29 novembre 2008

Social card: uno schifo

Lo straricco Berlusconi sputa in faccia ai poveri. E’ uno schifo usare la povertà per uno spot politico. La social card di 40 euro al mese (1,33 euro al giorno) è una squallida elemosina, che diventa un marchio infamante e mortificante per i poveri. L’erre moscia Tremonti annunzia la carta come una grande trovata pubblicitaria. Per lui ed il suo capo non conta il risultato ma l’effetto mediatico. Avvilisce la supponenza con cui annunciano una merdata come se fosse oro colato.
Senza alcun pudore vengono insultati i poveri. Possiederanno adesso il distintivo di appartenenza. Potranno andare al supermercato orgogliosi di avere e mostrare la carta dei poveri. Berlusconi e Tremonti dovreste vergognarvi, se ne foste capaci, della miserevole trovata.
La carta sociale non cambierà il tenore di vita dei poveri, non risolleverà la crisi dei consumi.
La social card è un’altra trovata italiana per fregare soldi allo stato. Solo una mente screativa come quella di Tremonti poteva partorirla. In realtà servirà ad arricchire chi la stamperà e chi incasserà la commissione sull’uso. Alla faccia dei poveri.
Se veramente si volevano aiutare i bisognosi bastava aumentare le pensioni sociali di quell’importo o far pervenire quei soldi direttamente nelle loro tasche.
Senza contare gli automatici imbrogli conseguenti alle false dichiarazione dei redditi. Verranno premiati gli evasori. Poca cosa, ma sempre premio ed imbroglio è.
L’attuale governo continua a mancare di serietà. Ma non è una novità. I governanti berlusconiani continueranno a vantarsi di essere stati votati. E questa volta non mentono. Altro discorso sarebbe vedere come hanno estorto quei voti.

23 novembre 2008

Dossier Brigantaggio, di Francesco Mario Agnoli

Agnoli con il suo libro intraprende un allegorico viaggio nell’Italia meridionale di quasi un secolo e mezzo fa. Le modalità del viaggio sono simili a quelle del settecentesco Grand Tour, i cui viaggiatori, prima della partenza, si informavano e raccoglievano quante più notizie possibili sui luoghi che avrebbero visitato. Il passaggio diretto su quei luoghi serviva però a controllare l’esattezza sul terreno delle notizie raccolte sulle carte e talvolta ci si dedicava alla stesura di “una nuova cartografia”. Si scoprivano percorsi o completamente nuovi o malamente riportati sulle carte preesistenti, venivano ricollocati nel giusto sito fiumi e montagne, venivano rettificate strade per non correre il rischio di smarrirsi. Si incontravano paesaggi mai visti, abitatori sconosciuti, monumenti nuovi.
Come guide per il suo viaggio l’Agnoli si sceglie sia storici e scrittori che guardano con simpatia ai protagonisti del brigantaggio meridionale postunitario prestando maggiore attenzione ai vinti del Risorgimento: Carlo Alianello, Silvio Vitale, ma anche scrittori filorisorgimentali utili per conoscere i fatti accaduti in quegli anni (dandone però una diversa interpretazione): Antonio Lucarelli, Emidio Cardinali. Ma si ascoltano anche testimonianze dei diretti protagonisti di quei fatti: José Borges, Carmine Donatelli Crocco, il Sergente Romano.
All’Agnoli viene rivolta l’accusa di ripetere cose ormai risapute ed accettate dagli storici. Lui controbatte dicendo che non è assolutamente vero che l’approccio revisionista sia ormai ampiamente condiviso fra gli storici e rivendica la necessità di una rivisitazione della nostra storia dalla Rivoluzione francese in poi.
Dal punto di vista storico continuano ancora a fronteggiarsi due opposte ed inconciliabili interpretazioni dei fatti che avvennero nel decennio che va dal 1860 al 1870. Quella ufficiale, risorgimentalista e liberale, che ritiene sostanzialmente volontaria la partecipazione del Sud al processo dell’unificazione italiana. L’altra interpretazione invece sostiene che quella piemontese fu una vera e propria occupazione, o addirittura una conquista, del Sud. In quest’ultimo contesto il cosiddetto brigantaggio meridionale fu un’autentica ribellione popolare contro un’ingiusta aggressione.
Nelle popolazioni del Sud era chiara la volontà di voler difendere, anche con le armi, la propria patria dall’invasore straniero. Gli abitanti del Sud, tramite il braccio armato dei briganti, intendevano difendere un intero mondo con la sua fede religiosa, le sue tradizioni, le sue cerimonie, i suoi costumi. Lottavano in difesa della loro cultura e del loro dialetto contro una cultura ed un dialetto per loro incomprensibile.
I plebisciti, voluti dai piemontesi, furono un tentativo truffaldino e violento di voler fare ratificare sotto forma di apparente consenso popolare una serie di meri atti di forza. Il vero plebiscito invece contro i piemontesi fu espresso con la guerriglia di popolo.
Gli unitari sabaudi per imporre la loro volontà istituirono i tribunali militari chiamati ad infliggere condanne capitali a chiunque venisse sorpreso armato. Fecero ricorso a fucilazioni indiscriminate, a prolungate carcerazioni di innocenti, senza risparmiare donne e bambini. Distrussero, incendiarono e saccheggiarono interi paesi, che avevano osato ribellarsi.
I mezzi usati dai piemontesi sono altrettanto e a volte più feroci di quelli cui fanno ricorso gli insorti meridionali. «Sicché - scrive Agnoli - o si attribuisce a tutte le parti in conflitto la qualifica di brigante indipendentemente dalla divisa indossata o, quanto meno, se ne esentano entrambe».
Le responsabilità dei sabaudi piemontesi soverchiano di gran lunga quelle dei briganti meridionali. La tristemente famosa legge Pica, già indegna di un paese civile nella formulazione, diviene ancora e di gran lunga peggiore nella sua applicazione.
I primi due ribelli che Agnoli incontra nel suo viaggio nell’ex Regno delle Due Sicilie sono il generale spagnolo José Borges e l’ex pastore di Rionero Carmine Donatelli Crocco, forse i principali protagonisti della rivolta del Sud, certamente i più noti. Due personalità e due modi di concepire la rivolta totalmente diversi, che non nutrono alcuna stima reciproca. Borges considera Crocco non un combattente legittimista, non un soldato, ma un ladro, anzi il re dei ladri. A sua volta Crocco riteneva che il generale Borges fosse un uomo inetto. Eppure l’obiettivo che si prefiggevano era comune e per un certo periodo collaborarono insieme.
Dopo alcuni successi militari contro i piemontesi, Borges e Crocco progettano l’assalto a Potenza. Progetto però che non intraprenderanno mai. Tale rinuncia quasi certamente fu concordata fra Borges e Crocco.
Borges certamente non è un inetto, ma Crocco non sbaglia a definirlo un illuso. Al di là del valore dei due personaggi - scrive Agnoli - non vi è dubbio che il cafone Carmine Donatelli Crocco rappresenti, nel bene e nel male, la rivolta meridionale all’invasione assai più a fondo del valoroso hidalgo José Borges.
Proseguendo il suo viaggio nelle terre del Sud l’Agnoli incontra tanti legittimisti stranieri, venuti in Italia da tutta Europa a sostegno di re Francesco II e della regina Maria Sofia. Quasi tutti appartenuti agli alti gradi dalla carriera militare. Fra essi l’ufficiale prussiano e poeta romantico Edwin Kalkreuth de Gotha, il generale bretone Augustin de Langlais, il marchese belga Alfred de Trazegnies, il generale spagnolo Rafael Tristany, l’austriaco Ludwig Richard Zimmermann, Theodor Friedrich Klitsche de La Grange, Emile Théodule de Christen; legittimista italiano è il tenente Achille Caracciolo di Girifalco.
Nel basso Lazio, ai confini con gli Abruzzi, combatteva il brigante Luigi Alonzi, detto Chiavone. Guardaboschi, nato a Sora, era riuscito a raccogliere nella sua banda fino a 500 uomini. Ottenne vari successi contro l’esercito piemontese. Con lui ebbero a che fare quasi tutti i legittimisti sopra citati. Fu contrastato dal Tristany e dallo Zimmermann, che lo fecero condannare a morte e fucilare. Ma anche Chiavone, come Crocco, è più vicino alla lotta meridionale di quanto non lo siano i legittimisti stranieri.
Proseguendo il suo viaggio nelle terre dei briganti l’Agnoli arriva in Puglia ed incontra Pasquale Domenico Romano, detto il Sergente Romano, «uno dei protagonisti più umanamente positivi, accanto allo spagnolo José Borges, dell’intera vicenda della ribellione meridionale all’invasione piemontese». Romano riuscì ad unire attorno a sé tutti i capi della ribellione barese e leccese: Rocco Chirichigno, Francesco Monaco, Cosimo Mazzeo Pizzichicchio, Giuseppe Valente Nenna-Nenna; ebbe contatti e fece delle azioni di guerriglia anche insieme a Crocco. Dopo diverse vittorie, Romano in un ultimo scontro fu ucciso dai piemontesi a colpi di sciabola.
Nella sua virtuale peregrinazione Agnoli va anche nella fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo borbonico; deviando poi per Napoli, partecipa alla congiura di Frisio, un luogo sulla costa di Posillipo, dove si tentò di organizzare una opposizione cittadina, aristocratica e borghese all’invasione piemontese; visita anche Montefalcione, vicino Avellino, dove nel 1861 vi fu una corale insurrezione popolare contro i piemontesi; partecipa ai moti siciliani del 1866; incontra poi le brigantesse Maria Lucia Di Nella, Filomena Pennacchio, Marianna Corfù, Maria Capitanio, Michelina Di Cesare, Maria Orsola D’Acquisto, Maria Oliverio ed anche l’ultima brigantessa del Sud: la regina Maria Sofia, la giovane moglie bavarese di Francesco II.
Rocco Biondi

Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio - Viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità, Controcorrente, Napoli 2003, pp. 390, € 20,00

15 novembre 2008

Carla Bruni, Obama “abbronzato” e Berlusconi

Per ricambiare la carineria fatta da Berlusconi nei confronti di Obama: «E’ giovane, bello e abbronzato», noi di Berlusconi potremmo dire: «E’ vecchio, brutto e pallido».
Arriverà il tempo che l’insulto che noi di «razza bianca» rivolgiamo ai neri: «Sporco negro di merda!» ci verrà ricambiato da quelli di «razza nera» con l’equivalente «Sporco bianco di merda!». Non ho fatta una ricerca approfondita, ma a naso dico che il colore della merda accomuna bianchi e neri.
Mario Pirani carinamente ha tentato di ingentilire il primo slogan tramutandolo in «sporco abbronzato di merda!». Io ho un’idea di come ingentilire, personalizzandolo, il secondo slogan, ma me la tengo per me.
Potrebbe arrivare il tempo che la «razza bianca» diventi «razza inferiore», rispetto alla nera. Forse ci potrebbe convenire annientare completamente il concetto di razza. Forse ci conviene parteggiare per gli abbronzati.
Carla Bruni, moglie del presidente francese Sarkozy, non ha dubbi, si schiera apertamente dalla parte dell’abbronzato Obama. «Mi fa uno strano effetto - ha detto la Bruni - quanto sento Silvio Berlusconi prendere l’avvenimento alla leggera e scherzare sul fatto che Obama è “sempre abbronzato”. E per questo sono felice di non essere più italiana».
Sono tantissimi gli italiani che sarebbero felici di non essere più italiani, per non essere spernacchiati alle uscite di Berlusconi. Almeno per il tempo che il Berlusca è pres del cons italiano.
Non si vergognano invece di essere berlusconiani Francesco Cossiga, Giorgia Meloni, Alessandra Mussolini e Roberto Castelli, che ha avuto il grandissimo acume di affermare: «la first lady di un paese importante dovrebbe pensare bene prima di parlare», che è appunto quello che in tutto il mondo pensano dovrebbe fare Berlusconi. In Francia ed in tutto il mondo civile, una battuta come quella di Berlusconi avrebbe provocato una tempesta politica e non avrebbe potuto essere liquidata come una carineria.
Ma l’uscita di Berlusconi può essere considerata una semplice cazzata? Non lo ritiene Mario Pirani, che afferma: «Non reputo una gaffe la desolante battuta del campione mondiale delle facce di bronzo, ancorché perfezionato da lifting, trapianti di chioma e tiraggi anti ruga». Quella battuta sottende una cultura sedimentata, che affonda le sue radici nel fascismo di Benito Mussolini, l’emanatore delle leggi razziali e che Dell’Utri ritiene «un uomo di valore dal punto di vista sia umano che culturale».
Il Regime fascista puniva con anni di carcere il concubinato tra un bianco e «una persona suddita dell’Africa orientale». Il Regime si rivolse anche al Vaticano «per evitare le nascite dei mulatti, che sono dei degenerati». Papa Pio XI approvò una direttiva che vietava «le ibridi unioni, per i saggi motivi igienico-sanitari intesi dallo Stato, la sconvenienza di un coniugio fra un bianco e un negro, le accresciute deficienze morali nel carattere della prole nascitura».
Queste cose qualcuno le avrà dette ad Obama.

8 novembre 2008

Raccolta differenziata: email al Sindaco di Villa Castelli

Ho ricevuta da Silvia la seguente email. La pubblico volentieri in questo mio blog, nella speranza che susciti qualche seria riflessione in chi legge e principalmente negli amministratori di Villa Castelli.

Salve,
sono una cittadina di Villa Castelli, anche se da qualche anno vivo a Lecce.
Volevo portarla a conoscenza di una email che ho mandato al signor Sindaco e che ho invano tentato di mandare ad altri consiglieri comunali, che però non dispongono di indirizzo email.
Poichè il suo blog è molto in vista, volevo chiederle di dare luce al problema della raccolta differenziata nel nostro paese, chissà che non si riesca a trarne qualcosa.
Io intanto resto in attesa di una gradita risposta dal signor Sindaco.
Di seguito l'email spedita.
Grazie per l'attenzione prestata.

Salve Signor Sindaco, avrei desiderio di sapere la politica del nostro paese per quanto riguarda la raccolta differenziata.
Manco da Villa Castelli da qualche anno per motivi di studio, e mi ha dato "fastidio" sentir nominare questo bel paese quale pecora nera nella raccolta differenziata (meno dell'1% dei rifiuti totali) nell'ambito pugliese.
La notizia l'ho appresa da un servizio di Raitre (se non sbaglio AmbienteItalia) lo scorso 1 novembre, e i dati sono stati confermati in questo sito http://www.rifiutiebonifica.puglia.it/dettaglio_trasmissione.php?IdComune=161&DataInizio=9
Volevo chiedervi dunque di poter prendere seri provvedimenti con iniziative di sensibilizzazione che coinvolgano attivamente il cittadino, in modo da risollevare i dati, e poter sentire notizie solo positive su questo bel paese!!!
Spero vivamente che possiate prendere in considerazione questo mio pensiero, visti i tempi che corrono....
La qualità dell'ambiente che ci circonda, l'aria che respiriamo, e che respireranno i nostri figli in futuro, dipende da tutto quello che noi cittadini, insieme ai comuni, ci impegnamo a fare...
Cordialmente
Lidia Urso

4 novembre 2008

Dirigente Maria Conserva: da rimuovere

La dirigente scolastica (preside) della Scuola Elementare di Villa Castelli: Maria Conserva, con decreto del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia: Lucrezia Stellacci, veniva sospesa dall’incarico di direzione del Circolo Didattico “don Lorenzo Milani”. Dodici giorni dopo, per decorrenza dei termini di convalida da parte del Dipartimento per l’Istruzione, la Conserva veniva reintegrata nelle funzioni dirigenziali.
Ma non cessava la guerra dei docenti, del personale amministrativo, dei genitori contro tale dirigente. La Conserva ha nei fatti bloccata ogni attività amministrativa e didattica progettuale nella scuola elementare e materna di Villa Castelli.
Giornali e televisioni hanno denunciato a più riprese il gravissimo stato di disagio che vive la scuola a causa del comportamento della Conserva. Articoli contro la preside sono oggi usciti su la Repubblica, sul Corriere della Sera, sul Quotidiano di Puglia, su Senzacolonne.
Ieri i genitori, per protesta contro la preside e per ottenerne il definitivo allontanamento, non hanno mandato i propri figli a scuola. Telenorba e TeleRama hanno trasmesso servizi nei loro telegiornali, documentando la protesta.
Si dice che detta Conserva goda di fortissime protezioni politiche. E pertanto rimane ancora al suo posto. Ma si dice anche che ormai abbia le ore contate come dirigente scolastico a Villa Castelli. Sarebbe ora che venisse rimossa. Staremo a vedere.
Brunetta dovrebbe scagliarsi contro simili dirigenti che creano sconquasso sui posti di lavoro.
Io purtroppo, lavorando in quella scuola, sono incappato mio malgrado in una situazione che definire infernale è dir poco.
La nota che la dirigente scolastica Maria Conserva ha fatto girare fra i lavoratori del Circolo didattico di Villa Castelli, contenente la sua opposizione al decreto di sospensione dall’incarico di dirigente, merita qualche chiarimento.
Premetto che il passo del decreto del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale fotografa la oggettiva situazione quando afferma che il comportamento della dirigente Conserva è «riconducibile ad inesperienza mista ad insipienza, a dubbi di ogni sorta e da una cronica diffidenza nei confronti di tutte le componenti scolastiche, al punto da interrompere ogni dialogo non solo con il direttore amministrativo, ma anche con il restante personale dell’ufficio di segreteria, paralizzando così anche l’ordinaria amministrazione».
La succitata nota della Conserva è stata anche inviata ad un consigliere comunale di Villa Castelli, allegata ad una lettera dai toni intimidatori nella quale tra l’altro si legge: «Nel frattempo Vi invito a riflettere sulla seguente circostanza: la D.ssa Basile non è stata riconfermata nell’incarico di dirigente l’USP, il dr. Biondi è stato trasferito di ufficio, la Prof. Conserva è stata reintegrata nel Suo Ufficio… Così per l’avvenire sicuramente la SV si asterrà dalla campagna diffamatoria posta in essere». La prof. Conserva quindi rivendica a sé il “merito” della non riconferma nell’incarico di Provveditore agli Studi della dott.ssa Basile. Ma la verità è forse diversa. La prof. Conserva forse pecca di tentativo di millantato credito.
Per quanto riguarda poi i miei rapporti con la d.ssa Basile, la prof. Conserva scrive: «Il dr. Biondi rivendicava di sovente la sua amicizia personale con la d.ssa Basile». Niente di più falso. L’affermazione è frutto della fantasia della prof. Conserva. Io la d.ssa Basile l’ho vista solo in qualche occasione ufficiale. Non ho, né posso quindi rivendicare nessun tipo di amicizia personale con la d.ssa Basile.
La prof. Conserva scrive ancora: «Il dr. Rocco Biondi pretendeva di fatto di svolgere anche i compiti che la legge affida al Dirigente Scolastico». Affermazione ancora una volta fantasiosa. Il sottoscritto, mentre rivendica che venga rispettato il proprio ruolo, ha sempre riconosciuto pienamente il ruolo altrui. Semmai è la prof. Conserva che dai primi giorni in cui è arrivata nella Scuola di Villa Castelli ha calpestato i più elementari principi di democrazia. Significano qualcosa contro di lei la richiesta di trasferimento di circa il 50% dei docenti del plesso di Piazza Ostillio, le dimissioni delle due collaboratrici didattiche, le dimissioni delle insegnanti funzioni strumentali, le dimissioni dei componenti del Consiglio d’Istituto: genitori, docenti e amministrativi.
Circa poi i due episodi “misteriosi” che la prof. Conserva denuncia: l’inseguimento automobilistico ed il furto delle chiavi nel suo ufficio, se sono veri, non vedo cosa centri io. Se, come sembra, la prof. Conserva voglia collegare in qualche modo quei fatti a me, questo sì che è campagna diffamatoria nei miei confronti.
Parimenti la prof. Conserva deve elencare quali siano le «cifre pesantissime e gli ammanchi», che dal suo avvocato sulla stampa ha fatto dichiarare esistenti nella contabilità della Scuola. Se non lo fa (e non potrà farlo perché gli ammanchi non esistono, se non nella sua mente) sarà chiaro che si tratta di menzogna, calunnia e diffamazione.
La prof. Conserva continua pervicacemente a mentire affermando che i conti consuntivi della Scuola dal 2005 non risultano approvati. I conti consuntivi invece sono stati regolarmente approvati dal Consiglio d’Istituto (organo competente), assumendosi quindi eventuali responsabilità.
Così come la prof. Conserva mente spudoratamente quando afferma: «Il restante personale di segreteria ha collaborato con la scrivente, quando finalmente il dr. Biondi è stato lontano dalla Scuola per la sua malattia». Invero durante il periodo della mia assenza dalla Scuola la prof. Conserva ha denunciato ai superiori uffici «il comportamento di grave insubordinazione delle assistenti amministrative», pretendendo dal Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale «l’adozione della massima sanzione espulsiva», in quanto il persistente comportamento delle assistenti amministrative «integrerebbe gli estremi di grave violazione disciplinare passibili con il licenziamento senza preavviso». Altro che collaborazione con la prof. Conserva, che minacciava pure «l’increscioso compito di informare la Procura della Repubblica».
A questo punto cade opportuno accennare ad una particolare e strana circostanza. La prof. Conserva nella sua opposizione al decreto di sospensione dall’incarico di dirigente scrive: «Invero il dr. Biondi è anche stato trasferito di ufficio, ma gli viene ancora concesso di rimanere a Villa Castelli». Orbene, la citata opposizione della prof. Conserva è datata 15.09.2008, mentre la disposizione del mio trasferimento è datata 19.09.2008. La prof. Conserva quindi parlava del mio trasferimento, come cosa fatta, prima ancora che fosse stato disposto. La prof. Conserva ha spesso dichiarato di stare in una botte di ferro, sottintendendo di avere “padrini” che dettano i comportamenti ai superiori uffici. Sarà vero?
La prof. Conserva è stata finora ben conosciuta sia dai dirigenti dell’Ufficio Scolastico Provinciale che da quelli dell’Ufficio Scolastico Regionale. Ora tocca ai dirigenti del Ministero della Pubblica Istruzione conoscerla, al fine di riportare la dovuta tranquillità tra tutti gli operatori e tra tutti gli utenti (alunni e genitori) della Scuola primaria e dell’infanzia di Villa Castelli.
Siamo fiduciosi.

1 novembre 2008

Scuola: quant’è bona la Gelmini

Era prevedibile. Sarebbero nati i gruppi in difesa della Gelmini. Senza pudore e con la più grande faccia tosta. Il più colorito ed il più vuoto è quello nato su facebook intitolato “Gelmini: un ministro con le palle”. Alla signorina le palle gliele ha disegnate Tremonti, intimandole: “zitta e taglia”. E la signorina esegue.
Era prevedibile. Le manifestazioni di studenti, genitori e professori stavano andando bene. La popolarità del Berlusca andava in discesa libera. Ed allora vengono mandati i guastatori fascisti con le mazze ferrate a creare un po’ di scompiglio. Su ispirazione del guastatore-mazziere Cossiga.
Era prevedibile. I compari si schierano compatti in difesa della malcapitata Gelmini. Il più accanito difensore è il ministro della difesa La Russa, che chiama l’applauso: «Glielo abbiamo fatto per come ha contrastato le falsità sulla riforma della scuola». E ci mancherebbe, aveva imparato a memoria la lezioncina.
Era prevedibile. Gli appartenenti al clan Berlusca vogliono far fare agli altri quello che non fanno loro. Ed allora il primo articolo del famigerato decreto-legge 137 (ora legge) recita che nelle scuole devono essere attivate azioni di sensibilizzazione e di formazione finalizzate all’acquisizione delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, in tutte le aree, eccetto ovviamente nell’area dell’attuale maggioranza.
Era prevedibile. Gli studenti hanno detto che non si lasceranno intimorire e continueranno nella lotta. Speriamo che non si stanchino mai. Fino alla vittoria.