rimettere sul trono delle Due Sicilie un Murat. E molti "galantuomini" lucani, che in qualche modo appoggiarono Crocco, erano di dichiarate simpatie murattiane. Altro motivo del cambio di condanna è certamente il silenzio di Crocco sui nomi dei tanti fiancheggiatori, più o meno importanti, che lo hanno appoggiato. Il silenzio in cambio della vita.
Parte interessante dell'autobiografia è quella in cui Crocco descrive il suo rapporto problematico con Josè Borges. Il generale carlista spagnolo aveva come obiettivo quello di riportare sul trono lo spodestato re borbonico, tramite sistemi di guerra classici; mentre Crocco combatteva una sua guerra personale contro i piemontesi in difesa della sua terra e nell'interesse dei più deboli contro lo strapotere dei padroni, adottando la tecnica della guerriglia nella quale era insuperabile. Quando Borges lo abbandonò, per tentare di entrare nello Stato pontificio, andando però incontro alla morte, Crocco non se ne addolorò. «La sua partenza - scrive Crocco - non ci commuove, anzi l'abbiamo voluta stanchi del suo comando».
La lettura dei due testi, qui messi a confronto, è molto utile per capire la personalità di Crocco e cosa lui sia stato capace di fare per la sua terra. Utilizzando i necessari filtri. Valentino Romano, a chiusura della sua introduzione, lascia a noi lettori la possibilità di valutare la vicenda umana di Crocco, dicendo anche di possedere una sua visione del valore di Crocco (che comunque si riserva di esporre in altra sede). Noi esprimiamo un giudizio fortemente positivo, facendo nostro il giudizio che il curatore del libro però esprime quando scrive che Crocco fu un «personaggio capace di ridare una speranza, anche illusoria, alle rivendicazioni del mondo contadino meridionale». E aggiungiamo che quella fiammella di speranza rimane accesa ancora oggi, e non solo per il mondo contadino.
Rocco Biondi

Carmine Crocco - Basilide Del Zio, Il brigante che si fece generale, Auto e controbiografia di Carmine Crocco, a cura di Valentino Romano, Capone Editore, Cavallino (Lecce) 2011, pp. 144, € 13,00

4 agosto 2012

Ascoltate, signore e signori, saggio di Raffaele Nigro


Raffaele Nigro, ultimo cantastorie contemporaneo (come viene definito da Valentino Romano nella prefazione), con questo suo libro ci introduce e immerge nel mondo dei cantastorie, che colmavano l'assenza di spettacoli nei piccoli centri, nei borghi sperduti, nei cortili delle masserie. Nel tempo la televisione li ha soppiantati e fatti sparire.
Arrivavano durante le feste popolari e dei santi patroni, si fermavano nei piazzali, davanti ai santuari, nei luoghi destinati alle fiere e ai mercati, issavano il telone con le raffigurazioni della storia, mettevano mano a uno strumento musicale (liuto, ribeca, chitarrone, ghironda) o si affidavano alla melodiosità della solo loro voce, e raccontavano le loro storie. Alla fine il cantastorie passava con la mano o col berretto teso, ad accogliere qualche obolo, e cercava di vendere un libretto o un foglietto a stampa dei suoi versi.
I temi trattati erano vari, generalmente si ispiravano alla cronaca o all'agiografia, e andavano dai canti religioso-narrativi ai componimenti epico-cavallereschi, alle novelle d'amore tragico e infelice, alla mitologia, alle composizioni satiriche e burlesche.
Nigro in questo libro ha raccolte e commentate cinque ballate che sono imperniate sulla vita di briganti meridionali.
Si comincia con la ballata su "Don Ciro Annicchiarico", raccontata da Leonardo Arcadio. Questo autore, nato nel 1771, era un bracciante che d'estate si trasformava in girovago cantastorie. L'Annicchiarico, nato a Grottaglie in provincia di Taranto nel 1775, era un prete che si innamorò di una donna detta "la Curciola", della quale si era invaghito anche un altro prete grottagliese, don Giuseppe Motolese, appartenente ad una famiglia facoltosa. Il Motolese rimane ucciso nella notte della Madonna del Carmine del 16 luglio 1803; dell'omicidio viene accusato Don Ciro, che arrestato riesce a fuggire divenendo brigante. La sua carriera brigantesca finisce l'8 febbraio 1818 con la fucilazione nella piazza di Francavilla Fontana. Il testo della ballata, pubblicata da Pietro Palumbo, «è sistemato in 204 quartine di endecasillabi molto deteriorati, a metratura e rima incerte, a volte alternata, spesso assonanzata o per nulla rispettata».
La seconda ballata è la "Istoria della vita, uccisioni ed imprese di Antonio di Santo", che ha come autore Nicola Bruno, vissuto tra la fine del '700 e gli inizi dell'800. Il di Santo è un brigante di Solopaga, in provincia di Benevento, che visse a cavallo tra '600 e '700 e partecipò nel 1701 alla congiura antispagnola. Quando la congiura fu scoperta, il di Santo riusci a sfuggire al carcere dandosi alla macchia e riparando nelle grotte del massiccio del Taburno. Il cantastorie descrive il brigante come un carattere facinoroso, attaccabrighe e puntiglioso. Arrestato, riesce a fuggire dal carcere, scavalcando un alto muro, e dà il via a una serie di vendette personali. La ballata è composta da 67 ottave in endecasillabi. Il brigante comunque non muore.
La terza ballata narra della "Bellissima istoria delle prodezze ed imprese di Angelo del Duca". Ricordiamo che con questo brigante inizia la storia dell'ormai classico romanzo di Raffaele Nigro "I fuochi del Basento". Del Duca era nato a San Gregorio Magno in provincia di Salerno nel 1734. Benedetto Croce sostiene che Angiolillo avrebbe condotto una vita da pastore almeno fino ai cinquant'anni, quando per una violenza subita da un suo nipote spara una fucilata contro un guardiano ammazzandogli il cavallo. Angiolillo è costretto a fuggire e darsi alla macchia. Operò tra Salerno, Avellino e la Basilicata. Non si citano nella sua vita episodi violenti o di grassazioni se non ai danni dei ricchi feudatari e degli alti prelati. Toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Nella rapsodia di Angelo del Duca si arriva persino a parlare di miracolosità delle sue gesta. Fu impiccato a Salerno il 26 aprile 1784. Il poemetto si compone di 42 ottave.
Il quarto cantare è la "Istoria della vita e morte di Pietro Mancino, capo di banditi", che ha come autore il cantastorie cieco Donato Antonio de Martino. Mancino è una figura che più delle altre si avvicina agli antichi capitani di ventura. Nato nella prima metà del '600, secondo una fonte a Vico del Gargano, secondo un'altra a Lucera, uccise due nobili che avevano insidiato l'onore delle sorelle. Per timore di essere incarcerato fuggì dalla Puglia, mise su una banda di quindici fuorilegge, seminando terrore tra Puglia e Basilicata. Si recava spesso in Dalmazia. Combatté al fianco di diversi signori. Nel 1637 lo troviamo prima a Torino, dove fu nominato colonnello dai francesi, poi alla corte pontificia con lo stesso grado militare. Morì di morte naturale nel 1638. Raffaele Nigro inserisce nella raccolta l'edizione Muller di 63 ottave e in appendice l'edizione Paci-Russo di 62 ottave. Le due edizioni hanno non poche differenze.
L'ultima ballata, intitolata "Crudelissima istoria di Carlo Rainone dove s'intende la Vita, Morte, ricatti, uccisioni, ed imprese da lui fatte", fu composta dal cantastorie Giuseppe Di Sabato, nato ad Ottaviano. Rainone, originario di Carbonara di Nola in provincia di Napoli, visse tra fine '600 e primi del '700. Secondo l'autore del cantare, durante la sua carriera di bandito Rainone si macchiò di 167 omicidi. A tal proposito scrive Nigro: «Il canto è di quelli con agnizione negativa, perché a differenza della "Bellissima istoria di Angiolillo" dove si mettono in luce i pregi dell'uomo, qui sono le efferatezze del brigante a risaltare». Rainone venne catturato e ucciso il 10 luglio 1672. Il componimento è di 72 ottave.
Quello che Nigro scrive nel preambolo alla ballata su Pietro Mancino, «questi cantari hanno più funzione di prodotto letterario che di documento storico», può essere esteso a tutte le altre ballate.
Nella premessa alla raccolta delle ballate, Raffaele Nigro fa interessanti e condivisibili osservazioni sul decennio postunitario, sostenendo che la guerra politica e sociale di quegli anni fece morire il sogno romantico e la possibilità di voli fantastici. La cronaca è nemica del mito. L'annessione del Sud all'Italia unita si era concretizzata in un bagno di sangue. Negli scritti di quegli e su quegli anni prevale la metodologia scientifica. Dopo il 1861 il romanticismo è morto. Solo a partire dal 1870 le narrazioni e le edizioni a stampa di storie banditesche riprendono vigore.
Rocco Biondi

Raffaele Nigro, Ascoltate, signore e signori, Ballate banditesche del Settecento meridionale, Prefazione di Valentino Romano, Capone Editore, Cavallino 2012, pp. 198, € 16,00

27 luglio 2012

Ilva di Taranto

E' tragico dover scegliere tra il posto di lavoro e la salute. Gli operai dell'Ilva di Taranto, come i briganti del decennio postunitario, vogliono morire in piedi lavorando e non di fame. Ma uno Stato che si rispetti, se esistesse, dovrebbe creare le condizioni per far continuare a lavorare gli operai dell'Ilva senza farli morire di cancro o di fame. Ma forse chiedere questo a favore del Sud è chiedere troppo. Anche di questo dovrebbe occuparsi l'auspicata Macroregione Meridionale.

22 luglio 2012

Macroregione e Province

La tanto strombazzata e contrastata richiesta di soppressione delle Province, che comunque muove ormai un primo passo con l'accorpamento delle più piccole, fa riflettere e discutere sulla struttura degli enti locali.
Al Sud prende sempre più corpo la proposta della costituzione di una macroregione che dovrebbe abbracciare l'intero territorio dello storico ex Regno delle Due Sicilie e comprendere quindi Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, più parte dell'odierno Lazio meridionale ed orientale.
La nascita di un'unica grande Regione meridionale servirebbe a riparare i danni che tutto il Sud ha subito dal 1860 ad oggi. Durante i 151 anni dell'Unità d'Italia al Sud è stato tolto quello che aveva anziché essere dato il dovuto. Le casse delle Banche meridionali sono state svuotate, con l'emigrazione sono state tolte braccia e intelligenze, il Sud è diventato consumatore di prodotti del nord con relativo trasferimento di risorse finanziarie.
La Macroregione sarebbe una risposta all'abbandono del Sud, operato della nordica Italia unita. Una regione di circa 20milioni di abitanti farebbe sentire il suo peso.
E' scontato che tante sarebbero le resistenze alla nascita di questa unica macroregione. Scomparendo le attuali esistenti regioni, si perderebbero poteri, clientele, assessorati, consiglieri, apparati. Ma tantissimi sarebbero i vantaggi di una gestione unitaria di tutto il Sud.
Diminuirebbero drasticamente le spese amministrative e gestionali. Automaticamente i cittadini usufruirebbero di una considerevole riduzione delle tasse.
Le attuali Regioni potrebbero diventare le Province di questa Macroregione. Così da 35 province si passerebbe a 8. E comunque i servizi fondamentali verrebbero distribuiti su tutto il territorio.
I Comuni in base alla vicinanza territoriale e alle affinità storiche e sociali potrebbero scegliere la provincia cui appartenere.
Rocco Biondi

21 luglio 2012

Biblioteca civica a Brindisi


Lodevole e meritevole è l'iniziativa della "Gazzetta del Mezzogiorno" di promuovere la costituzione di una biblioteca civica a Brindisi, che comunque già vanta la presenza della biblioteca arcivescovile "De Leo" e della biblioteca provinciale.
I libri sono amici per sempre, anche quando purtroppo la maggioranza di noi li ignora.
Son convinto però che sarebbe cosa buona ed auspicabile che nascesse una biblioteca civica in ogni Comune. Ma dovrebbe essere scontato che si dovrebbe contemporaneamente lavorare per inculcare in tutti l'amore per i libri e il desiderio di leggere. Altrimenti le biblioteche sarebbero destinate a rimanere depositi di carta inutilizzata. Ma i libri li si ama se si conoscono. E allora bisogna aprire le biblioteche e far conoscere i libri, a tutti.
Le amministrazioni pubbliche locali a loro volta dovrebbero destinare risorse finanziarie, spazi e personale per rendere fruibili le biblioteche. Altrimenti, come purtroppo avviene, sarebbero risorse sprecate e locali chiusi aggrediti dalla polvere.
Porto come esempio quello che succede a Villa Castelli (Brindisi), dove negli anni ho contribuito a far nascere una biblioteca comunale ed una biblioteca scolastica. Ambedue hanno avuto brevissima vita e sono ora chiuse. I libri però vi sono, ma ne viene ignorata la loro esistenza.
Si parla tanto di "rete" che dovrebbe unire e far funzionare tutte queste biblioteche. Ma purtroppo quasi sempre sono solo promesse "elettorali", che vengono totalmente ignorate a elezioni effettuate.
Esistono poi tantissime biblioteche private, fornitissime e il più delle volte specializzate, che potrebbero entrare a far parte di questa fantomatica rete. Io per esempio posseggo una ricca biblioteca "generale", con una specializzazione in libri sul brigantaggio politico e sociale, di cui tanto si parla in questi ultimi tempi.
Ma questi sono discorsi di pazzi e sognatori.
Rocco Biondi

19 luglio 2012

A Mezzogiorno viene fame, romanzo di Italo Interesse


L'Autore lo puntualizza subito in testa alla sua nota introduttiva: "A Mezzogiorno viene fame" non è ispirato da revanscismo borbonico. E poco più avanti afferma che l'opera, che narra della rivolta dei briganti ovvero dei cafoni armati, s'inserisce nel risvegliato interesse per il tema dell'Unità d'Italia. Ma la nota si chiude con l'inquietante domanda: «E se i cafoni dell'era globale diventassero briganti?...».
Noi leggendo il romanzo lo abbiamo spogliato dalle paure dell'autore di sembrare filoborbonico e antiunitario. Abbiamo percepito il profondo desiderio delle popolazioni meridionali di ribellarsi ad una invasione subita e ad una annessione non voluta. Abbiamo letto nelle riga del romanzo lo svilupparsi di un'altra storia, ignorata dai cantori dell'unità d'Italia che sarebbe nata nel 1860. La storia di un popolo che se non stava bene sotto i Borbone, stette peggio sotto i Savoia. «Libertà e giustizia 'sta pizza. Il pane più caro, la fatica peggio pagata. Meglio Re Francesco», dice Michele (Miché).
La trama narrativa si sviluppa in sei parti, tre dal lato degli uomini e tre dal lato delle donne. Gli uomini hanno in comune l'essere di Carovigno, paese del brindisino, e l'aver partecipato da briganti all'invasione del loro paese avvenuta il 21 novembre 1862. Per qualche ora Carovigno fu restituita al governo borbonico in esilio.
Ognuna delle tre donne, che danno voce ai personaggi femminili, è legata ad uno dei tre protagonisti maschili.
I sei narrano gli stessi fatti, ma da angolature e con interpretazioni differenti e personali.
Caratteristica stilistica del romanzo è l'uso dell'italiano sporcato dall'idioma locale. Il terzo racconto, quello di Domenico (Mincù) intitolato "La Terra e la Merica", con l'assenza di punteggiatura, in qualche modo vorrebbe riecheggiare la scrittura dell'Ulisse di Joyce.
Il titolo proviene dal brano del romanzo che recita: «il lavoro è poco e mezzogiorno fa presto ad arrivare e a mezzogiorno viene fame». Ma al titolo del libro può essere dato un significato più generale, nel senso che il Mezzogiorno è affamato di verità storica, di riscatto, di rivalutazione.
Nei primi anni della cosiddetta unità d'Italia «potenti, guardie e galantuomini erano rimasti al comando e i popolani in cattura, con la differenza che il pane costava di più, la giornata ai cafoni rendeva meno della miseria di ieri e i signori avevano alzato la cresta. ...Ma certi che non volevano restare sotto dissero no, lasciarono la zappa e pigliarono il fucile». E vissero due anni a testa alta, divenendo briganti.
Italo Interesse non dà un significato positivo al termine brigante. Loro non erano briganti, ma patrioti; non erano briganti, ma soldati. Noi riteniamo invece che il termine brigante equivale a patriota, insorgente, partigiano. I briganti volevano liberare dall'ingiustizia. Non rubavano, ma toglievano ai ricchi che stavano coi piemontesi per fare la rivoluzione. Difendevano la loro terra e la loro famiglia.
Nel romanzo il brigante buono e il più grande di tutti è «Pasquale Domenico Romano da Gioia del Colle, detto il Sergente, un capo banda così potente che pure Crocco, il re dei briganti di Basilicata, gli portava rispetto». Con lui niente bravate, dispetti e guapperia, ma guerra, guerra vera, guerra santa. «Il Romano era un eroe che dove passava si trascinava dietro come Cristo giovani da guidare contro l'usurpatore piemontese».
Altri capi briganti, che comunque riconoscevano il comando supremo del Sergente Romano, si muovono nel romanzo: Giuseppe Nicola La Veneziana (Figlio del Re), Giuseppe Valente (Nenna Nenna), Cosimo Mazzeo (Pizzichicchio), Antonio Locaso (Caprariello), Francesco Monaco.
Ma la guerra fu persa dai briganti. E di quella sconfitta ne subiamo ancora le conseguenze.
Rocco Biondi

Italo Interesse, A mezzogiorno viene fame, Secop Edizioni, Corato 2011, pp. 318, € 15,00